UILCOM, FiberCop: ‘Fortemente preoccupati dalle notizie su possibile uscita dell’Ad’

Le notizie circolate in queste ore, su una possibile uscita da parte dell’AD di FiberCop, ci preoccupano molto. Lo scrive in una nota la Uilcom, aggiungendo che “Queste notizie a sei mesi dalla nascita di questa azienda, a seguito della separazione della Rete da parte di Tim – non fanno presagire nulla di buono!”.

La UILCOM ha sempre criticato questa operazione, ma certamente non si pensava che, a pochi mesi da quello che il Governo si è intestato come un “grande progetto” potesse così velocemente fallire con le possibili dimissioni del suo Amministratore, il tutto con un piano industriale ancora da definire.

Altro che grande “operazione industriale” intestato da Palazzo Chigi

Certamente auspichiamo che queste notizie non trovino riscontro e dal Consiglio di amministrazione di oggi pomeriggio arrivino notizie totalmente diverse, viceversa, qualora dovessero confermarsi le eventuali dimissioni – si aprirebbero scenari diversi da quelli che qualcuno, provava a raccontare per cercare di stemperare le forti critiche che, come Organizzazione, abbiamo sempre esternato.

Ci aspettiamo, da parte del Governo chiarezza

Quello che non abbiamo mai avuto rispetto alla sostenibilità del progetto e alla sicurezza della difesa occupazionale dei Lavoratori di FiberCop e di Tim. Il 12 febbraio nell’incontro programmato con il Ministro Urso e la Ministra Calderone, come UILCOM chiederemo risposte a quelle domande (speriamo che rimangano tali) a cui questo Governo si è sottratto in tutto questo tempo!

Leggi anche: Quale futuro per Fibercop?

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Ferraris si dimette. Quale futuro per Fibercop?

AGGIORNAMENTO ORE 22:00

Luigi Ferraris si è dimesso dalla carica di Amministratore Delegato di FiberCop, con effetto immediato. Le dimissioni, comunica la società, sono state accettate all’unanimità dal Consiglio di Amministrazione, presieduto da Massimo Sarmi. Ora il Presidente gestirà la FiberCop, si legge nella nota, “insieme ad una squadra manageriale collaudata ed esperta per continuare ad assicurare il raggiungimento degli obiettivi strategici e operativi della società”.

Il Consiglio avvierà la ricerca del nuovo Amministratore Delegato.

Il Presidente e i membri del Consiglio di Amministrazione esprimono la loro gratitudine a Luigi Ferraris e gli augurano il meglio per il suo futuro professionale.

Una tempesta inattesa. Tanto più che Fibercop come società della rete indipendente da Tim esiste soltanto dal primo luglio scorso.

Le divergenze fra soci, KKR (37,5%) da un lato e MEF (16%) dall’altro, stanno mettendo quindi a dura prova la tenuta del top management, con Ferraris che pagherebbe lo scotto delle divergenze di vedute del Cda?

Quale piano industriale?

Fibercop è controllata dal fondo americano KKR, che ne ha preso le redini per un totale di 18,8 miliardi di euro in cordata con il Mef (16,6%)

Resta da capire, a questo punto, quale sarà il piano industriale dell’azienda, che doveva essere presentato a febbraio ma che a questo punto slitterebbe a marzo.  

Oggi un Cda della società potrebbe già dare risposte su un eventuale cambio al vertice.

Ma al di là di questo, resta la questione centrale del futuro dell’azienda e di un piano industriale che, secondo le voci circolate nelle scorse settimane, avrebbe dovuto contare su 10 miliardi di investimenti in tre anni.

Cosa intende fare il primo azionista americano?

Il nodo dello switch-off del rame

Fra le principali domande aperte c’è quella sullo switch-off della rete in rame.

Come sarà gestito lo spegnimento del rame?

In maniera graduale?

O fissando una dead line?

Si ricorda che l’Unione Europea raccomanda sì lo spegnimento del rame, ma che non esiste un obbligo in capo ai diversi Stati membri per procedere in questo senso. Tentativi della politica in questo senso sono stati anche bocciati.

Sulla rete lavorano 20mila dipendenti, con un’età media sopra i 50 anni. Il che fa alzare le antenne dei sindacati, che sono preoccupati sul futuro della società dopo lo scorporo della rete.   

Tutte questioni di carattere industriale ma anche sociale, che impatteranno sul valore dell’asset principale di Fibercop che è la sua rete.

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La situazione non è semplice

Fibercop è l’unica società europea che si è separata dall’incumbent, scorporando la Netco. Un’operazione fortemente voluta dal Governo.

Il rapporto con Tim resta privilegiato, grazie al Master Service Agreement che garantisce alla società della rete 2 miliardi all’anno dalla compagnia guidata da Pietro Labriola per l’uso della rete. Ma già l’Antitrust ha avviato un’indagine sul MSA, che durerà un anno, per verificare l’assenza di rapporti privilegiati fra le due entità, che potrebbero danneggiare la concorrenza con particolare riferimento alla durata trentennale e alla sontistica accordata.

Fibercop opera in un contesto complicato e deve rispettare i stringenti obiettivi di copertura del PNRR nel quadro di Italia 1 Giga e Italia 5G, dove si è aggiudicata i lotti per il backhauling in fibra delle stazioni radio base.

L’asset principale è la rete FTTC

Il suo core business è legato alla rete FTTC, fibra misto rame, che nel nostro Paese rappresenta ancora la tecnologia più diffusa e che secondo le stime durerà ancora a lungo, almeno fino al 2036.

Sullo sfondo resta poi la fusione con la rete in fibra di Open Fiber, società partecipata da CDP per il 60% e Macquarie per il 40% su cui spinge il Governo, che vorrebbe l’avvio dei negoziati entro la primavera.

Stefano Paggi, ex capo rete di Tim e Open Fiber, ha assunto la guida delle operazioni di Fibercop dopo l’uscita di Elisabetta Romano, ex ad di Sparkle e in precedenza Chief Network, Operations & Wholesale Officer di TIM.

Ma resta da capire quale sarà l’atteggiamento di KKR rispetto all’earn out.

La rete unica è un mito?

C’è da dire che la rete unica, secondo altre voci, è in realtà un mito, vista la presenza nel nostro paese di numerose altre reti alternative regionali che non rientrano nel perimetro del progetto, e che continueranno ad esistere separatamente, in primis quella di Fastweb che tra l’altro è uscita da Fibercop all’atto dello scorporo.

Di certo Fibercop avrà in futuro una forte concorrenza da Fastweb ma anche da parte di piccoli operatori regionali.

Il nodo degli earn out: come si porrà KKR?

Il governo discute da anni della possibilità di unire le attività di rete fissa di Tim con quelle del rivale più piccolo Open Fiber. All’inizio del 2024, Tim ha completato la vendita della sua rete a KKR in un accordo da 18,8 miliardi di euro per aiutarla a ridurre il debito. L’accordo include 2,5 miliardi di euro – che potrebbero salire a 2,9 miliardi – in guadagni (earn out) che KKR dovrebbe pagare a Tim, per lo più legati a una possibile fusione con Open Fiber entro 30 mesi.

Per ora, le due aziende procedono separatamente su binari paralleli e Open Fiber ha ancora bisogno del sostegno delle banche per proseguire con i suoi piani di copertura delle aree bianche e grigie del paese. Sullo sfondo resta da capire se KKR sarà davvero propensa a favorire la fusione di Fibercop con Open Fiber, visto l’earn out non trascurabile che dovrebbe sborsare e su cui Tim punta molto per partecipare attivamente (da predatore e non da preda) all’ondata di consolidamento da più parti auspicata.

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Tim, switch off del rame? Soltanto nella rete primaria. Ma il rame resta il re dell’ultimo miglio

Switch off del rame per legge, Ugliarolo (Uilcom Uil): ‘Ipotesi sbagliata che può danneggiare ulteriormente il settore Tlc’

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Poste Italiane lavora 400 richieste di passaporti al giorno (video)

Prosegue a passo spedito il servizio di richiesta e rilascio dei passaporti negli uffici postali, uno dei pilastri del progetto Polis di Poste Italiane, di recente esteso anche alle grandi città. Le telecamere del TG Poste sono andate nell’ufficio postale di Roma Acilia a vedere come funziona

Dai piccoli centri alle grandi città, nelle prime due settimane di gennaio Poste Italiane ha gestito oltre 400 richieste quotidiane di rilascio e rinnovo passaporti presso gli uffici postali.

A Roma, oltre alla sede di Acilia, sono 12 gli uffici dove i cittadini possono accedere al servizio senza doversi recare in questura.

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Tim, la Corte d’Appello le dà ragione sul risarcimento da 1 miliardo del canone del ’98 in attesa della Cassazione

TIM conferma di aver ricevuto comunicazione circa la decisione della Corte d’Appello di rigetto della richiesta di sospensiva, per cui la sentenza di aprile dello scorso anno, che dispone la restituzione alla società del canone ’98 (per cui Vodafone aveva già incassato un maxi risarcimento) e relativi interessi e accessori, è provvisoriamente esecutiva, in attesa delle decisioni finali che saranno assunte dalla Corte di Cassazione a seguito del ricorso presentato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

La sentenza non dispone alcun rilascio di garanzie a carico della società a fronte dell’esecuzione della stessa.

La vicenda

Il mese scorso la Corte d’Appello aveva dato alle parti tempo fino al 20 gennaio per raggiungere un accordo transattivo. Nell’udienza a porte chiuse del 20 gennaio, la Corte ha verificato che l’accordo stragiudiziale non è stato trovato e si è riservata di decidere fino ad oggi.

Tim, scrive Repubblica, anche prima della decisione della Corte di cassazione a cui il Mef ha fatto ricorso, può chiedere al giudice di pretendere il pagamento del credito, anche se le parti potrebbero comunque arrivare ad un accordo. Ma con la sentenza di oggi Tim ha più forza per richiedere in tempi brevi oltre un miliardo di risarcimento.

Lo scorso 3 aprile la Corte d’Appello di Roma aveva deciso di riconoscere al gruppo di tlc il rimborso richiesto allo Stato per circa 1 miliardo, nell’ambito di un contenzioso sulla restituzione del canone concessorio del 1998, l’anno successivo alla liberalizzazione del settore tlc.

Ricorso in Cassazione del Governo

Lo stesso giorno il governo aveva annunciato il ricorso per Cassazione e la richiesta di sospensione degli effetti esecutivi della pronuncia della Corte d’Appello.

La somma dovuta di circa un miliardo è pari al canone originario, di poco superiore a 500 milioni di euro, più la rivalutazione e gli interessi maturati.

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Rafforzamento reti di Backhaul, aperta la consultazione pubblica sul Piano. Finanziamento di 95 milioni di euro

Aperta la consultazione pubblica sul Piano “Rafforzamento reti di Backhaul” con un finanziamento di 95 milioni di euro.

L’intervento è uno dei quattro nuovi interventi finanziati a dicembre grazie alla sottoscrizione di due nuove convenzioni tra il Dipartimento per la trasformazione digitale, Invitalia e Infratel Italia per l’attuazione di progetti strategici mirati a potenziare le infrastrutture digitali e migliorare la connettività su tutto il territorio nazionale.

Consultazione pubblica: il coinvolgimento degli stakeholder

Il Piano è ora sottoposto a consultazione pubblica, con l’obiettivo di raccogliere osservazioni ed elementi utili da parte degli stakeholder. Questa fase è cruciale per definire il Piano finale, che sarà attuato in conformità al regolamento (UE) n. 651/2014, aggiornato con il regolamento (UE) 2023/1315 del 23 giugno 2023.

I risultati della mappatura delle reti

Il Piano si basa sui dati raccolti dalla mappatura delle reti di backhaul, conclusa il 31 gennaio 2024 da Infratel Italia. Questa analisi, condotta secondo i paragrafi 67 e 68 dei nuovi Orientamenti comunitari in materia di aiuti di Stato per le reti a banda larga, diffusi il 12 dicembre 2022, ha fornito una base concreta per strutturare gli interventi previsti.

Il Piano “Backhaul aree bianche” rappresenta un tassello fondamentale per ridurre il divario digitale in Italia, promuovendo l’accesso alla banda ultralarga nelle aree meno connesse. Grazie alla partecipazione attiva degli stakeholder, questo progetto mira a garantire una connettività di alta qualità, favorendo lo sviluppo economico e sociale delle comunità locali.

Documentazione e modalità di partecipazione

L’avviso pubblico include:

Questi documenti sono disponibili sui siti web di Infratel Italia e del Dipartimento per la Trasformazione Digitale. Gli stakeholder interessati possono inviare i propri contributi tramite PEC all’indirizzo posta@pec.infratelitalia.it, indicando nell’oggetto: “Consultazione Piano Backhaul 2025”. La consultazione, parte della Strategia per la Banda Ultralarga 2023-2026, è aperta fino al 24 febbraio 2025.

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5G, in arrivo bando da 20 milioni per DAS in campus, ospedali e centri di ricerca. Revisione del PNRR in un paio di mesi

Il Dipartimento per la Trasformazione Digitale sta per pubblicare un bando da 20 milioni di euro a valere dal Fondo per l’innovazione tecnologica, sganciato quindi dal PNRR, per il finanziamento di progetti di copertura Das (distributed antenna system, cioè micro-antenne distribuite in ambienti interni) in ambiti pubblici di particolare interesse, come campus universitari, strutture ospedaliere complesse, centri di ricerca. Lo scrive oggi Carmine Fotina sul Sole 24 Ore, che mette in evidenza i ritardi di diffusione del 5G standalone e la preoccupazione del Dipartimento, che chiede agli operatori di accelerare.

“Stiamo facendo la nostra parte – sintetizza il Sottosegretario Alessio Butti – è importante ora che arrivi un segnale degli operatori privati che devono al più presto mettere a punto dei business case che valorizzino le applicazioni 5G stand-alone”.

Un segnale da parte del pubblico per stimolare gli investimenti privati che stentano.

Relazione Infratel, 5.681 stazioni radio base senza fibra

A preoccupare è la fotografia emersa dall’ultima relazione Infratel sulla copertura 4G e 5G del Paese, che mette in evidenza come un terzo delle stazioni radio base in Italia sia ancora privo di rilegatura in fibra, con 5.681 stazioni radio base isolate, escluse dai piani di intervento degli operatori che resteerebbero sconnesse oltre il 2026. Il Pnrr da solo non basta. Per questo – dice Butti al Sole 24 Ore – “il governo sta lavorando nell’ottica di individuare le idonee fonti di finanziamento per un eventuale nuovo piano pubblico per compiere questo ulteriore passo per lo sviluppo capillare del 5G”.

Revisione del Pnrr in un paio di mesi

E’ qui che il Dipartimento sta studiando la possibilità di effettuare un nuovo bando con i fondi del PNRR, che potranno rientrare “in un nuovo piano pubblico, sfruttando se possibile la revisione del Pnrr che dovrebbe entrare nel vivo tra un paio di mesi”.

La situazione deficitaria del 5G standalone era stata evidenziata da Infratel senza tenere conto dei bandi PNRR di Italia 5G, che di fatto stanno procedendo secondo i piani. Ma che evidentemente non bastano per garantire una infrastrutturazione completa del paese.

Leggi anche: Una stazione radio base su tre non connessa in fibra. 5G standalone, nessun operatore ha un piano per farlo fino al 2026

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Zorzoni (AIIP): ‘Starlink solo per le aree rurali e un 5G federato. Parte del PNRR ai piccoli operatori in fibra’

Le prospettive della industry italiana delle Tlc per il 2025, alle prese con un quadro economico complesso e con le stringenti scadenze del PNRR sul fronte del piano Italia 1 Giga. L’ipotesi dello switch-off del rame e il difficile rapporto delle nostre telco con gli Over the Top. Il dibattito su Starlink, in trattativa con il nostro Governo per un ipotetico contratto per la Difesa, i ritardi di diffusione del 5G e della fibra. Le prospettive di mercato alla luce della fusione Fastweb-Vodafone Italia. Il futuro di Tim e Fibercop e il ruolo di Infratel e del 5G in ottica anti digital divide. La situazione di Open Fiber. Le priorità dei piccoli provider nazionali, la richiesta di nuovi voucher per la diffusione della fibra e una quota del PNRR da riservare ai piccoli player. Il quadro europeo, con un occhio di riguardo alla cornice geopolitica dopo le dimissioni di Biden. Ne abbiamo parlato con Giovanni Zorzoni, Presidente dell’AIIP (Associazione Italiana Internet Provider).

Key4biz. Presidente Zorzoni, il 2024 è stato un anno difficile per le telecomunicazioni italiane. Quali sono le sue previsioni per il 2025?

Giovanni Zorzoni. Rispetto al 2024, è opportuna una distinzione. Per le imprese AIIP si è trattato in realtà di un ulteriore ottimo anno, caratterizzato da una buona crescita sia sul versante cloud, sia su quello dei servizi di accesso ad Internet, con un incremento medio dei ricavi stimato al 22%. Da un lato, abbiamo assistito a un crescente interesse del mercato, verso soluzioni per le aziende di datacenter, cloud e fibra ottica effettivamente italiane, non solo a livello di localizzazione ma anche di controllo; dall’altro, aumenta la domanda presso gli utenti, non solo imprese ma anche consumatori, di soluzioni tecnologiche diversificate, personalizzate e ad alta qualità. Entrambi questi aspetti hanno concorso a premiare gli operatori AIIP.

Key4biz. E sul mercato in generale?

Giovanni Zorzoni. Sul versante invece del mercato generale, e quindi dei più grandi operatori che ancora dominano il mercato, quello trascorso è stato un anno certamente negativo, e non vedo elementi di miglioramento per il 2025. I prezzi nel settore fisso e mobile sono ancora molto bassi, il bluff del 5G è chiaro a tutti (dalle promesse reti mmWave oggi abbiamo solo un LTE rimarchiato 5G, con eventuali e futuri tiepidi miglioramenti delle reti 5G stand-alone, ma sempre su frequenze basse), ed il mercato è ormai saturo di offerte al ribasso, generiche e standardizzate, incapaci di distinguersi a livello qualitativo. Il problema è che questo meccanismo di sfrenata competizione sul prezzo, anche a costo di una insostenibile compressione, se non annullamento, dei margini, rende difficili gli investimenti e si riduce a una visione a brevissimo termine. La conseguenza è quella di paralizzare l’effettiva innovazione e progettualità dei maggiori player, oggi sempre più costretti, di anno in anno, a ‘tirare a campare’.

Key4biz. Un esempio per “tirare a campare” è il “Fair-share”?

Giovanni Zorzoni. Esattamente! Oltre ad elaborare intricate soluzioni finanziarie, la primaria via di sopravvivenza per diversi di questi operatori è quello di recuperare risorse all’esterno. Abbiamo scampato per poco l’emendamento sulla ‘tassa del rame’, dove come Associazione ci siamo impegnati molto, e già si è tornati a parlare del fair-share, o per meglio dire la tassa sul traffico, come se non fosse già stato dimostrato che gli operatori OTT a cui si chiederebbero i soldi hanno investito in modo identico agli operatori. Noi di AIIP siamo totalmente contrari. Agli operatori OTT va chiesto di pagare le tasse in Italia ed in Europa a ragione, non balzelli ingiustificabili a torto.

Key4biz. C’è stato un momento specifico in cui la crisi delle TLC ha cominciato a emergere con maggiore evidenza?

Giovanni Zorzoni. Sì, ci sono stati tre momenti chiave. Il primo, da fine anni 2000, quando TIM abbassava i prezzi del rame ai propri clienti finali e aumentava le velocità, lasciando gli operatori alternativi quasi inabili ad agire con le offerte wholesale del tempo, carissime. Poi, la creazione di Open Fiber da parte del Governo Renzi ha portato, alla fine degli anni 2010, a condizioni di vendita FTTH che hanno schiacciato ulteriormente i costi sul fisso, in particolare nelle aree cosiddette “nere”. Infine, con la fusione WindTre e l’ingresso imposto dall’EU di Iliad, i prezzi del mobile sono collassati a livelli che sono almeno la metà di quelli di tanti Stati europei. Questo ha reso insostenibile il modello di business per molti operatori mainstream e messo in difficoltà anche molti operatori più piccoli.

Key4biz. TIM e Fibercop: qual è la situazione?

Giovanni Zorzoni. Attualmente, non parliamo solo di un ‘gemellaggio siamese’ tra le due aziende, cementato dell’accordo pluridecennale riservato MSA, di cui speriamo di comprendere meglio i dettagli grazie all’Antitrust italiano. C’è molto di più: vediamo una strategia comune che verosimilmente conduce alla riduzione del personale e a misure essenzialmente dettate da necessità di cassa. Fair-share, indicizzazione ISTAT dei canoni, vendita di Sparkle e di altri rami d’azienda. Proposte queste che paiono frutto della natura iperfinanziarizzata di queste società, molto attente ai risultati delle trimestrali anche a scapito del miglioramento di lungo termine.

TIM e FiberCop hanno comunque ancora un patrimonio di grandissimo valore: una forza lavoro con un alto livello di competenza tecnica, professionalità e dedizione; paradossalmente, sono proprio i lavoratori a rischiare di pagare il prezzo di molte scelte strategiche sbagliate. Sarebbe forse stato più saggio mandare l’azienda in concordato e acquisirla a saldo come Stato. Invece, si è scelta la via, forse più facile, dei fondi d’investimento, dai quali sarebbe illogico aspettarsi che privilegino l’interesse sociale e nazionale rispetto al ritorno sull’investimento. Una nota positiva, anche se per ora non formalmente confermata, è quella di una prossima proposta ai concorrenti – finalmente, visto che se ne parla da quasi 3 anni – di un’offerta più conveniente e flessibile su alcune componenti di banda di trasporto, fatto sempre evidenziato da AIIP, molto care. Questa mossa potrebbe rivelarsi la chiave per tornare a crescere sulla rete fissa e recuperare clienti wholesale che in questi anni si sono dati ad altri lidi.

Key4biz. Altri lidi come Open Fiber? Come vede la situazione dell’operatore che gestisce una significativa parte della rete in fibra ottica italiana?

Giovanni Zorzoni. Open Fiber ha un conto economico in sofferenza e obiettivi economici e di copertura difficili da raggiungere sul PNRR, se non si riuscirà ad ottenere più tempo oltre al 2026, cosa che noi auspichiamo per il bene del Paese. Il loro focus dovrebbe concentrarsi sulle aree bianche, dove lo switch off da parte degli operatori alternativi del rame per passare alla fibra ottica BUL potrebbe rilevarsi fondamentale. Ma serve attenzione alla qualità del servizio verso gli operatori medio-piccoli, che rappresentano una fetta importante del mercato delle aree bianche, e uno sforzo importante di miglioramento su delivery e assurance. Ci siamo permessi nel recente passato di dare alcuni suggerimenti per rendere più attrattivi i loro servizi per i nostri associati, molti dei quali sono comunque già clienti, e vedremo se ci saranno sviluppi.

Key4biz. Switch-off del rame e la tassa sul rame: che cosa ne pensa AIIP?

Giovanni Zorzoni. Lo switch-off del rame deve avvenire in modo ponderato ed intelligente: la rete in rame non è usata solo per realizzare singoli collegamenti best-effort per la clientela residenziale, ha anche un uso professionale che spesso funge da backup di reti FTTH già dispiegate. Non si può pensare ad uno switch-off dirigistico senza nemmeno completare un tavolo veramente approfondito delle problematiche in campo: il percorso è iniziato da tempo in AGCOM, va portato a termine. Per AIIP l’unica soluzione è spingere al passaggio alla fibra in modo graduale, attraverso meccanismi identici ai voucher connettività realizzati da Infratel. Abbiamo visto in altri settori che decisioni dall’alto, ad es. nel settore della mobilità elettrica, magari giuste nel principio e negli intendimenti ideali, difficilmente raggiungono il risultato se non ben organizzate, ma anzi distruggono intere filiere, creando danni economici incalcolabili.

Key4biz. Parlando di Infratel e di voucher, a parte la riedizione dei Voucher Azienda che voi chiedete da tempo, non dovevano arrivare i Voucher 2.0 per i privati?

Giovanni Zorzoni. Sì, stiamo attendendo la misura dei voucher 2 per i privati da tempo, il cui avvio dipende chiaramente da una scelta politica, come del resto lo sarà anche riprendere lo strumento dei voucher per le imprese. Ciò in modo da consentire, in modo organico, come dicevo precedentemente, uno switch-off senza scossoni.

Infratel è l’unico autentico operatore wholesale-only italiano, in quanto affitta la propria rete a gestione diretta solo passivamente. Per noi è un baluardo di democrazia e un vanto italiano come lo era l’IRI, e a mio avviso, se mai si dovesse arrivare all’unione tra Fibercop e Open Fiber, dovremmo considerare attentamente l’acquisizione, da parte di Infratel, del ramo d’azienda di Open Fiber che sta gestendo in concessione il BUL, per far sì che lo Stato comunque disponga di una importante rete e di ulteriori professionisti, a prescindere dai privati, anche a tutela delle aziende di telecomunicazioni più piccole.

Key4biz. Fastweb sembra essere uno dei pochi operatori che continua a crescere. Cosa ne pensa del loro futuro?

Giovanni Zorzoni. Fastweb, da due anni non ne faccio segreto ai nostri eventi annuali, è l’unico grande operatore che vedo con prospettive realmente positive. Verticalmente integrato sulla rete fissa, con la fusione con Vodafone avrà accesso a sinergie uniche tra rete mobile e fissa, oltre a soluzioni convergenti che ci possiamo aspettare finalmente innovative, non solo verso il retail ma auspicabilmente anche verso il mercato wholesale. Questo lo posiziona come un attore chiave per i prossimi anni. Fastweb, nonostante sia un’azienda dimensionalmente grande, ha caratteristiche molto simili alle PMI della nostra Associazione: per tale ragione ha sempre avuto eccellenti rapporti con gli operatori AIIP valorizzando le loro reti territoriali e i relativi servizi di alta qualità, spesso erogati in sinergia ai clienti finali; ha inoltre un team di professionisti di alta qualità, veloce, dinamico e molto motivato. Se Fastweb saprà conservare il suo spirito anche dopo l’integrazione con Vodafone, ovvero imporre la cultura aziendale Fastweb in Vodafone, sarà inarrestabile e potremmo assistere a un suo significativo rafforzamento nella fascia alta del mercato.

Key4biz. Si è parlato molto di Starlink come soluzione per il digital divide. È davvero una tecnologia utile per l’Italia?

Giovanni Zorzoni. Starlink è una tecnologia affascinante e ha ambiti di utilità in contesti estremi, come le case sparse più isolate, la connettività in mare aperto o per scopi militari a compendio di altre tecnologie, ma a mio avviso non è una soluzione strutturale per l’ultrabroadband nazionale. Non solo manca delle caratteristiche di un’infrastruttura sovrana e sicura, sia attivamente che passivamente, ma utilizza anche una tecnologia di dubbia compatibilità con il problema ambientale. Malgrado i grandi progressi raggiunti nei lanci spaziali, che rendono Space X unica, i ripetuti lanci in orbita per installare, sviluppare e mantenere una costellazione di satelliti sono un’attività tutt’altro che green, per non parlare della proliferazione dei detriti spaziali che sono già 130 milioni (andando avanti così, tra 20 anni non riusciremo più a inviare nessun satellite attorno alla terra, senza una soluzione per la pulizia). Inoltre, non risulta ad oggi effettivamente compliant con gli standard VHCN richiesti dal PNRR, né con tutti gli obblighi di legge per gli ISP che operano in Italia (Piracy Shield, assistenza tecnica telefonica gratuita, ecc.), quest’ultimo aspetto a mio avviso molto preoccupante visto che l’azienda vende attivamente ai clienti finali nel nostro paese già da tempo. Starlink può servire come soluzione temporanea o di backup in certi scenari, ma il futuro dell’Italia e dell’Europa è nella fibra ottica, la rete che supporta ogni altra rete, incluso il backhaul di Starlink stesso. Un investimento in fibra si traduce in lavoro per maestranze italiane nella creazione della rete e nella manutenzione; tali asset rimangono proprietà dello Stato o di aziende italiane, mantenendosi sul territorio nazionale e quindi facilmente asservibili agli interessi nazionali. Al contrario, investire in reti satellitari estere non è un vero investimento, ma – seppur legittimo – l’acquisto di un servizio.

Key4biz. Come le sembra indirizzata la politica europea e quali sviluppi sulla regolamentazione?

Giovanni Zorzoni. Siamo alla prova del nove. Una parte importante della nomenclatura europea ci sta dicendo, in pratica, che la soluzione a tutti i problemi sarebbe imitare l’approccio statunitense: creare campioni (paneuropei) sostenuti dalla “nostra” finanza francese e, in parte, spagnola. Il tutto mentre, paradossalmente, il presidente Biden chiude il suo mandato denunciando proprio l’iperfinanziarizzazione e gli oligopoli economici, che negli Stati Uniti però sono cresciuti enormemente durante la sua amministrazione, come del resto negli ultimi vent’anni.

Queste proposte europee evidenziano anche la crisi del modello tedesco e del suo soft-power in Commissione, basato sull’economia familiare, molto simile a quello italiano, e ugualmente schiacciato dalle scelte del mondo finanziario. Continuando su questa strada, spingendo per deregolamentazioni che favoriscano concentrazioni e riducano la concorrenza, si rischia seriamente di compromettere non solo l’economia, ma la sopravvivenza stessa degli ideali europei e dell’Unione.

Stiamo lavorando con forza, anche attraverso la nostra importante rappresentanza europea, per difendere il modello originale dei padri costituenti europei, che consideriamo genuinamente democratico: quello delle aziende produttive, dell’industria diffusa, delle PMI e dell’imprenditorialità anche familiare, sul modello italo-tedesco.

Key4biz. AIIP ha proposte per affrontare il digital divide nelle aree meno servite?

Giovanni Zorzoni. Sì, proponiamo la creazione di una rete 5G federata, gestita dagli operatori locali. Sono loro che conoscono meglio le esigenze dei territori e possono intervenire con maggiore efficacia: ci sono tantissime frequenze punto-multipunto non utilizzate che si dovrebbero rendere disponibili a questo uso, serve solo la volontà politica.

Inoltre, chiediamo che una parte significativa dei fondi residuali del PNRR per le telecomunicazioni, almeno il 20-25%, sia accessibile anche ai piccoli operatori, per indire nuovi bandi per la creazione di reti in fibra ottica con lotti a dimensione provinciale dedicate ai civici recentemente esclusi dal piano.

Abbiamo anche in serbo un progetto specifico per il Digital Farming, che presenteremo a breve e chiediamo il rilancio dei Voucher Infratel per spingere in modo naturale le aziende e i clienti residenziali allo switch-off verso la fibra ottica.

Key4biz. AIIP festeggia 30 anni: siete la prima e più “antica” Associazione di categoria.

Giovanni Zorzoni. AIIP, l’Associazione Italiana Internet Provider, nata nel lontano 1995, celebra quest’anno il suo 30° anniversario, un traguardo che rappresenta non solo la longevità della nostra organizzazione, ma anche la storia dell’evoluzione del settore delle telecomunicazioni in Italia. Per celebrare questo importante anniversario, AIIP ha organizzato due eventi di grande rilievo a Roma: l’8 maggio 2025, presso Palazzo Brancaccio, si terrà una cena istituzionale, una serata speciale per rivivere la nostra storia, ripercorrere le battaglie che hanno segnato il nostro percorso e celebrare i risultati raggiunti, con la partecipazione di tutti i presidenti passati dell’Associazione, delle principali Autorità di settore e di figure chiave dell’industria, per riflettere sullo stato attuale del mercato e discutere strategie per migliorare il contesto italiano delle telecomunicazioni; il 29 maggio 2025, sempre a Roma, si svolgerà il consueto convegno annuale, durante il quale presenteremo una retrospettiva dei 30 anni di attività, sottolineando come il nostro passato possa fornire insegnamenti preziosi per affrontare le sfide future, in un momento di confronto costruttivo con istituzioni e attori principali del settore per delineare insieme il futuro delle telecomunicazioni italiane. Non è solo il compleanno della nostra Associazione, ma sono 30 anni di crescita dell’Internet italiana. Dal primo punto di interscambio ai grandi successi ottenuti grazie alla collaborazione con le Autorità di settore, abbiamo contribuito a costruire le fondamenta di un mercato dinamico e competitivo. Il nostro lavoro ha permesso a molti operatori di raggiungere importanti traguardi, di nascere e prosperare in un ecosistema sempre più evoluto.

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5G, Virkkunen: ‘Insoddisfacenti le misure per ridurre la dipendenza dalla Cina’. In Italia più del 50% delle apparecchiature made in China

Donald Trump non ha fatto in tempo ad insediarsi per il secondo mandato, che la Commissione Ue ha già ripreso a bacchettare gli Stati membri per la loro dipendenza dalle tecnologie cinesi per il 5G. L’Europa non sta facendo abbastanza per liberarsi dalla dipendenza tecnologica dalla Cina. Una situazione che non piace al Commissario Ue per la Sovranità Digitale, Henna Virkkunen, che tira le orecchi agli Stati membri: “La Commissione ha stabilito nel 2023 che Huawei e ZTE rappresentano in sostanza rischi maggiori rispetto ad altri fornitori”, raccomandando apertamente l’adozione di apparecchiature europee di Ericsson e Nokia.

Il ritorno di Trump potrebbe intensificare la pressione sugli Stati europei per ridurre la dipendenza dalle tecnologie cinesi. Tuttavia, il contesto politico ed economico, soprattutto in Paesi come la Germania, rende complessa l’adozione di un approccio unitario e incisivo. Anche l’Italia è indietro.

Il toolbox 5G della ue del 2020

Tra l’altro, c’è un toolbox della Commissione Ue per la sicurezza delle reti 5G che data 2020. Ed è alla mancata adozione delle misure previste nel toolbox che si riferisce Henna Virkkunen quando dice che la sua implementazione “non è soddisfacente”.

Telecomunicazioni e Internet in Europa dipendendo ancora troppo dalle tecnologie cinesi, sottolinea Bruxelles.  

La Commissione chiede di accelerare

Fatte salve le prerogative puramente nazionali in materia di sicurezza, l’Esecutivo Ue ritiene che gli stati membri debbano “accelerare i loro sforzi” nel ridurre la presenza di aziende cinesi. In risposta a un’interrogazione parlamentare, nella quale si parla di connivenze fra l’ex ministro polacco al Digitale e il governatore dell’Alsazia con Huawei, Virkunen specifica che i 27 stati membri dovrebbero “mettere in atto il prima possibile restrizioni sui fornitori ad alto rischio, se necessario”. Quindi, è necessario porre un freno a Huawei e ZTE.

È ancora più imperativo dato il desiderio e la ricerca di una competitività completamente nuova. Il responsabile della Sovranità tecnologica ricorda come il rapporto Draghi sottolinei che “sono necessarie ulteriori azioni per evitare dipendenze critiche da singoli fornitori, ridurre i rischi della catena di fornitura dell’UE da fornitori ad alto rischio e proteggere la sua infrastruttura critica”. Nel caso delle telecomunicazioni e delle aziende cinesi nel settore, questo non sta accadendo.

Dipendenza dell’Italia dalle tecnologie 5G cinesi

Secondo un rapporto di Strand Consult, oltre il 50% delle apparecchiature 5G in Italia proviene da fornitori cinesi, principalmente Huawei e ZTE. Questa significativa presenza solleva preoccupazioni riguardo alla sicurezza delle infrastrutture critiche e alla sovranità tecnologica del Paese. Per affrontare queste sfide, il governo italiano ha implementato il “golden power”, uno strumento che consente di monitorare e, se necessario, limitare l’uso di tecnologie provenienti da fornitori considerati ad alto rischio.

In Italia più del 50% delle apparecchiature di rete 5G cinese

In Italia, più del 50% delle apparecchiature di rete 5G è di produzione cinese, secondo i dati riportati da Strand Consult e da altre analisi del settore. Questa cifra si riferisce principalmente alle reti di accesso radio (RAN), che rappresentano una componente significativa dell’infrastruttura 5G e includono antenne e altre apparecchiature per la trasmissione del segnale.

Tuttavia, per quanto riguarda le core network, che sono il cuore della rete e gestiscono dati sensibili e funzioni critiche, gli operatori italiani hanno adottato un approccio più prudente, spesso escludendo i fornitori cinesi. Ad esempio, TIM ha scelto di non utilizzare tecnologie di Huawei nella costruzione della propria rete core 5G.

Situazione europea e dipendenza dal 5G cinese

A livello europeo, la dipendenza dalle tecnologie 5G cinesi varia tra i diversi Paesi:

  • Germania: Il 59% delle apparecchiature 5G RAN è fornito da aziende cinesi.
  • Polonia: Presenta una dipendenza significativa dalle tecnologie 5G cinesi.
  • Austria: Anche qui, oltre il 50% delle apparecchiature 5G proviene da fornitori cinesi.

In totale, otto Paesi europei hanno oltre il 50% delle loro infrastrutture 5G RAN fornite da aziende cinesi. Tuttavia, solo 11 dei 31 Paesi europei analizzati possono offrire ai loro utenti reti 5G prive di tecnologie cinesi. Questa situazione evidenzia una dipendenza significativa che potrebbe avere implicazioni sulla sicurezza nazionale e sulla resilienza delle infrastrutture critiche.

Paese Percentuale di apparecchiature 5G cinesi Note
Germania 59% Maggiore dipendenza dalle tecnologie cinesi
Italia Oltre 50% Significativa presenza di fornitori cinesi
Austria Oltre 50% Dipendenza elevata dalle tecnologie cinesi
Polonia Oltre 50% Forte presenza di apparecchiature cinesi
Altri 4 Paesi Oltre 50% Dipendenza significativa dalle tecnologie cinesi
Totale 8 Paesi su 31 Hanno oltre il 50% delle infrastrutture 5G fornite da aziende cinesi
Totale 11 Paesi su 31 Offrono reti 5G prive di tecnologie cin

Posizione degli operatori italiani riguardo all’uso di tecnologie 5G cinesi

In Italia, la presenza di tecnologie 5G fornite da aziende cinesi come Huawei e ZTE varia tra i diversi operatori di telecomunicazioni. Di seguito è riportata una sintesi delle posizioni adottate dai principali operatori:

Operatore Posizione riguardo all’uso di tecnologie 5G cinesi
TIM Ha escluso Huawei dalle gare per la costruzione della rete core 5G sia in Italia che in Brasile, scelta motivata da considerazioni industriali piuttosto che politiche.
Vodafone Italia Non sono emerse informazioni specifiche riguardo all’uso di tecnologie cinesi nelle sue infrastrutture 5G.
Wind Tre Ha una significativa presenza di tecnologie Huawei nelle sue infrastrutture di rete. Startmag
Iliad Non sono emerse informazioni specifiche riguardo all’uso di tecnologie cinesi nelle sue infrastrutture 5G.

È importante notare che, mentre alcuni operatori hanno preso decisioni chiare riguardo all’uso di tecnologie cinesi, per altri le informazioni disponibili sono limitate. La situazione è in continua evoluzione, con gli operatori che valutano costantemente le implicazioni tecnologiche e di sicurezza legate all’adozione di specifici fornitori per le loro infrastrutture 5G.

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Tim, incertezza su tempi cessione Sparkle e rimborso canone

Incertezza in casa Tim sui tempi della cessione di Sparkle e sulla chiusura della vicenda che riguarda il rimborso di un miliardo relativo al canone non dovuto del 1998.  La Corte d’Appello di Roma dovrebbe decidere entro questa settimana o la prossima se accogliere o respingere la richiesta di sospensiva dal parte del governo del pagamento di oltre un miliardo di euro come rimborso dovuto a Tim, secondo la Reuters.

Sparkle, serve ancora tempo per il finanziamento

Reuters riferisce che la decisione sulla vendita di Sparkle alla cordata Tesoro e Retelit (fondo Asterion) potrebbe non arrivare come previsto con il Cda del 22 gennaio: le banche al lavoro sul dossier potrebbero necessitare di qualche giorno in più per definire il finanziamento dell’operazione.

L’offerta di 700 milioni è valida fino al 27 gennaio, ma a questo punto non è chiaro se i tempi saranno rispettati e edi quanto potrebbe slittare la chiusura dell’operazione.

C’è quindi la possibilità che a febbraio, alla presentazione del nuovo piano industriale, l’ad Pietro Labriola debba mantenere Sparkle all’interno del perimetro aziendale.

Canone non dovuto, a quando il saldo?

Sul fronte del rimborso del canone 1998 non dovuto da parte dello Stato italiano, secondo quanto riportato da Radiocor, scade oggi il termine fissato dalla Corte d’Appello di Roma per un accordo transattivo tra Tim e il governo sul rimborso di oltre un miliardo relativo al canone concessorio indebitamente versato nel 1998.

Come da attese, Tim e governo non hanno trovato un accordo extragiudiziale sul rimborso del canone concessorio pagato dalla compagnia allo Stato nel 1998 dopo la sentenza dello scorso aprile, contro cui l’esecutivo aveva fatto ricorso in Cassazione e chiesto la sospensiva alla Corte d’Appello. Il giudice della Corte d’Appello civile di Roma, preso atto della mancata intesa tra le parti, si e’ riservato di decidere sulla richiesta di sospensiva di pagamento avanzata dallo Stato.

Fra le somme pagate come canone e interessi, Tim potrebbe incassare circa 1 miliardo.

Mancato incasso del canone per Tim

Una somma su cui Tim fa affidamento per raddrizzare i conti in vista di un 2025 che si preannuncia sfidante per tutto il comparto delle Tlc. Se le parti in causa non troveranno un accordo, i giudici dovranno quindi decidere se accogliere la sospensiva richiesta dal Governo, rimandando l’incasso alla sentenza della Cassazione, attesa nel 2026, o consentire a Tim di agire immediatamente per recuperare la somma. In questo caso, Tim dovrà presentare una ingiunzione al Governo con il paradosso che una società partecipata dallo Stato con il 9,81% in mano a Cdp, controllata dal Tesoro, debba intraprendere una battaglia legale con il Governo. Ma in questo momento non sembra che ci siano i soldi per pagare.   

Un eventuale mancato incasso sia dalla vendita di Sparkle sia sul fronte del canone, chiosano gli esperti di Intesa San Paolo, avrebbe “implicazioni negative dal punto di vista della liquidità più che da quello finanziario”. Tim perderebbe “il principale contributo a un potenziale utile netto 2025” e questo “ridurrebbe la possibilità di distribuzione di un dividendo”.

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Cambio improvviso al vertice di Telefonica, dopo nove anni lascia il timone Álvarez-Pallete

Dopo quasi nove anni José María Álvarez-Pallete ha lasciato la guida di Telefónica. Sabato scorso il board del colosso spagnolo delle telecomunicazioni, riunitosi in un meeting straordinario, ha annunciato la nomina di Marc Thomas Murtra Millar come chief executive e chairman al posto del dimissionario Álvarez-Pallete, che a sua volta nell’aprile 2016 aveva rimpiazzato lo storico numero uno di Telefónica César Alierta.

Il nome di Murtra indicato da Sepi

Secondo la Reuters, il nome di Murtra è stato indicato dalla holding statale Sociedad Estado de Participaciones Industriales (Sepi, di fatto il fondo sovrano di Madrid), azionista di Telefónica. Sepi a fine 2023 aveva rilevato un pacchetto del 10% del capitale per 2,3 miliardi di euro, per controbilanciare l’acquisizione di una simile quota da parte della saudita Stc Group pochi mesi prima. Murtra dal 2021 era il numero uno di Indra Sistemas, azienda attiva nel settore difesa (controllata al 28% dallo Stato spagnolo).
Telefónica aveva chiuso in rialzo dello 0,38% venerdì a Madrid, contro il guadagno dello 0,64% dell’Ibex 35. Oggi in apertura il titolo registrava una flessione del 3,8%.

L’attuale mandato di Alvarez-Pallete doveva essere rinnovato quest’anno durante l’assemblea generale annuale degli azionisti che di solito si tiene ad aprile o maggio.

Polemica politica

Cuca Gamarra, leader del Partito Popolare (a destra), il principale partito di opposizione, ha chiesto “spiegazioni” al governo, che ha accusato di voler “colonizzare le aziende private”.

Dal suo arrivo alla guida dell’ex storico operatore nell’aprile 2016, la capitalizzazione di mercato di Telefonica è scesa di oltre il 55%, attestandosi attualmente a 22,7 miliardi di euro.
Sotto Murtra, Indra, che è posseduta al 28% dal governo spagnolo, si è concentrata sulla sua attività di difesa e aerospaziale per trarre vantaggio dall’aumento dei budget militari dei paesi europei a seguito delle crescenti tensioni mondiali.

Telefonica asset strategico

Poiché Telefonica è considerata un fornitore di servizi di difesa e quindi una società strategica, il governo ha approvato la transazione solo a novembre 2024 dopo essersi assicurato una quota nella società di telecomunicazioni simile a STC. Negli ultimi anni, Telefonica, come i rivali in Europa, ha dovuto affrontare una stretta sulla redditività dovuta alla forte concorrenza e alla necessità di ingenti investimenti in infrastrutture per la tecnologia mobile di prossima generazione 5G. Ha venduto quote in aziende più mature come cavi sottomarini o antenne mobili e operazioni più piccole in America Latina per finanziare il 5G e la fibra ottica.

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