Industry Tlc, oggi confronto al Mimit: sul tavolo aiuti per 630 milioni per voucher PMI e take up fibra. Stop ai contratti pirata

Tavolo nazionale, oggi, per il settore delle telecomunicazioni. Un incontro richiesto da tempo da parte dei sindacati per il rinnovo del CCNL scaduto da due anni e per fare il punto sul grave stato di crisi della industry. L’incontro è stato convocato dal Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, d’intesa con il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Marina Calderone, alla presenza delle organizzazioni sindacali del mondo delle telecomunicazioni (Slc-Cgil, Fistel-Cisl, Uilcm-Uil e Ugl telecomunicazioni) e delle associazioni di categoria Asstel.

Poste non è la panacea di tutti i mali

Quel che è certo è che il rinnovato fermento intorno al settore, suscitato dall’ingresso di Poste in Tim come primo azionista al posto di Vivendi, è soltanto un primo passo per la ripresa di un settore in crisi profonda.

Il Governo comincia a muoversi

Dopo lunga attesa, quindi, il governo inizia a muovere i primi passi per affrontare la crisi del settore delle telecomunicazioni. L’attivismo del Governo in materia di Tlc con il via libera allo scorporo della rete Tim è soltanto un primo passo per accompagnare un processo di consolidamento che sembra sempre più inevitabile. Il tutto, al netto di un muro contro muro fra Fibercop e Open Fiber che rende il clima molto teso sul fronte della rimodulazione degli obiettivi del PNRR per un Piano Italia 1 Giga ancora in alto mare.

A questo proposito, resta da capire se il Piano Italia 1 Giga verrà o meno modificato.

Tlc: Urso, ‘risolti problemi annosi, ora piano di sviluppo’

“Le nuove tecnologie impongono un settore delle telecomunicazioni solido, competitivo e inclusivo. In questa prima parte della legislatura abbiamo risolto problemi annosi: ora è necessario intervenire con un piano di sviluppo per rilanciare un comparto strategico per il Paese”. Ad affermarlo, secondo quanto si apprende, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, aprendo i lavori del tavolo sulle Tlc in corso al Mimit.

“Pensiamo alla questione Tim – ha aggiunto Urso – e alla nascita di Fibercop, allo sblocco di Open Fiber, ai passi in avanti sul tema dei call center, con il progetto innovativo di Abramo sulla digitalizzazione, che stiamo per replicare anche per la vertenza Callmat. Pensiamo poi all’innalzamento dei limiti elettromagnetici, per il quale mi sono battuto in prima persona: un provvedimento che, dopo vent’anni, avvicina l’Italia agli standard europei, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo sul territorio della tecnologia 5G”.

“Ora avvieremo la seconda fase con interventi concreti per accompagnare il settore delle Tlc verso la piena competitività”, ha concluso il ministro.

Tlc, Calderone: Firmato primo decreto attuativo per sostegno lavoratori e imprese

“L’attenzione da parte del Governo nei confronti del settore Tlc è sempre stata massima. Lo dimostrano gli interventi di formazione e sostegno al reddito specifici per le imprese Tlc. Nella giornata di ieri ho firmato il primo dei decreti attuativi necessari per avere risorse dedicate, attraverso il trasferimento delle risorse Fis (Fondo di integrazione salariale dell’Inps) al nuovo Fondo di solidarietà per le imprese del settore, così da rispondere più velocemente alle esigenze di lavoratori e imprese”.

Così la ministra del Lavoro e delle Politiche sociali, Marina Calderone, che ha preso parte con il titolare del Mimit Adolfo Urso al tavolo sulle Tlc che si è tenuto a Palazzo Piacentini con i rappresentanti delle associazioni di categoria e delle organizzazioni sindacali.

Pacchetto di 630 milioni di euro di aiuti

Oggi ci sarà un confronto con il ministero del Made in Italy e quello del lavoro, con le rappresentanze delle imprese e i sindacati. Sul tavolo il governo secondo diverse voci dovrebbe mettere un pacchetto di aiuti da 630 milioni, oltre al ritorno di alcune misure, come i piani di espansione, per gestire eventuali esuberi. I 630 milioni sono risorse che arriveranno dai fondi di coesione e, secondo quanto emerge, dovrebbero essere utilizzati in primo luogo per finanziare dei voucher fino a 200 euro per portare la fibra nelle case delle famiglie.

Voucher per le aziende e per i cittadini per il take up della fibra

Lo strumento dei voucher per finanziare il take up della fibra è stato richiesto da tempo da parte delle aziende. Il bonus, a quanto pare, servirà a coprire almeno in parte i costi dei lavori per la risalita verticale dei cavi negli edifici. Per le piccole e medie imprese, invece, arriveranno fondi per acquistare servizi di cloud e di cybersecurity. Mentre per le grandi imprese gli incentivi riguarderanno i contratti di programma.

Misure per il Ministero del Lavoro

Dal lato del Ministero del Lavoro, invece, sono in discussione altre misure. A partire dall’applicazione ai lavoratori del settore dei call center del contratto delle tlc. Ma la parte più rilevante riguarderà i fondi per gestire eventuali esuberi nel settore. Si sta studiando un travaso delle risorse del fondo di integrazione salariale, al fondo di solidarietà di settore. Si sta valutando anche di rimettere in campo lo strumento del contratto di espansione, che permette il prepensionamento fino a cinque anni prima dei lavoratori, bilanciato da nuove assunzioni. Basterà tutto questo?

Rinnovo frequenze gratis?

In realtà il settore è in profonda crisi. Le imprese chiedono di più. A partire, sul modello tedesco, da uno sconto se non un azzeramento sul rinnovo delle frequenze in scadenza nel 2029. L’ultima asta ha comportato un esborso di 6,5 miliardi, ritenuti da più parti l’origine di gran parte dei problemi finanziari delle telco, visto che il Roi del 5G si fa attendere.

L’Agcom ha appena concluso una consultazione sul rinnovo delle licenze d’uso delle frequenze e si attendono i risultati.

C’è poi l’annosa questione della designazione delle telco come energivore, con tutti i vantaggi connessi. La richiesta è sul tavolo. Il ruolo del satellite (leggi Starlink) dal punto di vista della Difesa, ma anche dello spettro radio, in questo panorama già di per sé complesso non è certo secondario.

Intanto nel governo sono iniziate le prime interlocuzioni con il Mef.

Tavolo Tlc, Uilcom-Uil: ‘Finalmente chiarezza sul contratto di riferimento per il settore telecomunicazioni’

“Si è finalmente fatta chiarezza sul contratto di riferimento per il settore delle telecomunicazioni”. È quanto dichiarato dalla Segretaria Confederale UIL, Vera Buonomo, e dal Segretario Generale della UILCOM, Salvo Ugliarolo, al termine dell’incontro odierno presso il tavolo delle telecomunicazioni al MIMIT.

“Il Ministero del Lavoro ha riconosciuto il Ccnl Telecomunicazioni quale contratto di riferimento per il settore delle attività di Customer Care”, rendono noto le Segreterie nazionali SLC CGIL, FISTEL CISL. UILCOM UIL. Una importantissima notizia in considerazione delle vertenze in campo nell’ambito Crm/Bpo.

Piano da 629 milioni illustrato da Urso

Nel corso dell’incontro, il Ministro Urso ha illustrato un piano da 629 milioni di euro destinato a sostenere cittadini e imprese e a rilanciare un settore in forte difficoltà. “Come UIL accogliamo con attenzione l’annuncio, ma le risorse da sole non bastano. Servono trasparenza, visione industriale e concretezza. Questi fondi devono andare solo alle aziende che rispettano la condizionalità sociale, che non delocalizzano, che non licenziano e che applicano il contratto collettivo nazionale sottoscritto dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative”, si legge in una nota.

Stop ai contratti pirata

“Importante che il contratto collettivo nazionale di riferimento per il settore TLC sua quello sottoscritto da CGIL, CISL, UIL e UGL, come dichiarato dalla ministra Calderone. Una presa di posizione netta che segna un punto fermo in un contesto in cui, troppo spesso, si tenta di aggirare la contrattazione nazionale attraverso contratti pirata”, prosegue la nota.

“Non solo si ristabilisce chiarezza e trasparenza nel settore, ma si pongono anche le basi per affrontare una priorità non più rinviabile: il rinnovo del contratto nazionale, fermo da oltre due anni e mezzo”, si legge ancora.

Tlc, Ugl: ‘Bene misure per aiutare settore, ora chiudere negoziazione rinnovo contrattuale’

“Terminato l’incontro al ministero delle Imprese e del Made in Italy con i ministri Urso e Calderone, il riscontro sulle misure previste per aiutare il settore delle Tlc è sicuramente positivo”.

Così Stefano Conti, segretario nazionale Ugl Telecomunicazioni secondo cui “riconoscere come Ccnl di riferimento quello delle Tlc, unitamente a un incremento delle risorse per il Fondo bilaterale di settore derivanti dalle giacenze precedentemente versate dalle aziende e lavoratori nel Fondo integrazione salariale, la possibilità di ripristinare il contratto di espansione e il pacchetto di 629 mln di euro presentato, sono iniezioni di fiducia per provare a risolvere alcuni degli annosi problemi del comparto”.

“Auspichiamo – conclude Conti -, che ora la strada sia tracciata anche per provare a chiudere con le aziende la negoziazione del rinnovo contrattuale che tiene in apprensione centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici delle Tlc”.

Sarmi (Asstel): “Bene prime misure del Governo e il riconoscimento del CCNL Tlc riferimento del CRM/BPO. Urgente una nuova politica industriale per la sostenibilità delle Tlc”

“L’ecosistema delle TLC sta vivendo una trasformazione importante: attori tradizionali e nuovi collaborano e competono per offrire connettività e servizi di valore al Paese. Le imprese svolgono un ruolo strategico per la transizione digitale in atto e per raggiungere importanti traguardi in termini di innovazione, copertura, velocità e diffusione dei servizi nonché nel conseguire pienamente gli obiettivi di digitalizzazione previsti dal PNRR”, così il Presidente di Asstel – Assotelecomunicazioni, Massimo Sarmi, al “Tavolo di Settore delle Telecomunicazioni” che si è svolto oggi alla presenza del Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Marina Elvira Calderone.

Nel corso dell’incontro, il Presidente Sarmi ha evidenziato come l’ecosistema delle TLC  rappresenti il pilastro del progresso tecnologico e della competitività del Paese: “Il processo di trasformazione delle telecomunicazioni italiane ed europee induce ad una articolata riflessione sul futuro dell’ecosistema, sugli interventi urgenti a garantirne la sostenibilità economica e l’occupabilità delle persone e la necessità di dotare il Paese di reti digitali adatte a supportarne la competitività, la sicurezza e l’autonomia”.

Il Presidente ha sottolineato le criticità che concorrono a determinare lo stato di difficoltà della filiera Tlc: nonostante il saldo di cassa abbia visto una diminuzione pari a -10 miliardi di euro e i ricavi siano scesi di oltre 7 miliardi di euro tra il 2013 e il 2023, gli Operatori hanno garantito elevati investimenti, pari a 85 miliardi di euro nel medesimo periodo, relativi in particolare alla realizzazione dell’infrastruttura broadband con reti VHCN e 5G e agli investimenti per l’acquisto e il rinnovo delle licenze. Tale complessa dinamica economica, particolarmente avvertita nel mercato del CRM/BPO, riverbera i suoi effetti anche sul lavoro di oltre 200.000 persone, con le imprese impegnate a sostenere la stabilità occupazionale e ad investire sulla formazione permanente e certificata, attraverso percorsi di ampliamento e consolidamento delle competenze delle proprie persone per dotarle degli strumenti necessari ad affrontare le sfide della trasformazione digitale. 

L’Associazione ha accolto con favore l’individuazione, da parte del Governo, del CCNL TLC quale contratto di riferimento per il CRM/BPO, al fine di contrastare il dumping contrattuale, e le prime misure economiche presentate, circa 629 milioni di euro, per l’incentivazione della domanda di alcuni servizi digitali per famiglie e imprese, e circa 18 milioni di euro al Fondo di Solidarietà Bilaterale per la filiera Tlc derivanti dal trasferimento di una quota delle risorse del FIS – prosegue Sarmi – Tali interventi sono propedeutici alla definizione urgente di una nuova politica industriale dedicata alle Telecomunicazioni che determini la sostenibilità economica e lo sviluppo dell’ecosistema nell’interesse delle imprese e delle persone che vi lavorano. In tale contesto di complessità, l’avvio di un percorso con il Governo che individui interventi significativi a supporto dell’Industry, come la mitigazione strutturale del costo dell’energia e la allocazione non onerosa delle frequenze, è funzionale a favorire anche una positiva conclusione del negoziato in corso per il rinnovo del contratto di lavoro”, ha concluso il Presidente di Asstel. 

Leggi anche: Industry Tlc, Urso al tavolo Mimit: ‘Troppa frammentazione, serve consolidare’. Primo pacchetto da 630 milioni: gli interventi

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AI e data center. Una fame di energia senza precedenti

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Altro che tecnologia immateriale: l’Intelligenza Artificiale ha un peso, e si misura in terawattora. Secondo l’ultimo rapporto della IEA, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (Energy and AI), entro il 2030 i data center potrebbero consumare oltre 945 TWh di elettricità, più di quanto consumi oggi l’intero Giappone in un anno. Il traino principale? Proprio l’IA. La crescita della domanda di energia generata dai sistemi ottimizzati per l’intelligenza artificiale sarà più che quadruplicata in cinque anni, e rappresenterà la quota più significativa del balzo in avanti dei consumi.

Dietro questo dato non c’è solo l’espansione delle big tech, ma una trasformazione radicale dell’infrastruttura energetica globale. L’elaborazione massiva dei modelli linguistici, la gestione di enormi volumi di dati in tempo reale, i servizi cloud ad alta intensità di calcolo: tutto questo si traduce in un bisogno crescente di energia, di server, di raffreddamento e di connessioni continue.

Un sistema affamato, potente e inarrestabile, che sta costringendo governi e aziende a rivedere in fretta le proprie strategie energetiche.

Negli Stati Uniti l’IA divora più energia dell’industria pesante

Nel futuro prossimo, elaborare dati peserà sulla bolletta energetica americana più che produrre acciaio, cemento o alluminio. Secondo l’IEA, quasi la metà dell’aumento previsto nei consumi elettrici degli Stati Uniti da qui al 2030 sarà causato dai data center. E in gran parte per colpa dell’IA. In un’economia dove il dato è diventato materia prima, la sua elaborazione diventa il nuovo processo industriale ad alta intensità energetica. In alcuni stati, come l’Arizona, i data center sono destinati a consumare da soli fino al 16,5% dell’intera elettricità prodotta, secondo recenti stime indipendenti riportate dal Financial Times.

Non è un fenomeno locale: anche in Europa, Giappone e Asia sudorientale i data center si preparano a incidere per oltre il 20% della crescita della domanda elettrica da qui alla fine del decennio. Dopo anni di stagnazione, il settore dell’energia torna così a crescere, trainato non più dalle industrie tradizionali ma dalle fabbriche invisibili del calcolo.

Un paradosso moderno, se vogliamo, perché più diventiamo digitali, più dobbiamo pensare all’infrastruttura fisica che lo rende possibile.

Efficienza energetica, costi fuori scala e la corsa a soluzioni più sostenibili

L’espansione dei data center guidata dall’AI non si traduce solo in una questione di approvvigionamento elettrico, ma in un problema urgente di efficienza e sostenibilità economica. Mantenere operative migliaia di server ad alte prestazioni, spesso 24 ore su 24, comporta spese energetiche colossali, tanto da spingere molte aziende a rivedere radicalmente le proprie strategie di fornitura, ottimizzazione e raffreddamento. Le tecnologie emergenti – dal raffreddamento a liquido diretto all’automazione dei carichi in funzione della richiesta – diventano fondamentali per evitare che la bolletta divori i margini.

Ma la vera sfida, secondo l’IEA, è quella di rendere la crescita scalabile senza compromettere gli obiettivi climatici o la stabilità economica delle imprese. E non si tratta solo di grandi multinazionali: anche le PMI tech e i fornitori di servizi digitali stanno entrando in un’era in cui monitorare, prevedere e razionalizzare i costi energetici è diventato cruciale.

In questo contesto, strumenti come SOSTariffe.it, pensati per confrontare in modo chiaro e aggiornato le offerte energia e gas, possono fare la differenza anche in ambito business. Non è solo questione di “spendere meno”, ma di capire dove e come si spende, e quanto margine si ha per migliorare.

Il rischio altrimenti è di trovarsi con infrastrutture sovradimensionate, alimentate da contratti poco trasparenti, e con consumi fuori controllo. In un mondo in cui ogni watt conta, l’intelligenza non può più essere solo artificiale, ma anche gestionale.

Emissioni in aumento, ma anche un potenziale green ancora tutto da giocare

Che l’Intelligenza Artificiale faccia salire i consumi è un dato di fatto. Ma quanto inciderà davvero sulle emissioni globali? Secondo il report dell’IEA, entro il 2035 le emissioni annuali prodotte dai data center legati all’AI potrebbero raggiungere i 500 milioni di tonnellate di CO₂. Una cifra impressionante, ma ancora contenuta: meno dell’1,5% delle emissioni del settore energetico globale. E, dettaglio non banale, questa crescita potrebbe essere compensata da una riduzione ben più ampia se l’IA fosse impiegata su larga scala per ottimizzare i consumi, ridurre gli sprechi e accelerare l’adozione di energie rinnovabili.

Il nodo sta proprio qui: l’IA è – o almeno, può essere – al tempo stesso parte del problema e parte della soluzione. Può servire per progettare batterie più efficienti, ottimizzare la produzione di energia solare, anticipare i picchi di domanda, ridurre le perdite nella trasmissione. E può farlo con una velocità di calcolo e una capacità di apprendimento che nessun algoritmo “classico” potrebbe eguagliare. Ma tutto dipende da chi controlla i modelli (problema annoso), quali dataset vengono usati e con quali obiettivi (questione ancora più spinosa).

Se il motore è programmato per generare clic pubblicitari, l’impatto sarà uno; se lavora per rendere più pulita una rete elettrica nazionale, sarà tutt’altro. A ognuno il proprio parere se quali saranno gli obiettivi dei grandi player del mondo di oggi.

Infrastrutture, investimenti, regole: il triangolo dell’equilibrio energetico

L’IA spinge la rete elettrica verso un terreno nuovo, dove la crescita non è più trainata solo dall’industria o dai trasporti, ma da processi digitali ad alta intensità computazionale. Per affrontare questa transizione, secondo l’IEA, serviranno investimenti mirati in nuova capacità di generazione, reti più flessibili e data center più efficienti. Non basterà aumentare l’offerta: sarà necessario ripensare il modo in cui l’energia viene distribuita, gestita e usata, integrando soluzioni che sappiano reagire in tempo reale alle variazioni della domanda.

In parallelo, occorrerà rafforzare il dialogo tra istituzioni, industria energetica e settore tecnologico. Non solo per pianificare l’infrastruttura, ma per prevenire nuove dipendenze critiche: dai materiali rari alle piattaforme proprietarie, passando per la vulnerabilità delle reti digitali. Da questo punto di vista, l’annuncio di un Osservatorio globale su AI, energia e data center, con dati aperti e monitoraggi in tempo reale, è un passo nella direzione giusta.

Poiché l’IA sta cambiando il modo in cui produciamo e consumiamo energia, per tradurre questo cambiamento in vantaggio, servono strumenti, regole e una visione che tenga insieme efficienza, sicurezza e competitività. Non è una corsa contro il tempo, ma una sfida di coordinamento.

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Reti private 5G, mercato europeo a 3 miliardi nel 2024 visto a +54% annuo fino al 2031

Il mercato europeo delle private networks 5G ha raggiunto un valore di 3,08 miliardi di dollari nel 2024 ed è visto in crescita a 4,75 miliardi di euro nel 2025 per raggiungere un valore di 151 miliardi di dollari nel 2033, con un tasso di crescita annuo del 54% nel periodo 2025 – 2033. Secondo stime di Market Data Forecast, il mercato europeo delle private networks 5G sta vivendo una fase di grande trasformazione di pari passo con la rapida adozione di tecnologie Industry 4.0.

Mercati che tirano di più

Manufacturing, healthcare e logistica sono i settori a maggior tasso di crescita, con la crescente adozione di reti private 5G per l’automazione sempre più spinta degli impianti di produzione.

Secondo stime della GSMA, la Germania guida la classifica delle installazioni, con più di 500 licenze di spettro radio dedicato per uso locale da parte di imprese di vario tipo. Regno Unito e Francia seguono da vicino.

Secondo stime di Analysys Mason, il 60% delle aziende europee stanno già realizzando o quanto meno mettendo in cantiere l’adozione di reti private 5G nei prossimi 5 anni.

Banda 3,5 Ghz ad uso privato in diversi paesi

La banda a 3,5 GHz è assegnata all’uso privato in diversi paesi, tra cui Stati Uniti, Paesi Bassi e Svizzera. Negli Stati Uniti, la banda a 3,5 GHz è nota principalmente come Citizens Broadband Radio Service (CBRS) ed è utilizzata per le reti mobili private. I Paesi Bassi assegnano reti 5G private nella banda a 3,5 GHz da dicembre 2023. Anche la Svizzera sta rilasciando la banda 3,4-3,5 GHz per le reti 5G private.

Ecco una ripartizione più dettagliata:

Stati Uniti:

La FCC ha assegnato la banda a 3,5 GHz al CBRS, un sistema di spettro condiviso con livelli diversi per diversi utenti, tra cui licenze di accesso prioritario (PAL) per le reti private e accesso generale per gli altri.

Paesi Bassi:

I Paesi Bassi hanno assegnato porzioni specifiche della banda a 3,5 GHz alle reti 5G private in base all’ordine di arrivo.

Svizzera:

La Svizzera ha rilasciato la banda 3,4-3,5 GHz per le reti 5G private, consentendone l’implementazione.

Altri Paesi:

Diversi altri Paesi, tra cui Canada, Cile, Brasile e Colombia, hanno assegnato o stanno valutando l’assegnazione della banda 3,5 GHz per reti industriali private o 5G.

Driver principali delle reti private 5G

La crescente domanda di automazione industriale è un fattore primario di sviluppo di nuove reti private.

In Germania, ad esempio, BMW ha implementato una rete privata con un incremento del 20% dell’efficienza. Secondo stime il 70% dei produttori di auto sta esplorando le modalità migliori di applicazione delle private networks, con particolare attenzione a soluzioni IoT e alla bassa latenza garantita.

Il Digital Compass della Ue infine richiede che almeno il 75% delle imprese europee adotto tecnologie digitali avanzate entro il 2030.

Un altro grosso driver è il settore della salute, inteso soprattutto come telemedicina. I consulti da remoto sono cresciuti del 150% durante il Covid. Servono reti resistenti.

Le reti private 5G offrono la banda e l’affidabilità necessaria per teleconsulti con video ad alta risoluzione, chirurgia a distanza, strumenti diagnostici basati sull’AI.

Elementi frenanti

Uno degli elementi che maggiormente frenano la diffusione maggiore delle reti private 5G è il prezzo molto elevato di implementazione.

Secondo un report di Arthur D. Little, il prezzo per una rete privata 5G può oscillare fra un minimo di 1 milione ad un massimo di 5 milioni di euro, a seconda della scala e della complessità di installazione.

Un prezzo salato soprattutto per le PMI che rappresentano il 99% del tessuto industriale europeo.

C’è poi il costo di affitto dello spettro. In Germania ad esempio il prezzo è alto, circa mille euro per Mhz, che può crescere di pari passo con l’aumento dell’area da coprire.

  C’è poi il problema della frammentazione regolatoria sul fronte dello spettro radio europeo. Secondo stime dell’ETSI, mentre Germania e regno Unito hanno già un quadro ben definito sull’uso aziendale della banda 3,5 Ghz, altri paesi come Spagna e Italia sono ancora all’inizio nello sviluppo di politiche analoghe.

La mancanza di armonizzazione crea problemi soprattutto alle grandi multinazionali.

Possono volerci da sei mesi a due anni per ottenere l’uso dello spettro a seconda del paese.

Questo laddove la concorrenza degli operatori mobili, contrari da sempre a cedere porzioni di spettro, non impedisca del tutto l’uso privato delle frequenze.

Opportunità nelle zone rurali e negli ospedali sperduti

Le reti private 5G stanno trovando una grossa popolarità nelle aree rurali, dove la copertura è scarsa o assente. Ad esempio, in agricoltura vengono usate per l’agricoltura di precisione in zone periferiche dell’Olanda, oppure in ospedali di paesini sperduti in Svezia, dove permettono teleconsulti e monitoraggi a distanza che riducono del 40% il bisogno di visite in ospedale.  

Un’altra grossa opportunità di crescita è l’integrazione di reti private 5G all’edge computing. Un grosso rischio è al contrario l’esposizione delle private networks 5G ai rischi della cybersecurity.

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Vodafone trasforma la rete mobile britannica in una stazione meteo virtuale (video)

Il Gruppo Vodafone ha sviluppato un sistema innovativo che sfrutta la propria rete mobile come “sensore ambientale” per misurare con precisione le precipitazioni e prevederne l’impatto sul territorio, specialmente in aree ad alto rischio di alluvioni come il bacino del fiume Severn.
Questa tecnologia sfrutta la sensibilità delle onde elettromagnetiche utilizzate nelle telecomunicazioni, che vengono influenzate dalla presenza d’acqua nell’aria, alterando così la qualità del segnale tra le antenne.

In collaborazione con Wireless DNA, azienda specializzata nell’analisi dei segnali, Vodafone monitora le variazioni della qualità del collegamento wireless causate dalle precipitazioni. Questi dati vengono poi trasmessi alla River Severn Partnership, un ente composto da autorità locali come Shropshire, Gloucestershire, Herefordshire, Monmouthshire, Powys, Telford & Wrekin, Warwickshire e Worcestershire, responsabile della gestione ambientale e della prevenzione delle inondazioni nell’area.

Matt Smith, Programme Manager della River Severn Partnership Advanced Wireless Innovation Region (RSPAWIR), ha sottolineato come questo progetto sia perfettamente in linea con “l’obiettivo strategico di rendere più resiliente la rete idrica composta dai fiumi Severn, Wye, Warwickshire Avon e Teme, tutelando le comunità locali e stimolando una crescita economica sostenibile”.

Nick Gliddon, Direttore di Vodafone Business UK, ha evidenziato che “l’uso di questa tecnologia all’avanguardia permette non solo di migliorare le previsioni meteorologiche locali ma anche di mitigare efficacemente l’impatto degli eventi climatici estremi, sempre più frequenti e devastanti”.

L’iniziativa, finanziata con un investimento di 3,75 milioni di sterline dal Department for Science, Innovation and Technology e gestita dallo Shropshire Council, integra e potenzia i dati forniti dai sistemi tradizionali come radar e stazioni meteorologiche, aggiungendo un prezioso livello di osservazione al suolo, estremamente dettagliato e puntuale.

Questa innovazione, premiata come “Radical Breakthrough” dalla UK Telecoms Innovation Network, rappresenta un modello di applicazione concreta delle reti mobili nel monitoraggio ambientale e nella gestione delle emergenze climatiche, con benefici significativi per comunità e infrastrutture dell’intero Regno Unito.

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TAR del Lazio conferma due sanzioni AGCOM a WindTre per mancanza di trasparenza

Il TAR del Lazio ha respinto due i ricorsi di WindTre contro due delibere AGCOM, confermando le sanzioni per violazioni degli obblighi di trasparenza nei confronti dei clienti. Le decisioni riguardano pratiche scorrette nei costi di recesso applicati all’utenza business e la mancata trasmissione dell’informativa annuale prevista per tutti gli utenti.

Le due sentenze del Tar

Sentenza 7587, è relativa alla definizione di costi di recesso equi, proporzionati e trasparenti, e dunque censura le penali mascherate e il recupero del cd contributo di attivazione una tantum.

Sentenza 7580, è invece legata alle modalità con cui effettuare ogni anno la comunicazione annuale da parte degli operatori agli utenti. Questa sentenza è di particolare attualità perché a strettissimo giro dovrebbe concludersi la consultazione di AGCOM sulla trasparenza tariffaria e uno dei punti è proprio relativo ad una revisione della comunicazione annuale, per renderla più efficace e chiara per gli utenti

La prima sentenza, Costi di recesso non trasparenti per i clienti business

Con la sentenza n. 7587/2025, il TAR del Lazio ha confermato integralmente la delibera adottata da AGCOM nell’aprile 2021, che sanzionava WindTre per violazione degli obblighi di trasparenza tariffaria nei confronti della clientela business. Il ricorso presentato dall’operatore è stato rigettato, rendendo definitiva la sanzione da 896.000 euro.

Pratiche scorrette

Secondo quanto stabilito dall’Autorità, WindTre aveva applicato pratiche scorrette in merito ai costi di attivazione e recesso dei contratti per rete fissa e mobile. La normativa prevede che le condizioni contrattuali debbano garantire costi di recesso equi, proporzionati e trasparenti, senza mascherare penali (che non sono mai previste in caso di recesso) né imporre il recupero – integrale o parziale – dei contributi di attivazione una tantum. Inoltre, le spese di disattivazione o trasferimento devono essere chiaramente indicate per ciascuna offerta in maniera trasparente.

L’indagine, su segnalazione di Iliad, ha evidenziato come, in caso di recesso anticipato, WindTre addebitasse ai clienti business le quote residue del contributo di attivazione, contravvenendo alle disposizioni. Le spese di disattivazione e trasferimento non risultavano indicate in modo chiaro per ciascuna offerta.

Costi di recesso non trasparenti per i clienti business
Diversi esempi pratici, contenuti nella delibera AGCOM del 2021 avevano documentato le pratiche oggetto della sanzione:

  • Mobile business – offerta “Super Unlimited”: l’attivazione era promossa a 10 euro invece dei reali 90 euro. Gli 80 euro “scontati” venivano riaddebitati in caso di recesso anticipato.
  • Fisso business – offerta “Smart Office FTTC/FTTH”: l’attivazione era proposta in promozione a 96 euro anziché 146. Tuttavia, in caso di recesso prima dei 24 mesi, le rate residue aumentavano da 4 a 6 euro l’una, reintegrando di fatto lo sconto iniziale.

La seconda sentenza, Mancata informativa annuale ai clienti

Con la sentenza n. 7580/2025, il TAR del Lazio ha confermato anche una seconda sanzione inflitta da AGCOM a WindTre, relativa alla mancata trasmissione dell’informativa annuale obbligatoria a tutti i clienti. Anche in questo caso, il ricorso dell’operatore è stato respinto, rendendo definitiva la sanzione da 174.000 euro.

Alla base della sanzione la mancata trasmissione dell’informativa annuale prevista dal regolamento. Questa prevede che ogni utente riceva almeno una volta all’anno, in forma scritta (SMS o email), un riepilogo chiaro dell’offerta attiva, così da poterla confrontare con altre presenti sul mercato (le offerte devono essere confrontabili).

WindTre, secondo gli accertamenti, non inviava direttamente l’informativa, ma rimandava i clienti all’app o all’area personale online. Il TAR ha ritenuto inadeguata tale pratica, perché non risponde al requisito dell’invio proattivo previsto dalla normativa.

Nel procedimento è intervenuta Iliad Italia, come operatore segnalante, sostenendo che la condotta di WindTre ostacolava la concorrenza.

Alla luce della decisione del TAR, si rafforza l’esigenza di uniformare, per tutti gli operatori, modalità e contenuto dell’informativa annuale da inviare agli utenti. Secondo quanto filtra dall’Autorità, la consultazione, che include anche misure in materia di CLI spoofing e bollini 5G, dovrebbe concludersi entro fine aprile 2025.

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Poste Italiane, nuovo record per il titolo che supera i 17 euro

Le turbolenze del mercato finanziario mondiale non sembrano in grado di fermare il trend positivo del Gruppo Poste Italiane, che ha chiuso a 17,090 euro (+0,92%).

Un nuovo record storico dall’IPO dell’ottobre 2015. Il titolo ha infatti superato per la prima volta la quota di 17,00 euro e ha raggiunto anche il nuovo record di capitalizzazione (market cap) toccando i 22,32 miliardi di euro.

Il rialzo registrato nel mese di aprile è per il momento pari a +3,62%, mentre da inizio 2025 siamo già ad un +25%

Da sinistra l’Amministratore Delegato Matteo Del Fante e il Direttore Generale Giuseppe Lasco

Un trend come detto più che positivo che dura, in pratica, dal 2017 ad oggi, cioè da quando Matteo Del Fante è diventato amministratore delegato del Gruppo.

Per il 2025, le prospettive rimangono positive. Si stima una tendenza al rialzo nei prossimi mesi, con la possibilità di raggiungere i 18,05 euro a settembre e 18,56 euro a ottobre. Queste stime riflettono una crescita costante, supportata dalle solide performance finanziarie dell’azienda e dalle strategie di espansione nei settori finanziario e assicurativo.

Poste ha dimostrato una solida crescita nel 2024 e si prepara ad affrontare l’anno in corso con prospettive più che favorevoli, sostenute da un piano strategico finalizzato alla crescita e alla creazione di valore, ancorate a pillar solidi: innovazione, digitalizzazione e decarbonizzazione.

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Il cloud non è più dove pensi. Il 2025 segna l’inversione di rotta

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Il 2025 potrebbe essere ricordato come l’anno in cui molte aziende hanno cominciato a tornare indietro rispetto al cloud pubblico. Non per sfiducia nella tecnologia, ma per un’esigenza crescente di controllo, costi prevedibili e sistemi più integrati.

Secondo il Parallels Cloud Survey 2025, l’86% dei responsabili IT sta valutando (o ha già deciso) di spostare carichi di lavoro fuori dal cloud pubblico. Di questi, un 45% guarda al ritorno a soluzioni interne, mentre un altro 27% punta su una combinazione tra locale e remoto. In pratica, quasi tre aziende su quattro stanno ripensando da capo la propria infrastruttura digitale.

È un cambio di rotta netto: dal “tutto sulla nuvola” alla scelta mirata, dove non decide più l’entusiasmo per la virtualizzazione totale, ma considerazioni molto più concrete. Le motivazioni? Prestazioni altalenanti, spese difficili da prevedere, poca trasparenza nella gestione. Anche chi resta nel cloud preferisce spesso distribuire i servizi tra più fornitori, per evitare dipendenze e aumentare l’affidabilità. Solo il 2% dichiara di mantenere tutto sui propri server, ma il dato chiave è che la corsa cieca verso il cloud si è ufficialmente fermata.

Lavoro da remoto? Sì, ma la sicurezza vacilla

Altro che ritorno in ufficio: l’84% delle aziende continua a permettere il lavoro da remoto, almeno nei ruoli compatibili. E non si tratta solo di flessibilità per i dipendenti. È un asset strategico che spinge le imprese ad adottare strumenti per l’accesso sicuro a desktop e applicazioni a distanza, come le scrivanie virtuali o le soluzioni di accesso remoto. Ma questa scelta ha un prezzo: più dispositivi da controllare, più reti da sorvegliare, più punti di attacco per i criminali informatici.

Il report mette nero su bianco le nuove priorità dell’IT: la gestione degli accessi per chi lavora da remoto è il problema più citato, seguita dalla complessità crescente nella protezione dei dispositivi e dalla necessità urgente di formare il personale. Aumentano anche i casi di ransomware e phishing, perché i malintenzionati si adattano velocemente ai nuovi contesti. E non è solo questione di tecnologia: serve una cultura della sicurezza che coinvolga tutti, perché sapere riconoscere una mail sospetta, aggiornare regolarmente i propri strumenti, proteggere l’ambiente in cui si lavora sono tutti piccoli gesti, ma che fanno la differenza.

Chi gestisce le reti aziendali lo sa bene: garantire l’operatività da remoto è diventato imprescindibile, ma farlo in sicurezza richiede regole chiare, strumenti adeguati e personale formato. Nessuna scorciatoia, solo buon senso e investimenti mirati.

Soluzioni virtuali, problemi concreti: cambiare fornitore è la nuova normalità

Più della metà delle aziende intervistate – il 58% – sta cercando un nuovo sistema per gestire desktop e applicazioni da remoto. Il motivo? Le soluzioni attuali, come i desktop virtuali o i servizi di accesso remoto, si stanno rivelando spesso troppo costose, poco integrate o inadatte alle esigenze reali. I problemi principali segnalati dai responsabili IT sono la necessità di troppe risorse per il funzionamento, la scarsa centralizzazione dei controlli, ma anche una complessità tecnica eccessiva che frena l’efficienza operativa.

Cambiare piattaforma, però, non è mai una passeggiata. Serve tempo, serve un’analisi comparativa approfondita e, soprattutto, serve capire quale soluzione offre il miglior rapporto tra costi, performance e supporto. Per questo, anche nel mondo delle infrastrutture virtuali, sta crescendo l’uso di strumenti nati per confrontare offerte in modo rapido e trasparente. Se in ambito energia o connessioni internet un comparatore come SOSTariffe.it può aiutare a scegliere con criterio, lo stesso approccio può valere per chi vuole valutare i costi dei servizi gestiti o delle soluzioni cloud: mettere a confronto tariffe, funzioni incluse, vincoli contrattuali e assistenza diventa fondamentale, soprattutto in un mercato in piena trasformazione.

Il punto non è solo cambiare fornitore, ma farlo con consapevolezza, senza restare ostaggi di sistemi obsoleti o tariffe fuori scala, perché la virtualizzazione non dovrebbe mai tradursi in una trappola.

Più budget per la sicurezza, ma senza cultura resta tutto fragile

L’allarme è chiaro: 88% delle aziende aumenteranno il budget per la sicurezza informatica nel 2025, e quasi una su due lo farà in modo significativo. Il problema è che non basta comprare software per sentirsi al sicuro. Gli attacchi informatici diventano sempre più sofisticati, e mentre il 39% degli intervistati teme soprattutto ransomware e malware, un altro 37% indica come principale preoccupazione le falle nei servizi cloud. Il dato più inquietante, però, è che il 42% ha già subito una violazione nell’ultimo anno.

Certo, la difesa di base è quasi ovunque: oltre il 91% usa firewall, il 70% ha antivirus, il 66% ricorre a VPN. Ma poi si scopre che solo l’11% delle aziende forma attivamente i dipendenti sui rischi digitali. Eppure, secondo il report, l’errore umano è al terzo posto tra le cause di incidente, con password deboli e disattenzioni che aprono la porta a intrusioni evitabili. Peggio: solo il 6% usa tecniche come l’isolamento del browser per proteggere l’accesso alle applicazioni online, una misura ormai fondamentale quando si usano decine di strumenti SaaS al giorno.

Le tecnologie servono, eccome. Ma senza una cultura diffusa della sicurezza – fatta di formazione, buone pratiche, strumenti semplici da usare ma ben configurati – il rischio è costruire castelli con le finestre spalancate. E oggi nessuna azienda può più permettersi di ignorarlo.

Tra frammentazione e consapevolezza: il cloud nel 2025 cerca equilibrio

Per concludere, il cloud non è più una scelta binaria. Lo confermano i dati: solo il 14% delle aziende intervistate intende mantenere tutti i carichi nel cloud pubblico. Tutte le altre stanno cercando un modello più flessibile, fatto di combinazioni tra servizi remoti, infrastrutture locali, app in cloud e software installati. Anche tra chi ha già abbracciato il cloud da tempo, cresce la tendenza a riprendere in mano il controllo: multi-cloud, hybrid cloud, on-premise selettivo. Un patchwork di soluzioni che rispecchia le esigenze – sempre più frammentate – delle imprese moderne.

Dietro questa complessità, però, c’è una maturazione evidente. Le aziende non vogliono più rincorrere mode o slogan. Vogliono risposte chiare, soluzioni trasparenti, integrazione reale con i sistemi che già usano. E, soprattutto, vogliono infrastrutture che reggano nel tempo, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche economico, normativo, operativo. Il 2025 segna, in fondo, la fine del cloud come parola magica. E l’inizio di una fase in cui ogni scelta deve avere senso, per davvero.

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Telemarketing selvaggio, Pastorella (AZ): ‘Bene la soluzione Agcom. Ma serve raccordo con il Parlamento’

“Accogliamo con favore l’annuncio del nuovo filtro anti-spoofing presentato da Agcom al ministro Urso durante il tavolo al Mimit svolto ieri. È un segnale importante dell’attenzione che le istituzioni stanno finalmente dedicando al contrasto del telemarketing selvaggio, un fenomeno che da troppo tempo danneggia i cittadini e ne mina la fiducia.”
Lo dichiara la deputata di Azione Giulia Pastorella, firmataria di una proposta di legge specifica contro il cosiddetto CLI spoofing.

Diverse soluzioni anti-spoofing allo studio dell’Agcom

“Durante le recenti audizioni, ci era stato indicato che Agcom stesse esplorando diverse soluzioni tecnologiche per contrastare lo spoofing, non solo un singolo software,” aggiunge Pastorella. “Per questo auspico che la scelta finale resti aperta a più approcci tecnici, per garantire flessibilità e resilienza nel tempo.”

Diversi paesi hanno adottato soluzioni diverse fra loro. C’è una pletora di soluzioni che vanno da quella francese a quella finlandese passando per quella americana. Perché limitarsi a sceglierne una soltanto?
“È fondamentale – prosegue Pastorella – che questo percorso proceda in pieno raccordo con il Parlamento, dove è in discussione la proposta di legge Longi. Siamo in procinto di depositare un emendamento che punta a integrare nella legge un riferimento al lavoro tecnico dell’Agcom, affinché le norme legislative e l’implementazione tecnica viaggino coerentemente e con efficacia. Mi auguro che possa essere accolto.”

Ieri l’Agcom ha illustrato al ministro del Mimit Adolfo Urso un solo filtro anti-spoofing al tavolo tecnico sul telemarketing che si è tenuto al ministero. L’autorità sta svolgendo una consultazione per individuare le soluzione tecnologica più adeguate per contrastare il fenomeno dello spoofing.

Questa soluzione tecnologica dovrà essere integrata nella proposta di legge sul riordino del settore in discussione in Parlamento, e gli strumenti individuati per contrastare il fenomeno dello spoofing nel ciclo di audizioni sono molteplici. Anche in vista di futuri sviluppi e cambiamenti ed evoluzioni delle forme di spoofing, la richiesta è di non limitarsi ad un’unico software anti-spoofing, ma di lasciare agli operatori la possibilità di scegliere il più adeguato fra diversi strumenti anti-spoofing disponibili.

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Italia 1 Giga, corsa contro il tempo per salvare i fondi del PNRR. ‘Soluzione Fitto’?

Revisione del Piano Italia 1 Giga sempre più urgente per non perdere i fondi del PNRR. Revisione che per entrare in atto ha bisogno del via libera, tutt’altro che scontato, della DigiComp della Commissione Ue, giudice ultimo di ogni cambiamento del piano. Fondi complessivi pari a circa 3,4 miliardi di euro per la copertura di 3,4 milioni di civici nelle aree grigie del Paese, già dimezzati rispetto ai 6,8 milioni previsti in origine dopo diversi tagli successivi: dopo la fase di walk in si è constato sul campo che il numero complessivo di civici da coprire è diminuito del 45% perché inesistenti o errati. La copertura è in ritardo e il Governo sta decidendo come procedere. Ci sono interlocuzioni in corso con gli stakeholder, sotto la regia del Dipartimento per la Trasformazione Digitale, ma serve una decisione in tempi rapidi sulla linea da tenere a Bruxelles.

Rischio penali

Il rischio è quello di perdere parte dei fondi. Ma non soltanto. Oltre il danno potrebbe giungere la beffa delle penali. Il conto da pagare per ogni civico non coperto è di mille euro e secondo le ultime stime di Open Fiber sarebbero 600mila i numeri civici “che ballano”, secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore. Di conseguenza, le penali potenziali potrebbero ammontare a circa 600 milioni di euro.

Ma è troppo presto per fasciarsi la testa. Ci sono ancora diverse cose che il Governo può fare per evitare il peggio e trovare una via d’uscita.

Intanto, ieri si è tenuta una riunione con le parti in causa al Dipartimento per la Trasformazione Digitale, rende noto il Sole 24 Ore, dalla quale è emerso il quadro complessivo attuale.

La situazione di Open Fiber

Open Fiber, detentrice di otto lotti del Piano Italia 1 Giga, ha ribadito che non riuscirà a coprirli tutti entro la scadenza di giugno 2026.

Tuttavia, la richiesta di subentro in alcuni lotti di Open Fiber da parte di Fibercop, che con una missiva al Governo del 2 aprile si era offerta di rilevare i lotti della concorrente controllata da CDP (60%) e Macquarie (40%) per salvare i fondi del PNRR, è stata rifiutata da Open Fiber. Questa opzione è impraticabile perché i lavori sono già stati avviati ovunque. Le due reti inoltre sono diverse fra loro dal punto di vista tecnico. Certo, anche Bruxelles terrà conto delle frizioni fra i competitor.

A fine marzo i lotti coperti da Open Fiber sono 926mila a fronte di 2,1 milioni di civici complessivi da coprire. Il totale dei civici “che ballano” è 600mila. Il che equivarrebbe al taglio di 340 milioni dei fondi, questa la cifra circolata, che potrebbe però teoricamente più che raddoppiare, visto che i civici da tagliare sono anche quelli più costosi da raggiungere.

Come uscirne?

Open Fiber propone due strade: da un lato, la revisione dei target con la riduzione del numero di civici da coprire ad un totale di 1,5 milioni. Dall’altro, la possibilità di sforare i termini del PNRR a giugno 2026 attraverso la cosiddetta “soluzione Fitto”, che prevederebbe di finanziare con altri fondi Ue la copertura dei 600mila civici in questione.       

PNRR: Fitto, ‘possibile adeguare programmi per completare piano’

“Siamo nella fase finale del Pnrr, quindi è giusto che in questo contesto ci sia la possibilità di poter utilizzare questo strumento per adeguare i programmi alla fase finale che è quella che ci porterà al completamento del piano”. Così Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea per la coesione e le riforme, ieri sera a margine di un incontro con il presidente del Piemonte, Alberto Cirio, e la giunta regionale per un confronto sui fondi europei. “Nella comunicazione che ho presentato in Commissione – ha ricordato Fitto – si parla anche della possibilità di spostare dei progetti Pnrr, una scelta che faranno gli Stati membri nell’ambito della coesione e questa è una scelta libera. Il Pnrr segue un suo iter perché l’eventuale sua rimodulazione è un aspetto differente dalla coesione, c’è un regolamento specifico che prevede la possibilità per gli Stati membri di revisionare i piani”.

‘Soluzione Fitto’, come si applica a Italia 1 Giga?

Cosa tutto ciò significhi in concreto e applicato al Piano Italia 1 Giga è da capire.

Cosa si intende concretamente, che un’eventuale rimodulazione del Piano 1 Giga implica il trasferimento automatico de facto dei civici “che ballano” sotto un altro programma di finanziamento Ue?

Ma in questo caso i termini del Piano Italia 1 Giga (connettività ad almeno 1 Gbit/s in download e 200 Mbit/s in upload) resterebbero comunque cogenti?

Sarebbero fissate nuove milestone, semplicemente procrastinando il termine dei lavori, con lo stesso procedimento anche in termini di penali dei fondi del PNRR?  

Sarebbe indetta una nuova gara per l’assegnazione della copertura dei civici “che ballano”, aperta anche ad altri player, azzerando così l’assegnazione originaria?

Si aprirebbe anche ad altre tecnologie, in primis al satellite per non escludere a priori Starlink e altri operatori satellitari?

Tutti quesiti aperti. Una nuova riunione per fare il punto al Dipartimento per la Trasformazione Digitale sarà convocata dopo Pasqua. Tocca al Governo decidere quale strada seguire a Bruxelles. Anche perché un altro rischio è che i fondi del PNRR non utilizzati vengano dirottati su altre voci di spesa giudicate più urgenti, come la Difesa comune.  

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Fibercop, Agcom avvia consultazione su status di operatore wholesale ony. Giomi contraria: ‘Indipendenza da Tim ancora da chiarire’

Il Consiglio dell’Agcom ha avviato, con il voto contrario della Commissaria Elisa Giomi, la consultazione pubblica sulla verifica della sussistenza per FiberCop delle condizioni di operatore wholesale only (impresa attiva esclusivamente sul mercato all’ingrosso), ai sensi dell’articolo 91 del Codice delle comunicazioni elettroniche.

Ad oggi, dopo la cessione della rete Tim a KKR, l’autorità presieduta da Giacomo Lasorella non ha ancora potuto attribuire a Fibercop lo status di operatore wholesale only (che garantisce una serie non indifferente di alleggerimenti regolatori secondo il nuovo Codice delle comunicazioni elettroniche).

La consultazione Agcom si inserisce nel procedimento di analisi dei mercati avviato dall’Autorità con la delibera n. 315/24/CONS, a seguito della separazione strutturale della rete fissa di accesso di TIM e ne costituisce parte integrante.

L’Autorità è tenuta a verificare, ai sensi dell’art. 91 del Codice, se FiberCop S.p.A. possiede le caratteristiche per essere qualificata come impresa wholesale only al fine di definire il conseguente regime regolamentare.

“Considerato che tale verifica costituisce un prerequisito della proposta regolamentare, e che viene svolta per la prima volta con riferimento al mercato italiano, l’Autorità ha ritenuto opportuno acquisire preliminarmente il posizionamento degli operatori interessati su tale tematica per poi, successivamente, sottoporre a consultazione pubblica l’intera proposta di provvedimento di analisi di mercato”, si legge nella nota dell’Autorità.

In altre parole, prima di procedere con la nuova analisi di mercato, l’Agcom vuole capire cosa ne pensano gli operatori con una consultazione preventiva, per poi mettere a consultazione pubblica l’intera proposta di analisi di mercato.  

La consultazione pubblica con gli operatori avrà una durata di 30 giorni dalla data di pubblicazione del provvedimento.

L’Autorità acquisirà contestualmente il parere dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM) e avvierà, ad esito della consultazione, l’interlocuzione con la Commissione europea.

Master Service Agreement già sotto indagine Antitrust

Il Master Service Agreement che regola i rapporti fra Tim e Fibercop è peraltro già sotto indagine dell’Antitrust, che ha avviato il procedimento a fine 2024 e che si chiuderà soltanto alla fine del 2026. Il Master Service Agreement è un contratto che stabilisce le condizioni per la fornitura di servizi. In particolare, definisce i diritti e gli obblighi di entrambe le parti, i costi e le tempistiche. 

Ma cosa prevede il Master Service Agreement? Il contratto fra le parti prevede l’impegno di FiberCop a fornire in esclusiva a TIM i servizi di accesso all’ingrosso, passivi e attivi, per 15 anni, rinnovabili in automatico per altri 15 anni.

Fibercop operatore wholesale, Giomi (Agcom): ‘Decisione affrettata e documentazione carente: troppi dubbi sull’indipendenza da Tim’

 Nel corso dell’iter sull’analisi coordinata dei mercati dei servizi di accesso alla rete fissa, la Commissaria Agcom Elisa Giomi ha espresso voto contrario alla proposta di attribuire in via anticipata a FiberCop lo status di operatore wholesale only.

“Una scelta, quella dell’Autorità, che solleva perplessità sia nel merito che nel metodo. Procedere a una valutazione così delicata senza un’istruttoria completa e dettagliata, ma suddividendo il processo in fasi separate, appare metodologicamente incoerente e forse non rispettoso del Codice europeo delle Comunicazioni Elettroniche” – dichiara in una nota la Commissaria al termine della riunione – “L’analisi di mercato, specie in ambiti strategici come quello dell’accesso alla rete, richiede uno sguardo d’insieme: serve valutare non solo la struttura dell’offerta e lo status di dominanza delle imprese, ma anche i comportamenti di consumo degli utenti”.

“Nel caso specifico, è stato svolto un lavoro notarile per escludere la presenza di clausole di esclusiva, ma resta ancora da chiarire il reale grado di indipendenza tra TIM e FiberCop, tanto sotto il profilo operativo quanto sotto quello economico” prosegue Giomi. I vincoli contrattuali e la durata degli accordi, indicati nel Master Service Agreement tra TIM e FiberCop e già sotto esame da parte dell’AGCM, sollevano criticità concorrenziali e più di un dubbio sull’autonomia effettiva delle due realtà. In altre parole, i rischi di un’interdipendenza strutturale, potenzialmente in grado di alterare la concorrenza, sono tutt’altro che fugati”.

Giomi: ‘Come si fa a deliberare senza documenti chiave come il Master Service Agreement’

Entrando poi nel metodo che ha condotto alla decisione: “Resta del tutto incomprensibile come decisioni tanto incisive possano essere adottate senza aver nemmeno preso visione integrale di documenti chiave come lo stesso Master Service Agreement tra TIM e FiberCop. Nonostante le procedure interne prevedano di corredare gli schemi di delibera con tutta la documentazione necessaria ad una compiuta valutazione del Consiglio, l’MSA è stato escluso dal fascicolo e quando ne ho chiesto ragione mi è stato detto che trattasi di documentazione “super riservata” che l’Autorità non può pubblicare – eludendo palesemente il senso della mia richiesta – e che sarei dovuta andare io a consultarlo presso i nostri Uffici. La mia proposta di allegare al fascicolo il Master Service Agreement tra TIM e FiberCop per consentirne la visione all’intero Consiglio, è stata bocciata”. 

 E conclude: “Alla luce di queste criticità, ho ritenuto necessario esprimere un voto contrario. Mi auguro che in futuro l’Autorità ripristini una linea di rigore e coerenza, basando ogni valutazione su un’analisi completa e approfondita, capace di garantire la certezza del quadro regolatorio e la tutela effettiva della concorrenza in un mercato che deve restare aperto e non discriminatorio”. 

I profili potenzialmente restrittivi dell’MSA secondo l’AGCM: 30 anni tempistica eccessiva e sconti a volume

L’AGCM, avviando il suo provvedimento alla fine del 2024, ha individuato alcuni punti potenzialmente restrittivi della concorrenza insiti nel MSA:

“…30. Tuttavia, l’MSA presenta alcune clausole e previsioni che potrebbero risultare esorbitanti rispetto alle suindicate esigenze di continuità aziendale e, soprattutto, potrebbero condurre ad ingiustificati effetti restrittivi della concorrenza, anche alla luce dell’importante posizione concorrenziale che le Parti ricoprono ciascuna nel rispettivo mercato di competenza.

31. Quale primo fattore di preoccupazione, emerge immediatamente come la durata dell’esclusiva di fornitura a favore di FiberCop sia molto lunga, giungendo de facto fino a trent’anni, un tempo quindi eccessivo rispetto all’esigenza di assicurare la continuità delle forniture di servizi di accesso all’ingrosso.

32. La durata (effettiva) di trent’anni dell’esclusiva di fornitura rischia di rendere vincolato a vantaggio di FiberCop (e a detrimento delle possibilità di crescita competitiva dei concorrenti di FiberCop) circa il 40% della domanda di servizi di telefonia fissa totale. È necessario valutare se la durata dell’esclusiva idonea a non pregiudicare la concorrenza contempli un intervallo temporale inferiore a trent’anni; e questo anche in considerazione del fatto che il contratto MSA insista tra il primo operatore dei servizi di telefonia al dettaglio (TIM è il primo operatore anche nell’offerta di servizi per le clientele affari e PA, oltreché per la clientela residenziale) e il leader di mercato dell’offerta di servizi di accesso all’ingrosso (FiberCop).

33. Un secondo fattore di criticità potrebbe derivare dalla previsione di sconti a volume. Se da un lato questi sconti sono offerti anche ad altri operatori su basi non discriminatorie, dall’altro lato si rileva che le soglie di quote di mercato previste dall’MSA per accedere agli sconti potrebbero essere raggiungibili solo da TIM. Rileva inoltre che, al fine di ottenere gli sconti, l’operatore dovrà scegliere un servizio di accesso attivo, il VULA FTTH, peraltro proprio nel momento in cui l’offerta di servizi passivi (Gpon e semi-Gpon) di FiberCop non è più soggetta al controllo dei prezzi con orientamento ai costi bensì soltanto a criteri di equità e ragionevolezza”.

“…40. Pertanto, in conclusione, si ritiene che la lunga durata contrattuale del MSA e l’esclusiva di fornitura estesa anche [omissis] che realizzerà FiberCop, unitamente al meccanismo legante dovuto allo sconto a volume, potrebbero cristallizzare le posizioni di primazia di FiberCop e TIM nei rispettivi mercati, con rischi di foreclosure rispetto agli altri operatori all’ingrosso, ai quali sarebbe preclusa per lungo tempo la cospicua domanda di accessi di TIM, e vantaggi competitivi ingiustificati rispetto ai concorrenti di TIM nel mercato dei servizi al dettaglio. 9 [Cfr. Delibera dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni n. 114/24/CONS del 30 aprile 2024.]

41. TIM avrebbe accesso, per tutta la durata del MSA, a livelli di prezzo dei servizi di accesso più bassi di quelli a cui potrebbero mirare gli operatori più dinamici sotto il profilo concorrenziale, ossia i nuovi entranti e gli operatori di minori dimensioni che volessero perseguire una strategia di crescita nel mercato al dettaglio ma che non hanno la provvista di clientela atta ad accedere allo stesso livello di scontistica”…”.

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