Tim, Ugliarolo (Uilcom Uil) chiama il Governo: ‘Evitiamo gli stessi errori commessi con Fibercop’

Le voci su possibili sviluppi nella vicenda Tim sollevano la preoccupazione dei sindacati, che chiedono lumi al Governo. E non potrebbe essere altrimenti, vista la ridda di voci che si susseguono per un possibile interessamento da parte di iliad e di altri soggetti, fra cui il fondo britannico CVC e Poste che a diverso titolo avrebbero manifestato interesse per rilevare quote nell’operatore. Ne abbiamo parlato con Salvo Ugliarolo, segretario nazionale della Uilcom Uil.

Key4biz. Voci di spezzatino di Tim. Cosa pensa il sindacato?

Salvo Ugliarolo. Siamo da sempre stati contrari a qualunque ipotesi di spezzatino di Tim, come siamo sempre stati contrari all’operazione di scorporo della rete. Su Tim, continuiamo ad essere informati soltanto da una grande moltitudine di voci di stampa. Siamo preoccupati perché dopo la cessione della rete ci aspettavamo un periodo più tranquillo intorno a Tim. 

Key4biz. Da quello che si legge sui giornali, Iliad smentisce la scissione delle attività se eventualmente le cose andranno in porto. Vi convince?

Salvo Ugliarolo. Noi non siamo pregiudizialmente contrari a nessuna ipotesi, quello che ci preoccupa è l’esperienza già fatta pochi mesi fa con la scissione della rete. Tanti dicevano che il progetto era buono, ma noi come UIL non siamo mai stati convinti perché non si è mai discusso prima della sostenibilità e delle garanzie industriali del progetto. Oggi, a sei mesi da quell’operazione e dopo le dimissioni dell’ad di Fibercop Ferraris senza un piano industriale, non vorremmo che si ripetesse la stessa situazione con Tim.

 Key4biz. Cosa chiedete al Governo?

Salvo Ugliarolo. Al Governo chiediamo un confronto politico chiaro sul futuro delle telecomunicazioni nel nostro paese. Qual è la visione e il piano industriale per il settore di questo Governo, che è lo stesso Governo che sei mesi fa ha avallato il progetto di scissione della rete Tim e che negli ultimi due anni e mezzo è stato molto sfuggente con il sindacato. L’ultimo incontro che abbiamo avuto risale a marzo del 2024. E’ passato quasi un anno, ma anche allora i ministri Urso e Calderone si erano impegnati a vederci regolarmente. Ma così non è stato.

Key4biz. L’incontro che avevate fissato per il 12 febbraio è saltato? 

Salvo Ugliarolo. Sì, è stato derubricato a incontro tecnico. Ma di questo genere di incontri tecnici ce ne sono stati già molti, adesso è il momento di entrare nel vivo e capire a livello politico cosa pensa il Governo di questo settore delle Tlc, siamo a metà mandato e non abbiamo ancora capito quale sia la visione di Polazzo Chigi e del Mimit sul futuro di un settore strategico per il paese come le Tlc.

Key4biz. Il Governo vuole aspettare l’evolversi della situazione?

Salvo Ugliarolo. A furia di aspettare, le cose precipitano. Tanto più che il CCNL è scaduto da due anni e messo e che si stanno palesando contratti pirata, come quello del sindacato CISAL, senza controllo. Ma il contratto nazionale va garantito.

Key4biz. Tornando alle voci su Tim, il sindacato non avrebbe delle pregiudiziali nei confronti di iliad.

Salvo Ugliarolo. Noi a monte non abbiamo pregiudiziali nei confronti di nessuno. Ma non volgiamo ripetere l’errore commesso nel 2024 nell’operazione di cessione della rete Tim, quando non abbiamo avuto la possibilità di acquisire prima il progetto industriale e la sostenibilità dell’operazione, che a breve distanza ha subito degli scossoni forti. Poi, a distanza di sei mesi l’ad di Fibercop Ferraris si è dimesso, manca un piano industriale e siamo di nuovo a parlare di operazioni e di possibili OPA e spezzettamenti di Tim. Non facciamo lo stesso errore. Facciamo delle valutazioni preventive, condividiamole, per un’azienda che in pancia ha 17mila persone. Il Governo non si sottragga al confronto perché se ci ritroviamo a cose fatte senza un piano abbiamo perso tutti. Il Governo deve farsi carico di indirizzare il settore delle Tlc.  

Key4biz. Cosa pensate di fare in assenza di risposte da parte del Governo?

Salvo Ugliarolo. Noi abbiamo necessità di conoscere il piano industriale del settore Tlc. Abbiamo bisogno di avere garanzie sui livelli occupazionali di tutto il settore, a cominciare da Tim ma passando anche dal mondo dei call center, e abbiamo bisogno di chiarire la situazione del contratto nazionale delle comunicazioni. Altrimenti ci resta di fare una grande mobilitazione, per chiedere in questo modo queste risposte da parte delle Istituzioni.

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Tim: Poste non pensa all’acquisizione, ma al 9,8% di Cdp. Mossa strategica o commerciale?

Il destino di Tim nel mirino di iliad, a sua volta insidiata da Poste, divide l’opinione pubblica tra fautori da un lato dei un vero consolidamento con il passaggio da 4 a 3 operatori – nel caso di buon esito del merger con l’operatore francese – e, dall’altro, fautori di un’italianità che rischia, però, di essere limitata a sinergie commerciali.

Tim, Poste interessata a subentrare a Cdp

Secondo quanto emerge da Repubblica e Corriere della Sera, ribadito anche da Reuters, l’eventuale investimento di Poste in Tim potrebbe riguardare soltanto la quota del 9,81% oggi detenuta da CDP, secondo azionista dietro a Vivendi (23,75%).  Troppo poco per incidere a fondo sulle strategie future del gruppo.   

Poste, che offre servizi di telefonia mobile attraverso Poste Mobile, sta valutando se una eventuale partnership commerciale possa essere rafforzata anche attraverso un investimento azionario.

Non è stata ancora presa alcuna decisione, aggiunge la Reuters, e Tim non figura nell’ordine del giorno ufficiale del consiglio di amministrazione di Poste convocato per oggi.

Poste sarebbe come Cdp un socio che ha lo Stato alle sue spalle, ma avrebbe il vantaggio di gestire un’attività che si presta ad alleanze commerciali con Tim.

Anche Vivendi è aperta alla possibilità di cedere la sua partecipazione del 23,75%, al giusto prezzo, hanno detto in passato alcune fonti.

Tim, mercoledì il bilancio e giovedì il piano industriale

Tim presenterà mercoledì i conti del 2024 e giovedì un aggiornamento del suo piano strategico 2025-2027. Ed è in vista di queste date che crescono l’attesa e le aspettative del mercato.

Nel frattempo, nel weekend era spuntata anche una analisi di Unimpresa, che prendeva in considerazione una fusione tout court fra Poste e Tim. Fusione totale che però, in realtà, non sarebbe sul tavolo.

Secondo alcuni osservatori, la voce su Poste sarebbe stata messa in circolazione dalle parti per fare salire il peso della posta in gioco. Una mossa difensiva, che è bene notare ha preso quota soltanto dopo l’emergere dell’interesse di iliad per il business Consumer di Tim.

Consolidamento soltanto con iliad

In effetti, è un dato di fatto che la fusione con Poste non ridurrebbe il tanto auspicato numero degli operatori.

Iliad, invece, viste le pessime condizioni in cui versa il mercato italiano fra guerra dei prezzi e calo dei ricavi, avrebbe tutto l’interesse a fondersi con Tim, anche perché Vivendi che molti sottovalutano ha rapporti con i francesi e potrebbe preferire cedere la sua quota ad un altro player francese piuttosto che a Poste. Che in effetti, secondo le prime indiscrezioni, sarebbe orientata a subentrare a CDP rilevandone la quota del 9,81%.

Poste-Tim, quale logica industriale?

Resterebbe da capire la logica industriale di un ingresso di Poste nel capitale di Tim. Un’operazione che avrebbe, a prima vista, una valenza certamente politica e potenzierebbe inoltre la rete distributiva di Tim, mettendo a disposizione le migliaia di uffici diffusi sul territorio.

Quale destino per Tim Enterprise?

Resterebbe da capire, inoltre, il destino di Tim Enterprise (Noovle, Telsy, Olivetti, Tim Brasil e Sparkle finché non sarà ceduta). Iliad nel suo incontro con il Governo avrebbe garantito il mantenimento del perimetro industriale e di tutti i posti di lavoro coinvolti nell’operazione.

D’altra parte, Tim Enterprise avrebbe suscitato l’interesse soprattutto del fondo britannico CVC. Ma resterebbe anch’essa nel perimetro dell’operazione o verrebbe esclusa?

E in futuro si propenderebbe ad uno spezzatino delle attività Enterprise?

Quale futuro per il Polo Strategico Nazionale?

Infine, quali conseguenze risulterebbero da eventuali nuovi scenari per il Polo Strategico Nazionale, il progetto finanziato con fondi del PNRR per la migrazione in cloud della Pa italiana aggiudicato ad un consorzio composto da Tim, Leonardo, CDP e Sogei?

Tutte domande che potrebbero trovare risposte questa settimana, in occasione del bilancio e del piano industriale di Tim.  

Leggi anche: TIM, l’ipotesi spezzatino scuote il mercato. Ma che dice il Governo?

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AIIP su voci di spezzatino Tim: ‘Da sempre un’operazione finanziaria’

Il dibattito sulla frammentazione di TIM continua ad animare il settore delle telecomunicazioni, ma una cosa è ormai evidente: il progetto di spezzatino non ha mai avuto una chiara impronta industriale, ma è sempre stato un’operazione finanziaria. Questa è una convinzione largamente condivisa tra gli esperti del settore, e anche AIIP non ha mai visto un piano strategico solido dietro alle mosse del gruppo”, ha detto Giovanni Zorzoni, presidente AIIP.

Il destino di TIM appare segnato. Secondo l’associazione che rappresenta i piccoli provider “l’eventuale spezzettamento, pur rappresentando un’opportunità, nasconde molte insidie. Se Iliad dovesse acquisire la rete mobile di TIM, si troverebbe a gestire un salto quantico nelle sue operazioni, con tutte le sfide del caso. Tra queste, spicca il patto TIM-Fibercop, noto come MSA, che pare già mostrare segni di scricchiolio durante lo scrutinio di AGCM e rischia di diventare un vincolo insostenibile e difficile da mantenere nel nuovo assetto”.

Una certezza, invece, emerge con chiarezza: “il mercato si avvia verso un numero ridotto di operatori, proprio come AIIP aveva previsto da tempo. In questo scenario, gli operatori regionali avranno un ruolo sempre più centrale, garantendo quella varietà di offerta e quella competizione che un tempo ruotavano intorno alla presenza di TIM come attore dominante”.

“L’evoluzione della situazione andrà monitorata con attenzione, ma i giochi sembrano già fatti: il mercato cambierà assetto, e chi saprà adattarsi meglio a questa nuova configurazione ne uscirà vincente”, chiude l’AIIP.

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TIM, l’ipotesi spezzatino scuote il mercato. Ma che dice il Governo?

Le voci di un possibile spezzatino di Tim si fanno sempre più insistenti e il mercato accoglie con favore questa ipotesi, che vedrebbe Iliad e il fondo britannico CVC interessati separatamente e a diverso titolo ad alcuni pezzi dell’operatore italiano. Dopo la separazione da Fibercop, sarebbe un ulteriore passo nella direzione dello sgretolamento dell’ex incumbent, che potrebbe avere forti ripercussioni su tutto il mercato delle Tlc anche in ottica di consolidamento.

Iliad e CVC, Le due ipotesi in campo

Iliad avrebbe dato mandato a Boston Consulting Group per valutare un’ipotesi di aggregazione con Tim. L’indiscrezione è riportata da La Stampa, che dice che la mossa del gruppo francese è ancora alle prime battute e potrebbe non realizzarsi. Il Corriere della Sera anche ipotizza che Iliad, del miliardario Xavier Niel, si stia muovendo verso Tim, avendo scelto Lazard come advisor e preso contatto con il ministero dell’Economia.

Oltre a Iliad, anche il fondo britannico CVC sta valutando un ingresso in TIM, con particolare interesse per la divisione dei servizi alle imprese (Tim Enterprise), che potrebbe integrarsi con Maticmind, società controllata dallo stesso fondo CVC e partecipata da Cdp, che a sua volta detiene il 9,81% di Tim.

E il Governo?

Il Governo non sarebbe in linea di principio contrario, anche se di mezzo c’è un potenziale problema occupazionale che coinvolge 17mila dipendenti. Una possibile problematica che fa il paio con l’altra potenziale topica figlia della separazione dell’ex monopolista, vale a dire i circa 20mila dipendenti di FiberCop, da poco rimasta senza ad. Ieri il M5S ha fatto appello al Governo chiedendo chiarezza sulla sua posizione rispetto a queste voci che riguardano Tim, voci che preoccupano da tempo anche i sindacati, già in fibrillazione e da sempre contrari all’ipotesi spezzatino.

Quindi tutto bene?

La settimana prossima, il 12 febbraio, è prevista la comunicazione dei conti e del piano industriale 2025-2027 di Tim da parte dell’ad Pietro Labriola, che in passato si è sempre detto contrario all’ipotesi spezzatino. Ma l’ad deve fare in conti con una situazione complessa. La cessione di Sparkle al fondo spagnolo Asterion (che in Italia controlla Retelit) in tandem con il MEF va per le lunghe e il risarcimento da parte dello Stato del miliardo di euro per il canone non pagato del ’98 non avrà tempi brevi, visto che il Governo Meloni non sembra propenso a mettere mano al portafoglio. Il piano industriale dovrà quindi gioco forza contenere anche Sparkle. Il che imporrà il ricorso al golden power per eventuali negoziati di cessione della Business Unit Enterprise.

Bicchiere mezzo pieno

Secondo voci dal mercato (che vedono il bicchiere mezzo pieno e sperano nell’esito positivo del break up), i conti e l’Edibta iniziano a migliorare, nel piano industriale finalmente si ritornerà a parlare di dividendi dal 2025, anche perché ci sarà l’incasso del famoso miliardo dal Governo. O quanto meno verrà messo a bilancio nelle entrate.

Una volta che finalmente Sparkle sarà venduta ed assegnata, tecnicamente senza golden power, l’azienda potrebbe finalmente iniziare a considerare la divisione CONSUMER preda di ILIAD.

Cresce la spinta di un consolidamento nel settore soprattutto per la telefonia, con l’auspicio di un passaggio da 4 a 3 operatori. Resta da capire con quali conseguenze sulla qualità delle reti e sugli investimenti, per non parlare dei consumatori.

In questo senso, si parla soprattutto di ILIAD come potenziale acquirente o di Poste per una fusione con con TIM Consumer. Ipotesi, quest’ultima, rilanciata oggi anche dal Foglio, secondo cui “La società guidata da Matteo Del Fante sarebbe interessata a valutare una combinazione con Tim considerato anche che nei servizi telefonici è già presente da alcuni anni con Poste Mobile” scrive il giornale precisando che “Per adesso si tratta solo di un’ipotesi allo studio ma che potrebbe incontrare anche la non contrarietà del governo che considera il settore telefonico come strategico”. “Si potrebbe presentare come un’alternativa alla trattativa con Iliad anche se la compatibilità di un’aggregazione è tutta ancora da studiare nei numeri” aggiunge. Ma secondo il mercato sarà soprattutto ILIAD a sferrare il colpo.

Labriola è chiamato dagli investitori a preservare l’investimento, oramai critico da anni, ma la speranza di  tornare ad una fase positiva è diffusa.

L’incognita Vivendi

Resta da capire cosa pensa di tutto questo Vivendi, primo azionista di TIM con il 23,75%, e CDP che detiene il 9,8%. Scrive il Corriere Vivendi ha valutato la cessione della propria quota ai fondi, ma senza accordi sul prezzo. Inoltre, i rapporti tesi tra Vincent Bolloré e Xavier Niel, leader di Iliad, complicano ulteriormente il negoziato. Se la vendita dovesse tardare, Vivendi potrebbe rivedere la propria strategia e assumere un ruolo più attivo nella gestione di TIM.

Labriola contrario allo spezzatino

Labriola è contrario allo spezzatino e quindi al lancio di un’eventuale Opa non vincolante, già rispedita al mittente quando arrivò per tutto il gruppo da parte di KKR a 0.505 dicendo che era troppo bassa.

Ma nel contempo l’ad di Tim è favorevole al consolidamento degli operatori, ed è anche per questo che è stato l’artefice dello smembrato dell’ex monopolista cosi da operare tranquillamente sulle varie società.

Che voglia far accorpare TIM CONSUMER con ILIAD O POSTE è quasi d’obbligo, secondo alcune fonti, che vedono nella cessione la business unit Consumer l’unico modo per salvare il ramo meno profittevole dell’albero attuale, che porta ancora perdite. Perché tutte le altre Business Unit quali Brasile, Telsy, Noovle portano utili a differenza del Consumer.

Le intenzioni di CVC

Al contrario, CVC avrebbe in mente un’Opa su tutto il gruppo. Ma Labriola non sarebbe favorevole. Favorevole a meno che questi non lancino un’OPA a 0.70/0.80. Ma un’OPA con SPARKLE nel perimetro è sempre soggetta a golden power.

Invece un consolidamento CONSUMER da parte di iliad avrebbe mani libere.

Resta da capire a quali condizioni Vivendi sarebbe interessata a fare uno spezzatino almeno per recuperare qualcosa, si parla di 1,5 miliardi di euro, per cedere la sua quota.

Cdp ha in carico la sua quota del 10% a €0.65.

Intanto, anche l’AIIP dice la sua sull’ipotesi di spezzatino di Tim: “E’ da sempre un’operazione finanziaria”.

Tim: interesse iliad per il gruppo, non c’è intenzione spezzatino e licenziamenti

iliad sta studiando un’operazione di consolidamento guardando a tutta Tim, non ha intenzione di fare uno spezzatino e non ha in vista licenziamenti. E’ questo, secondo Radiocor, il messaggio della società di tlc al Governo italiano nei due incontri che sono avvenuti nei giorni scorsi a Palazzo Chigi e al MEF.

I francesi sono stati rappresentati da Benedetto Levi, amministratore delegato di iliad Italia, e Thomas Reynaud, ad del gruppo. Sempre secondo l’agenzia, il gruppo francese ha sottolineato con gli esponenti del Governo italiano la necessità di arrivare a un ulteriore consolidamento nel settore delle tlc.

Necessità peraltro già sostenuta anche dai Ceo delle altre principali aziende, da Pietro Labriola di Tim a Gianluca Corti di WindTre. In precedenza, iliad ha provato ad acquisire Vodafone Italia, poi comprata da Swisscom per fonderla con Fastweb.

In quel caso non c’erano stati preventivi incontri con il Governo ma, stando sempre a quanto si apprende, iliad è ben consapevole del ruolo di sistema e strategico che l’ex incumbent svolge e sempre ha svolto in Italia. Per queste ragioni ha inteso sondare l’esecutivo.

Dal MEF massimo riserbo su questi incontri. Anche il fondo Cvc, che controlla MaticMind (società sottoposta a golden power e controlli del Copasir) ha incontrato i rappresentati del Governo. In passato Cvc ha mostrato interesse per Tim e in particolare sulla parte Enterprise su cui aveva fatto un’offerta.

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Altroconsumo, gli italiani giudicano Internet, mobilità e pay tv

Ogni anno, Altroconsumo raccoglie migliaia di valutazioni per capire quali servizi soddisfano davvero le aspettative e quali, invece, deludono, anche nel campo di telefonia mobile, telefonia fissa e pay tv. L’indagine 2025, basata sulle risposte di oltre 22.000 abbonati, evidenzia alcuni di questi trend. Per quanto riguarda le piattaforme di streaming, le più famose restano in testa, ma con un livello di apprezzamento in calo rispetto agli anni precedenti.

Netflix e Disney+, per esempio, mantengono il primato ma non sono più sinonimo di eccellenza assoluta, mentre si vedono segnali di crescita per alcuni servizi meno noti. Nel settore della telefonia mobile, il predominio degli operatori tradizionali viene messo in discussione dall’ascesa di Iliad e di vari operatori virtuali, sempre più scelti per le loro offerte semplici e competitive. La telefonia fissa e l’accesso a Internet registrano un divario crescente tra chi utilizza connessioni in fibra e chi si affida ancora ad ADSL o VDSL, con conseguenti differenze nella soddisfazione degli utenti.

Netflix e Disney+: leader sotto pressione

Per anni, Netflix e Disney+ hanno rappresentato il punto di riferimento dello streaming, ma secondo Altroconsumo il 2025 ha segnato un punto di svolta: sebbene restino ai vertici della classifica per gradimento, il consenso tra gli utenti sta progressivamente erodendo. Il punteggio di soddisfazione per Netflix è passato da 79 su 100 nel 2021 a 74 quest’anno, e anche Disney+, che inizialmente aveva conquistato il pubblico con il suo ricco archivio di contenuti targati Marvel, Pixar e Star Wars, ha registrato un calo nel livello di apprezzamento.

Le ragioni di questa discesa sono molteplici. In primo luogo, gli utenti hanno mal digerito le nuove politiche sulla condivisione degli account, che hanno reso più difficile dividere le spese tra amici e familiari: tutto ciò ha portato a un’ondata di cancellazioni e lamentele. In secondo luogo, i continui aumenti di prezzo, più o meno giustificati dall’introduzione di nuovi contenuti e funzionalità, hanno spinto molti utenti a rivedere le proprie priorità di spesa. Non è raro che chi aveva più abbonamenti attivi ora scelga di mantenerne solo uno o due, privilegiando l’offerta percepita come più vantaggiosa.

Un altro aspetto che ha contribuito al calo di entusiasmo è stata la controversa decisione di Netflix di introdurre pubblicità nei piani più economici: per diversi utenti, questa scelta ha significato una perdita di valore del servizio, tanto più che la pubblicità si aggiunge a un catalogo che, in alcuni mercati, non sembra più così esclusivo e innovativo. Disney+, invece, ha dovuto affrontare il problema di una programmazione che, pur essendo di alta qualità, rischia di essere troppo orientata a franchise consolidati, senza proporre novità che sappiano sorprendere e attirare nuovi abbonati.

Ma forse il segnale più preoccupante per Netflix è un altro: il colosso dello streaming ha smesso di divulgare con regolarità il numero dei propri abbonati, scegliendo di comunicare questi dati solo in occasioni selezionate. Secondo alcuni analisti, questa mossa suggerisce una frenata nella crescita globale e una difficoltà sempre maggiore nel mantenere il ritmo serrato di acquisizione di nuovi utenti.

Dazn in crisi, mentre Eurosport sorprende

Se Netflix e Disney+ vedono erodersi il loro primato, alcuni servizi di streaming si trovano in una situazione ben più critica. Il malcontento è particolarmente evidente nel caso di Dazn, che, pur detenendo i diritti di trasmissione di numerosi eventi sportivi (tra cui la Seria A di calcio) continua a soffrire problemi tecnici e disservizi durante le dirette. Il buffering, i ritardi nella trasmissione e le frequenti interruzioni hanno esasperato gli abbonati, molti dei quali lamentano anche una gestione poco trasparente delle tariffe e delle promozioni. Il servizio clienti, spesso difficile da contattare e lento nelle risposte, non ha fatto altro che peggiorare la situazione.

Ci sono anche esempi positivi. Eurosport ha visto crescere il suo punteggio di gradimento, passando da 69 a 73 punti, grazie a una strategia che ha puntato sulla semplificazione dell’accesso ai contenuti, con un’integrazione più efficace su piattaforme come discovery+ e Sky.

Un altro dato interessante emerso dall’indagine di Altroconsumo riguarda il comportamento degli utenti: il 30% degli abbonati dichiara di condividere il proprio account con persone non conviventi, segno che le restrizioni imposte da alcuni servizi per limitare questa pratica non hanno avuto un impatto decisivo. Al contrario, molti consumatori sembrano sempre più inclini a trovare soluzioni alternative per contenere i costi e massimizzare il valore degli abbonamenti.

Telefonia mobile: Iliad e gli operatori virtuali dominano

Per la telefonia mobile, la classifica 2025 conferma una tendenza ormai consolidata: gli utenti premiano sempre più gli operatori low-cost e virtuali (MVNO), mentre i grandi gestori tradizionali vedono la loro posizione progressivamente erodersi. Iliad, in particolare, continua a guadagnare consensi, grazie a una strategia basata su trasparenza, assenza di costi nascosti e tariffe competitive.

Anche gli operatori virtuali (MVNO) stanno vivendo un periodo di crescita costante: tra i più apprezzati troviamo CoopVoce, Spusu, Optima e ho., che offrono pacchetti con prezzi contenuti e condizioni chiare. CoopVoce, che si appoggia alla rete TIM, ha ottenuto giudizi molto positivi per la stabilità della connessione e l’assenza di vincoli contrattuali, mentre Spusu e Optima, entrambi operanti su rete Vodafone, hanno saputo conquistare il pubblico grazie a offerte economicamente vantaggiose. Anche ho. Mobile, la versione low-cost di Vodafone, è riuscita a mantenere un buon livello di soddisfazione, attirando gli utenti con pacchetti tutto incluso senza brutte sorprese in bolletta.

Altri operatori, pur mantenendo una posizione solida nel mercato, stanno perdendo punti nel gradimento del pubblico: PosteMobile registra un calo di tre punti nella classifica di soddisfazione, mentre Very Mobile, l’operatore virtuale di WindTre, scende addirittura di quattro punti. Insomma, sebbene le tariffe vantaggiose siano un fattore determinante per gli utenti, il livello del servizio e la qualità della rete restano elementi fondamentali.

Un dato interessante che emerge dall’indagine è che sempre più utenti valutano il cambio di operatore con maggiore frequenza rispetto al passato. Grazie alla crescente semplicità dei processi di portabilità, cambiare gestore è diventato meno problematico, il che spinge gli operatori a competere non solo sui prezzi, ma anche sulla qualità dell’esperienza complessiva: i comparatori come SOSTariffe.it, in particolare, diventano cruciali per la scelta delle migliori offerte di telefonia mobile e fissa.

La fibra conquista il mercato, l’ADSL arranca

Per il fisso, l’indagine di Altroconsumo segnala un divario sempre più netto tra chi utilizza la fibra ottica e chi è ancora vincolato a connessioni ADSL o VDSL: il primo gruppo registra livelli di soddisfazione decisamente superiori rispetto al secondo.

Nel 2025, il 58% degli intervistati ha scelto un contratto con la fibra ottica, in crescita rispetto al 56% dell’anno precedente. Il dato non sorprende: la fibra garantisce prestazioni nettamente migliori in termini di velocità, stabilità della connessione e latenza, elementi fondamentali per chi lavora da remoto, utilizza piattaforme di streaming in alta definizione o gioca online. Gli utenti che ancora dispongono di una connessione ADSL lamentano invece problemi di lentezza e instabilità, con una generale insoddisfazione che riflette la progressiva obsolescenza di questa tecnologia.

Sul podio della soddisfazione per la telefonia fissa e Internet troviamo Iliad, Sky Wifi e Fastweb, tre operatori che hanno saputo conquistare gli utenti grazie a offerte competitive e performance affidabili. Iliad, nonostante sia ancora un attore relativamente nuovo nel settore della fibra, è riuscita a imporsi con tariffe semplici e senza costi nascosti, replicando di fatto il modello di successo adottato nella telefonia mobile. Sky Wifi ha invece puntato su un’infrastruttura di alta qualità, risultando particolarmente apprezzata da chi cerca una connessione premium per lo streaming e il gaming. Fastweb, dal canto suo, si distingue per la combinazione di buone prestazioni e un servizio clienti più efficace rispetto alla media del settore.

Ma se nella telefonia mobile Vodafone è in difficoltà, nella connettività Internet le cose cambiano: le misurazioni effettuate tramite l’app CheBanda di Altroconsumo confermano che Vodafone possiede la rete mobile più veloce e performante in Italia, con ottime valutazioni per copertura e stabilità del segnale.

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Smartphone, mercato globale in ripresa: vendite +7,1% nel 2024

Mercato globale degli smartphone in ripresa nel 2024, con vendite in crescita del 7,1% a 1.223 miliardi, “un segnale di costante ripresa per la industry”, secondo stime di Omdia.

Apple si è piazzata al primo posto fra i produttori, con 225,9 milioni di dispositivi venduti, in flessione dell’1,4% dai 229,1 milioni nel 2023, per una quota di mercato del 18%.

“Apple sta affrontando delle difficoltà in Cina”, sottolinea Omdia. “Nonostante il lancio della serie iPhone 16, le vendite complessive sono diminuite. Ciò viene attribuito ad un ciclo di vita più lungo degli iPhone, domanda crescente di ricondizionamento e iPhone usati che sta impattando sui modelli nuovi”  

Samsung ha consegnato 222,9 milioni di dispositivi nel 2024, ottenendo così una quota di mercato del 18%, mentre Xiaomi ha spedito 168,6 milioni di dispositivi per una quota di mercato del 14%. “Guardando indietro al 2024, è chiaro che l’industria degli smartphone si è ripresa dal calo del volume delle spedizioni registrato nel 2023. Con il mercato globale degli smartphone che ha raggiunto 1.223,1 milioni di unità nel 2024, ciò rappresenta un forte tasso di crescita annuale del 7,1%, il più alto dal 2021, ed è superiore alla previsione iniziale di circa 1.210 milioni”, ha osservato la società di analisi. “Sebbene sia improbabile che questa crescita continui, si prevede che le spedizioni del 2025 saranno in linea o leggermente inferiori a quelle del 2024, anche se non dovrebbero tornare al punto più basso del 2023”, ha aggiunto la società.

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FiberCop, S&P assegna rating ‘BB+’ dopo il riassetto. Outlook ‘negativo’. In vista 1800 uscite

S&P Global Ratings ha assegnato un rating “BB+” a FiberCop dopo il completamento della fusione push-down, con outlook “negativo”.

Il 31 dicembre 2024, Optics ha completato la sua fusione push-down tra Optics e FiberCop come parte della transazione tra TimKKR. Dopo questa fusione, FiberCop è l’unica entità e Optics ha cessato di esistere. I bilanci della società saranno consolidati presso FiberCop, che sta anche emettendo il debito. Non vi è alcun cambiamento importante nell’attività, nella situazione finanziaria o nella gestione della società a causa di questa fusione. Di conseguenza, le considerazioni sul rating, comprese le valutazioni del profilo aziendale, del profilo delle metriche di credito e dei rating della società, sono invariate.

L’outlook negativo riflette l’aspettativa che FiberCop non abbia alcun margine di valutazione rispetto al trigger di leva finanziaria massima di 6,25x nel periodo di previsione, rendendo più difficile per l’azienda assorbire una deviazione dalla previsione.

S&P potrebbe modificare l’outlook in stabile se il debito rettificato rispetto all’EBITDA rimanesse sostenibilmente al di sotto di 6,25x. Ciò potrebbe verificarsi se gli utili dell’azienda superassero il caso base o a causa di un impegno di politica finanziaria più conservativo ed esplicito.

“Potremmo abbassare il rating di FiberCop se prevediamo che il debito rettificato per EBITDA di S&P Global

supererà in modo sostenibile 6,25 volte a causa di prospettive di fatturato e redditività di base più deboli del previsto”. Ciò potrebbe derivare da:

— FiberCop ha una quota di mercato inferiore o meno abbonati;

— Ricavi medi per utente inferiori a quelli attualmente previsti da S&P nel suo caso base; o

— Una politica finanziaria più aggressiva del previsto, che non si concilierebbe con la praticamente nessuna leva finanziaria prevista da S&P per la fine del 2025.

50 manager e 1800 dipendenti in uscita

Secondo il Sole 24 Ore, FiberCop ha firmato un accordo collettivo con l’associazione Federmanager per la partenza di 50 dei suoi manager, secondo alcune fonti.

La decisione rientra nella riorganizzazione della nuova società, che è stata creata dall’ex rete fissa del gruppo di telecomunicazioni TIM.

FiberCop ha anche firmato un accordo con i sindacati per 1.800 partenze volontarie, che avverranno entro la fine di febbraio 2025.

Dopo le recenti dimissioni dell’amministratore delegato Luigi Ferraris, la società è ora guidata dal presidente Massimo Sarmi, che sta lavorando al piano industriale.

Il piano dovrebbe essere presentato a marzo.

FiberCop è controllata al 37,8% dal fondo statunitense KKR.

Leggi anche: Fibercop, caccia al nuovo Ad in attesa del piano industriale. Sindacati preoccupati. Ma è tempo di scavare

Ferraris si dimette. Quale futuro per Fibercop?

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5G, Roma a rischio digital divide. A San Saba l’Aventino Tecnologico. Lettera a Favino

Caro Pierfrancesco Favino, sei uno dei miei attori preferiti. Apprezzato a livello internazionale. Ti ho visto recentemente in Montecristo e in Buscetta. Sei l’attore preferito di mia moglie, ma ora le dovrò dare un dispiacere con questa lettera per te, perché sul 5G sei protagonista di una battaglia anacronistica, fuori dal set cinematografico.

Caro Favino, ti sei prestato a fare da testimonial dei comitati cittadini contro un’antenna 5G a San Saba a Roma, che rischia di creare un effetto a cascata, che pure chi non è convinto lo convinci perché un tuo fan.

Una capitale europea in digital divide e tu, caro Favino, ti metti a fare il don Chisciotte senza mulini a vento?
Sei diventato testimonial dei comitati cittadini contro un’antenna 5G a San Saba, di una protesta che rischia di fare da traino a una rivolta più ampia, spingendo Roma verso un isolamento tecnologico che non ha alcun senso. Una capitale europea in digital divide per un capriccio estetico e una paura infondata è un’assurdità totale. Roma senza 5G sarebbe davvero una scelta anacronistica. Perché 5G no e invece 4G sì, se usano gli stessi campi elettromagnetici?

Si chiama Nimby (Not in my backyard) l’atteggiamento di chi vuole il progresso ma non vuole che questo progresso avvenga passando per il suo giardino di casa.
Cioè fermare l’acqua con le mani.
Caro Favino, ti informo che il PNRR prevede 3,4 miliardi di euro per la copertura ultrabroadband in Italia e un miliardo per il bando Italia 5G. E sai che la resistenza di alcuni sindaci a concedere permessi per le antenne sta impedendo l’uso di questi fondi, frenando lo sviluppo digitale del Paese? Chi combatte il 5G blocca il futuro, non solo per sé, ma per tutti.

Nel frattempo, il Comune di Roma ha lanciato il progetto Roma 5G, con un finanziamento di 100 milioni di euro per portare la connettività nelle 100 piazze più importanti della città e garantire il segnale 5G persino nella metropolitana, rendendo la capitale più moderna e competitiva in vista del Giubileo. Eppure, mentre si investe per il futuro, c’è chi preferisce voltargli le spalle.

Favino, sei pronto a rinunciare al tuo smartphone?

Caro Favino, sono certo che tu e la tua famiglia possediate smartphone e li usiate ogni giorno. Ma sai che la vera sorgente delle onde elettromagnetiche contro cui ti scagli è il tuo cellulare? Lo sai che più lontana è l’antenna che “parla” con il tuo smartphone, più forte è il campo elettromagnetico generato dal cellulare che tieni accanto all’orecchio? Se l’elettrosmog ti spaventa la coerenza vorrebbe che tu smettessi di usare il cellulare e le app di streaming che ti permettono di guardare film – compresi i tuoi.

Le vere conseguenze economiche

Rifiutare il 5G significa danneggiare non solo chi vive a San Saba, ma anche il turismo e il lavoro. Oggi i viaggiatori vogliono connessioni veloci per i pagamenti digitali, la realtà aumentata nei musei. Le reti mobili veloci possono garantire il costante monitoraggio della salute delle persone che vivono da sole. Senza 5G, San Saba diventerà meno attraente perché meno tecnologica, e gli immobili non si svaluteranno per la presenza di un’antenna, ma per la mancanza di connessione.

Come si potrebbe pensare allo smart working senza copertura?  Il piccione viaggiatore è ormai estinto, e comunque non mi sembra intelligente mettersi contro pure le associazioni a favore della tutela degli animali.

Chi lavora da remoto in questo quartiere cosa dovrebbe fare? Tornare in ufficio perché non c’è copertura mobile? E come la mettiamo con le ore perse nel traffico, lo stress e l’inquinamento atmosferico? Ecco, quello è l’inquinamento di cui bisognerebbe preoccuparsi, perché sui campi elettromagnetici la ricerca scientifica la sua valutazione l’ha fatta: non c’è prova che le onde elettromagnetiche dei cellulari provochino il cancro. Non ci sono evidenze scientifiche di malattie legate ai campi elettromagnetici (Fonte Istituto Superiore di Sanità e l’ICNIRP, che è  il principale organismo internazionale che regola l’utilizzo delle frequenze radio).

Più antenne ci sono e meglio è perché la potenza si abbassa

Tanto più che secondo gli esperti mettere più antenne è quello che bisogna fare. Più antenne ci sono e minori sono le emissioni. È un concetto alla base della telefonia cellulare.

Più antenne ci sono, più il segnale che ognuna di queste antenne deve emettere diminuisce, perché le celle sono più piccole e serve meno potenza per arrivare ai bordi di ognuna di queste celle e coprire tutto il territorio.

L’estetica della protesta: il vero degrado urbano

Un’antenna è brutta? Eppure nessuno protesta per i cartelloni pubblicitari abusivi, le auto in doppia fila, i cavi elettrici sospesi ovunque. La modernità ha un costo visivo, ma porta benefici enormi. E se proprio l’aspetto estetico è un problema, esistono soluzioni di design per mascherare le antenne senza privarsi della tecnologia.

San Saba può permettersi di restare indietro?

Se ogni quartiere adottasse la stessa posizione di San Saba, Roma diventerebbe una città con connettività a macchia di leopardo, affetta da un assurdo paradosso: segnale 5G pieno nella metropolitana, navigazione impossibile per strada…

Ma la digitalizzazione non è un optional: è il futuro. Il 5G è essenziale per lo smart working, la telemedicina, la sicurezza pubblica e persino per l’intrattenimento. Sai che senza il 5G Broadcast la trasmissione di eventi live, come concerti e partite, sarebbe limitata? Perfino il settore del cinema, di cui fai parte, si affida sempre più alla connettività veloce per produzione e distribuzione. E come ti vediamo? Come negli anni 90? Tutti attaccati al televisore?

Allora, caro Favino, forse dovresti chiederti: vuoi davvero chiuderti nell’Aventino digitale di San Saba? O vuoi che Roma resti una capitale moderna e competitiva? Quale parte vuoi avere? La speranza è che tu possa rifletterci e ripensarci.

Per condividere anche con te i potenziali benefici del 5G e delle Telecomunicazioni del futuro, sono ben lieto di invitarti come graditissimo ospite alla prossima edizione del convegno promosso dal CNIT Telecommunications of the Future by 5GItaly, che si terrà il prossimo 9 aprile a Roma.

Insomma un consiglio: facciamo fare le cose a chi le sa fare.
Altrimenti domani i medici faranno gli attori, i tecnici i registi, gli ingegneri i fonici.
Perché tra i tanti esperti del nonsense, non ci sarebbe più spazio per chi le cose sa farle e le fa bene.
Pensaci.
Con rispetto.
Saluti – Key4biz

Leggi anche: ‘5G, più antenne ci sono e minori sono le emissioni’. Intervista a Nicola Blefari Melazzi (CNIT)

5G, che cosa non si potrà fare nei comuni che bloccano le antenne

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Reti Mobili in Italia: boom di copertura 5G, ma le previsioni al 2026 deludono?

Negli scorsi giorni Infratel ha pubblicato i risultati della mappatura delle reti mobili 2024; l’analisi ha coinvolto Tim, Vodafone, WindTre, Iliad e Fastweb, con l’obiettivo di monitorare l’infrastruttura esistente e prevedere gli sviluppi futuri.

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Dai dati emerge un incremento significativo delle antenne radio mobili dal 2021 ad oggi, tuttavia le previsioni per il 2026 indicano una crescita rallentata, con un totale stimato di 76.323 antenne, di cui circa un terzo però non disporranno di backhauling in fibra ottica.

Incoraggianti invece i miglioramenti delle reti 5G, soprattutto la copertura 5G non-standalone che è cresciuta dal 7% al 72% in due anni.
Tuttavia, va sottolineato, come nessun operatore abbia dichiarato percentuali di copertura in tecnologia 5G standalone entro il 2026.
Quale sarà il vero futuro delle reti mobili in Italia?

Leggi anche: Una stazione radio base su tre non connessa in fibra. 5G standalone, nessun operatore ha un piano per farlo fino al 2026

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La Francia vuole davvero vietare le super-offerte di giga 4G e 5G?  

E’ l’ultima polemica in Francia nel mercato delle Tlc: l’ADEME, l’Agence de la transition écologique, ha proposto di realizzare un sistema di tariffazione progressiva per dissuadere i consumatori dal sottoscrivere abbonamenti con troppi giga inclusi. L’obiettivo, scrive Numerama, sarebbe quello di ridurre il consumo in 4G e 5G, che di fatto è più energivoro del WiFi.

L’ADEME si trova al centro del dibattito e propone di regolare, restringendolo, il numero minimo di giga che si possono inserire in offerte a forfait per il mobile, allo scopo di dissuadere gli utenti da consumi eccessivi.

Questa proposta non è passata inosservata

Al di là di tutto, la proposta metterebbe fine all’estrema competitività che c’è sul mercato francese del mobile, con una efficacia però discutibile visto che la media francese di consumo mensile di giga è piuttosto bassa, pari a 17 e quindi avere un tetto generoso di consumo non è per forza indice di un problema. Detto questo, il fondatore di Free Mobile Xavier Niel (gruppo Iliad) ha subito dichiarato come la pensa: è contrario.  

C’è da dire che, contrariamente a quanto dicano in molti in questi giorni, l’ADEME non ha l’autorità di proporre una legge in questo senso.

Come si legge sul suo sito web, la sua missione è quella di “accelerare la transizione verso una società più sobria e unita, creando posti di lavoro più umani e armoniosi”. Uno dei suoi ruoli è quello di “condividere la propria expertise” nei settori di competenza, in modo che lo Stato, o i suoi deputati, possano poi recepirne le proposte. Può presentare una proposta al Ministero della Transizione Energetica, ma la sua azione si ferma lì.

Sulle offerte mobili, inoltre, la sua proposta al momento si trova in fase embrionale.

Si tratta solo di un suggerimento contenuto in un articolo di Le Parisien pubblicato il 30 gennaio, che mette in discussione l’eccezione francese nel settore delle telecomunicazioni. “L’uso del 4G e del 5G genera un impatto ambientale dieci volte superiore a quello del Wi-Fi”, dice in questo articolo Mathieu Wellhoff, responsabile del dipartimento di sobrietà digitale dell’ADEME. L’agenzia sta cercando delle soluzioni, ma non ha ancora preso alcuna iniziativa. Non è questa l’idea che ha ispirato l’articolo su Le Parisien.

Consumo di giga incide sull’impronta di carbonio

“Un pacchetto da 200 GB a 19,99 € al mese”: dietro queste offerte si nasconde una realtà: il consumo eccessivo di dati mobili incide pesantemente sulla nostra impronta di carbonio. Di fronte a questa constatazione, la Francia potrebbe imporre un cambiamento radicale nel modo in cui consumiamo Internet mobile. Lo scrive Frandroid, il sito francese che ha dato il via al dibattito.

In Francia i gigabyte vengono venduti a un prezzo scontato. Nel giro di cinque anni si è passati da pacchetti con 50 GB a offerte che superano i 200 GB, a prezzi sempre più bassi.

Questa guerra di offerte ignora il fatto che secondo gli ultimi dati di Arcep, il consumo medio mensile di un utente francese non supera i 17 GB. In altre parole, i francesi utilizzano l’8,5% dei 200 GB loro offerti.

Per Ademe, invece, è un problema. Secondo uno studio congiunto di Arcep e Ademe del 2022, il settore digitale rappresenta il 4,4% dell’impronta di carbonio nazionale. Secondo questo studio, l’uso delle reti 4G e 5G genera un impatto ambientale dieci volte maggiore di quello del Wi-Fi. Questo è ciò che ora spinge le autorità a considerare misure drastiche.

La proposta di legge

Ademe sta attualmente lavorando a un disegno di legge volto a introdurre una tariffazione progressiva per i dati mobili. L’obiettivo è quello di incoraggiare i consumatori ad adattare il loro utilizzo in base alle loro reali esigenze.

Questo sistema, già sperimentato in alcuni paesi scandinavi, permetterebbe di fatturare in modo diverso i primi gigabyte e quelli successivi, invogliando così gli utenti a privilegiare, quando possibile, il WiFi.

Non sorprende che gli operatori guardino con sospetto a questo potenziale sviluppo. Per gli operatori, i pacchetti XXL rappresentano un potente argomento di marketing, anche se la maggior parte dei clienti ne utilizza solo una piccola parte.

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