Perché gli operatori bocciano i nuovi listini di FiberCop

I principali operatori italiani – Fastweb + Vodafone, WindTre, iliad e Sky – contestano aspramente gli aumenti dei prezzi di accesso all’ingrosso alla rete di FiberCop, che ha pubblicato i nuovi listini, al vaglio dell’Agcom, il 16 aprile scorso.

Cosa chiedono gli operatori

Gli operatori hanno preso carta e penna chiedendo una correzione del listino all’Agcom, auspicando che l’autorità riapra il dossier valutando il ripristino di obblighi regolatori più stringenti.

Gli operatori, quindi, bocciano il primo test per FiberCop in veste di fornitore ‘wholesale only’, accusato di utilizzare pro domo sua il monopolio su parte della rete (più del 50%) e de-regolamentazione sfruttati per alzare i prezzi.

Sotto esame gli impatti del modello “wholesale only” approvato dal regolatore. La tesi degli operatori: gli aumenti sono ingiustificati e hanno forti implicazioni anticoncorrenziali.

Le principali criticità individuate sono:

1. Aumenti concentrati dove FiberCop è in monopolio. Gli incrementi riguardano in particolare le aree (grigie) e i servizi dove Fibercop esercita un monopolio, che secondo gli operatori avviene su più del 50% del territorio: canoni fibra nelle aree grigie, canoni per servizi rame e servizi legacy (co-locazione, disattivazione dei servizi, utilizzo dei system) ovvero servizi per i quali gli operatori non hanno alternative.

Effetto lock-in

2. Effetto “lock-in” sulle migrazioni. Contributi di disattivazione del rame aumentati fino al 500% (aumenti maggiori se si passa a reti FTTH del concorrente Open Fiber). Disincentivi a migrare verso la fibra e barriera economica quasi “insormontabile” al cambio di operatore. Contrariamente a quanto sostenuto da Fibercop, secondo gli operatori i nuovi prezzi disincentivano la migrazione verso reti in fibra, aumentando in modo rilevante il prezzo per “spegnere” la rete in rame, oltre a creare una barriera ancora più alta se il passaggio alla rete in fibra è a favore dell’operatore concorrente Open Fiber.

Servizi passivi più cari

3. Servizi passivi resi più costosi.  Fibra spenta, co-location e Semi-VULA: gli aumenti più sostenuti impattano l’utilizzo di fibra spenta e altri servizi necessari a costruire infrastrutture alternative, penalizzando chi vuole costruire propri servizi end-to-end e spingendo gli operatori ad acquistare il servizio attivo da FiberCop.

La disattivazione del rame e della fibra è un software scatta che scattando cancella la configurazione di un circuito. Di lì in poi il cliente è per così dire morto. Se invece si tratta di un circuito passivo, un addetto va a staccare il doppino o la permuta fibra.

Per entrambi i casi, come si giustificano gli aumenti?

Indicizzazione all’inflazione

4. Indicizzazione all’inflazione. Introdotta una clausola di adeguamento automatico: aumenti permanenti anno-su-anno, anche su infrastrutture già ammortizzate che esistono da tempo.

Gli aumenti oltre a non essere “neutri” non hanno nessuna connessione con i costi sottostanti.

FiberCop stessa ha dichiarato un WACC (costo medio ponderato del capitale) del 6,32% (vs 7,49% usato precedentemente da Agcom). Ovvero: costo del capitale inferiore che rispecchia rischio minore: i prezzi dovrebbero scendere, invece salgono.

Incentivi anticoncorrenziali

Agcom ha allentato la regolazione perché FiberCop si è presentata come operatore wholesale only neutrale. I primi listini, secondo gli operatori, dimostrano invece che gli incentivi anticoncorrenziali esistono ancora e che FiberCop è in grado di sfruttare la propria posizione monopolistica per estrarre una rendita.

Gli operatori non chiedono soltanto una correzione del listino, ma auspicano che Agcom riapra il dossier e valuti il ripristino di obblighi regolatori più stringenti. In definitiva, considerano gli aumenti ingiustificati nonché fonte di incertezza e di uno shock immediato per il mercato.

FiberCop ha già replicato, rispedendo al mittente le accuse degli operatori, sostenendo che i prezzi del listino restano i più bassi d’Europa.

Vedremo come andrà a finire l’analisi dell’Agcom, tenuto conto che il 16 settembre è prevista la pubblicazione dei nuovi listini.

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La Linea 1 entra nell’era della connettività: Napoli accende il 4G e il 5G in metropolitana

Napoli compie un nuovo passo verso la trasformazione digitale. Da oggi la copertura mobile 4G e 5G è disponibile lungo l’intero percorso della Linea 1 della metropolitana, consentendo ai passeggeri di restare connessi senza interruzioni anche nelle gallerie e nelle stazioni sotterranee.

L’attivazione del servizio è stata celebrata martedì 30 giugno con una videochiamata effettuata dalla stazione Municipio dall’assessore comunale alla Transizione Digitale e Smart City, Valerio Di Pietro. A seguire si è svolto il convegno “Connessi al futuro”, promosso da Cellnex con il patrocinio del Comune di Napoli, in collaborazione con ANM e organizzato da Key4Biz.

L’intervento rappresenta molto più di un semplice miglioramento della copertura telefonica. La nuova infrastruttura digitale costituisce infatti la base tecnologica sulla quale potranno svilupparsi nuovi servizi per la mobilità, la sicurezza, il turismo e la gestione intelligente della città.

La connettività come primo tassello della smart city

Per l’assessore Valerio Di Pietro l’attivazione del servizio segna un cambio di paradigma.

“Questa mattina abbiamo fatto una ottima prova dimostrativa di questa connessione 4G e 5G. Fare una videochiamata fino a qualche giorno fa era impensabile. Si tratta di un tassello importante nel percorso di digitalizzazione, che consente agli utenti di poter fruire meglio del trasporto metropolitano per motivi di svago, lavoro e turismo. Avere connettività per quella mezz’ora che stai in banchina e in treno è importante – dice l’assessore – Importante anche per ragioni di sicurezza e questioni di emergenza. Oggi all’interno della Linea 1 è possibile”.

Si tratta quindi di un assaggio importante per i cittadini ma anche per l’amministrazione di Napoli e per tutta la rete. “Perché si consente di usare la connettività e nell’immaginare una smart city del futuro è l’infrastruttura più importante per aggiungere in futuro altri sistemi hardware. Primo passo per una Napoli smart city del futuro e marcare un cambio di passo sostanziale per queste tematiche”.

L’infrastruttura invisibile che abilita i servizi

Il ruolo dell’infrastruttura è stato al centro dell’intervento di Federico Protto, presidente e amministratore delegato di Cellnex Italia, che ha evidenziato come il valore del progetto stia proprio nella sua capacità di rendere la tecnologia “invisibile” agli utenti. “Quello che noi abbiamo abilitato è una tecnologia. Ieri sono entrato in metropolitana, non ho visto le tecnologie ma in compenso le tecnologie ci sono eccome e il 4G e il 5G è ottimo, c’erano 150 persone in banchina e fruivano tutte di una connettività ottima. Tutto ciò permette un’esperienza senza interruzioni da quando siamo fuori a quando entriamo in banchina e anche sul treno. E sul treno la copertura è anche migliore, essendoci una copertura dedicata”.

Protto (Cellnex Italia): “Nelle nostre città italiane copertura in metropolitana meglio di Londra”

Il tutto considerato che la copertura nei tunnel della metropolitana è complessa e I’impatto visivo dei DAS (Distributed Antenna System) è stato minimo: “E’ un impianto multi operatore, neutrale, noi siamo il neutral host aperto a tutti gli operatori – aggiunge Protto – Napoli è una città a forte vocazione turistica: i turisti si aspettano questa copertura, così come i cittadini. Lasciamenti dire con una punta di orgoglio che nelle principali città italiane abbiamo questo tipo di copertura, mentre in una città come Londra non c’è la copertura in metropolitana, quindi è un orgoglio italiano che le nostre grandi città siano coperte”.

Napoli si pone così all’avanguardia anche relativamente ad altre aree del digitale come il supercomputer, il gemello digitale e la prima smart road in Italia realizzata in tangenziale. “La base è la copertura 4G e 5G di alto livello, il prossimo passaggio per Cellnex sarà la Linea 6. Sicuramente il sistema di connettività è il sistema nervoso con cui possiamo abilitare tutti i servizi, sono orgoglioso che Napoli sia all’avanguardia”.

Dal PNRR ai nuovi servizi digitali

Per Marco Bellezza, amministratore delegato di di Eutalia, in rappresentanza del Dipartimento per la Trasformazione Digitale, la conclusione del PNRR apre una nuova fase: quella della valorizzazione delle infrastrutture realizzate. “Stamattina siamo arrivati a 9mila e passa scuole connesse, superando il target del PNRR – dice Bellezza – Nell’ambito del digitale il PNRR la connettività è stata una parte cospicua. Tanti operatori si sono impegnati a creare il substrato tecnologico per abilitare nuovi servizi. I dati della Commissione europea mostrano che negli ultimi cinque anni l’Italia ha registrato un trend positivo nella digitalizzazione.”

ANM: Sicurezza, mobilità e nuovi servizi

Dal punto di vista di Azienda Napoletana Mobilità (ANM), dell’azienda che gestisce il trasporto pubblico di Napoli, la disponibilità della connettività apre scenari completamente nuovi. Francesco Favo, Direttore Generale ANM: “Noi siamo l’esercente, quindi sfruttiamo l’infrastruttura. Ad oggi l’infrastruttura è già attrezzata. Avere tutta la infrastruttura coperta dà vantaggi in termini di sicurezza per la sorveglianza. Oggi possiamo fare tutto. Il paradigma cambia. Adesso possiamo sapere dove si trovano i treni per la geolocalizzazione. Adesso avremo maggiori oneri di sicurezza e dobbiamo confrontarci. Un focus sulla cybersicurezza. Dovremo comunicare meglio con i cittadini. Questo tema sarà spostato anche sugli autobus e sulla sosta. Questo è un tema di smart city per migliorare la mobilità di Napoli”.

Un progetto nato nel 2019

Serena Riccio, Responsabile Area Infrastrutture di Trasporti, Comune di Napoli ANM, ha ripercorso il lungo iter che ha portato alla realizzazione dell’intervento. “La Linea 1 della metropolitana è l’asse portante della mobilità di Napoli. Una linea così moderna non poteva non avere la connessione per percezione di sicurezza e sicurezza personale. L’iter è stato travagliato è partito nel 2019 ma serve una volontà politica. L’esecuzione è stata complessa. Anche la lavorazione è stata complessa, le finestre di lavoro sono state molto ridotte. Lavoro complesso ma alla fine ci siamo riusciti. Il futuro è la Linea 6”.

La rete digitale della città

Edoardo Fusco, Responsabile Area Infrastrutture di Trasporti del Comune di Napoli ha illustrato gli investimenti del Comune nelle infrastrutture digitali cittadine. “Il Comune di Napoli ha investito 14 milioni di euro per il digitale. Tutti gli impianti semaforici sono dotati di sensori intelligenti per leggere i flussi veicolari. Il prossimo step a questo punto è usare il 5G. Abbiamo attrezzato le gallerie con sistemi di videosorveglianza. Tutti questi interventi si collegano alla necessità di una presenza sempre più completa del 5G”.

Gli operatori: la collaborazione è la chiave

Nel secondo panel gli operatori telefonici hanno ribadito che lo sviluppo delle reti richiede infrastrutture condivise e collaborazione tra pubblico e privato. Luciano Ausiello, South Deployment & Maintenance Operations Director di WindTre: “L’esperienza della Linea 1 della metropolitana di Napoli dimostra concretamente che la collaborazione tra operatori e soggetti infrastrutturali non è più una semplice opportunità, ma una condizione necessaria per accelerare lo sviluppo della connettività nel nostro Paese”.

“La condivisione di infrastrutture e investimenti consente di ottimizzare le risorse, ridurre tempi e costi di realizzazione e portare servizi sempre più performanti nei territori già coperti, favorendone al tempo stesso l’estensione verso nuove aree strategiche e produttive. Le collaborazioni già avviate, anche con tower company come Cellnex, confermano l’efficacia di un modello fondato sulla cooperazione industriale e sulla neutralità delle infrastrutture, prosegue Ausiello. La vera sfida dei prossimi anni sarà rafforzare questa convergenza strategica nello sviluppo delle reti, lasciando alla competizione il compito di valorizzare innovazione, qualità dei servizi ed esperienza dei clienti. I risultati raggiunti finora sono importanti e testimoniano i benefici concreti di questo approccio, ma il potenziale di crescita resta ancora molto ampio. Continuare a fare sistema sarà determinante per rendere la connettività un fattore sempre più decisivo per la competitività, la sostenibilità e la trasformazione digitale dei territori”, conclude il manager”.

Domenico Ferro, Head of Architecture & Demand di TIM: “Oggi il cittadino entra in metro e dà per scontata la connettività. Si abilitano tutti i servizi digitali che i cittadini si aspettano”.

Massimiliano Gasparroni, CTSO di Fastweb + Vodafone: “Senza l’infrastruttura di base questi servizi non sono possibili. Nuovi servizi migliorano Napoli, proiettandola nel futuro”.

Ersilia Manzo, CTO di Iliad: “Quando la connettività entra nei contesti pubblici diventa un diritto essenziale. La metropolitana è stata una scommessa vinta”.

Il modello Napoli

A chiudere i lavori è stato Alessandro Prosdocimo, di Cellnex Italia, che ha indicato nella collaborazione tra amministrazione pubblica, gestori della mobilità e operatori il vero valore del progetto. “Cellnex ha scommesso sulla sinergia delle infrastrutture una decina di anni fa. Creare infrastrutture condivise permette di indirizzare gli investimenti e permette a una tower company di creare una rete condivisa, agli operatori di creare servizi e ai cittadini di fruire dei servizi digitali. Abbiamo voluto replicare qui a Napoli il modello Milano nella metropolitana. C’era la volontà di portare i servizi al cittadino. Esiste il partenariato pubblico-privato per realizzare infrastrutture che possono portare beneficio alla società e ai cittadini. Dovremmo spingere perché questo diventi una leva di sviluppo per il Paese”.

Lo sguardo al futuro della mobilità

Nelle conclusioni dell’incontro è intervenuto anche Alfonso Pecoraro Scanio, presidente della Fondazione UniVerde, che ha richiamato il valore delle infrastrutture digitali come elemento sempre più strategico per coniugare innovazione, sostenibilità e qualità dei servizi pubblici, sottolineando come la trasformazione delle città passi dalla capacità di integrare tecnologie e mobilità.

A chiudere i lavori è stato l’assessore alle Infrastrutture e Mobilità del Comune di Napoli, Edoardo Cosenza, che ha inserito il progetto della copertura 4G e 5G della metropolitana all’interno della più ampia strategia di sviluppo della città. “Un grazie a tutto e tutti. La Linea 1 si apre e si vede la storia. Questa è l’unica città che ha lasciato l’impianto e le direttrici greco-romane. Siamo una città proiettata verso il futuro, pensiamo all’America’s Cup. Tecnologia ovunque. Il sindaco Manfredi, che è un ingegnere come me, pensa alla tecnologia di queste barche che hanno a bordo tecnologie all’avanguardia. Partiamo da questa bellissima operazione di Cellnex, a Londra non c’è la stessa connettività. Noi avremo nel 2027 una connettività completa in 5G. La Linea 1 fa 140mila passeggeri al giorno, abbiamo tolto 120mila passaggi di automobile al giorno e in un anno siamo a +23% di passeggeri rispetto all’anno scorso”.

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Il Comune di Napoli accende il 4G e il 5G sulla Linea 1 della metro. Il sindaco Manfredi: “La città sempre più tecnologica”

Napoli è sempre più digitale. Martedì 30 giugno, è stata ufficialmente “accesa” la copertura 4G e 5G lungo l’intera Linea 1 della metropolitana con una videochiamata, nella stazione “Municipio”, da parte di Valerio Di Pietro, Assessore alla Transizione Digitale e Smart City del Comune di Napoli. A seguire, si è tenuto il convegno “Connessi al futuro”, nella Sala della Giunta comunale a Palazzo San Giacomo con i principali attori del progetto. L’evento è stato promosso dalla tower company europea Cellnex, con il patrocinio del Comune di Napoli e in collaborazione con ANM – Azienda Napoletana Mobilità, ed è stato organizzato dal quotidiano Key4Biz.

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4G e 5G a bordo della Linea 1 della metropolitana: i vantaggi per la città, i cittadini e turisti

Il progetto 4G e 5G nella metropolitana Linea 1, realizzato da Cellnex (attraverso soluzioni DAS – Distributed Antenna Systems), in collaborazione con il Comune di Napoli eANM – Azienda Napoletana Mobilità – abilita una connettività mobile stabile e ad alte prestazioni nelle 16 stazioni e in tutte le gallerie della Linea, contribuendo a migliorare sia la navigazione, le telefonate e le videochiamate di cittadini e turisti sia a rafforzare il ruolo delle infrastrutture di TLC per lo sviluppo di servizi digitali nella città.

Obiettivo è estendere la connettività alla Linea 6

Nel realizzare il progetto, Cellnex ha predisposto ulteriore capacità infrastrutturale per ospitare più operatori, contribuendo alla razionalizzazione degli interventi di rete e alla diffusione di servizi mobili ad alte prestazioni. L’obiettivo è estendere prossimamente la connettività 4G e 5G anche sulla Linea 6.

Il Sindaco Manfredi: “Passo in avanti in una città sempre più tecnologica”

“Il potenziamento della connettività lungo la Linea 1 della Metropolitana, una delle infrastrutture di mobilità più importanti del territorio cittadino, è un punto strategico per quest’Amministrazione. Non soltanto garantisce a cittadini e turisti la possibilità di navigare in 4G e 5G, in banchina e durante il viaggio, ampliando l’offerta di servizi, ma costituisce un notevole passo in avanti in una città che punta sempre di più sull’innovazione tecnologica“, così il sindaco Gaetano Manfredi.

Cosenza: “La Linea 1 ha superato 44,5 milioni di passeggeri”

“Con la connessione 4G e 5G nelle stazioni della Linea 1 della metropolitana di Napoli – ha detto Edoardo Cosenza, assessore alle Infrastrutture, Mobilità e Protezione civile del Comune di Napoli – si amplia l’offerta di servizi agli utenti sempre più numerosi. Basti pensare che la Linea 1 ha superato i 44,5 milioni di passeggeri nell’ultimo bilancio consolidato. I dati più recenti evidenziano una crescita verticale della frequentazione, con circa 2 milioni di passeggeri in più rilevati nei soli primi mesi rispetto ai record dell’anno precedente. Ai tanti passeggeri occorre offrire un servizio sempre più efficiente ed efficace. L’obiettivo, nello specifico, è avere la piena connettività in tutte le stazioni e lungo le gallerie nella Linea 1, ma in seguito anche nella Linea 6, perché garantire una copertura del segnale cellulare stabile e performante nella rete di trasporti pubblici è uno dei fattori chiave per trasformare una città, e la sua rete di trasporti, in una città intelligente“.

Di Pietro: “Oggi la connettività non è più un semplice accessorio”

“L’attivazione della connettività 5G sulla Linea 1 – ha evidenziato l’assessore alla Transizione Digitale e Smart City del Comune di Napoli, Valerio Di Pietro – rappresenta un ulteriore passo avanti nel percorso di innovazione dei servizi pubblici della nostra città. La qualità di una Smart City si misura anche dalla capacità di offrire servizi digitali avanzati nei luoghi che i cittadini vivono ogni giorno, a partire dal trasporto pubblico. Oggi la connettività non è più un elemento accessorio, ma una componente essenziale della vita quotidiana: cittadini, studenti, lavoratori e turisti utilizzano dispositivi sempre più evoluti e hanno bisogno di poter contare su connessioni veloci, stabili e affidabili anche durante gli spostamenti. Questo investimento si inserisce in una visione complessiva: migliorare costantemente la qualità del trasporto urbano e accompagnare la trasformazione della città attraverso infrastrutture sempre più moderne ed efficienti“.

Favo (ANM): “4G e 5G a 40 metri di profondità non era scontato”

“Le stazioni e i tunnel della Linea 1 della Metropolitana di Napoli si sviluppano a profondità considerevoli, in alcuni casi fino a 40 metri sotto il livello stradale. Garantire ai nostri passeggeri una connessione mobile stabile e di qualità in queste condizioni rappresenta quindi una sfida tecnologica significativa. L’attivazione della copertura 4G e 5G a queste profondità non è un risultato scontato e costituisce un importante passo avanti nel percorso di innovazione e miglioramento continuo dei servizi offerti da ANM, contribuendo a rendere gli spostamenti più confortevoli, sicuri e connessi per cittadini e turisti che ogni giorno scelgono la metropolitana per muoversi in città“, ha commentato Francesco Favo Direttore Generale e Amministratore Delegato di ANM.

Protto (Cellnex): “Passo concreto per una città sempre più connessa”

“L’attivazione del 4G e 5G sulla Linea 1 della metropolitana di Napoli rappresenta un passo concreto verso un modello di città sempre più connessa, efficiente e inclusiva. Le infrastrutture digitali sono oggi un elemento abilitante fondamentale per migliorare la qualità della vita di cittadini e turisti e per sostenere lo sviluppo economico dei territori. Come Cellnex, siamo orgogliosi di aver contribuito a questo progetto attraverso un modello di infrastruttura condivisa e neutrale, capace di ottimizzare gli investimenti degli operatori e accelerare la diffusione di servizi mobili ad alte prestazioni anche in contesti complessi come le metropolitane. Napoli dimostra come la collaborazione tra pubblico e privato possa tradursi in risultati tangibili per la comunità e rappresenti un esempio virtuoso per altre grandi aree urbane. Continueremo a lavorare, insieme alle istituzioni e ai partner industriali, per estendere questi benefici e accompagnare la transizione digitale del Paese», ha commentato Federico Protto, Presidente & CEO di  Cellnex Italia.

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Poste Italiane, upgrade di Barclays e prezzo obiettivo a 35,20 euro (+26%) sulle ali dell’Opas su TIM

Barclays ha alzato il rating di Poste Italiane da “Equalweight” a “Overweight” e ha aumentato significativamente il prezzo obiettivo (target price), passato da 21,60 euro a 35,20 euro. L’upgrade arriva in un momento in cui il prezzo delle azioni è già salito bruscamente: Poste Italiane è attualmente scambiata a 27,98 euro (al 24 giugno 2026, ore 7:43) e registra un netto rialzo sia intraday che da inizio anno.

La motivazione dell’upgrade

Secondo gli analisti della banda d’affari londinese, l’accordo previsto con TIM dovrebbe generare una leva sugli utili nel breve-medio termine e favorire la crescita e le sinergie a lungo termine. Inoltre, si sta delineando una trasformazione strategica verso un’offerta integrata di servizi finanziari, assicurativi e di pagamento.

Upgrade dell’analista: aumento significativo del target price

Barclays sostiene che la solidità del caso di investimento non derivi principalmente da una semplice storia di dividendi. Piuttosto, l’aspettativa è che la fusione con TIM colleghi la generazione di cassa (lato Poste) con le opportunità di investimento (lato TIM). Per gli investitori, questo significa: la leva si sposta dal “dividendo come argomento principale” alla “crescita attraverso una logica aziendale integrata”.

Implicazione: Sulla base del prezzo attuale delle azioni, esiste un potenziale rialzo di circa il 26%

L’accordo con TIM come motore di utili e sinergie

Gli analisti individuano tre angoli di creazione di valore derivanti dall’accordo: (1) sinergie, (2) un cosiddetto “effetto di riparazione del mercato” e (3) una normalizzazione del quadro normativo. La chiave non risiede tanto nelle parole d’ordine in sé, quanto piuttosto nell’ipotesi che questi effetti si traducano in una migliore qualità degli utili e in una maggiore capacità di investimento.

Ciò suggerisce che Barclays si stia concentrando sulle capacità di implementazione e integrazione: soltanto quando le sinergie saranno realizzate e le incertezze normative ridotte, il meccanismo di incremento dell’utile per azione previsto risulterà convincente dal punto di vista del mercato.

Piano aziendale: “Orientato ai dati e incentrato sull’IT” anziché sulla classica logica postale

Un altro elemento chiave è il piano aziendale come catalizzatore cruciale. Barclays immagina la strategia a lungo termine di Poste come un raggruppamento di servizi finanziari, assicurativi e transazioni di pagamento in un modello integrato. La visione: un’azienda maggiormente orientata ai dati e all’IT che, nonostante le sue dimensioni consolidate, possa operare in modo più moderno rispetto ai nuovi arrivati ​​sul mercato.

Valutazione degli analisti

Questo focus è plausibile per gli investitori perché la monetizzazione oggi deriva spesso dai punti di contatto con i clienti e dagli ecosistemi di dati piuttosto che dai singoli prodotti. Allo stesso tempo, ciò aumenta le aspettative in termini di qualità dell’esecuzione (integrazione IT, vendite, gestione del rischio nel settore finanziario/assicurativo). È proprio qui che si deciderà se il previsto “aggiornamento strategico” genererà effettivamente un valore aggiunto sostenibile o se il mercato attribuirà maggiore valore alla complessità rispetto alle ipotesi sottostanti.

Oltre al dividendo la crescita al centro dell’attenzione

Barclays considera la strategia del dividendo meno centrale rispetto al passato, ma prevede comunque un aumento del rapporto di distribuzione dei dividendi (DPS). Per il periodo 2026-2029, si prevede un rendimento medio da dividendi di circa il 6%. Insieme alla prevista generazione di cassa integrata, questo pagamento mira ad avere un effetto stabilizzante, consentendo al contempo maggiori margini di crescita.

Contesto di mercato: il titolo ha già registrato una forte performance

L’andamento del titolo dall’inizio dell’anno (YTD +30,2%) dimostra che il mercato sta già scontando almeno alcune delle opportunità. In questo contesto, diventa sempre più importante la questione se Poste Italiane implementerà le misure annunciate per il suo percorso TIM (Time in Management) e strategico al ritmo previsto e con indicatori chiave di performance affidabili. Per un nuovo posizionamento, ciò potrebbe significare che la questione cruciale non è “se” l’implementazione avverrà, ma piuttosto “con quale rapidità” e “con quale efficacia” sarà misurabile.

Conclusioni e prospettive

L’upgrade a “Overweight” e il prezzo obiettivo di 35,20 euro inviano un segnale chiaro: il case di investimento è supportato principalmente dall’accordo con TIM, dalle sinergie, dalla normalizzazione normativa e dalla logica integrata dei flussi di cassa. Allo stesso tempo, resta fondamentale per gli investitori verificare se la strategia si tradurrà in indicatori chiave di performance (risultati).

Termini offerta TIM non saranno modificati

Secondo Barclays, il management di Poste ha dichiarato di “non avere intenzione di modificare i termini dell’offerta” relativa all’acquisizione di TIM.

Durante la conference call sui risultati del primo trimestre, il management ha rivisto al rialzo le previsioni sull’EBIT per il 2026, portandole a 3,4 miliardi di euro, rispetto alla precedente stima di oltre 3,3 miliardi di euro, e ha confermato le previsioni sull’utile netto, che si attestano nella fascia alta dei 2,3 miliardi di euro, così come le previsioni sul dividendo per azione, ha affermato Barclays.

Poste, nuovo piano aziendale il 24 luglio

Barclays ha identificato il nuovo piano aziendale, che sarà presentato il 24 luglio, come un “catalizzatore chiave” per il titolo, e prevede un aggiornamento separato sull’acquisizione di TIM dopo il completamento dell’operazione, probabilmente nel quarto trimestre del 2026.

Possibili rischi

Tra i rischi segnalati da Barclays figurano

  • un aumento dello spread sovrano italiano,
  • modifiche normative che potrebbero interessare i settori postale, finanziario o assicurativo
  • e il fallimento dell’accordo con TIM.

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Come gli agenti AI comprano e vendono al posto dell’utente

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Pochi giorni fa la piattaforma di trading online Robinhood ha annunciato una funzione inedita, che riguarda il modo in cui i piccoli investitori privati possono gestire i propri soldi in borsa. Robinhood è nata negli Stati Uniti nel 2013 con l’obiettivo di rendere accessibile la borsa anche a chi non ha un broker tradizionale, e conta oggi oltre 25 milioni di utenti. La funzione si chiama Agentic Trading ed è ancora in fase beta: permette agli utenti di collegare alla propria piattaforma un agente AI di terze parti, cioè un programma dotato di intelligenza artificiale capace di agire in autonomia, prendere decisioni e portarle a termine.

L’agente può analizzare report di analisti, valutare come è distribuito il portafoglio e, soprattutto, comprare e vendere azioni senza che l’utente debba cliccare nulla. Il collegamento avviene tramite uno standard tecnico chiamato MCP (Model Context Protocol), che funziona come un protocollo comune per far comunicare applicazioni AI esterne con piattaforme di terzi. Le operazioni dell’agente avvengono su un conto separato da quello principale e ogni transazione genera una notifica sul telefono del titolare, che può interrompere l’agente in qualsiasi momento. Robinhood aveva già lanciato a marzo 2025 il proprio assistente interno Cortex, pensato per gestire investimenti tramite istruzioni in linguaggio naturale; con l’Agentic Trading decide invece di aprire la piattaforma a strumenti AI sviluppati da altri.

Un fenomeno già globale

Robinhood non è la prima a muoversi in questa direzione, e guardare al contesto internazionale serve a capire le dimensioni del fenomeno. In Asia, la fintech di Hong Kong Futu Holdings ha integrato il proprio assistente “Skills” con modelli linguistici di grandi dimensioni come DeepSeek: gli utenti possono collegarsi anche ad altri sistemi AI, tra cui Claude e Cursor, e impartire istruzioni di trading in linguaggio naturale, come se stessero parlando con un consulente. Tiger Brokers, piattaforma di brokeraggio attiva a Hong Kong e Singapore, ha registrato un aumento del 500% delle interazioni con il proprio assistente TigerAI nel giro di un anno dal lancio a marzo 2025. Basta un’occhiata a questi numeri per capire quanto velocemente stia crescendo la familiarità degli investitori retail con questi strumenti.
In Europa il processo è più cauto, ma comunque ben avviato: le banche britanniche NatWest, Lloyds e Starling stanno conducendo sperimentazioni in stretto coordinamento con la FCA (Financial Conduct Authority, l’autorità di vigilanza finanziaria del Regno Unito), che ha già predisposto una sandbox regolamentare, cioè un ambiente controllato in cui le aziende possono testare prodotti innovativi prima di immetterli sul mercato.

La società di ricerca Gartner stima che il 40% delle società di servizi finanziari utilizzerà agenti AI entro la fine del 2026. Ad aprile, il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato un paper specifico sull’argomento, rilevando che gli agenti AI sono già in grado di gestire la liquidità di un conto, ottimizzare le conversioni valutarie e prioritizzare i pagamenti in tempo reale, in alcuni casi senza necessità di addestramento specializzato. Tutto questo riguarda anche i risparmiatori italiani: chi vuole orientarsi tra i prodotti bancari disponibili oggi può confrontare le offerte di conti correnti su SOSTariffe.it, dove è possibile valutare costi di gestione, tassi e condizioni dei principali istituti in pochi minuti.

I rischi: comportamenti gregari e responsabilità

Con la diffusione rapida di questi strumenti, i problemi concreti su cui regolatori e analisti si interrogano sono già visibili. Il più discusso è quello che gli esperti chiamano “herding behavior”, ovvero il comportamento gregario: se molti agenti AI addestrati su modelli simili prendono le stesse decisioni in simultanea, i mercati possono amplificare le oscillazioni in modo incontrollato. Alcuni analisti hanno paragonato questo meccanismo alla corsa agli sportelli che nel 2023 affossò la Silicon Valley Bank: quando tutti i correntisti decisero di ritirare i propri depositi nello stesso momento, la banca collassò nel giro di poche ore. Con gli agenti AI, lo stesso effetto potrebbe verificarsi su scala molto più ampia e molto più veloce.

Sul fronte della sicurezza, i dati già disponibili sono tutt’altro che rassicuranti: nel corso del 2025, circa un terzo di tutti gli episodi legati all’AI nei servizi finanziari ha riguardato frodi e attività fraudolente che sfruttavano strumenti di intelligenza artificiale. La SEC americana (Securities and Exchange Commission, l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari degli Stati Uniti) ha inserito nelle sue priorità di controllo per il 2026 uno scrutinio specifico sull’impatto degli strumenti di trading automatizzato sugli investitori retail, con attenzione particolare alle categorie meno esperte. Sul piano legale, lo studio internazionale Debevoise & Plimpton ha evidenziato che l’uso di agenti AI privi di adeguata supervisione umana espone broker e consulenti finanziari a rischi regolatori rilevanti; e che, in ogni caso, la responsabilità delle operazioni eseguite dall’agente ricade sull’utente finale, non sulla piattaforma.

Il cantiere aperto di governance e regolazione

I quadri normativi esistenti sono stati costruiti per un mondo in cui le decisioni finanziarie le prendono gli esseri umani, e adattarli agli agenti AI richiede un lavoro che è appena cominciato. La FCA britannica ha dichiarato esplicitamente che gli agenti AI introducono rischi nuovi, legati soprattutto alla velocità con cui operano e alla capacità di interagire con altri agenti in modo del tutto autonomo; per questo ha predisposto un regime di responsabilità che riconduce in capo ai dirigenti delle istituzioni finanziarie l’obbligo di rispondere degli errori commessi dai sistemi AI che hanno scelto di adottare. Negli Stati Uniti, la SEC ha inserito il tema nelle priorità di vigilanza per il 2026, con un’attenzione specifica agli investitori individuali meno esperti.

Il nodo più delicato riguarda proprio questi ultimi. Configurare correttamente un agente AI, definirne i limiti operativi e monitorarne il comportamento nel tempo richiede competenze tecniche che la maggior parte degli utenti retail non possiede. Il già citato studio Debevoise & Plimpton ha sottolineato che, nell’attuale quadro regolatorio americano, la responsabilità delle operazioni eseguite da un agente ricade sull’utente che lo ha autorizzato. La stessa Gartner che stima una penetrazione del 40% degli agenti AI nei servizi finanziari entro fine 2026 prevede anche che oltre il 40% dei progetti in questo ambito verrà abbandonato entro il 2027, per costi superiori alle attese e difficoltà nel misurare il valore prodotto. SEC, FCA e le authority europee stanno lavorando a framework di accountability dedicati, ma nessuno ha ancora definito regole vincolanti per il trading delegato agli agenti AI.

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TLC, Zorzoni (AIIP): “Basta assistenzialismo regolatorio. Il rilancio passa da concorrenza, Cloud e reti vere”

Una parte dell’industria italiana delle telecomunicazioni continua a fare i conti con investimenti difficili, reti da completare, PNRR agli sgoccioli, nuove regole europee e un mercato che rischia di essere raccontato sempre dalla stessa prospettiva: quella dei grandi operatori.

Ne abbiamo parlato con Giovanni Zorzoni, vicepresidente AIIP, per fare il punto su Piano Italia 1 Giga, Fondo Nazionale Connettività, 5G standalone, Digital Networks Act, Cloud, concorrenza e ruolo degli operatori territoriali.

Key4biz. I fondi del PNRR sono agli sgoccioli. Come è andata dal suo punto di vista con Italia 1 Giga e Piano Italia 5G?

Giovanni Zorzoni. L’esito era largamente prevedibile e, purtroppo, su questo siamo stati facili profeti. Il tempo a disposizione era pochissimo, gli obiettivi molto ambiziosi e, in queste condizioni, l’unico soggetto con un vantaggio operativo reale era la società dell’ex rete TIM, oggi FiberCop. Non per superiorità metafisica, ma per una ragione molto concreta: dispone della rete storica di infrastrutture fisiche già presenti sul territorio, compresa una rete capillare di pali in legno o vetroresina nelle aree periferiche, cioè proprio quelle più difficili da coprire.

Key4biz. Perché la rete di pali è così importante?

Giovanni Zorzoni. Il tema dei pali è centrale e troppo spesso viene trattato come un dettaglio tecnico. Non lo è affatto. Portare fibra in case sparse, frazioni, strade secondarie e civici lontani, potendo appendere i cavi su infrastrutture già esistenti, cambia completamente l’economia dell’intervento. Scavare costa, richiede permessi, cantieri, ripristini e coordinamento con gli enti locali. Usare una palificata già esistente costa molto meno e consente tempi più rapidi.

Key4biz. Cambia qualcosa in termini di copertura?

Giovanni Zorzoni. Sì perché questo non significa che la rete aerea sia la soluzione migliore: una rete scavata bene, ordinata e manutenibile è in generale superiore a una rete costruita inseguendo una scadenza. Ma se si impongono tempi quasi impossibili da rispettare, si finisce per premiare chi può riutilizzare infrastrutture storiche e già ammortizzate, non necessariamente chi avrebbe progettato la rete migliore per i prossimi vent’anni. La lezione è semplice: la spesa pubblica deve generare infrastrutture robuste, non soltanto rendicontazioni ordinate.

Key4biz. Avete criticato il bando con i 733 milioni di euro del Fondo Nazionale Connettività per la copertura dei civici rimanenti rimasti fuori da Italia 1 Giga dopo la rinuncia di Open Fiber. Perché?

Giovanni Zorzoni. Perché era formalmente aperto, ma sostanzialmente accessibile solo a chi aveva già un’infrastruttura nazionale capillare. Il risultato non ha sorpreso nessuno: FiberCop è stata l’unico operatore su tutti i lotti. Quando una gara pubblica produce un solo concorrente reale, il problema non è il mercato, ma come è stata costruita la gara.

Key4biz. In che senso?

Giovanni Zorzoni. Il vantaggio decisivo è sempre lo stesso: le infrastrutture storiche dell’ex monopolista. FiberCop usa i suoi pali. Gli altri, per competere, devono scavare ex novo o affittare quelle infrastrutture dal concorrente. Uno parte con la strada pronta, gli altri devono chiedere il permesso di costruirla, pagando il pedaggio. Non è così che si costruisce un mercato plurale.

Key4biz. È necessario un decreto Telecomunicazioni, come richiesto dall’industria?

Giovanni Zorzoni. Dipende da cosa si intende. Se “decreto Telecomunicazioni” significa l’ennesimo pacchetto di vantaggi selettivi per pochi grandi operatori, la risposta è no. Sconti, proroghe, frequenze gratuite, regole più comode e interventi presentati come politica industriale ma pensati per alleggerire singoli bilanci:  sono misure che possono mascherare alcuni problemi nel breve termine, a costo di aggravarli già nel medio. Non rafforzano la competitività, ma distorcono il mercato e sussidiano inefficienze.

Key4biz. Cosa serve invece per l’AIIP?

Giovanni Zorzoni. Altra cosa sono gli strumenti che stimolano davvero la domanda e producono benefici per tutto il comparto. Da tempo attendiamo voucher cloud e cybersecurity, che aiuterebbero le imprese italiane, soprattutto PMI, a svecchiare infrastrutture ICT, sicurezza, gestione dei dati e servizi digitali. Quella è domanda buona: crea mercato, fa crescere competenze, rafforza il tessuto produttivo.

Lo stesso vale per i voucher destinati agli allacci delle famiglie, in particolare quelli onerosi. In molti casi il problema non è la mancanza astratta di tecnologia, ma il costo concreto dell’ultimo tratto. Se poi questo strumento accelera il passaggio dal rame alla fibra, dovrebbe essere una buona notizia, non un disturbo da gestire con prudenza.

C’è poi un settore molto importante per il digitale, l’agricoltura italiana. Masserie, aziende agricole, filiere rurali: lì servono connettività reale, cloud, sensoristica, controllo remoto, sicurezza, gestione affidabile e sicura dei processi già automatizzata. Un euro pubblico messo lì genera valore, molto più che quello destinato a ennesimi interventi “ad hoc” che beneficiano pochi grandi.

Key4biz. Il 5G standalone è indietro in Italia. Come incentivarlo? La richiesta delle telco di un’allocazione non onerosa dello spettro in cambio di impegni di investimento è una soluzione adeguata per accelerare la copertura?

Giovanni Zorzoni. No. Il 5G standalone non si incentiva regalando spettro. È la solita scorciatoia: si prende un bene pubblico scarso, le frequenze, e lo si trasforma in sostegno indiretto ai bilanci degli operatori mobili. Dietro obiettivi nobili quanto generici – innovazione, competitività e transizione digitale – si rischia di invalidare, a vantaggio ancora di pochi grandi attori, consolidati principi di corretta gestione del patrimonio pubblico.

Il 5G standalone è indietro per un motivo semplice: gli operatori radiomobili non hanno voluto investirvi. I casi d’uso sono stati raccontati con troppa enfasi, ma la realtà è che il 5G è stato sovrastimato e oltremodo spinto, anche finanziariamente, dall’UE, con risultati gravemente insoddisfacenti. Prima doveva cambiare tutto, poi è arrivato il standalone, domani sarà il 6G. Intanto il mercato mobile, dopo la telefonia, ha prodotto solo Internet mobile. Utile, ma non è la rivoluzione permanente raccontata nei convegni.

Key4biz. Cosa bisognerebbe fare allora per incentivare il 5G?

Giovanni Zorzoni. Se lo Stato vuole davvero incentivare il 5G, deve permettere a più soggetti di usarlo, non solo agli operatori radiomobili. Parlo del 5G privato su bande gratuite all’interno di sedime privato, come già si fa in Germania. Solo così vedremmo un proliferare di usi reali nei distretti produttivi, nei porti, nella logistica, in agricoltura, nella sanità. Non regalando spettro a chi ha già dimostrato di non saperlo sfruttare.

Quanto agli impegni di investimento in cambio di frequenze non onerose: le promesse costano poco. Se si discutono rinnovi o proroghe, servono obblighi misurabili, verificabili, territorialmente puntuali, con penali vere e decadenza dei diritti in caso di mancato rispetto. Altrimenti non è politica industriale, è credito regolatorio senza garanzie: solo una totale regolamentazione di un pieno servizio bistream wholesale sul 5G potrebbe avere come contropartita equilibrata uno sconto sui rinnovi delle frequenze.


Key4biz. Il Digital Networks Act è in discussione a Bruxelles: quali sono le principali criticità dal punto di vista di AIIP?

Giovanni Zorzoni. La prima è il cambio di filosofia: DNA non è una manutenzione tecnica, è un tentativo di spostare poteri dalle autorità nazionali alla Commissione Europea, un organo non eletto e non sfiduciabile. Si passa da un modello in cui AGCOM analizza i mercati e definisce rimedi, a uno più accentrato, rigido, insensibile alle differenze tra Paesi e territori.

Per noi è un punto enorme. Le reti non sono tutte uguali. L’Italia non è la Germania, la Lombardia non è la Calabria, un operatore territoriale non è un ex monopolista. Governare tutto da Bruxelles con un modello uniforme significa scrivere regole eleganti sulla carta e dannose nella pratica.

Key4biz. Qual è la seconda criticità?

Giovanni Zorzoni. La seconda criticità è il consolidamento: per decenni l’Europa ha messo al centro la concorrenza. Nel DNA emergono parole ambigue: competitività europea, campioni continentali, semplificazione. Tradotto: meno operatori, più grandi, più vicini al potere politico e finanziario. Una prospettiva che ci preoccupa.

Poi ci sono spettro, switch-off del rame, net neutrality. Le frequenze non sono rendite a vita da prorogare. Il rame va spento, ma con tempi realistici, non date calate dirigisticamente da Bruxelles, e compatibilmente con le capacità di assorbimento del sistema paese, del delivery e della realizzazione degli impianti nell’unità di tempo. La sicurezza delle catene di fornitura deve essere pura cybersecurity, non geopolitica contro l’interesse degli Stati Membri: i rapporti internazionali, e ancor più la sicurezza nazionale, sono riconosciuti dagli stessi trattati come ambiti di competenza primaria degli Stati membri! E la neutralità della rete va difesa, senza reintrodurre il “fair share” che è solo una tassa sulle piattaforme per ripianare i bilanci degli ex monopolisti, ma pretendendo che finalmente il GDPR non sia rispettato solo dalle aziende Europee.

Key4biz. Il mercato fisso rischia di restare bloccato tra rame, prezzi wholesale e migrazione alla fibra?

Giovanni Zorzoni. Il mercato non rischia di restare fermo, anzi. La direzione di questo movimento, tuttavia, dipenderà dal senso che daremo a obiettivi in realtà tutt’altro che univoci.

Da sempre, per noi “fibra ottica” significa “vera” fibra ottica, fino a dentro casa, ma altri soggetti vi ricomprendevano invece reti in misto rame. Analogamente, lo “switch-off” per noi significa passaggio alla fibra ottica, ma già abbiamo sentito letture del termine più ambigue, funzionali a far rimanere i clienti sul rame, riducendo i costi, dismettendo solo i POP, le centrali, con un enfatico -65% come si apprende dal memo Fibercop “NetBook”.

Key4biz. Cosa pensate della nuova politica di prezzo di FiberCop per l’accesso alla rete?

Giovanni Zorzoni. E’ un’altra novità dirompente, non soltanto per gli operatori al dettaglio, ma per le imprese e le famiglie italiane. Con i nuovi listini FiberCop, oggetto della Comunicazione AGCOM del 23 aprile 2026 e relativo “avvio della verifica delle proposte di FiberCop per i servizi wholesale dei Mercati 1B e 2B”, ai sensi della delibera 58/26/CONS. Dopo la qualifica di FiberCop come operatore wholesale-only – qualifica che per AIIP è erronea – vediamo proposte di aumento su servizi essenziali: componenti passive, costi di cessazione, kit, colocazione, servizi accessori. Non è una questione marginale. Sono i costi su cui gli operatori costruiscono offerte retail, investimenti e migrazioni dei clienti verso la fibra.

Key4biz. Per FiberCop si tratta della logica conseguenza del passaggio al nuovo status di operatore wholesale only, con l’adeguamento graduale dei prezzi alla media europea.

Giovanni Zorzoni. Il rischio è che il passaggio da prezzi orientati al costo a prezzi “equi e ragionevoli” diventi una deregulation di fatto. Per noi “equo e ragionevole” significa ancora dimostrabile, trasparente, coerente con i costi sottostanti. Ci sono costi di disattivazione (!) che sono aumentati dell’440% sulla vecchia rete in rame… parliamo di 50€ di disattivazione per eseguire uno shutdown di una porta su un cabinet stradale con un prezzo precedente di 10€ già esoso? Se il servizio diventa talmente caro da impedire l’uscita di un contratto o rispettare i costi del contratto già in essere con il cliente finale la libertà di scelta degli operatori diventa solo teorica. Questo si chiama lock-in economico. Punto.

Se le cosiddette fibre primarie diventano più costose perché le centrali vengono accorpate e le tratte si allungano, non siamo davanti a una maggiore prestazione richiesta dagli operatori. Siamo davanti a una scelta di rete di FiberCop scaricata sul mercato. Sono profili fortemente tecnici che difficilmente arrivano nel dibattito pubblico, ma se AGCOM non interverrà in modo deciso, a fine anno si scaricheranno sugli italiani aumenti finora impensabili nelle telecomunicazioni.

A questo si aggiunge il tema CUP (Canone Unico Patrimoniale), che profila rischi esistenziali per moltissimi operatori territoriali: alcune interpretazioni rischiano di produrre richieste sproporzionate verso aziende che non controllano grandi infrastrutture fisiche, ma rivendono o integrano servizi di accesso di terzi. Si stanno producendo esiti manifestamente irragionevoli, e e sono quasi esauriti i margini temporali per un intervento legislativo che riconduca il CUP nei parametri della proporzionalità e della non distorsività. Confidiamo che il Governo possa intervenire con un emendamento entro l’inizio di settembre, prima che si producano conseguenze occupazionali irreparabili.

Insomma, il mercato non è fermo, siamo anzi in una fase di transizione, in cui si prospettano però direzioni non necessariamente positive per il sistema paese.

Key4biz. Nel memo “NetBook” di FiberCop c’è un dato che secondo voi merita particolare attenzione?

Giovanni Zorzoni. Sì, il dato più interessante è quello sul traffico medio per linea attiva. Va letto bene, perché FiberCop precisa che si tratta delle linee che terminano sui propri apparati, escludendo quindi quelle servite da infrastrutture di altri operatori. Non è il traffico complessivo di una regione, ma il traffico che resta dentro il perimetro tecnico di FiberCop. Ed è proprio qui che il dato diventa interessante (tra l’altro questo memo fa capire perché il CUP lo devono pagare gli operatori infrastrutturali e non gli operatori retail: dimostra chi “accende i cavi”, e non ne è solo proprietario).

In diverse regioni del Nord, cioè nelle aree economicamente più forti del Paese, il traffico medio per linea risulta inferiore alla media nazionale: Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Liguria e Valle d’Aosta sono sotto il dato medio italiano. La Lombardia, che è il motore economico dello Stivale, è appena sopra. Al contrario, alcune regioni del Centro-Sud e delle isole, come Lazio, Campania, Calabria e Sicilia, risultano sopra media.

La lettura industriale, a mio avviso, è abbastanza chiara. Dove esiste più concorrenza infrastrutturale, quindi reti territoriali realizzate da operatori di AIIP, oltre a Open Fiber e Fastweb, una parte della clientela più evoluta e più esigente potrebbe essere uscita dal perimetro FiberCop. Dove invece la concorrenza infrastrutturale è più debole, o dove storicamente la rete dell’ex monopolista è rimasta dominante anche grazie a importanti piani pubblici sulla FTTC, il traffico continua a concentrarsi maggiormente su quella rete.

Non è una prova contabile di perdita di clientela, per quello servono altri indicatori: ricavi, abbandoni, ARPU, nuove attivazioni. Ma è un segnale industriale da non sottovalutare. Se nelle aree più ricche e più competitive il traffico medio sulle linee FiberCop non cresce in modo proporzionale, la domanda è inevitabile: FiberCop sta trattenendo davvero la clientela più avanzata, o sta soprattutto conservando quella ancora legata alla sua infrastruttura storica?

Key4biz. TIM e Fastweb + Vodafone hanno avviato un percorso di RAN sharing sul mobile. Che ne pensate?

Giovanni Zorzoni. Dipende dalle condizioni. La condivisione di infrastrutture mobili può avere senso nelle aree meno dense: riduce duplicazioni, accelera coperture, permette di usare meglio energia, siti e apparati. Nessuno qui vuole la religione dello spreco, con tre tralicci accanto soltanto per dimostrare che il mercato esiste. Ma il punto è un altro: quando la condivisione riguarda soggetti molto rilevanti e porzioni importanti del mercato, non può essere trattata come una semplice ottimizzazione tecnica.

Se due grandi blocchi industriali condividono porzioni significative della rete di accesso radio, allora bisogna parlare seriamente di vero wholesale mobile, non quello che abbiamo visto sinora: offerte commerciali complicate, fragili, negoziate caso per caso, che rendono la vita difficile agli operatori mobili virtuali e agli operatori territoriali. Parliamo del bistream dati su rete mobile: rinnovi di frequenze a prezzi calmierati e/o accordi di RAN sharing devono avere come imposizione il vero wholesale bistream dati della rete mobile e non certo su “slicing” a bassa velocità, bensì sulla stessa slice che i grandi operatori mettono i propri clienti.

Altrimenti il rischio è sempre lo stesso: si chiama efficienza ciò che nella pratica diventa consolidamento. Si dice che si vogliono ridurre costi per investire, poi però il mercato a valle resta chiuso o semi-chiuso. AIIP non è contraria alla cooperazione infrastrutturale quando serve. È contraria alle cooperazioni chiuse che privatizzano il controllo del mercato. Se la rete mobile diventa più condivisa, l’accesso deve diventare più aperto. Le due cose devono stare insieme, altrimenti manca metà del ragionamento.

Key4biz. Il tema dei vendor cinesi e della cybersecurity è diventato centrale. Qual è la posizione di AIIP?

Giovanni Zorzoni. La sicurezza è una cosa seria e non va trasformata, come si sta facendo da anni, in propaganda. La cybersecurity deve basarsi su criteri tecnici, oggettivi, verificabili: codice, processi, vulnerabilità, aggiornamenti, gestione delle chiavi, audit, supply chain, risposta agli incidenti. In AIIP sappiamo di cosa parliamo, perché molti di noi nel weekend fanno glitching su CPU di sistemi embedded, invece di andare a farsi una passeggiata. Se invece il criterio principale diventa la provenienza geografica del fornitore, allora siamo in un altro campo: geopolitica e sicurezza nazionale.

Sono temi legittimi, ma vanno chiamati con il loro nome, e sono temi che non possono essere accentrati nella Commissione Europea, dovendosi rispettare il principio di attribuzione sancito dai Trattati. Uno Stato membro potrebbe decidere, per ragioni geopolitiche, che certi fornitori devono essere esclusi o limitati, assumendosene la responsabilità di fronte ai propri cittadini, ma l’Unione Europea non può arrogarsi questo potere, che non le compete. Non si può scaricare tutto sugli operatori, magari piccoli e medi, che hanno comprato apparati legittimamente, li hanno installati, li gestiscono, e poi si trovano davanti a obblighi di sostituzione costosi e spesso poco proporzionati.

Inoltre la filiera tecnologica globale è molto più intrecciata di quanto piaccia raccontare. Un apparato può essere assemblato in Cina, contenere componenti americane, software europeo, chip asiatici e pezzi di supply chain sparsi in mezzo mondo. Fare finta che la sicurezza si risolva con una bandierina sul passaporto del vendor costituisce una drammatica semplificazione. La Cina è la fabbrica del mondo e non è un caso che governo americano, imprenditoria della filiera del complesso militare-tecnologico e il massimo esponente della finanza americana siano andati di persona dal presidente cinese. Noi dovremmo chiudere con l’oriente quando il paese che si suppone più industrializzato va a chiedere aiuto alla Cina? C’è un cortocircuito in termini.

AIIP chiede un approccio oggettivo e responsabile: sicurezza tecnica vera, criteri trasparenti, proporzionalità, tempi sostenibili e, quando la scelta è geopolitica, copertura pubblica dei costi. Altrimenti si usa la cybersecurity come etichetta elegante per fare politica industriale a spese degli operatori.

Key4biz. Che ruolo possono avere gli operatori territoriali e indipendenti nel futuro delle Tlc italiane?

Giovanni Zorzoni. Un ruolo da assoluti protagonisti. E non lo dico per orgoglio associativo, ma perché i numeri raccontano una storia molto più chiara di tante presentazioni patinate.

In un mercato delle telecomunicazioni che da anni fatica a trovare una traiettoria credibile, gli operatori indipendenti rappresentati da AIIP sono una delle poche componenti industriali che continua a crescere, investire, assumere e innovare. Parliamo di circa settanta imprese, attive su tutto il territorio nazionale, con un fatturato aggregato di circa 1,7 miliardi di euro: più del dieci per cento del mercato italiano di riferimento. Non è una nicchia, non è folklore territoriale, non è il “piccolo operatore” da trattare con paternalismo. È un pezzo fondamentale dell’industria digitale italiana.

Gli associati AIIP sono imprese che costruiscono fibra, gestiscono reti, realizzano data center, offrono servizi cloud, cybersecurity, connettività business, soluzioni per pubbliche amministrazioni, distretti industriali, aree artigianali, territori turistici e case sparse. Sono aziende che hanno portato Internet dove i grandi operatori non arrivavano o arrivavano soltanto quando c’erano soldi pubblici, obblighi regolatori o convenienza immediata. Noi abbiamo fatto quello che in Italia viene sempre invocato e quasi mai premiato: investimenti privati, competenze tecniche, presidio del territorio, rischio d’impresa e infrastrutture vere.

Per questo credo che gli operatori AIIP siano oggi il vero Made in Italy digitale. Non perché usiamo una bella etichetta da convegno, ma perché siamo italiani nella proprietà, nelle competenze, negli investimenti, nel personale, nei territori serviti e nella responsabilità verso i clienti. Nel momento in cui tutti parlano di sovranità digitale, cloud nazionale, sicurezza delle infrastrutture e riduzione delle dipendenze da piattaforme extraeuropee, bisognerebbe avere il coraggio di guardare dove queste cose esistono già: nelle imprese indipendenti che da trent’anni fanno rete, fibra, cloud e servizi digitali senza aspettare che qualcuno disegni per loro un grande piano salvifico.

A Bruxelles, purtroppo, si continua spesso a misurare il valore industriale in base alla dimensione del logo, alla presenza di una rete mobile o alla capacità di sedersi ai tavoli giusti. È un errore enorme. Il futuro delle Tlc italiane non sarà salvato da un campione unico, né da tre super-operatori continentali costruiti a tavolino, ma da una pluralità di reti, imprese e competenze capaci di competere, innovare e stare vicino ai clienti. La qualità non nasce dalla concentrazione; nasce dalla concorrenza vera, dalla responsabilità diretta e dalla capacità di rispondere ai territori.

La regolazione europea sembra ancora innamorata dell’economia di scala, ma continua a sottovalutare l’economia di densità, di prossimità e di specializzazione. Gli operatori indipendenti conoscono i territori, conoscono le imprese, sanno dove passa una dorsale, dove serve un collegamento ridondato, dove un distretto produttivo non può permettersi mezza giornata di fermo, dove un data center deve essere raggiungibile con fibra vera e non con promesse in formato PowerPoint, quella grande invenzione umana per trasformare il nulla in slide.

Quindi il nostro ruolo non è difensivo. Non chiediamo di essere protetti perché piccoli. Chiediamo che venga riconosciuto ciò che siamo già: una componente industriale solida, in crescita, italiana, indipendente e strategica. Se l’Italia vuole davvero avere un futuro digitale autonomo, competitivo e meno dipendente da soggetti esteri, deve partire da chi quel futuro lo sta già costruendo. E gli associati AIIP lo stanno facendo da anni, metro dopo metro di fibra, cliente dopo cliente, data center dopo data center.

Con questa intervista Key4Biz vuole continuare il dibattito sul rilancio delle Telecomunicazioni in Italia e in Europa, per cui benvengano altri contributi di autorevoli esperti e stakeholder.

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5G, Germania e Spagna contro il bando Ue a Huawei e ZTE (Pechino potrebbe vendicarsi sull’AI)

Germania e Spagna si sono messi alla guida dell’opposizione nei confronti del piano della Commissione Ue di mettere al bando Huawei e ZTE, i fornitori cinesi di attrezzature di reti 5G considerati ad alto rischio cybersecurity. Lo scrive Bloomberg, aggiungendo che le autorità dei due paesi vogliono mantenere a livello nazionale il controllo delle reti. Madrid e Berlino dietro le quinte avrebbero espresso preoccupazioni sul fatto che il bando di tecnologie cinesi di Huawei e altri fornitori (ZTE) potrebbe portare al rischio di una rappresaglia da parte di Pechino.

I due paesi hanno inoltre messo in guardia sul fatto che il bando rischia di rendere più cari i piani europei per la realizzazione di un’infrastruttura di Intelligenza Artificiale.   

Il piano Ue contro fornitori extra-ue ad alto rischio per le reti 5G

La Commissione Ue ha etichettato Huawei e ZTE come “fornitori ad alto rischio” per le reti di telecomunicazioni, e Bruxelles ha chiesto agli Stati membri di escludere le due aziende dalle infrastrutture di connettività.

C’è da dire che le decisioni sulle infrastrutture vengono prese a livello di governi nazionali, ma la Commissione Ue sta spingendo per un controllo più rigoroso attraverso una revisione della sua legge sulla cybersecurity.

Le modifiche amplierebbero le valutazioni di cybersicurezza per includere i rischi di influenza di Stati esteri e di dipendenza da fornitori specifici, e renderebbero le raccomandazioni della Commissione giuridicamente vincolanti in tutta l’UE. I governi europei si trovano nel mezzo di una lotta di potere tra Stati Uniti e Cina, in bilico tra i vantaggi degli scambi commerciali con la nazione asiatica e la necessità di esaminare attentamente le fonti estere di infrastrutture critiche.

Il cancelliere Merz si sta riavvicinando a Pechino

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che in passato si era mostrato critico nei confronti di un’eccessiva dipendenza dalla Cina, ha detto quest’anno che cambierà registro spingendo per rafforzare i legami sino-tedeschi.

L’UE sta anche pianificando di proporre la revoca temporanea delle sanzioni contro un fornitore cinese di chip per rafforzare la catena di approvvigionamento del settore automobilistico.

Da anni, legislatori ed esperti di sicurezza in Europa e negli Stati Uniti esprimono preoccupazione per la possibilità che le aziende cinesi possano inserire backdoor nelle loro apparecchiature, consentendo l’accesso non autorizzato ai dati personali dei cittadini europei. Sia Huawei che ZTE hanno negato tali affermazioni e non ci sono mai state prove concrete in questo senso.

Angela Merkel e Deutsche Telekom aperti con fornitori cinesi

In passato, Angela Merkel aveva avuto un atteggiamento aperturista nei confronti delle aziende tecnologiche cinesi, in particolare con i fornitori di attrezzature di rete 5G.  Lo stesso vale per Deutsche Telekom.

Secondo Huawei la proposta di escludere i fornitori cinesi in base al loro paese di origine “viola i principi giuridici fondamentali di equità dell’UE”.

La Commissione ha stimato che le compagnie di telefonia mobile dovranno spendere dai 3,4 ai 4,3 miliardi di euro in tre anni per sostituire la tecnologia e toglierla dalle reti dove si trova attualmente montata.

Berlino e Madrid al lavoro

Un portavoce del Ministero dell’Interno tedesco ha detto che le discussioni sulla legge sulla sicurezza informatica sono in corso, aggiungendo che le consultazioni tra i ministeri sono iniziate questa settimana.

Un rappresentante della Spagna ha detto che il Paese sostiene la revisione della legge e “ritiene che gli Stati membri debbano continuare ad avere un’adeguata partecipazione al processo decisionale in merito alla presenza di determinati rischi strutturali in un Paese, un fornitore o un prodotto”.

Anche la Spagna è diventata negli ultimi anni una sostenitrice più attiva degli interessi cinesi nell’UE. Il Primo Ministro Pedro Sánchez si è recato a Pechino quattro volte in altrettanti anni per corteggiare gli investimenti cinesi in settori come i veicoli elettrici e le energie rinnovabili.

Anche la Germania si è unita a questo sforzo, nonostante i disaccordi all’interno della coalizione di governo e tra i diversi ministeri coinvolti nel processo, secondo quanto riferito da alcune fonti.

Mentre parte del governo concorda generalmente sulla necessità di ridurre la dipendenza dalla Cina, altri hanno definito l’idea una bomba politica, hanno aggiunto le fonti.

Il governo tedesco ha concordato nel 2024 di rimuovere i componenti Huawei e ZTE dalla rete mobile 5G principale entro la fine di quest’anno per motivi di sicurezza nazionale.

Mercoledì, il Ministro dell’Economia tedesco Katherina Reiche ha affermato che l’UE dovrebbe garantire che qualsiasi misura applicata al commercio con la Cina non danneggi le esportazioni del blocco verso il Paese.

“In quanto nazione esportatrice, abbiamo due interessi”, ha dichiarato Reiche ai giornalisti durante una visita a Pechino. “Dobbiamo contrastare la concorrenza sleale, ad esempio nel settore dell’acciaio e delle ferroleghe, con misure adeguate, garantendo al contempo che le nostre aziende possano continuare a esportare”.

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Piccoli Comuni e Borghi finalmente connessi grazie alla fibra FTTH, i Sindaci: “Non siamo più lumache. E con smart working, PA digitale e turismo meno spopolamento”

Rubrica settimanale su come la fibra ottica fino a casa abilita i nuovi servizi digitali: FTTH tutto quello che c’è da sapere. Per leggere tutti gli articoli della rubrica clicca qui.

I vantaggi dell’FTTH (la fibra ottica fino a casa) per i piccoli Comuni nelle cosiddette “aree bianche”, con particolare attenzione al ruolo dell’infrastruttura tecnologica in fibra al 100% che va al di là della mera funzione di connettività. È il tema di questa carrellata di voci di Sindaci smart, che abbiamo sentito per capire che cos’è cambiato nel loro territorio dall’avvento della fibra FTTH, nella seconda puntata della nostra rubrica FTTH per l’Italia Digitale, dopo il debutto dedicato ai vantaggi dell’FTTH dal punto di vista energetico.

Il nostro viaggio

Il nostro viaggio comincia a Roccabianca, in provincia di Parma, un Comune di 3mila abitanti. Un tempo chiamata Arzenoldo (o Arsinoldo o Rezinoldo), deve probabilmente il nome attuale al fatto di essere stata nel XV secolo residenza di Bianca Pellegrini, amata da Pier Maria II de’ Rossi, che vi fece costruire la rocca a lei dedicata; secondo un’altra interpretazione il nome deriverebbe invece dalla colorazione bianca della rocca, in origine completamente intonacata. 

Il sindaco di Roccabianca Alessandro Gattara (Pr)

L’FTTH accende la concorrenza

“Nel maggio del 2019, quando ho cominciato il mio primo mandato, avevamo soltanto l’Adsl”, racconta a Key4Biz il Sindaco Alessandro Gattara. “Nell’estate del 2020 ci è arrivato il progetto di Open Fiber per la posa della fibra FTTH nei centri abitati. Nell’autunno del 2020 comincia anche la posa di una fibra FTTC da parte di Tim, che poi nella primavera 2021 viene attivata”.

Fino ad allora, la fibra ottica arrivava soltanto in municipio e alla scuola media.

Incubo Adsl durante il Covid

Inizia da lì a poco la realizzazione della fibra FTTH di Open Fiber, dopo tutti i nulla osta necessari per la posa. La nuova rete è stata accesa lo scorso mese di dicembre 2025. “Da pochi mesi sono iniziate le prime attivazioni FTTH, per noi è una cosa freschissima”, aggiunge il sindaco, precisando che era molto attesa perché “con l’Adsl nel 2020 e tutti a casa, durante il periodo del Covid in smart working, è stata dura. Si faceva fatica a mandare le mail e le video chiamate erano a intermittenza visto l’intasamento completo della rete”. Da allora, il lavoro da casa è sempre più esteso e diffuso e quindi l’FTTH risolve il problema dello smart working superando il disagio di andare ancora con un Adsl, una tecnologia ormai quasi inservibile.

La gente si aspetta la connettività, come l’acqua

Certo, l’Appennino non si spopola se c’è l’FTTH, però “avere l’acquedotto, avere la fibra ottica FTTH, il 5G, avere una buona copertura cellulare (da noi è un po’ scarsa) sono servizi che le persone oggi si aspettano”, ha aggiunto il sindaco Gattara.

Per il resto, le case sparse sono coperte invece con l’FWA o con il satellite sulle orbite terrestre basse (LEO).

Servizi pubblici abilitati con la fibra

Grazie al PNRR per il digitale, il Comune di Roccabianca ha digitalizzato quasi tutto, a partire dalle Poste, le banche hanno tutte l’home banking, e la digitalizzazione avanza anche nella fascia di età più avanzata perché i servizi digitali sono sempre più necessari. “Se non avessimo cominciato nel 2020 con Open Fiber, oggi non saremmo arrivati a questo risultato perché è una vera e proprio percorso ad ostacoli l’ottenere tutti i permessi, la quantità di pareri necessari e nulla osta per i lavori di posa”, ha aggiunto il primo cittadino. Il Sindaco, infine, conosce bene anche l’attuale problema, ossia ora c’è la disponibilità nella fibra in paese, ma: “c’è un’inerzia da parte dei cittadini per il passaggio all’FTTH, nonostante il prezzo favorevole”.

Qui servirebbero strategie nazionali, regionali e provinciali per favorire il take-up, ossia l’attivazione effettiva in casa da parte delle famiglie della fibra ottica FTTH.

Marcello Catanzaro, Sindaco di Isnello (Pa)

La fibra FTTH nel Borgo di Isnello nel cuore delle Madonie (e dell’Osservatorio Astronomico)

Il nostro viaggio prosegue a Isnello, in provincia di Palermo, un piccolo Comune che si estende da 420 metri a 1600 metri sul livello del mare, che fa parte del Parco delle Madonie. Isnello confina con i Comuni di: Cefalù, Gratteri, Collesano, Scillato, Polizzi Generosa, Petralia Sottana, Castelbuono. Il corso d’acqua, denominato Isnello, che discende dalle Madonie, lambisce il paese a Nord, per incunearsi in un suggestivo stretto canyon formato tra l’altura del castello e la ripida parete della Montagna Grotta Grande. Il Borgo è conosciuto inoltre per l’Osservatorio Astronomico.

Fibra fondamentale per i servizi e il lavoro

“L’aver portato la fibra nelle aree interne, a Isnello e nelle Madonie, è un vantaggio molto importante per il territorio per vari motivi – ha detto a Key4Biz Marcello Catanzaro, Sindaco di Isnello – è chiaro che i collegamenti a Internet oggi sono fondamentali per la mera funzionalità dei servizi ma anche per il lavoro. Soprattutto per tutte le attività che consentono di svolgere un lavoro da remoto”.   

Smart working e co-working

Tutto questo ha consentito al Comune di Isnello di sentirsi alla pari rispetto a tanti altri Comuni d’Italia: infatti, ha potuto partecipare al bando del Ministero della Cultura per la riqualificazione dei borghi nelle aree interne, consentendo di fare alcuni investimenti. Tra cui “la ristrutturazione di un immobile in Piazza Mazzini dal quale si dirameranno sentieri, percorsi culturali nel quadro di un progetto denominato Itinera e sarà inoltre un centro di smart working e co-working”, ha continuato il Sindaco.  Anche la nuova scuola di Isnello è coperta in FTTH ed è possibile usare delle postazioni ad hoc per lo smart working.

Isnello punto di riferimento dei nomadi digitali

“Questo è importante perché, soprattutto dopo la pandemia, questo ci ha consentito di far lavorare tante persone da remoto nel proprio paese – ha detto il sindaco – ma anche di diventare un punto di riferimento per i cosiddetti nomadi digitali. Sono tanti coloro che preferiscono spostarsi e non avendo una sede fissa lavorano viaggiando”.

In sostanza, ci sono diverse persone che pur avendo un contratto di lavoro fuori dalla Sicilia, sono di Isnello e quindi lavorano nel loro Comune di nascita. Poi, ci sono diverse persone, magari professionisti (ingegneri, economisti, dipendenti di grandi aziende ecc) che scelgono di viaggiare e lavorare da remoto e decidono di sostare a e fare tappa a Isnello.

Il complesso astronomico di GAL Hassin

“Il complesso di GAL Hassin, dove si trova l’Osservatorio di ricerca Astronomico di Isnello, si compone anche di diversi strumenti come un telescopio, che è stato collocato a Monte Mufara a 1800 metri, e che grazie a Open Fiber che ha portato la fibra con gli elicotteri è collegato con la rete super veloce, ottimizzando così il lavoro del centro astronomico”, ha spiegato, con grande orgoglio e soddisfazione, il Sindaco.

Il Telescopio a 1800 metri di altezza da realizzare, grazie all’FTTH, con l’ESA per individuare ed intercettare elementi pericolosi per la Terra

Il centro astronomico di Isnello è molto attivo e ha recentemente siglato un accordo di collaborazione con l’INAF (Istituto Nazionale di Astro Fisica) e sta portando avanti un progetto con l’ESA (Agenzia Spaziale Europea) per il collocamento di un altro telescopio sempre a Monte Mufara, si chiamerà Fly Eye per individuare ed intercettare elementi pericolosi per la Terra: dagli asteroidi ai rifiuti spaziali. “Si tratta di uno dei quattro telescopi mondiali di questo tipo, uno sarà collocato qui in Sicilia”, ci ha raccontato il primo cittadino.   

Davide Petruccione, sindaco di Castel Di Sasso (Ce)

L’FTTH nel Comune sparso di Castel di Sasso (Caserta), un’arma contro il calo demografico

La nuova tappa del nostro viaggio è a Castel di Sasso, in provincia di Caserta, un suggestivo “Comune sparso” di circa mille abitanti nel Medio Volturno, a circa 400 metri sul livello del mare sulle falde del monte Friento. Famoso per il suo borgo medievale arroccato, offre viste panoramiche sul Golfo di Napoli e rappresenta una destinazione ideale per il turismo lento, escursionismo e natura, a soli 18 chilometri da Caserta.

Comune ampio, ma la logistica è buona

“Il Comune di Castel di Sasso è molto ampio, con una copertura di 20 chilometri quadrati, è un’area interna, polmone verde del casertano, ma dal punto di vista logistico non è svantaggiato visto che si trova ad una quarantina di chilometri da Napoli”, ha raccontato a Key4Biz il sindaco Davide Petruccione – vale a dire a una cinquantina di minuti dal centro di Napoli. Questo è un punto fondamentale su cui insistere, anche attraverso le possibilità che la fibra può offrire contro il calo demografico endemico degli ultimi decenni”.

Ambiente più friendly con la fibra

Spazi di co-working, una logistica non svantaggiata e risorse naturalistiche, paesaggistiche ed enogastronomiche di grande interesse sono un mix che rende attrattivo il territorio da punto di vista economico e turistico. “L’idea è di rendere il Comune attrattivo anche per chi vuole e può lavorare da remoto – aggiunge il sindaco Petruccione – Penso ai lavoratori da remoto, ma anche ai tanti concittadini e concittadine che, accrescendo la loro posizione lavorativa o studiando sono andati via, ma che grazie alla fibra potrebbero trovare qui un ambiente più accogliente e idoneo per lavorare al meglio, conciliando qualità della vita e soddisfazioni professionali”.

La fibra per promuovere il territorio

Tra l’altro il territorio ha una tassazione vantaggiosa, c’è un’area industriale e anche un CUP, il che rende il territorio attrattivo.

La copertura ha raggiunto peraltro un borgo del territorio che oggi è disabitato. “Si tratta di Borgo Vallata, che è uno dei 15 o 16 borghi che compongono il territorio e che è l’emblema dello spopolamento del territorio. La fibra è arrivata lì perché ci sono degli immobili di proprietà comunale che vengono oggi sfruttati per attività culturali, eventi di promozione del territorio”, ha proseguito il Sindaco, “in uno di questi immobili è stato attivato un info-point che segue il territorio. L’obiettivo è farne il punto di riferimento per le attività turistico culturali del territorio”.  

Alessandro Spaggiari, Sindaco di Soiano del Lago (Bs)

A Soiano del Lago, che dà sul lago di Garda: 16 chilometri di fibra per modernizzare la PA

Prossima tappa al Comune di Soiano del Lago, in provincia di Brescia, sul Lago di Garda. “La realizzazione della rete FTTH nel Comune di Soiano del Lago rappresenta un investimento strategico fondamentale per il futuro del territorio. Grazie alla posa di circa 16 chilometri di fibra ottica, oggi possiamo garantire connettività ultraveloce non soltanto agli edifici pubblici, come Municipio e Scuole, ma anche alle abitazioni private e alle attività produttive presenti nelle zone più decentrate del paese”, racconta il sindaco Alessandro Spaggiari, secondo cui per un piccolo Comune, la fibra ottica non significa soltanto internet più veloce: significa rendere la Pubblica Amministrazione più efficiente, moderna e vicina ai cittadini.

Digitalizzazione del PNRR valorizzata con l’FTTH

“Gli importanti finanziamenti PNRR ottenuti dal Comune per la digitalizzazione, dall’abilitazione al cloud ai servizi tramite SPID, CIE, App IO, pagoPA, ANPR e interoperabilità delle banche dati, possono oggi essere valorizzati pienamente proprio grazie a questa infrastruttura”, aggiunge Spaggiari.

Nella PA smaterializzazione delle pratiche e digital divide ridotto

“La connettività in fibra consentirà agli uffici comunali di accelerare la smaterializzazione delle pratiche, ridurre i tempi amministrativi, migliorare lo scambio documentale tra gli uffici, con gli enti sovracomunali e offrire servizi digitali sempre più accessibili e immediati per cittadini e imprese”, dice ancora il sindaco Spaggiari. “Allo stesso tempo, la fibra contribuisce a ridurre il divario digitale che spesso penalizza i piccoli Comuni e le aree bianche, creando nuove opportunità di sviluppo economico, smart working, innovazione e attrattività territoriale. È una condizione essenziale per costruire un Comune realmente smart, capace di offrire servizi moderni senza perdere la qualità della vita e il legame con il territorio che caratterizzano le nostre comunità locali. Possiamo dire che da oggi, a Soiano del Lago, il futuro è presente!”.

Antonio Rizzo, Sindaco di Viggianello (Pz)

A Viggianello 50 chilometri di fibra ultraveloce

Infine, il nostro viaggio si chiude nel borgo di Viggianello, in provincia di Potenza, dove sono stati posati 50 chilometri di fibra ottica ultraveloce. Nel cuore del Parco del Pollino, è stato realizzato un progetto ad alto impatto sostenibile con scavi ridotti al minimo e il riutilizzo di oltre l’80% delle infrastrutture esistenti. Un’opportunità di transizione digitale – con la trasformazione del centro lucano in un ‘Borgo Smart’ – della quale ha tratto beneficio, in primis, l’amministrazione comunale, come ha confermato il Sindaco Antonio Rizzo: “È stato un vero e proprio passaggio al mondo moderno che ha permesso di collegare un luogo molto periferico al resto del mondo. Qui da noi”, ha detto, “le strade sono complesse, ma quella per il digitale è diventata molto più semplice”.

Benefici per gli uffici comunali

Il primo cittadino ha messo in evidenza inoltre i benefici per gli uffici comunali “dove navigare a mille mega era un sogno” e quelli per i cittadini. “Il servizio ottimizzato è un beneficio soprattutto per la nostra comunità per quanto l’età media non sia bassissima, e lo abbiamo notato, per esempio, quando un anziano si reca all’ambulatorio e si può scaricare velocemente il fascicolo sanitario”. E le facilitazioni sono visibili anche dal punto di vista turistico: “Oggi non siamo più delle lumache”, ha concluso.

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DNA, governi UE lontani da accordo. Il piano in 12 punti delle telco Ue

I paesi europei faticano a trovare una posizione unitaria sul Digital Networks Act, il nuovo pacchetto di regole proposto dalla Commissione Ue al vaglio delle istituzioni di europee. Pesa in primo luogo la mancata volontà di cedere pezzi di sovranità nazionale a Bruxelles da parte delle 27 capitali del Vecchio Continente su regole Tlc, net neutrality e modalità di finanziamento delle nuove reti in fibra e 5G standalone.

Il nodo dello spettro

Uno dei punti nodali di scontro è la volontà di Bruxelles di centralizzare la gestione dello spettro radio e le regole sulla concorrenza.

Un altro tema alquanto divisivo è quello delle tariffe per l’utilizzo delle reti. Le Big Tech devono o non devono pagare per l’occupazione massiccia delle reti? In che modo dovrebbero contribuire al finanziamento delle nuove reti che pesa sulle telco?

Anche la net neutrality è a rischio, con le nuove regole proposte nel DNA.

Lo switch off del rame

Un altro tema critico è lo switch off del rame, che secondo la proposta controversa della Commissione dovrebbe chiudersi entro il 2035, ma che nei diversi paesi Ue sarà programmata e portata avanti a seconda delle diverse situazioni dei singoli Stati.

Insomma, i nodi da sciogliere sono numerosi ei diversi blocchi in gioco sono essenzialmente tre.

Il blocco dei sovranisti

In primo luogo, il blocco dei paesi “sovranisti” (Italia, Francia, Germania, Austria, Ungheria, Slovenia) che a novembre ha presentato un documento congiunto (non-paper) per contestare la struttura stessa della proposta della Commissione Ue. In poche parole, la nuova legge dovrebbe essere una semplice direttiva – che lascia maggiore flessibilità di recepimento – e non un regolamento direttamente applicabile, che imporrebbe regole identiche per i diversi paesi indipendentemente dalle condizioni di mercato dei singoli Stati.   

I sei Stati si oppongono poi alla cessione di sovranità sulla gestione dello spettro radio e alla centralizzazione delle licenze. Sono infine scettici sulle semplificazioni relative ai merger transfrontalieri tra grandi operatori.

I nordici e digitalizzati

C’è poi il fronte dei paesi nordici e digitalizzati (Spagna, Svezia, Danimarca, Lussemburgo) che sono favorevoli alle riforme ma sono più scettici sulle tempistiche. Per quanto riguarda lo switch off de rame, hanno meno problemi visto che ad esempio la Spagna e la Svezia lo hanno pianificato entro quest’anno mentre Lussemburgo e Danimarca entro il 2030.    

Fornitori cinesi

Un altro punto divisivo riguarda la volontà di Bruxelles di estromettere i fornitori cinesi (Huawei e ZTE) dalle reti cellulari, in particolare per quanto riguarda il 5G per timori di carattere geopolitico, di cybersicurezza e spionaggio industriale.

Fair share tramontato, che fare con le Big Tech?

Per quanto riguarda, infine, il contributo al finanziamento delle reti in fibra e 5G da parte delle Big Tech (Google, Netflix, Amazon, Facebook ecc), i governi sono stati talmente divisi che la proposta di fair share è stata già accantonata. Favorevoli sarebbero stati paesi come Francia, Italia e Spagna. Contrari, invece, Germania, Paesi Bassi e Irlanda. Paesi storicamente più vicini alle Big Tech anche per questioni fiscali.    

Il piano in 12 punti di Connect Europe

Nel contempo, è arrivato oggi un nuovo piano in 12 punti per migliorare il Digital networks Act da parte di Connect Europe, l’associazione che raccoglie le principali telco europee.

Il messaggio centrale è che la connettività non è soltanto un’infrastruttura tecnica, ma una leva industriale strategica per l’Europa: senza reti più solide, scalabili e sostenibili, anche le ambizioni europee su AI, cloud, cybersecurity, competitività e sovranità digitale restano più difficili da realizzare.

1. Semplificazione, armonizzazione e parità di condizioni

Il DNA dovrebbe eliminare le norme duplicate anziché aggiungere complessità e burocrazia, riducendo al contempo la frammentazione e garantendo una reale parità di condizioni nell’intero ecosistema digitale, in linea con il principio “stessi servizi, stesse regole”.

2. Rafforzare la certezza dello spettro a lungo termine

Gli investimenti richiedono prevedibilità. Le licenze per lo spettro dovrebbero essere a tempo indeterminato o a lungo termine (40 anni), supportate da quadri di rinnovo automatico prevedibili e giuridicamente sicuri. Le misure di modellazione del mercato e la condivisione obbligatoria devono rimanere giustificate e proporzionate. Una chiara definizione tempestiva delle bande future, incluso il 6G, è fondamentale per ancorare gli investimenti nell’ecosistema. La governance dello spettro deve rafforzare le economie di scala, non introdurre incertezza.

3. Favorire una transizione alla fibra guidata dal mercato

Con oltre il 77% di copertura FTTH, la migrazione alla fibra è ben avviata e in molti Stati membri si è già registrata un’elevata diffusione senza un mandato normativo. Lo spegnimento dovrebbe rimanere guidato dal mercato. Tempistiche uniformi a livello UE, scollegate dalle realtà del mercato, mancano di proporzionalità e rischiano di distorcere la concorrenza e ridurre la pluralità delle infrastrutture. Le politiche dovrebbero dare priorità alla condivisione delle migliori pratiche, supportare l’implementazione e la domanda, piuttosto che imporre scadenze rigide che indeboliscono la fiducia, gli incentivi agli investimenti e la certezza del diritto.

4. Sostituire la regolamentazione di accesso tradizionale con un regime di accesso “di sicurezza” a prova di futuro

Il DNA dovrebbe rendere la deregolamentazione la norma predefinita, limitare l’intervento normativo a colli di bottiglia locali realmente eccezionali, rifiutare prodotti di accesso UE standardizzati e garantire che qualsiasi rimedio sia rigorosamente giustificato, proporzionato, con scadenza definita e a supporto degli investimenti nelle infrastrutture Gigabit.

5. Aggiornare le regole di Internet aperto per le reti avanzate

I principi di Internet aperto devono essere preservati, adattando al contempo le regole all’evoluzione tecnologica. Le architetture 5G avanzate e cloud-native si basano su una gestione flessibile del traffico, sulla differenziazione della qualità e sul network slicing, consentendo offerte più personalizzate e servizi innovativi. I servizi di connettività business-to-business (B2B) dovrebbero essere esclusi dall’ambito di applicazione per evitare di ostacolare la digitalizzazione industriale. Le norme aggiornate dovrebbero favorire l’innovazione e consentire ai consumatori di beneficiare delle reti moderne.

6. Correggere gli squilibri nella catena del valore della connettività

È necessario affrontare le asimmetrie persistenti. I grandi generatori di traffico che influenzano i carichi di rete dovrebbero impegnarsi in negoziati equi sull’interconnessione e sul trasporto dati IP nell’ambito di un quadro normativo UE vincolante con un’efficace risoluzione delle controversie. Gli approcci di conciliazione volontaria sono insufficienti. Inoltre, i principali attori della catena del valore di Internet che incidono sull’instradamento del traffico dovrebbero rispettare i principi di un Internet aperto. Lasciare irrisolti squilibri ingiustificati compromette la capacità dell’Europa di raggiungere i suoi obiettivi di connettività, sostenibilità e politica industriale.

7. Garantire la neutralità tecnologica e la parità normativa

Servizi equivalenti devono essere soggetti a norme equivalenti. La direttiva ePrivacy, una normativa orizzontale obsoleta e specifica per settore che limita la capacità degli operatori di innovare, combattere le frodi e proteggere gli utenti, dovrebbe essere abrogata per fare affidamento sul GDPR, applicabile in egual misura a tutti gli attori. Con l’espansione dei fornitori di servizi satellitari nei mercati direct-to-device, è necessario garantire la parità normativa, salvaguardando al contempo la certezza dello spettro terrestre. Un quadro normativo tecnologicamente neutrale è essenziale per prevenire distorsioni e proteggere gli investimenti a lungo termine.

8. Riorientare le politiche a tutela degli utenti finali su proporzionalità e coerenza

La tutela degli utenti finali deve rimanere forte ma proporzionata. I quadri normativi orizzontali a tutela dei consumatori dovrebbero prevalere sulle norme nazionali e specifiche del settore delle telecomunicazioni, e gli obblighi settoriali rimanenti dovrebbero essere pienamente armonizzati. Il Servizio Universale dovrebbe orientarsi verso strumenti pubblici mirati per affrontare i problemi di accessibilità economica o eventuali lacune di connettività residue. Gli obblighi relativi alle comunicazioni di emergenza devono essere applicati in modo coerente da tutti gli attori interessati. Le disposizioni in materia di frode dovrebbero essere coerenti con le altre leggi dell’UE e garantire che gli operatori possano agire rapidamente in tempo reale per contrastare le frodi. La tutela dei consumatori e la competitività devono rafforzarsi a vicenda attraverso una regolamentazione coerente.

9. Affrontare la resilienza come obiettivo orizzontale, non settoriale

Un ecosistema di connettività affidabile è un obiettivo condiviso da decisori politici e industria. Gli operatori garantiscono già sicurezza e resilienza attraverso misure tecniche, operative e organizzative complete. I nuovi meccanismi sovrapposti e specifici per settore aggiungeranno confusione e complessità e risulteranno sproporzionati. Gli obiettivi di resilienza dovrebbero essere affrontati attraverso i quadri orizzontali esistenti.

10. Garantire che l’autorizzazione generale non crei oneri aggiuntivi ingiustificati

Gli operatori già autorizzati dovrebbero essere considerati conformi a qualsiasi nuovo sistema che la DNA introdurrebbe per l’autorizzazione generale/passaporto e per l’autorizzazione generale dello spettro. Inoltre, qualsiasi nuovo requisito per l’ingresso nel mercato non dovrebbe creare incertezza giuridica per le parti interessate facendo riferimento a leggi attualmente non in vigore.

11. Semplificare il quadro normativo per le risorse di numerazione

I servizi M2M non interpersonali e IoT dovrebbero essere esclusi dagli obblighi orientati al consumatore e la complessità normativa dovrebbe essere ridotta laddove la numerazione sia utilizzata solo per la connettività delle macchine.

12. Promuovere reti più ecologiche senza nuova burocrazia

La sostenibilità dovrebbe essere perseguita attraverso la modernizzazione, l’efficienza e gli incentivi agli investimenti, non attraverso obblighi di rendicontazione specifici per le telecomunicazioni che si sovrappongono, duplicando la legislazione UE esistente e contrastando l’agenda di semplificazione dell’UE.

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TIM, la promozione delle agenzie di rating è un assist (o un ostacolo) per l’OPAS di Poste?

Il risanamento finanziario di TIM accelera e ridisegna gli equilibri del risiko delle telecomunicazioni. Nel giro di pochi giorni, il gruppo guidato da Pietro Labriola ha incassato una doppia promozione sul debito: prima Moody’s (rating a Ba1 da Ba2) e oggi Fitch, che ha alzato il giudizio di lungo termine a ‘BB+ con outlook stabile. Entrambe le agenzie certificano il successo del deleveraging post-vendita di NetCo e la forte generazione di cassa attesa fino al 2028. In particolare, Fitch sottolinea “l’espansione di TIM Enterprise e la crescita costante in Brasile”, come evidenziato nei conti del primo trimestre. Una settimana d’oro per i conti, che solleva però un interrogativo cruciale: come impatta questo exploit sull’OPAS lanciata da Poste Italiane?

L’assist: un target più solido e meno rischioso

Per Poste Italiane, il doppio upgrade è un indiscutibile assist sul piano della sostenibilità finanziaria. Una TIM strutturalmente più solida e con un merito creditizio vicino all’investment grade riduce drasticamente i rischi legati all’integrazione o al rifinanziamento del debito del target. L’operazione di acquisizione diventa finanziariamente più sicura e difendibile davanti al mercato e agli azionisti del gruppo acquirente.

L’ostacolo: la leva del prezzo e l’appetito del mercato

L’altra faccia della medaglia riguarda la valutazione di TIM. Il combinato disposto dei giudizi di Fitch e Moody’s, unito al sentiment positivo degli analisti (come BofA), funge da propulsore per le quotazioni del titolo. Per Poste, questo successo potrebbe trasformarsi in un ostacolo:

  • Pressione sul concambio: Gli azionisti di TIM, forti di una società risanata e promossa, potrebbero ritenere l’offerta attuale meno generosa.
  • Resistenze sul prezzo: Un titolo TIM rivalutato dal mercato restringe i margini di manovra di Poste, aumentando il rischio di dover ritoccare le condizioni per superare le resistenze del mercato e dei soci chiave.

Il verdetto delle agenzie promuove la strategia industriale di TIM, ma sposta l’asticella dell’OPAS: Poste si trova tra le mani una preda decisamente più sana, ma che potrebbe essere più cara da conquistare.

L’Opas (Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio) lanciata da Poste Italiane su TIM, annunciata il 22 marzo 2026, valorizza ogni azione TIM 0,635 euro. L’operazione totale ha un valore di circa 10,8 miliardi di euro.

Componente in contanti: 0,167 euro.

Componente in azioni: 0,0218 azioni ordinarie Poste Italiane di nuova emissione.

Il prezzo di 0,635 euro per azione rappresenta un premio del 9,01% rispetto al prezzo ufficiale di chiusura di TIM del 20 marzo 2026. L’obiettivo dell’operazione è la creazione di un polo integrato e il delisting di TIM da Piazza Affari, con il completamento previsto entro la fine del 2026.

Quando arriverà la risposta di TIM?

  • Parere del CdA: Secondo fonti finanziarie diffuse da Reuters, il Consiglio di Amministrazione di TIM dovrebbe pubblicare il proprio comunicato ufficiale con il parere (non vincolante) sul prezzo e sull’offerta intorno al 10 agosto 2026.
  • Apertura del periodo di adesione: L’effettivo lancio dell’Opas sul mercato, con la possibilità per gli azionisti di consegnare le proprie azioni, è programmato per luglio 2026.
  • Decisione degli azionisti: La scelta finale spetterà ai singoli azionisti di TIM durante il periodo di offerta, finalizzato al delisting entro la fine del 2026.

Poste Italiane potrebbe rilanciare il prezzo?

Sì, un rilancio è possibile ed è ipotizzato dal mercato. Molti analisti finanziari e banche d’affari (tra cui Barclays) considerano il premio del 9,01% troppo basso, stimando la necessità di un incremento del prezzo vicino al 10% per convincere i soci.

Tuttavia, la posizione ufficiale delle società coinvolte è di attesa:

  • L’Amministratore Delegato di TIM, Pietro Labriola, ha detto lo scorso 7 maggio che è ancora troppo presto per stabilire se l’offerta debba essere alzata.
  • Eventuali ritocchi al prezzo (in particolare sulla componente in contanti) verranno valutati da Poste Italiane soltanto dopo le reazioni formali del CdA di TIM e l’andamento iniziale delle adesioni in estate.

Oggi il titolo Tim viaggia a 0,71 euro e c’è chi sostiene l’asticella minima per l’Opas sarebbe 0,80 euro.

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