Bilancio Integrato e Capitale Sociale. Intervista a Lucio Golinelli, Direttore Commerciale di INWIT

La vision di INWIT sul Capitale Sociale e il Bilancio Integrato nell’intervista a Lucio Golinelli, Direttore Commerciale di INWIT.

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Operatore wholesale only, perché la Ue sta meditando di abolirlo?

La Commissione Ue starebbe meditando di abolire il modello di operatore ‘wholesale only’. L’indiscrezione, riportata dal Sole 24 Ore e confermata anche a Key4biz da più fonti, getta un velo di preoccupazione sull’intera industry italiana delle Tlc.

La discussione sarebbe in corso a Bruxelles, anche a livello di Berec, l’organismo che rappresenta tutti i regolatori europei, nell’ambito della riforma del quadro normativo delle Tlc in preparazione e atteso entro fine anno.

Perché questa incoerenza della Commissione UE?

Resta da capire perché la Commissione, nel quadro delle semplificazioni al vaglio nella sua attività di riforma delle Telecom, stia prendendo in considerazione l’ipotesi di eliminare una fattispecie, quella di operatore wholesale only, che era stata introdotta in concomitanza con il nuovo Codice europeo delle comunicazioni elettroniche nel 2018 allo scopo di spingere e facilitare lo sviluppo della banda ultralarga in Europa e recepito in Italia.

Per anni fior di economisti, e la stessa Ue, ci hanno descritto i benefici del modello di operatore wholesale only e le magnifiche sorti e progressi della RAB e del modello Terna.

In Italia, questo modello nel mondo delle telecomunicazioni ha attecchito attraverso Open Fiber, operatore wholesale only puro. Da quando il modello, con le sue agevolazioni per gli investimenti ultrabroadband, è emerso sul mercato di certo c’è stata una spinta ad una maggior copertura. Pur con tutti i ritardi di copertura dell’Italia, il modello wholesale only ha contribuito, anche dal punto di vista della concorrenza, a diffondere la fibra nel nostro paese.

A tal punto che anche Fibercop, la società della rete nata a luglio dallo scorporo della rete Tim, ha chiesto di poter godere dello status di operatore wholesale ony, ottenendo non più tardi di pochi giorni fa il via libera dell’Agcom, per quanto non unanime. Certo, c’è da aspettare il parere dell’Agcm e della Commissione Ue. Ma finora non c’erano mai stati dubbi sulla bontà del modello.

Modello wholesale only parte integrante del mercato Tlc

Insomma, il modello wholesale ony in Italia è divenuto parte integrante dell’intera riprogrammazione degli investimenti in nuove reti ultraboradband degli ultimi anni, anche dei bandi del PNRR; e ha aperto la strada ad una concorrenza infrastrutturale, basata sul superamento del modello di operatore verticalmente integrato, come dimostra lo scorporo della rete Tim.

Senza dimenticare il massiccio lavoro di adeguamento normativo dell’Agcom, che negli ultimi anni è andato in direzione di accogliere e promuovere in toto il modello di operatore wholesale ony nelle sue analisi di mercato.

Detto questo, a cosa è dovuto, questo cambio repentino di visione da parte della Commissione Ue?
Si tratta di un semplice ‘pour parler’ oppure le intenzioni di Bruxelles sono serie e si pensa ad una abiura del modello?

Perché la Ue dovrebbe voler cambiare le carte in tavola e le regole del gioco a partita ampiamente iniziata?

Una modifica di questa portata investirebbe certamente come un tornado il mercato italiano delle Tlc.
Qual è la posizione dell’Italia al riguardo?

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AIIP contro l’ok Agcom a FiberCop operatore ‘wholesale only’: ‘La commistione con Tim resta, mancano i presupposti’

L’Associazione degli Internet Provider critica aspramente la decisione preliminare dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni di riconoscere a Fibercop la qualifica di operatore “wholesale only”, preludio di una radicale riduzione degli obblighi regolamentari in capo alla società. “Ci sono prove di commistione perdurante con TIM e insussistenza dei requisiti, scelta affrettata e pericolosa”. Ora la palla passa all’UE.

L’Associazione Italiana Internet Provider – la prima e storica associazione di categoria che rappresenta le PMI del settore telco e cloud – esprime preoccupazione per la valutazione diffusa tramite il comunicato stampa diramato dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM) il 17 giugno scorso, circa la sussistenza delle condizioni per riconoscere a Fibercop lo status di operatore “wholesale only”, ossia di impresa attiva esclusivamente sul mercato all’ingrosso, non più verticalmente integrata.

Giovanni Zorzoni: ‘Si tratta di un grave errore, Fibercop è un finto operatore whoelsale only’

La decisione segue la consultazione pubblica avviata dall’Autorità lo scorso 18 aprile e partecipata da numerosi stakeholders, tra cui AIIP. “Si tratta di un grave errore – commenta con amarezza il presidente Giovanni ZorzoniSia nel contributo che abbiamo inviato ad AGCOM, sia nell’audizione avvenuta il 27 maggio, abbiamo ampiamente motivato e documentato la nostra contrarietà a questo riconoscimento, che ai sensi dell’art. 91 del Codice delle comunicazioni elettroniche comporta un trattamento regolamentare di favore, con molti meno obblighi rispetto agli operatori verticalmente integrati”.

Zorzoni: ‘Infratel è un modello virtuoso di vero operatore wholesale only’

“AIIP sostiene da anni il ruolo prezioso svolto da operatori ‘’wholesale only (veri) per promuovere la concorrenza – che significa più scelta, servizi migliori e prezzi più bassi -, accelerare gli investimenti in infrastrutture e favorire la digitalizzazione. Un modello virtuoso, in questo senso, è Infratel. Nel caso di FiberCop, invece, siamo davanti ad un finto operatore all’ingrosso: l’intreccio perdurante con TIM da cui si è scissa è ancora evidente. Con questo riconoscimento Fibercop avrà titolo ad un trattamento regolamentare più leggero, senza però che ne ricorrano effettivamente i presupposti di diritto”.

L’indagine AGCM sul Master Service Agreement Tim-Fibercop ancora aperto fino a dicembre 2026

A distanza di diversi mesi dalla stipula del Master Service Agreement (MSA) tra TIM e FiberCop nel luglio del 2024, AIIP ha continuato a riscontrare evidenti segni di commistione tra le due entità, tali da compromettere gli effetti teoricamente a favore della concorrenza derivanti dalla loro separazione. Secondo AIIP, l’analisi che ha condotto alla decisione AGCOM è parziale e formalistica, priva degli approfondimenti necessari. E’ grave che AGCOM di fatto attesti l’assenza di vincoli e legami tra TIM e FiberCop quando sul MSA siglato dalle due società è pendente un procedimento dell’Autorità Antitrust per intesa restrittiva della concorrenza. “E una scissione societaria ma non funzionale – conclude Zorzoni – con effetti discriminatori dei concorrenti”. Ora la palla passa ad AGCM e Commissione Europea per la decisione finale.

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Infrastrutture digitali e transizione ecologica. Il capitale naturale di INWIT

Key4Biz. Sappiamo che INWIT è impegnata nell’implementazione di azioni volte a massimizzare l’efficienza nell’uso delle risorse, sia materiali che energetiche, e a minimizzare gli impatti ambientali delle proprie attività. Quali sono le caratteristiche della vostra strategia ambientale?

E.Cardinale. La nostra strategia ambientale è rappresentata dal piano di sostenibilità, parte integrante del piano industriale, articolato sulle tre aree di impegno ESG: Environment, Social e Governance.

Per quanto riguarda l’area Environment, il nostro obiettivo di medio-lungo termine è il raggiungimento del net zero, con un approccio basato sull’economia circolare. Questo significa mettere in atto azioni che considerino l’intero ciclo di vita dei nostri asset e infrastrutture. Ad esempio, nel 2023, oltre il 30% delle 5.000 tonnellate di acciaio acquistate per i nostri asset era riciclato. Inoltre, siamo attivi nell’efficienza energetica e nell’approvvigionamento da fonti rinnovabili, che nel 2024 hanno coperto il 76% del nostro fabbisogno. Nel fine vita degli asset, abbiamo recuperato il 98% dei materiali dismessi, evitando che diventassero rifiuti.

Key4Biz. Nel 2024 INWIT ha pubblicato il suo primo climate transition plan. Quali sono gli obiettivi climatici e i risultati raggiunti finora?

E.Cardinale. La pubblicazione del climate transition plan è una tappa fondamentale del nostro percorso di decarbonizzazione. Il documento descrive le azioni per allineare la nostra strategia climatica agli obiettivi dell’Accordo di Parigi, ovvero mantenere il riscaldamento globale sotto 1,5 °C.

Abbiamo due target validati dalla Science Based Target initiative (SBTi), ente terzo indipendente:

  1. Target near-term: riduzione del 42% entro il 2030 delle emissioni Scope 1 e 2 (market-based), rispetto al 2020. Al 2024 abbiamo già ottenuto una riduzione del 20%.
  2. Carbon neutrality dal 2024: compensiamo le emissioni residue con crediti CO₂ certificati, adottando l’approccio “beyond value chain mitigation”, raccomandato dalla SBTi.

Il secondo target è il net zero al 2040, che prevede l’azzeramento delle emissioni dirette e indirette.

Key4Biz. INWIT ha anche una forte attenzione alla biodiversità. Ci racconta i progetti attivi su questo fronte?

E.Cardinale. La tutela della biodiversità è una linea d’azione chiave del nostro piano di sostenibilità, in particolare dell’area ambientale. Abbiamo sfruttato la distribuzione capillare dei nostri siti per installare tecnologie e sensoristica IoT a supporto del monitoraggio ambientale.

Abbiamo avviato un progetto con il WWF per la prevenzione degli incendi boschivi in tre oasi: Macchia Grande (Roma), Calanchi d’Atri (Teramo) e Bosco di Manzaco (Milano). Successivamente abbiamo esteso l’iniziativa ad altre cinque aree naturali dell’Appennino Centrale, come il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e la Lecceta di Torino di Sangro. Su queste torri abbiamo installato telecamere smart e gateway con AI, in grado di rilevare pennacchi di fumo e inviare alert alle autorità competenti.

Abbiamo inoltre avviato un progetto di monitoraggio della qualità dell’aria in due parchi nazionali e tre riserve regionali dell’Appennino Centrale. Su sei torri abbiamo installato sensori IoT che misurano parametri come biossido di azoto e polveri sottili. I dati raccolti aiutano i nostri partner a valutare l’impatto di tali parametri sulla conservazione della biodiversità.

La biodiversità è sempre più minacciata dai cambiamenti climatici, ed è per questo che rappresenta una delle priorità del nostro impegno ambientale. Tutte le nostre iniziative sono rendicontate nel bilancio integrato di INWIT.

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La cultura italiana ai tempi dell’innovazione digitale. A che punto siamo?

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Negli ultimi anni, andare al museo è diventato qualcosa di diverso da prima. Non tanto – o non solo – perché si prenota tutto online, si scarica l’audioguida su smartphone, si entra mostrando un QR code. La vera trasformazione è più profonda, e in parte invisibile: riguarda il modo in cui i luoghi della cultura si raccontano, raccolgono dati, costruiscono percorsi e relazioni digitali.

I dispositivi si moltiplicano (visori, totem, app, touchscreen) ma è nel dietro le quinte che sta avvenendo il cambiamento decisivo. Database che crescono, metadati che si riorganizzano, strumenti di intelligenza artificiale che iniziano a interagire con il patrimonio culturale, suggerendo connessioni e adattandosi al visitatore.

Tutto questo accade in silenzio,, ma non è un dettaglio: è una rivoluzione lenta, che non si limita a “portare il digitale nei musei”, ma trasforma la cultura in un sistema vivo, tracciabile, misurabile. E per chi osserva il settore da fuori, un segnale chiaro è arrivato proprio dai numeri: nel 2024, in Italia, crescono sia i visitatori che i ricavi. Succede nei musei, nei teatri, nei luoghi archeologici.

Ma succede soprattutto dove si è investito con criterio nella trasformazione digitale, non come decorazione, ma come infrastruttura di senso. In un Paese abituato a ragionare per emergenze e restauri, è forse la prima vera occasione per costruire un’innovazione culturale stabile e orientata al pubblico.

Digitalizzare non basta: serve una strategia

Secondo l’Osservatorio Innovazione Digitale per la Cultura del Politecnico di Milano, nel 2024 il 55% dei musei italiani ha investito in tecnologie digitali, così come il 41% dei teatri. È un dato significativo, ma non ancora risolutivo.

Solo il 20% delle istituzioni museali offre esperienze immersive in realtà aumentata o virtuale, e appena l’1% ha avviato progetti strutturati di intelligenza artificiale generativa. In altre parole, la cultura digitale è presente, ma raramente profonda.

Gli strumenti più diffusi sono quelli di primo livello: QR code (presenti nel 40% dei musei), app, audioguide mobili, schermi interattivi. Le esperienze realmente trasformative restano una minoranza. Eppure, i numeri premiano chi ha investito: i musei digitalizzati registrano mediamente più ingressi, più incassi e maggiore soddisfazione del pubblico.

A fare la differenza non è la tecnologia in sé, ma la sua integrazione consapevole nella proposta culturale. Come avviene in altri ambiti, dalla mobilità ai servizi, il vantaggio arriva quando si riesce a interpretare i dati e costruire soluzioni su misura.

È il principio che muove anche i comparatori di SOStariffe.it, capaci di leggere i comportamenti degli utenti per orientare le scelte verso l’offerta di telefonia mobile più adatta per accedere ai contenuti digitali. Un approccio che potrebbe diventare essenziale anche nel settore culturale, oggi più che mai chiamato a decidere cosa fare con le informazioni che raccoglie.

I dati ci sono e bisogna farli parlare

La vera ricchezza digitale dei musei non è (solo) nei visori o nei touchscreen, ma nei dati che già possiedono: cataloghi, archivi, metadati, inventari, immagini, documenti interni, flussi di visita, contenuti educativi. Ogni istituzione custodisce una quantità immensa di informazioni, spesso raccolte nel tempo con strumenti diversi, da reparti diversi, per finalità diverse.

Il risultato è che, oggi, i dati non sono standardizzati, raramente interoperabili, e quasi mai accessibili a un’intelligenza artificiale capace di valorizzarli in modo trasversale. Come ha osservato The Conversation in un’analisi recente, “non è l’assenza di dati il problema, ma la loro frammentazione”.

Alcuni musei usano terminologie scientifiche, altri descrizioni narrative; alcuni archiviano per datazione, altri per provenienza, altri ancora per valore assicurativo. Mancano strutture condivise, formati comuni, vocabolari controllati.

E senza una lingua comune, anche la migliore IA finisce per lavorare alla cieca. Eppure, il potenziale è enorme: chatbot intelligenti che rispondono alle domande dei visitatori, percorsi generati in tempo reale, ricerche semantiche nei cataloghi, strumenti per la conservazione predittiva.

Tutto questo è tecnicamente possibile. Ma per passare dal laboratorio al museo reale, serve una governance dei dati culturali, e serve adesso.

Così come è accaduto per altri settori, dalle telecomunicazioni al credito, l’efficacia arriva solo quando i dati parlano la stessa lingua, e servono scelte condivise per farlo accadere.

Il pubblico c’è, ma non è tutto uguale

Se l’innovazione digitale vuole funzionare davvero, deve partire non dalla tecnologia, ma dalle persone: e le persone che visitano i musei, partecipano a uno spettacolo o esplorano un sito archeologico non sono tutte uguali. Cambiano le età, i livelli di istruzione, la familiarità con il digitale, le abitudini di accesso e le aspettative.

L’Osservatorio ha registrato che il 72% dei musei offre almeno un servizio digitale durante la visita, ma solo una minoranza lo personalizza in base al tipo di visitatore. Le audioguide sono usate dal 29% del pubblico, le app mobili dal 16%, mentre le esperienze immersive coinvolgono appena il 10%.

Eppure, la domanda esiste: il 40% dei visitatori si informa online prima di una visita, e il 36% utilizza siti ufficiali e newsletter per orientarsi. Il problema non è la mancanza di utenti digitali, ma la difficoltà a leggere i loro comportamenti in modo segmentato e mirato.

I servizi più efficaci sono quelli che sanno intercettare i bisogni reali e restituire scelte su misura. Per la cultura, imitare questi modelli non significa banalizzarsi, ma imparare a conoscere meglio chi varca una soglia fisica o digitale. Senza ascolto, anche la migliore tecnologia resta un monologo.

Una transizione culturale, non solo digitale

Quello che sta accadendo nel sistema culturale italiano somiglia più a una transizione complessa che a un semplice aggiornamento tecnologico.

Gli strumenti ci sono, le sperimentazioni non mancano e il pubblico risponde con interesse; ma manca ancora una visione d’insieme, capace di connettere istituzioni diverse, professionalità nuove e strumenti di governance stabili.

Servono investimenti, certo, ma soprattutto servono standard, formazione, interoperabilità, perché il vero salto non si gioca su un Oculus (o simili) in più o un’app ben fatta, ma sulla possibilità che l’intero ecosistema culturale possa crescere come rete.

In questo senso, la digitalizzazione non deve essere trattata come un progetto a parte, affidato a un singolo reparto o a fondi estemporanei, ma come una funzione strutturale, trasversale, parte integrante della missione pubblica.

L’intelligenza artificiale può aiutare, ma da sola non basta: senza dati ben organizzati, condivisi e accessibili, non ci sarà innovazione sostenibile.

E in un Paese come l’Italia, dove il patrimonio è tanto capillare quanto frammentato, non possiamo permetterci una cultura digitale a macchia di leopardo.

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Consiglio di Stato conferma la multa a Tim e Dazn per intesa restrittiva su diritti calcio

Resta confermato l’impianto accusatorio che nel giugno 2023 portò l’Antitrust a qualificare come intesa restrittiva della concorrenza alcune previsioni dell’accordo tra Dazn Limited e Tim in vista della gara indetta dalla Lega Nazionale Professionisti Serie A di calcio per l’assegnazione dei diritti televisivi. L’ha deciso il Consiglio di Stato con una lunga e complessa sentenza pubblicata nell’ambito dei separati ricorsi in appello proposti sulla vicenda da Tim, Dazn Media Services e Dazn Limited, per contestare la decisione con la quale il Tar del Lazio nel maggio dello scorso anno aveva respinto i loro ricorsi, confermando le sanzioni a Tim di 760.776 euro, e a Dazn di 7.240.250 euro.

Nell’accordo Dazn-Tim era stata prevista, tra l’altro: una durata di tre anni prorogabile per altri tre; che le offerte sarebbero consistite nel c.d. “hard bundle” (ovvero nell’offerta del servizio Dazn, combinata esclusivamente con un’offerta di telefonia Telecom), nell’offerta “à la carte” (ovvero nell’offerta a listino che i clienti nuovi o esistenti di Tim avrebbero potuto attivare con addebito sul conto telefonico), e nei “gift card/voucher” (ovvero in buoni omaggio/sconto). Per Tim ci sarebbe stata l’esclusività di alcuni diritti; per Dazn, il divieto di formulare offerte in “partnership” con altri operatori concorrenti per tutta la durata del rapporto contrattuale.

Leggi anche: Antitrust multa DAZN e Tim per intesa restrittiva sui diritti Serie A 2021-2024

Tim-DAZN, l’Antitrust apre indagine per possibile intesa restrittiva sui diritti della Serie A

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Settore mobile, emissioni -8% in 4 anni. Ma per centrare la neutralità carbonica il ritmo deve raddoppiare

Le emissioni operative del settore mobile sono diminuite dell’8% fra il 2019 e il 2023, a fronte di un aumento del 9% delle connessioni mobili e di un traffico dati in mobilità che nello stesso periodo è quadruplicato. Tuttavia, per continuare a progredire e mantenere il percorso verso la neutralità carbonica entro il 2050, le emissioni dovranno ridursi del 7,5% all’anno fino al 2030, più del doppio del tasso medio annuo registrato finora.

 E’ quanto emerge dal Report Mobile Net Zero 2025 della GSMA, secondo cui il settore della telefonia mobile è riuscito a dissociare le sue emissioni dalla crescita dei dati e della connettività, il che contrasta pesantemente con la crescita delle missioni globali, che purtroppo sono aumentate complessivamente del 4% dal 2019.  Ma come detto il ritmo degli operatori no basta. Devono correre di più.

Le principali conclusioni sono le seguenti:

* I dati preliminari per il 2024 indicano un’ulteriore riduzione del 4,5% delle emissioni, un’accelerazione rispetto agli anni precedenti, ma comunque al di sotto della riduzione annuale del 7,5% necessaria entro il 2030.

* Nel 2023, il 37% dell’elettricità utilizzata dagli operatori che hanno comunicato i propri dati al CDP proveniva da fonti rinnovabili, il che ha permesso di evitare 16 milioni di tonnellate di emissioni.

* 81 operatori di telefonia mobile (che rappresentano quasi la metà delle connessioni globali) hanno fissato o si sono impegnati a raggiungere obiettivi scientifici.

* L’Europa (-56%), il Nord America (-44%) e l’America Latina (-36%) sono le aree con la maggiore riduzione delle emissioni operative tra il 2019 e il 2023.

* Una nuova analisi dalla Cina mostra che le emissioni operative sono diminuite del 4% nel 2024, il primo calo di sempre mai registrato.

Premiata l’efficienza energetica

L’accelerazione della decarbonizzazione deriva dalle misure adottate dagli operatori per migliorare l’efficienza energetica delle reti e passare all’energia pulita, tra cui l’energia solare e l’accumulo di energia tramite batterie, riducendo al contempo la dipendenza dai generatori diesel.

Oggi è stata pubblicata una nuova analisi incoraggiante per inquadrare le discussioni al MWC25 di Shanghai in Cina, dove sono presenti oltre un miliardo di connessioni 5G. I dati preliminari per il 2024 prevedono una riduzione del 4% delle emissioni operative rispetto all’anno precedente, grazie a un utilizzo di energia rinnovabile più che quadruplicato da parte degli operatori. Essendo il più grande mercato unico del settore, i progressi della Cina sono essenziali per raggiungere gli obiettivi globali di emissioni nette pari a zero.

Steven Moore, responsabile Climate Action della GSMA, ha commentato: “I nostri risultati indicano che l’industria della telefonia mobile non si sta limitando a fare greenwashing o a fare greenwishing, ma sta effettivamente adottando misure a beneficio dell’ambiente. Anche se le emissioni si stanno muovendo nella giusta direzione, il ritmo del progresso deve ora raddoppiare”.

“Si tratta di uno sforzo globale ed è incoraggiante vedere un crescente slancio in tutte le regioni, dall’America Latina all’Europa, e in particolare in Cina.

Ma per mantenere questo progresso, abbiamo bisogno di un sostegno più ampio: un migliore accesso alle energie rinnovabili, maggiore certezza politica e una più stretta collaborazione all’interno dell’ecosistema. I piani di transizione climatica svolgeranno un ruolo sempre più importante nella gestione del futuro”, conclude Moore.

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iliad presenta il suo report di sostenibilità per il 2024

iliad presenta oggi il suo Report di Sostenibilità 2024, confermando l’impegno verso un business sempre più responsabile nei confronti dell’ambiente e delle future generazioni. 

Per l’ambiente

  • Nel 2024, la Strategia per il Clima di iliad ha ottenuto il riconoscimento ufficiale della Science Based Targets Initiative (SBTi), organizzazione leader a livello globale nell’azione climatica aziendale.
  • Nel 2024, iliad ha annunciato la firma di un Power Purchase Agreement (PPA) con Statkraft per 10 anni di fornitura di energia elettrica da fonti 100% rinnovabili. In più, nello stesso anno l’operatore ha avviato la negoziazione di un secondo PPA con Metlen Energy & Metals, siglato nel 2025, un tassello ulteriore verso l’obiettivo di coprire il 50% dei propri consumi diretti con energia rinnovabile tramite PPA entro il 2035.
  • Nell’ottobre 2024, il Gruppo iliad ha emesso un green bond da 500 milioni di euro per finanziare – e in parte rifinanziare – progetti conformi ai criteri di investimento verde definiti nel suo Green Financing Framework.

Per le persone 

  • iliad è stata riconosciuta per il terzo anno consecutivo tra gli Italy’s Best Employers e prima tra gli operatori telefonici nella categoria “Internet, IT e telecomunicazioni”.
  • L’operatore ha erogato oltre 29.000 ore di formazione interna dedicata ai dipendenti, considerando la formazione continua come strumento cruciale per favorire la crescita personale e professionale delle proprie persone.
  • iliad ha confermato l’attenzione verso le tematiche della diversità, equità ed inclusione (DE&I). Tra le principali azioni, l’ingresso nel network di Valore D, associazione di imprese che promuove una cultura inclusiva per la crescita delle aziende, e l’introduzione di 20 ulteriori giorni di congedo di paternità per i propri dipendenti in aggiunta ai 10 giorni già previsti dalla legge per supportarli in un periodo importante come il primo anno dall’arrivo di un figlio e contribuire a un migliore equilibrio vita-lavoro.

Per la società

  • In difesa di un mercato equo e concorrenziale, iliad si è impegnato nel contrasto alle pratiche distorsive che penalizzano i consumatori e ostacolano l’innovazione, promuovendo uno studio sulle dinamiche competitive della telefonia mobile in Italia.
  • Per il quarto anno consecutivo, iliad ha collaborato con l’associazione “Il Cielo Itinerante” per avvicinare alle materie S.T.E.M. bambine e bambini che vivono in contesti di povertà educativa, coinvolgendo oltre 325 studenti nel 2024.
  • iliad ha intensificato le iniziative volte a promuovere lo sviluppo delle competenze dei giovani: il progetto iliadship, a sostegno dei giovani universitari, è proseguito con la sua seconda edizione; con Will Media, iliad ha realizzato un documentario sull’orientamento agli studi e al lavoro, avviando una conversazione itinerante in 3 città italiane (Venezia, L’Aquila, Lecce) per coinvolgere le realtà locali.

Scarica qui il Report di sostenibilità in PDF

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Fibercop raddoppia i bond, collocate obbligazioni per 2,8 miliardi di euro

FiberCop raddoppia la sua emissione obbligazionaria, incrementando la sua originaria offerta da 1,4 miliardi di euro a 2,8 miliardi di euro nel giro di pochi giorni. “L’importo dell’Offerta è stato incrementato da 1.400.000.000 euro a 2.800.000.000 euro a seguito della forte domanda ricevuta da parte degli investitori”, si legge nella nota aziendale. L’offerta avrebbe raggiunto in pochi giorni sottoscrizioni per 6 miliardi di euro, quattro volte sopra il valore del primo collocamento, spingendo così l’azienda a raddoppiare la posta.  

Nel dettaglio, Fibercop ha fissato con successo il pricing per un’offerta obbligazionaria comprendente 1.200.000.000 euro di obbligazioni senior garantite a tasso fisso pari al 4,750% con scadenza 2030, 900.000.000 euro di obbligazioni senior garantite a tasso fisso pari al 5,125% con scadenza 2032 e 700.000.000 euro di obbligazioni senior garantite a tasso variabile con scadenza 2031, con interesse calcolato sul tasso EURIBOR a 3 mesi (soggetto a un floor dello 0%), ricalcolato trimestralmente, maggiorato del 3,00% annuo.

La chiusura del collocamento delle Obbligazioni è prevista per il 27 giugno 2025, subordinatamente alle consuete closing conditions. E’ atteso che le Obbligazioni siano quotate sull’Official List del Luxembourg Stock Exchange e negoziate su Euro MTF Market.

Il Chief Financial Officier di FiberCop André Rogowski ha commentato “Siamo soddisfatti del forte sostegno dimostrato dal mercato nel riconoscere la forza del nostro business e della nostra missione. Il capitale raccolto sosterrà l’esecuzione del nostro programma di digitalizzazione dell’Italia nei tempi previsti, attraverso l’accesso alla banda larga ad alta capacità. Inoltre, la qualità del nostro merito creditizio è stata riconosciuta anche da tutte e tre le agenzie di rating, che la scorsa settimana hanno confermato i loro giudizi, alla luce dell’accelerazione del programma di investimenti di FiberCop.

E’ atteso che i proventi dell’Offerta siano destinati ad alimentare la liquidità dell’Emittente strumentale alla propria attività d’impresa che potrà includere investimenti e il possibile rifinanziamento del debito esistente, nonché per pagare eventuali commissioni e spese connesse all’Offerta.

La presente non è da intendersi quale garanzia dell’effettivo completamento dell’Offerta e delle altre operazioni descritte.

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Fibercop, per Agcom è un operatore wholesale only. Giomi contraria: ‘Decisione frettolosa e incompleta’

Il Consiglio Agcom ha dato il via libera allo status di operatore wholesale only per Fibercop, la società nata lo scorso mese di luglio dallo scorporo della rete Tim. E’ questo l’esito della consultazione avviata ad aprile che è parte del procedimento di analisi dei mercati avviato dall’Autorità con la delibera n. 315/24/CONS, a seguito della separazione strutturale della rete fissa di accesso di TIM, ha visto la partecipazione di un ampio numero di operatori. Lo scrive oggi l’Autorità in una nota, aggiungendo che “L’Autorità, tenuto conto delle osservazioni del mercato e del parere favorevole dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM), ha deliberato, con il voto contrario della Commissaria Elisa Giomi, di notificare alla Commissione europea, per le previste interlocuzioni, la propria valutazione circa la sussistenza in capo a FiberCop della qualifica di operatore wholesale only, ai sensi dell’art. 91, comma 1, del Codice”.  Lo status di operatore wholesale only garantisce una serie non indifferente di alleggerimenti regolatori secondo il nuovo Codice delle comunicazioni elettroniche.

Tale qualifica non determina effetti immediati, ma rappresenta un prerequisito della proposta regolamentare che sarà contenuta nell’intero schema di provvedimento di analisi di mercato che l’Autorità sottoporrà al vaglio del mercato, e successivamente dell’AGCM e della Commissione europea nei prossimi mesi.

Giomi (Agcom): ‘Su Fibercop ‘operatore wholesale only’ decisione frettolosa e incompleta’

“Non comprendo come sia possibile metodologicamente qualificare Fibercop o qualunque altro operatore come wholesale only senza aver prima effettuato una valutazione del significativo potere di mercato. Se, per esempio, questa valutazione avesse accertato che nel mercato esiste un grado di concorrenza sufficiente, la qualificazione wholesale only non avrebbe avuto alcuna ragion d’essere” dice oggi la Commissaria Agcom Elisa Giomi a margine della seduta di Consiglio di ieri 17 giugno 2025.

A questo proposito spiega: “Trovo ancor più paradossale che il recentissimo quadro regolamentare approvato nel 2024, dopo tre anni di istruttoria, sia diventato obsoleto in due mesi appena, non essendo applicabile né a TIM né a FiberCop e lasciando così conseguenze sistemiche tuttora irrisolte”.

“E pensare che doveva rimanere in vigore per 5 anni ​- aggiunge Giomi – invece dall’inizio di questa Consiliatura l’intero settore si trova ancora in attesa di un quadro consolidato che dia certezza per gli investimenti, l’innovazione e la concorrenza. Come risposta, l’Autorità invece di fornire un set di misure certo a tutti gli stakeholder ha ritenuto di dedicare tempo a consultazioni nazionali ed europee sullo status di FiberCop, dilatando ulteriormente il periodo di vacanza della regolazione”.

Prosegue poi la Commissaria “C’è un’altra falla: non si è approfondito se i rapporti contrattuali tra FiberCop e TIM potessero configurare relazioni analoghe all’integrazione verticale prima della separazione della rete, circostanza che avrebbe potuto indurre Agcom a rigettare l’ipotesi di operatore wholesale only e imporre rimedi più incisivi per risolvere le problematiche concorrenziali”.

E conclude “Un bel pasticcio, insomma, che è andato preparandosi con il fallimento del coinvestimento di TIM, e che ora ci consegna un nuovo assetto con TIM deregolamentata sul retail e FiberCop qualificata come operatore wholesale only, quindi soggetta a una light regulation. Lo chiamiamo “consolidamento”, ma nella sostanza sembra di assistere a una progressiva rimonopolizzazione della rete di comunicazioni elettroniche”.

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