AT&T, Verizon e T-Mobile US lanciano joint venture satellitare D2D per contrastare la minaccia Starlink

Spaventate da Starlink, e tre principali società di telecomunicazioni degli Stati Uniti, AT&T, Verizon e T-Mobile, hanno emesso un comunicato congiunto, annunciando un accordo di principio per la creazione di una nuova joint venture al fine di promuovere lo sviluppo della tecnologia di comunicazione satellitare diretta al dispositivo (D2D). La mossa sembra disegnata per neutralizzare alla radice, in un certo senso inglobare, la minaccia di invasione di campo degli operatori satellitari, in particolare Starlink, nell’arena delle comunicazioni mobili.

Obiettivo colmare i gap di copertura in aree rurali

L’obiettivo dichiarato nel comunicato è colmare le lacune nella copertura della rete wireless, in particolare nelle aree rurali e remote, scarsamente servite e non coperte. La dichiarazione sottolinea che, nelle aree in cui i servizi cellulari tradizionali sono difficili da coprire, questa cooperazione dovrebbe “quasi eliminare” le zone d’ombra dell’attuale mancanza di servizi mobili negli Stati Uniti, coprendo aree precedentemente non servite. Allo stesso tempo, quando le reti terrestri esistenti vengono interrotte a causa di calamità naturali estreme o altre anomalie, le reti satellitari possono fornire connessioni ridondanti.

Data la quota di mercato dei tre colossi, la cooperazione tripartita potrebbe modificare il loro rapporto con SpaceX, Starlink, AST SpaceMobile, nonché la modalità di cooperazione tra Amazon e i fornitori globali di servizi di rete satellitare.

Accordi già siglati con operatori satellitari

Secondo il loro annuncio congiunto, la joint venture rimane oggetto di negoziati. Potrebbe anche essere soggetto all’approvazione normativa. Ma, qualora verrà raggiunto un accordo definitivo, i tre operatori collaboreranno per condividere IP e spettro terrestre per sviluppare specifiche industriali che, sostengono, offriranno un’esperienza più fluida per clienti e operatori satellitari.

Tutti e tre gli operatori hanno sviluppato strategie di servizio D2D e stretto partnership satellitari, con T-Mobile US che ha già lanciato il proprio servizio D2D, T-Satellite, in collaborazione con Starlink, mentre cerca di colmare le lacune di copertura nelle aree rurali più difficili da raggiungere.

“Avendo lanciato la prima rete nazionale satellitare diretta al dispositivo per testi e dati, abbiamo visto in prima persona quanto possa essere cruciale una connettività affidabile quando l’America ne ha più bisogno,” ha dichiarato Srini Gopalan, presidente e CEO di T-Mobile US. “Con l’espansione delle costellazioni satellitari, che presto saranno supportate da molteplici operatori spaziali, questa joint venture utilizzerà capacità ampliate e prestazioni migliorate per offrire il miglior servizio possibile ai clienti. Insieme, puntiamo a promuovere un futuro in cui l’America rimanga connessa in più luoghi, con meno zone morte e un maggiore accesso ai prodotti e alle esperienze su cui le persone fanno affidamento ogni giorno”, ha aggiunto.

John Stankey, presidente e CEO di AT&T, ha commentato: “Il nostro obiettivo è rendere semplice la connessione, ovunque tu sia – su un’autostrada rurale, in un parco nazionale, su una barca o durante un’emergenza. Unendoci ad altri operatori, portiamo la nostra esperienza combinata per accelerare l’accesso dei nostri clienti a una copertura affidabile e sempre disponibile ovunque. Questa collaborazione non solo rende più facile la connettività; rafforza la leadership americana nelle comunicazioni.”

Dan Schulman, CEO di Verizon, ha dichiarato che la partnership “offre ai clienti più opzioni, continua a rafforzare le infrastrutture americane e ad aumentare la concorrenza per i fornitori di satelliti”.

La mossa arriva mentre il mercato satellitare si sta riscaldando. Aziende come SpaceX (tramite Starlink) hanno messo migliaia di satelliti in orbita terrestre bassa, mentre aziende come Amazon (tramite Project Kuiper) ed Eutelsat OneWeb cercano di tenere il passo con l’azienda di Elon Musk.

Gli operatori Usa sostengono che la joint venture proposta porterà benefici ai clienti in diversi modi, tra cui minori lacune di copertura, connettività affidabile in caso di emergenza, prestazioni di rete migliorate e un’esperienza più costante.

Secondo gli operatori, la joint venture avvantaggerà anche il settore, ampliando l’accesso per i fornitori satellitari, facilitando l’integrazione tecnica e creando una piattaforma di innovazione tecnologicamente neutrale che includa la “compatibilità dei dispositivi a livello industriale”.

Almeno un fornitore di satelliti ha accolto con favore la joint venture proposta: AST SpaceMobile ha già partnership con AT&T e Verizon per fornire servizi satellitari in zone remote degli Stati Uniti.

Rispondendo alla notizia, il CEO dell’azienda satellitare, Abel Avellan, ha detto di essere “felice di vedere come l’industria si sta preparando a abilitare la connettività a banda larga cellulare spaziale a ogni americano”, aggiungendo che la sua azienda intende essere un “facilitatore chiave” di questa trasformazione.

No comment invece da parte di Starlink.

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Hollywood e la resistenza contro l’AI. Ma fino a quando?

Pochi giorni fa, il 21 aprile 2026 YouTube ha reso disponibile a chiunque ne faccia richiesta il proprio strumento proprietario di rilevamento dei deepfake, fino a quel momento accessibile solo a un gruppo ristretto di agenzie e figure pubbliche selezionate.

Una mossa arrivata in un momento in cui Hollywood deve fare i conti con una tecnologia sempre più minacciosa per chi teme di essere sostituito dall’intelligenza artificiale: a febbraio, ad esempio, dei, video generati da Seedance 2.0 raffiguranti Brad Pitt e Tom Cruise che se le davano di santa ragione su un grattacielo hanno fatto il giro del web in poche ore, e il presidente dell’MPA (Motion Picture Association), Charles Rivkin, ha parlato apertamente di uso non autorizzato di opere protette su scala massiccia.

Tutto questo pochi mesi dopo il lancio di Sora da parte di OpenAI, nell’autunno 2025, che aveva prodotto una vera inondazione di contenuti che vedevano come protagonisti personaggi di film e serie televisive, oltre a varie ricostruzioni della voce di figure storiche (come Martin Luther King) prima che la piattaforma venisse chiusa, a marzo 2026.

Il meccanismo del tool riconoscimento dei deepfake è concettualmente semplice: chi si iscrive carica il proprio volto nel sistema, che scansiona la piattaforma e segnala i contenuti potenzialmente contraffatti, lasciando al titolare la scelta se richiederne la rimozione oppure lasciarli lì.

La piattaforma continua a garantire degli spazi per la parodia e la satira, ma i contenuti che replicano in modo realistico l’attività professionale di un interprete sono tra quelli rimovibili su richiesta. Intanto, a gennaio, Taylor Swift ha depositato la domanda di registrazione del marchio per due clip audio della propria voce e per un’immagine di scena, percorrendo una strada già aperta in precedenza da Matthew McConaughey, cioè un utilizzo del diritto dei marchi ancora privo di precedenti giudiziari, pensato per coprire il vuoto che il diritto d’autore lascia aperto quando un modello genera un’imitazione ex novo, senza copiare alcuna registrazione esistente.

Hollywood: resistenza contro l’AI, ma fino a quando?

La resistenza organizzata dell’industria creativa all’intelligenza artificiale si è fatta sentire particolarmente lo scorso gennaio, con il lancio della campagna “Stealing Isn’t Innovation” promossa dalla Human Artistry Campaign, una coalizione che riunisce sindacati, associazioni di categoria e gruppi per i diritti degli artisti. Oltre settecento firmatari – tra cui Scarlett Johansson, Cate Blanchett e Joseph Gordon-Levitt – hanno sottoscritto un appello che chiedeva alle aziende tecnologiche di smettere di addestrare i propri modelli su opere protette dal diritto d’autore senza autorizzazione esplicita, e di introdurre meccanismi di opt-out per i creatori, con tanto di pagina acquistata sul New York Times.

Eppure il fronte della resistenza, a guardarlo con attenzione, è più sfaccettatao di quanto le firme in calce lascino intendere. Justine Bateman, un’attrice e filmmaker che aveva affiancato SAG-AFTRA durante lo sciopero del 2023 e aveva fondato Credo23, un’organizzazione che certifica le produzioni realizzate senza AI generativa, continua a sostenere che la tecnologia sia strutturalmente incompatibile con la creatività umana. Natasha Lyonne, invece, dopo aver annunciato il proprio debutto alla regia con Uncanny Valley, un film che fa uso di strumenti AI addestrati esclusivamente su materiale privo di vincoli di copyright per operazioni di post-produzione, si era ritrovata subito al centro di una bufera online (alimentata, a suo dire, dalla scarsa propensione a leggere i comunicati stampa per intero).

Sandra Bullock, interpellata a margine di una conferenza di settore, aveva sintetizzato con un certo pragmatismo la situazione sull’AI in questi casi: «È qui. Dobbiamo osservarla, capirla, starle vicino», aggiungendo che la cautela resta necessaria, perché c’è chi la userà in malafede.

La Creative Artists Agency, nel frattempo, ha investito in due aziende attive nel campo dei deepfake creativi (Metaphysic e Deep Voodoo) e avviato un prodotto interno chiamato CAA Vault per archiviare le sembianze dei propri assistiti, in vista di future opportunità di monetizzazione: un segnale piuttosto chiaro che la distinzione tra tutela e sfruttamento commerciale della propria immagine digitale è destinata a diventare uno dei principali nodi contrattuali del prossimo futuro, in un contesto sempre più dominato dai servizi casalinghi di fruizione dei contenuti, che macinano serie nuove quasi ogni giorno (Su SOSTariffe.it è possibile confrontare le offerte di streaming disponibili sul mercato italiano)

Il rinnovo WGA guarda altrove

Eppure, al momento, il contratto quadriennale ratificato dalla Writers Guild of America nell’aprile 2026 dice molto sullo stato reale della partita tra i sindacati del settore creativo e le major. Il tema dell’intelligenza artificiale, che aveva dominato la retorica dello sciopero del 2023, è scivolato in secondo piano: le major si sono impegnate a continuare a tenere incontri con il sindacato sull’argomento e a notificare alla WGA eventuali accordi di licenza che coinvolgano opere degli sceneggiatori per l’addestramento di modelli, ma hanno respinto la richiesta di remunerare gli autori per questo utilizzo. E la WGA ha rinunciato a questa rivendicazione.

Il centro di gravità della trattativa si è spostato altrove, visto che il fondo sanitario del sindacato accusa un deficit accumulato di circa 200 milioni di dollari negli ultimi quattro anni, e senza un intervento strutturale le riserve si sarebbero esaurite nel giro di altri tre. Le major hanno versato 321 milioni di dollari, cifra record, alzando al contempo la propria quota contributiva dal 13% al 16,75% della retribuzione lorda degli sceneggiatori. In cambio, gli iscritti pagheranno premi mensili più alti, franchigie aumentate e massimali di spesa out-of-pocket più elevati.

Il risultato è un accordo in cui l’AI è formalmente presente ma, di fatto, marginale, mentre la questione della sanità ha assorbito le energie negoziali di entrambe le parti. Una scelta che mostra come siane cambiate le priorità concrete di chi lavora nell’industria, al di là delle campagne e delle dichiarazioni pubbliche. Quando si tratta di scegliere su cosa concentrare la pressione contrattuale, anche i diritti digitali cedono il passo alle spese mediche.

Ben Affleck, Netflix e il riassetto dell’industria

A marzo 2026 Ben Affleck ha venduto a Netflix la propria società di intelligenza artificiale, InterPositive, fondata in segreto nel 2022. La notizia ha suscitato almeno due reazioni: da un lato la sorpresa per la notevole riservatezza con cui l’attore era riuscito a condurre l’operazione, dall’altro l’immediato dibattito sul significato industriale dell’acquisizione. InterPositive non produce video da prompt testuali e non si occupa di generazione di contenuti, ma ha sviluppato modelli addestrati a ragionare sulla logica visiva e sulla coerenza editoriale, con applicazioni in post-produzione, dalla correzione di inquadrature mancanti alla gestione delle incongruenze di illuminazione. Netflix ha inquadrato l’acquisto come un “ampliamento della libertà creativa”, presentando gli strumenti di InterPositive come soluzioni a problemi tecnici e non come sostituti del lavoro umano.

L’operazione si inserisce in un contesto di riassetto industriale di proporzioni storiche, visto che il 23 aprile gli azionisti di Warner Bros. Discovery hanno approvato la fusione da 110 miliardi di dollari con Paramount Skydance, con un’offerta da 31 dollari per azione che rappresenta un premio del 147% rispetto al prezzo di riferimento pre-operazione.

La chiusura dell’accordo è attesa per il terzo trimestre del 2026, salvo ostacoli regolatori: il Dipartimento di Giustizia americano ha già emesso citazioni istruttorie a fine marzo per esaminare gli effetti della fusione sulla concorrenza nelle sale cinematografiche, sulle piattaforme di streaming e sui diritti di distribuzione dei contenuti.

Nel frattempo Paramount si è accollata anche i 2,8 miliardi che Warner Bros. Discovery doveva a Netflix in seguito allo scioglimento dell’altro precedente e chiacchieratissimo accordo di acquisizione.

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Poste, Del Fante “Da combinazione attività Tlc con Tim operatore mobile numero uno”

“La combinazione delle attività di Poste Italiane in ambito telecomunicazioni con il segmento consumer di Tim creerà l’operatore mobile numero uno in Italia, dando avvio alla prossima fase del consolidamento domestico nel settore delle telecomunicazioni”. Così Matteo Del Fante, AD del Gruppo Poste Italiane – che guida insieme al DG Giuseppe Lasco -, commentando i risultati del primo trimestre. “Il profilo finanziario dell’operazione proposta è estremamente solido, con un effetto accrescitivo sull’utile per azione (EPS) a partire dal 2027, che diventa a doppia cifra dal 2028″.

Confermate sinergie per 700 milioni l’anno

Per gli azionisti, Poste indica un potenziale di creazione di valore legato a sinergie complessive di ricavi e costi stimate a regime in 700 milioni l’anno. È un perimetro che punta a integrare capillarità territoriale, base clienti, offerta di servizi finanziari e assicurativi e rete di distribuzione con un asset di telecomunicazioni più ampio, in grado di sostenere nuove linee di ricavo e un miglioramento dell’efficienza operativa.

Dividendo confermato

Inoltre, “il dividendo per azione implicito nella guidance 2026 è confermato, e la politica dei dividendi futuri risulterà accrescitiva rispetto allo scenario standalone.

La leva finanziaria pro-forma è attesa a 1,4 volte l’Ebitda al netto del costo dei contratti di leasing entro la fine del 2026, e in progressiva riduzione negli anni successivi, ed il nostro credit rating è stato ad oggi confermato da tutte e tre le principali agenzie di rating. Stiamo entrando in un nuovo capitolo del nostro percorso, fondato su risultati già raggiunti e trainato da una chiara ambizione di lungo periodo. Il 24 luglio presenteremo il nostro piano 2026-2030 standalone, contestualmente ai risultati del secondo trimestre 2026″.

Poste, Del Fante: “Reazione a Opas su Tim positiva, crea valore per tutti gli stakeholder”

“La reazione” all’Opas lanciata da Poste su Tim è stata “in generale positiva”. Lo ha detto l’ad di Poste, Matteo Del Fante in call con gli analisti. “Chiaramente come in ogni transazione ci sono discussioni sul prezzo e tensioni secondo cui avremmo potuto offrire di più”, ma secondo Del Fante i dati mostrati da Poste rappresentano una riposta chiara a questo.

“Mostriamo che guardando al valore che gli azionisti Tim avevano prima dell’offerta e comparando quel valore con quello che hanno dopo che la transazione sarà completata e le sinergie saranno portate a casa c’è un 17% che non abbiamo menzionato nella presentazione e un 10% per gli azionisti di Poste”, ha aggiunto Del Fante.

Il 24 luglio aggiornamento sulla transazione Tim

“Il trend più interessante che stiamo vedendo è che più tempo trascorriamo con gli investitori delle Poste la nostra strategia diventa sempre più chiara agli investitori. Chiaramente è un lungo viaggio e abbiamo ancora davanti a noi tre mesi in cui spiegheremo prima del lancio finale dell’offerta ed è un tempo che useremo per spiegare questo agli investitori. Il Piano del 24 luglio sarà un piano stand alone ma ovviamente avremo l’opzionalità per cui mostreremo un aggiornamento agli investitori sulla transazione di Tim”.

L’ad ha annunciato che il 24 luglio il gruppo presenterà il piano 2026-2030 standalone, contestualmente ai risultati del secondo trimestre 2026. “Le nostre persone restano l’asset più prezioso e desidero ringraziarle per il loro continuo impegno e la loro dedizione al successo di lungo periodo di Poste. Rimaniamo fortemente impegnati nella creazione di valore per tutti gli stakeholder – i nostri azionisti, i nostri clienti, i nostri dipendenti e le comunità in cui operiamo”, conclude l’ad.

Poste: conferma tempistiche su Tim, chiusura operazione entro III trimestre

Poste conferma le tempistiche dell’operazione su Tim. La chiusura dell’offerta pubblica, scrive il gruppo guidato da Matteo Del Fante nel presentare il bilancio al 31 marzo, è attesa entro il terzo trimestre di quest’anno.

Poste, nel 2025 30 milioni di utenti Spid, ricavi 2026 a 70 milioni

Poste ha raggiunto, nel 2025, 30 milioni di clienti con il servizio Spid (che ora prevede un canone di pagamento a paritre dal secondo anno ndr) dai 22 milioni del 2021, con ricavi che passeranno dai 19 milioni del 2025 a 70 milioni di euro nel 2026.

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Fastweb+Vodafone, nel primo trimestre redditività a 460 milioni (+7,4%) con sinergie. Swisscom pronta a trattare con Inwit sulle torri 

Swisscom, per le torri il nodo è il prezzo: “Pronti a discutere con Inwit”

Il braccio di ferro tra Fastweb e Inwit non si risolverà a breve ma Fastweb+Vodafone potrebbe restare se si scioglie il nodo del prezzo. “Ci aspettiamo ci vorrà un po’ di tempo per risolvere, non mi aspetto alcuna risoluzione rapida” risponde il Ceo di Swisscom Christoph Aeschlimann alle domande degli analisti in conference call. “Abbiamo provato a negoziare molte volte con Inwit e loro hanno rifiutato di entrare in discussione con noi, alla fine forzandoci ad uscire”. “Questo non ci impedisce di continuare a investire sul mercato, stiamo costruendo nuove torri, e continueremo a farlo in Italia, ma allo stesso tempo dobbiamo arrivare a costi sostenibili e questo è il motivo per cui stiamo lavorando con Tim per preparare il nostro plano di migrazione. Se Inwit fosse aperta a discutere per tornare a costi sostenibili, siamo aperti a farlo per trovare un accordo”, aggiunge.

La strategia di migrazione comunque, precisa il manager, sarà discussa con Inwit e il tavolo non si è ancora aperto ma “la time line potrebbe essere la stessa di Tim” che ieri ha fatto sapere che potrebbe uscire in 10 anni. “Siamo in discussione con le altre società di torri, stiamo lavorando anche su come costruire nuove torri direttamente o in joint venture”. “La migrazione potrebbe durare almeno tre anni dal momento in cui il contratto finisce, quindi 5 anni di migrazione”. 

INWIT: dichiarazioni CEO di Swisscom false e tendenziose

“INWIT si vede costretta suo malgrado a rettificare quanto oggi, ancora una volta, incautamente comunicato da Swisscom in nome e per conto della controllata italiana Fastweb. 

Non corrisponde al vero, infatti, che INWIT si sia “rifiutata di avviare discussioni” con Fastweb, “costringendo[la] infine a dare disdetta all’intero contratto di MSA”. È vero l’esatto contrario: come agevolmente documentabile, INWIT ha reiteratamente offerto concrete soluzioni migliorative dei termini del MSA in ottica di creazione di valore per entrambe le parti, suggerendo altresì di affrontare la questione relativa alla durata del MSA nelle forme della negoziazione assistita o in sede arbitrale. Fastweb ha irragionevolmente ritenuto di non accogliere tali proposte, contrapponendo una iniqua revisione delle condizioni del MSA secondo termini economicamente esorbitanti, e sempre nella modalità “prendere o lasciare”, cui ha fatto seguito l’introduzione di un giudizio di merito a fini dilatori, nell’ambito del quale INWIT ha dovuto formulare un’istanza cautelare onde far valere, con l’urgenza del caso, le proprie ragioni.

Riservato ogni diritto e azione“.

Fastweb+Vodafone, nel primo trimestre redditività a 460 milioni (+7,4%) con sinergie

Fastweb+Vodafone chiude il primo trimestre 2026 con risultati finanziari e performance in linea con le attese.

Prosegue la strategia basata sulla generazione di valore per tutti i segmenti di clienti – B2C, B2B e Wholesale – basata su innovazione, qualità e acquisizione di clientela ad alto valore, con l’obiettivo di stabilizzare i ricavi da servizi Telco e la marginalità complessiva, focalizzandosi sulla crescita dei ricavi da servizi ICT e beyond the core.

Clienti in calo

Al 31 marzo 2026 i clienti mobili, residenziali e business si attestano a 19 milioni 910 mila, in lieve flessione dello 1,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, per una market share stabile pari al 26%. I clienti residenziali e business di rete fissa sono 5 milioni 550 mila (-2,0%), per una market share, anch’essa stabile, pari al 30%.

Ricavi in flessione del 4,5%

I ricavi totali nel trimestre si attestano a 1.737 milioni di euro (-4,5% rispetto allo stesso periodo del 2025). Nonostante la flessione dei ricavi, l’EBITDA after lease (EBITDAaL) è cresciuto a 457 milioni di euro (+8,5% su base annua), grazie al contributo delle sinergie e delle efficienze di costo. Le CAPEX ammontano a 339 milioni di euro (-11% rispetto al 1° trimestre 2025) e l’Operating Free Cash Flow (OpFCF) è pari a 118 milioni di euro.

Redditività in crescita del 7,4%

Escludendo i costi derivanti dall’integrazione, l’adjusted EBITDAaL è invece pari a 460 milioni di euro (+7,4% rispetto al 1° trimestre 2025) mentre i CAPEX adjusted si attestano a 304 milioni di euro (-17,95% rispetto al 1° trimestre 2025).  L’adjusted Operating Free Cash Flow si attesta a quota 155 milioni di euro, grazie al completamento di progetti strutturali e ad una rigorosa disciplina delle spese in conto capitale, oltre che una diversa distribuzione temporale degli investimenti tra i trimestri, in linea con le guidance 2026.

Nel segmento B2C, che continua ad essere caratterizzato da una pressione competitiva elevata, i clienti mobili si attestano a 15.437 milioni e i clienti fissi a 4.440 milioni.  I ricavi complessivi del segmento residenziale si attestano a 787 milioni di euro, registrando una flessione del 5,4% rispetto al primo trimestre dell’anno precedente. La focalizzazione sulla strategia a valore continua a generare effetti positivi sia rispetto all’ARPU che alla fidelizzazione della base clienti. Il divario nell’ARPU tra i clienti acquisiti e quelli che hanno disdetto il contratto si è ridotto in modo significativo (del 43% nel settore della telefonia mobile e del 21% in quello della banda larga), riflettendo una strategia di acquisizione più orientata al valore e un miglioramento della qualità complessiva e del valore nel tempo della base clienti; anche il tasso di abbandono è migliorato in modo significativo, diminuendo di 2,4 punti percentuali nel settore della telefonia mobile e di 4,2 punti percentuali in quello della banda larga rispetto al primo trimestre.

Crescono i ricavi beyond the core

Allo stesso tempo continuano a segnare una crescita sostenuta i ricavi generati dai servizi beyond the core. Fastweb Energia – ora disponibile anche per i clienti Vodafone – ha raggiunto 119.000 clienti (140.000 includendo i clienti B2B, +184% rispetto all’anno scorso) al 31 marzo 2026. A guidare l’adozione è un approccio trasparente, senza sorprese in bolletta, che consente alle famiglie di pianificare con certezza la propria spesa energetica.

I ricavi della Business Unit B2B si attestano a 739 milioni di euro (-6,9% rispetto al primo trimestre 2025). Una flessione in parte non strutturale che riflette la fisiologica rinegoziazione di alcuni contratti di connettività di grandi clienti, mentre rimane sostanzialmente stabile la base clienti e cresce il portafoglio ordini da parte della Pubblica Amministrazione.

Continua anche nel primo trimestre 2026 l’ottima performance del segmento Wholesale, a conferma della sua centralità nella strategia di Fastweb + Vodafone. Nel primo trimestre 2026 il numero di linee fisse a banda ultralarga fornito a operatori terzi si attesta a 1,194 milioni, in crescita del 23,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, mentre il numero di linee mobili wholesale crescono a 8,190 milioni (+20,7%).  I ricavi totali del segmento si attestano a 205 milioni di euro, in aumento del 10,1% rispetto allo stesso periodo del 2025.

I continui investimenti in infrastrutture, tecnologie e competenze posizionano Fastweb + Vodafone come operatore di riferimento per la costruzione della sovranità digitale del Paese mettendo a disposizione di imprese e PA un ecosistema digitale in grado di integrare infrastrutture proprietarie di rete fisse e mobili e data center, tecnologia Cloud e Cybersecurity e potenza computazionale AI assicurando resilienza e pieno controllo dei dati end to end. Continua, in particolare, la performance positiva delle soluzioni di Intelligenza Artificiale di Fastweb AI Work, la piattaforma che integra GenAI e AI agentica per offrire ad aziende, PMI e PA soluzioni sicure e compliant alle normative. Alla fine del periodo sono più di 35.000 le licenze sottoscritte. A queste si aggiungono oltre 50 progetti di Intelligenza artificiale sviluppati per aziende e pubblica amministrazione.

Integrazione, rete e infrastrutture

Il processo di integrazione procede in linea con i piani. Nel primo trimestre del 2026 le sinergie hanno raggiunto i 77 milioni di euro, principalmente grazie al completamento della migrazione delle SIM Fastweb Mobile sulla rete proprietaria e a ulteriori efficienze di costo. Le sinergie annue complessive a regime sono stimate in circa 300 milioni di euro entro la fine del 2026.

L’integrazione sta procedendo anche sul fronte organizzativo, grazie all’introduzione di politiche del personale armonizzate, tra cui la settimana lavorativa corta e un potenziamento dello smart working.

Prosegue l’espansione delle infrastrutture proprietarie dell’azienda, con la rete mobile 5G che raggiunge a fine marzo l’89% di copertura della popolazione nazionale, +4 p.p. rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Mentre aumenta di 6 p.p. la copertura della rete in fibra FTTH che raggiunge il 58% del territorio nazionale. Sulla base della strategia orientata a fornire la migliore esperienza di servizio ovunque, Fastweb + Vodafone offre a tutti i propri clienti, attraverso gli asset di rete di Fastweb e Vodafone Italia, la più performante connessione disponibile. 

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Tim, ricavi +1,4% nel primo trimestre trainati da Brasile e Enterprise. Ma sul futuro pesa la causa di Sky

Piazza Affari premia la trimestrale di Tim, che in apertura guadagna il 3%. L’operatore controllato da Poste ha chiuso il primo trimestre del 2026 con ricavi a 3,3 miliardi di euro, in crescita dell’1,4% trainato in primo luogo dal Brasile (+6,4%) e da Tim Enterprise (+3,2%).

In calo del 2,7% anche l’EBITDA After Lease di Gruppo, pari a 0,8 miliardi di euro (-8,2% nel domestico a 0,4 miliardi di euro, +4,3% in Brasile a 0,4 miliardi di euro).

Le perdite nette sono aumentate a 292 milioni di euro, più che raddoppiate rispetto ai 124 milioni dell’anno precedente.

L’indebitamento finanziario netto rettificato After Lease di Gruppo al 31 marzo è inferiore a 7,3 miliardi di euro, a fronte dei 7,5 miliardi dell’anno precedente, con una leva inferiore a 2x.

Tim Consumer compensato da Tim Enterprise e Brasile

  • Tim Consumer ha registrato una flessione del 3% dei ricavi a 1,4 miliardi in primo luogo a causa un calo del business MVNO.
  • TIM Enterprise ha registrato ricavi totali pari a 0,8 miliardi di euro (+3,2% anno su anno) e ricavi da servizi pari a 0,7 miliardi di euro (+4,2% anno su anno), con un trend di crescita tendenziale che ha raggiunto il quindicesimo trimestre consecutivo. Il Cloud si conferma la principale linea di business e quella a maggior crescita, con un aumento dei ricavi da servizi del 14,5% anno su anno, anche grazie al Polo Strategico Nazionale, il cui contributo aumenta del 50% anno su anno, con oltre 650 pubbliche amministrazioni servite. In crescita IoT e Security, stabile la connettività grazie anche al contributo one-off delle attività legate agli eventi olimpici di Milano-Cortina. Sale al 65% (+1 punto percentuale anno su anno) la percentuale di ricavi da servizi legata all’ICT. Il valore del portafoglio ordini è atteso in crescita a oltre 4,2 miliardi di euro nel 2026. TIM Enterprise conferma il proprio posizionamento come principale operatore italiano di sovranità digitale, attraverso tre direttrici: lo sviluppo di infrastrutture, cloud e di rete, proprietarie e sicure, il posizionamento come piattaforma sovrana per carichi di lavoro AI e il ruolo di trusted partner per l’adozione di soluzioni hyperscaler da parte delle imprese italiane. A supporto di questa strategia, TIM, nel quadro del proprio piano di investimenti, prevede di dedicare circa 500 milioni di euro nel triennio 2026–2028 a infrastrutture e asset legati alla sovranità digitale.
  • La Guidance 2026 è confermata.

“I primi tre mesi del 2026 sono in linea con le previsioni del Gruppo e con la guidance fornita al mercato per l’intero esercizio. Il riposizionamento delle diverse attività, avviato negli scorsi anni, continua a dare buoni risultati, con TIM Consumer che mostra una top line resiliente, TIM Enterprise che prosegue nel proprio percorso di crescita e TIM Brasil che si conferma fra i migliori operatori mondiali di TLC. Nel corso dell’esercizio continueremo a posizionarci come i protagonisti del panorama italiano sul fronte della sovranità digitale e dell’intelligenza artificiale, e a semplificare la struttura societaria del Gruppo, con la conversione delle azioni di risparmio, che si chiuderà entro fine maggio, e il successivo raggruppamento azionario. La generazione di cassa attesa porterà nel 2026 a un’ulteriore significativa riduzione del debito e della leva finanziaria di Gruppo”, ha detto l’amministratore delegato Pietro Labriola.

Causa contro Tim-DAZN da 1,9 miliardi di Sky per i diritti del calcio

Ma a rovinare almeno in parte la festa è arrivata la denuncia di Sky sull’accordo per i diritti Tv con DAZN nel periodo 2021-2024, con una richiesta di risarcimento danni da 1,9 miliardi di euro. E così sul futuro di Tim, che entro fine anno sarà incorporata da Poste (che a luglio lancerà un’Opas da 10,8 miliardi di euro), torna l’incertezza. Ieri Sky, dopo la conferma dell’Antitrust di una “grave intesa restrittiva della concorrenza”, ha chiesto fino a 1,9 miliardi di danni a Tim e Dazn per i diritti sulle partite di calcio di Serie A per il 2021-2024. Intesa – per cui le due società erano state già multate dall’Antitrust (di cui Tim per solo 800mila euro e DAZN 7 milioni), che secondo Sky si è protratta per un anno e sette mesi, ed è stata “denunciata” dal provvedimento dell’Autorità pubblicato lo scorso 12 gennaio.

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Spettro radio, Francia e Italia bocciano il rinnovo illimitato delle frequenze nel DNA

La gestione dello spettro radio in Europa dovrebbe rimanere una questione di competenza nazionale. No quindi ad una gestione centralizzata, da Bruxelles, dell’assegnazione delle frequenze, sì invece al mantenimento delle specificità dei 27 Stati membri in materia di frequenze.

E’ questo il messaggio di Francia e Italia, che in un comunicato congiunto di fatto demoliscono la proposta del Digital Networks Act di mettere a fattor comune la gestione dello spettro, sotto la regia unica di Bruxelles. Parigi e Roma dicono un secco no. Nessuna rinuncia alle prerogative nazionali, in questo ambito nessun mercato unico delle telecomunicazioni, in linea con la posizione espressa a suo tempo dal BEREC.

Francia e Italia, no al mercato unico delle Telecomunicazioni

In un comunicato congiunto diffuso ieri i ministri di Italia e Francia Adolfo Urso (Mimit) e Anne Le Hénenaff (Numerique e AI) hanno sonoramente bocciato il capitolo che riguarda lo spettro radio contenuto nella bozza del Digital Networks Act della Commissione Ue, in discussione a Bruxelles.

E’ quanto emerge dalla nota congiunta diramata ieri da parte del Ministère en charge de l’Intelligence Artificielle e del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che tra le altre cose, a proposito del tema telecomunicazioni nel Digital Networks Act: “Crediamo che le specificità dei mercati nazionali delle Tlc non dovrebbero essere considerati come un ostacolo per raggiungere gli obiettivi”, si legge nella nota.

La proposta della Commissione, secondo i governi di Parigi e Roma, “non risolve gli ostacoli” per la auspicabile creazione di “partnership transfrontaliere”.

Forte preoccupazione su gestione dello spettro

Più nello specifico, si legge al punto 14 del documento, “Francia e Italia esprimono forti preoccupazioni sugli impatti negativi di questa proposta in relazione alla gestione dello spettro”, si legge.  

Licenze illimitate un danno alla concorrenza

“L’obbligo implicito di rilasciare licenze di spettro illimitate potrebbe incidere significativamente sulla concorrenza nel settore delle telecomunicazioni. Limitare l’autorità degli Stati membri in materia di rilascio di licenze di spettro potrebbe ostacolare la loro capacità di adattare le proprie politiche nazionali di pianificazione digitale”, si legge.

Tener conto del rischio interferenze e dei tempi tecnici per gestirle

E ancora, sempre in materia di spettro radio, al punto 15 del documento si legge che “Per quanto riguarda la proposta del Digital Networks Act, Francia e Italia sottolineano anche l’importanza di garantire un approccio equilibrato ed efficace alle disposizioni relative alle interferenze dannose (articolo 14), in particolare nel contesto della gestione transfrontaliera dello spettro. Meccanismi di coordinamento chiari e funzionali tra gli Stati membri sono essenziali per garantire certezza del diritto e continuità operativa per gli operatori. In questo contesto, potrebbe essere opportuno un ulteriore approfondimento sul termine di 12 mesi proposto per l’eliminazione delle interferenze dannose, tenendo conto della complessità tecnica delle procedure di coordinamento transfrontaliere”, si legge.

Per Francia e Italia rilascio di licenze deve restare materia nazionale anche per il satellite

Infine, per arrivare ad una gestione “centralizzata” dello spettro radio ci vorrebbe ancora molto tempo, secondo Francia e Italia. “Un’ulteriore armonizzazione dovrebbe essere presa in considerazione solo quando economicamente giustificata, come nel caso del settore satellitare, poiché tali mercati sono economicamente sostenibili solo su larga scala geografica. Francia e Italia sostengono l’istituzione di un meccanismo comune per garantire i requisiti operativi minimi per i servizi satellitari e, in caso di scarsità di spettro, un meccanismo di selezione comune. Tuttavia, il rilascio delle licenze deve rimanere di competenza nazionale”.

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Fastweb porta il 5G a bordo di Luna Rossa all’America’s Cup. Rete dedicata nel Golfo di Cagliari

Fastweb è Official Sponsor e Technical Partner del team italiano Luna Rossa in vista della 38esima edizione di America’s Cup, la più prestigiosa competizione velica al mondo che – per la prima volta nei suoi 176 anni di storia – si disputerà in Italia, a Napoli, nel 2027.

5G, Rete dedicata nel Golfo di Aranci

In qualità di Technical Sponsor, Fastweb realizzerà una copertura 5G dedicata nell’area del Golfo di Cagliari e in quella del Golfo di Napoli utilizzando la tecnologia 5G “slicing”, una delle caratteristiche principali del 5G Standalone (5G SA), che consente di fornire copertura e prestazioni personalizzate, adattandosi con efficacia a contesti operativi articolati. Il capoluogo sardo, infatti, ospita il quartier generale del team ed è sede della prima regata preliminare, mentre Napoli sarà la venue ufficiale della 38^ America’s Cup.

Luna Rossa, dati di bordo trasmessi in sede a terra in real time

La copertura permetterà a Luna Rossa di trasmettere agli uffici a terra informazioni preziose in tempo quasi reale: i dati telemetrici durante le regate e i video durante gli allenamenti. In questo modo si velocizzeranno ulteriormente le operazioni a bordo, contribuendo a fornire un vantaggio aggiuntivo a tutto l’equipaggio. La tecnologia garantirà bassa latenza e alta capacità della trasmissione per tutta l’area interessata.

Luna Rossa, rete dedicata nel Golfo di Cagliari

Il progetto verrà implementato nel Golfo di Cagliari entro maggio 2026 per la prima regata preliminare, mentre entro l’estate, la rete verrà realizzata anche nell’area relativa al Golfo di Napoli che verrà utilizzata durante la 38esima edizione dell’America’s Cup.

“Siamo molto contenti di avere Fastweb come technical partner per la 38^ America’s Cup – ha detto Gilberto Nobili, Technology and Operations Manager di Luna Rossa – Si tratta di un’azienda italiana leader nel settore delle telecomunicazioni e averla a fianco ci permetterà di ottimizzare la trasmissione dei dati e le comunicazioni tra la barca e i nostri uffici tecnici. Sapere di poter contare su una rete affidabile e potente e sul know-how di un brand leader come Fastweb è di fondamentale importanza in una sfida complessa e altamente tecnologica come l’America’s Cup“.

“La partecipazione a uno dei progetti sportivi più ambiziosi mai realizzati in Italia nasce da una visione condivisa: esprimere l’eccellenza mettendo a disposizione tecnologie di rete avanzate come il 5G dedicato e know-how – ha dichiarato Max Gasparroni, Chief Technology & Security Officer di Fastweb + Vodafone – Nell’ambito di questa collaborazione forniremo a Luna Rossa strumenti all’avanguardia per l’analisi delle performance, la comunicazione in tempo reale e l’ottimizzazione di ogni fase della navigazione, contribuendo a creare un ecosistema in cui tecnologia, sport e intelligenza umana si integrano per raggiungere nuovi livelli di prestazione. Una partnership che conferma il nostro impegno verso l’innovazione e la transizione digitale del Paese“.

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La crisi energetica pesa sulle telco, in Uk traffico dati a rischio razionamento. E in Italia?

Nel Regno Unito le telco alle prese con la crisi energetica, dopo la chiusura dello stretto di Hormuz e il conflitto con l’Iran, hanno minacciato il governo di razionare il traffico dati per risparmiare. L’indiscrezione, che ha gettato nel panico i cittadini e anche la politica, è stata lanciata dal Telegraph e poi subito smentita delle telco. Ma il tema c’è, è attuale. E il rischio razionamento dati è un’opzione ormai sul tavolo a Londra.

Operatori Tlc in Uk irritati perché esclusi dall’elenco degli energivori

Gli operatori di telefonia mobile del Regno Unito sono irritati per essere stati esclusi dal programma governativo di aiuto alle imprese per la riduzione dei costi energetici, ma le affermazioni secondo cui starebbero pianificando di rallentare la velocità della rete o limitare l’accesso sembrano esagerate. Ma mai dire mai.

Per ora le telco smentiscono il throttling

I costi crescenti dell’energia potrebbero chiaramente impattare sugli investimenti a lungo termine sulle reti mobili in Uk, ha detto un portavoce di BT, che controlla l’operatore mobile EE. L’operatore insieme con gli altri player dell’arena del mobile sta collaborando con il governo per trovare delle soluzioni e “per ora” non c’è alcun piano di razionare i dati (il cosiddetto throttling, strozzamento delle reti che chiarisce plasticamente la riduzione del flusso normale del traffico dati) ridurre la velocità di navigazione o aumentare i prezzi. Quanto meno per ora.

La replica è giunta, necessaria, dopo l’articolo del Telegraph secondo cui al contrario le telco britanniche avrebbero avvertito il governo che potrebbero decidere di adottare misure di razionamento dati sulle loro reti per affrontare il crescente problema dell’aumento dei costi dell’energia.

“Alcune aziende starebbero elaborando piani di emergenza per far fronte all’aumento dei costi dell’energia”, scriveva il giornale, senza citare fonti. A titolo di chiarimento, si leggeva che tali piani prevedevano il razionamento dell’accesso alla rete e la riduzione della velocità per contribuire a diminuire il consumo energetico, e che si stava valutando anche l’introduzione di prezzi dinamici, ovvero aumenti di prezzo nelle ore di punta.

La smentita di BT al sito Telecoms.com sembra netta, e anche Virgin Media O2 dice che una mossa del genere non è ancora attuale.

Ma VodafoneThree non esclude rallentamenti

Diversamente, VodafoneThree non ha smentito categoricamente, ma per l’operatore sarebbe difficile limitare la propria rete in questo modo se i concorrenti non facessero lo stesso, soprattutto alla luce delle numerose promesse in termini di copertura di rete e connettività fatte per ottenere l’approvazione delle autorità britanniche per la fusione meno di un anno fa.

Come i suoi concorrenti, VodafoneThree è naturalmente preoccupata per l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia e sta facendo pressioni sul governo per ottenere una deroga.

“Siamo delusi dal fatto che il governo abbia scelto di non includere il settore delle telecomunicazioni nel British Industrial Competitiveness Scheme“, ha detto l’operatore telefonico in un comunicato stampa inviato anche al Telegraph. “Esortiamo il governo a considerare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia sul vitale settore delle telecomunicazioni, che sblocca la crescita in tutti i settori dell’economia”.

La reazione negativa arriva dopo che la scorsa settimana Westminster ha ampliato il British Industrial Competitiveness Scheme (BICS) per ridurre le bollette energetiche di 10.000 aziende manifatturiere in settori chiave, rispetto alle 7.000 previste al momento della sua presentazione lo scorso anno. Il programma, che raggiunge la riduzione esentando le aziende manifatturiere di settori chiave dal pagamento di tre iniziative per le emissioni zero, entrerà in vigore nell’aprile del prossimo anno. Si rivolge alle imprese ad alta intensità energetica in settori chiave come quello automobilistico e aerospaziale, siderurgico e farmaceutico… ma non alle telecomunicazioni.

Reti a banda larga energivore, ma Governo Uk non applica facilitazioni alla industry Tlc (nemmeno quello italiano)

“Le reti mobili e a banda larga sono infrastrutture nazionali critiche su cui fanno affidamento quasi tutti i consumatori e le imprese, eppure, nonostante la loro importanza, le aziende di telecomunicazioni sono state escluse dal sostegno offerto ad altri settori ad alta intensità energetica”, ha detto un portavoce di Virgin Media O2.

“Se il governo vuole crescita, produttività e resilienza, non può ignorare le reti digitali da cui dipende il Paese”, ha aggiunto il portavoce. “Esortiamo il governo a collaborare con le aziende di telecomunicazioni per trovare un meccanismo di sostegno energetico adeguato che rifletta il ruolo vitale che il settore svolge”.

Il settore delle telecomunicazioni consuma un’enorme quantità di energia. Alla fine del 2022, ad esempio, BT ha rivelato di consumare quasi l’1% dell’elettricità del Regno Unito. E proprio come le loro controparti all’estero, gli operatori di telecomunicazioni britannici si stanno impegnando a fondo per ridurre il consumo energetico, sia per risparmiare denaro che per raggiungere gli obiettivi in ​​materia di cambiamento climatico.

Non c’è da stupirsi che siano contrariati dall’esclusione dal sostegno governativo. Lo stesso sentiment è condiviso, da tempo, dalla industry italiana delle Tlc, che ha chiesto da anni di essere inserita nel novero degli energivori.

Rischio razionamento dati anche in Italia?

Lo stesso clima di insoddisfazione da parte delle telco si registra anche in Italia, dove Asstel non più tardi di due giorni fa ha chiesto l’emanazione di un decreto telecomunicazioni urgente, nel quale il capitolo energetico (energivori) è al primo posto. Anche da noi c’è il rischio di rallentamenti o razionamenti del traffico dati? Il tema potrebbe anche diventare attuale da noi, alla fine se il Governo resterà (ancora) insensibile alle richieste degli operatori.

D’altra parte, se c’è un razionamento dei voli nel settore aereo, perché non dovrebbe esserci anche un rallentamento o razionamento dei dati? Anche le telco e le reti consumano energia, eccome.   

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AI e cybersecurity, il nuovo modello di OpenAI e la breccia in Mythos

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Il 15 aprile scorso OpenAI ha annunciato l’espansione del programma Trusted Access for Cyber (TAC) e il lancio di GPT-5.4-Cyber, un modello derivato da GPT-5.4 e addestrato per operazioni di sicurezza informatica. Quasi in contemporanea, Bloomberg ha riportato che Mythos, il modello di Anthropic distribuito finora solo a una cerchia ristretta di partner selezionati, era stato raggiunto da un gruppo di utenti non autorizzati il giorno stesso del suo annuncio pubblico. Tempismo perfetto, nel senso peggiore.

Le due notizie arrivano in un momento in cui il settore della cybersecurity sta attraversando una trasformazione profondissima, visto che il terremoto dell’intelligenza artificiale non risparmia proprio nessuno. Le infrastrutture digitali moderne mutano a una velocità che rende impraticabile qualsiasi approccio alla sicurezza basato su controlli periodici. I sistemi si aggiornano in continuazione e nuovi servizi entrano in produzione praticamente ogni giorno, e perciò mantenere una visione aggiornata dello stato di sicurezza richiede qualcosa di più di un audit semestrale. L’intelligenza artificiale applicata alla cybersecurity promette di colmare questo gap, con l’obiettivo di trasformare attività come la gestione della superficie di attacco (il monitoraggio di tutti i punti in cui un sistema è esposto a potenziali intrusioni), il penetration testing (le simulazioni di attacco condotte per individuare le falle prima che lo facciano altri) e la threat intelligence (la raccolta e l’analisi di informazioni sulle minacce in circolazione) in processi continui e automatizzati, capaci di rilevare vulnerabilità in tempi molto più stretti rispetto a qualsiasi approccio manuale. Il vantaggio, oltre che di velocità, è di efficienza, visto che un sistema che lavora in modo continuativo può individuare configurazioni vulnerabili che un controllo periodico avrebbe semplicemente mancato.

Secondo i dati dell’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection del Politecnico di Milano, presentati a febbraio 2026, il settore in Italia ha raggiunto nel 2025 un valore di 2,78 miliardi di euro, con una crescita del 12% rispetto all’anno precedente, cioè con un distacco netto rispetto al misero +1,5% registrato dalla spesa digitale media. Una crescita che tiene anche in un contesto macroeconomico difficile, il che dice qualcosa sulla percezione del rischio da parte delle aziende. Gli investimenti ci sono, l’interesse anche. La domanda che sorge spontanea con i casi OpenAI e Anthropic è più sottile: a chi si consegna questa potenza di fuoco, e con quali garanzie reali?

GPT-5.4-Cyber e il programma Trusted Access for Cyber

GPT-5.4-Cyber è una variante di GPT-5.4 addestrata per essere più permissiva nelle attività di sicurezza legittime rispetto a un modello standard. Tra le capacità specifiche c’è l’analisi del software compilato (il cosiddetto reverse engineering binario) che consente ai professionisti di individuare malware e vulnerabilità senza accedere al codice sorgente. Proprio per questo, OpenAI ha scelto di partire con una distribuzione limitata a fornitori, organizzazioni e ricercatori verificati, riservandosi di ampliare l’accesso man mano che arriveranno modelli più capaci nei prossimi mesi. GPT-5.4 è già classificato come modello ad “alta capacità cyber” nel Preparedness Framework interno di OpenAI, e la formazione specifica per la cybersecurity è iniziata con GPT-5.2, per poi essere estesa nelle versioni successive.

Il programma TAC prevede tre percorsi di accesso distinti. I singoli professionisti possono verificare le proprie credenziali direttamente su chatgpt.com/cyber. Le aziende possono aderire attraverso un referente OpenAI, portando l’intera organizzazione nel programma. I partecipanti TAC già autenticati come “difensori” possono fare richiesta di accesso a GPT-5.4-Cyber. Chi accede al modello più permissivo, però, rinuncia ad alcune opzioni: in particolare, le modalità in cui OpenAI ha meno visibilità su come il modello viene effettivamente utilizzato non sono disponibili. Una limitazione non da poco, soprattutto per le organizzazioni che trattano dati sensibili e che già pagano abbonamenti e licenze software (per confrontare le offerte di connettività su cui queste infrastrutture poggiano, SOSTariffe.it mette a disposizione il suo comparatore aggiornato). Sul fronte dei risultati concreti, OpenAI ha dichiarato che Codex Security – uno strumento che monitora automaticamente il codice, valida i problemi rilevati e propone correzioni – ha contribuito alla risoluzione di oltre 3.000 vulnerabilità critiche dalla sua introduzione.

La breccia in Mythos e il problema del controllo dell’accesso

Anche Anthropic ha scelto la strada della distribuzione controllata per Mythos, e per ragioni analoghe a quelle di OpenAI: il modello è in grado di individuare e sfruttare vulnerabilità su tutti i principali sistemi operativi e browser, e consegnarlo senza filtri sarebbe stato difficile da giustificare. Il programma Project Glasswing ha limitato l’accesso iniziale a dodici partner selezionati (tra cui Apple, Amazon, Cisco, CrowdStrike, Google, JPMorgan Chase, Microsoft e Nvidia) ciascuno vincolato contrattualmente a usare il modello solo per attività difensive, con 100 milioni di dollari in crediti di utilizzo messi a disposizione. Una cautela che non ha retto nemmeno un giorno.

Secondo quanto riportato da Bloomberg, il giorno stesso dell’annuncio pubblico di Mythos un gruppo di utenti non autorizzati è riuscito ad accedere al modello. I metodi usati sono stati diversi: uno dei membri aveva ottenuto credenziali di accesso attraverso un lavoro di valutazione svolto per un fornitore di Anthropic, altri avevano usato strumenti tipici dei ricercatori di sicurezza per esplorare i sistemi. A facilitare tutto aveva contribuito anche una violazione dei dati subita in precedenza da Mercor, una startup specializzata nella formazione di modelli AI: tra le informazioni trapelate c’erano dettagli tecnici sui sistemi di Anthropic che hanno permesso al gruppo di localizzare Mythos. Il gruppo era collegato attraverso una comunità privata su Discord, con strumenti automatizzati già attivi alla ricerca di informazioni su modelli non ancora annunciati pubblicamente (una pratica, evidentemente, tutt’altro che occasionale in certi ambienti).

Anthropic ha confermato di stare indagando, precisando di non aver trovato indicazioni che la violazione abbia raggiunto la propria infrastruttura diretta, e che l’incidente sembra confinato all’ambiente di un fornitore terzo. Nel frattempo, secondo Bloomberg, il gruppo continua a usare Mythos regolarmente, evitando di fare richieste legate alla sicurezza per non attirare attenzione. Anche banche e organismi governativi su entrambe le sponde dell’Atlantico stanno premendo per essere inclusi nel programma di accesso anticipato, con l’obiettivo di usare il modello per testare i propri sistemi dall’interno.

Strumenti potenti, responsabilità aperte

Ciò che emerge da queste due notizie è meno rassicurante di quanto i comunicati stampa dei due laboratori vogliano lasciar intendere. OpenAI e Anthropic stanno entrambi cercando di risolvere lo stesso problema, e cioè come rendere disponibili strumenti capaci di fare cose molto serie a chi ne ha bisogno per difendere le reti, senza che quegli stessi strumenti finiscano nelle mani sbagliate. Le soluzioni adottate, dai programmi di accesso verificato ai vincoli contrattuali, fino alle distribuzioni graduali, sono ragionevoli sulla carta, ma il caso Mythos mostra che la distanza tra un annuncio e una breccia può essere questione di ore.

Un sistema di AI capace di individuare e sfruttare vulnerabilità è uno strumento offensivo oltre che difensivo, e la linea che separa le due funzioni dipende interamente da chi lo usa, e naturalmente con quale scopo. Per questo il dibattito sul controllo dell’accesso a questi modelli non è più solo una questione interna ai laboratori di ricerca, ma banche, governi e grandi organizzazioni stanno premendo per entrare nei programmi di accesso anticipato. In Italia, secondo i dati del Politecnico di Milano presentati a febbraio 2026, il 56% delle grandi imprese usa già l’AI in ambito cybersecurity, ma spesso senza coglierne il potenziale pieno. Il salto verso strumenti con capacità autonome e offensive è un passaggio di tutt’altra dimensione, che richiede non solo investimenti tecnologici ma anche una governance adeguata: chi può accedere, a quali condizioni, con quali controlli e con quali conseguenze in caso di uso improprio. Sono domande che i programmi TAC e Glasswing hanno cominciato ad affrontare, con risultati per ora parziali.

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Tlc, Labriola (Asstel): “Subito un decreto Telecomunicazioni. Senza 5G standalone e fibra addio AI, Cloud e Gigafactory”

La crescita del traffico mobile e fisso dal 2019 al 2025 è stata rispettivamente del +280% e del 130%, ma il 70%-80% del valore viene catturato da sei piattaforme digitali, che fanno man bassa della capacità di banda occupando l’85% dell’intera ampiezza trasmissiva pur non contribuendo con un euro alla realizzazione e manutenzione delle reti ultrabroadband. Sta in questi pochi dati il dato drammatico della situazione della industry italiana delle telecomunicazioni, che si è riunita ieri alla Luis alla presentazione della ricerca del Centro di Ricerca in Strategic Change “Franco Fontana” della Luiss: “L’urgenza di agire: regole eque per crescere, investire, competere nel digitale” promossa da Asstel.

Labriola: “Senza reti niente AI né Cloud”

Ma un dato emerge con forza, al di là dell’appello del presidente di Asstel Pietro Labriola al Governo per un pronto intervento per affrontare pochi punti in modo urgente – dal rinnovo delle frequenze alle agevolazioni fiscali allo status di energivori – per la industry. E’ necessario uscire dalla autoreferenzialità di questi eventi, uscire dalla nicchia di settore per sensibilizzare davvero la politica su un punto nevralgico, come ha ribadito con forza Labriola: “Senza reti Tlc di ultima generazioni possiamo scordarci l’AI, il Cloud e altro che Gigafactory e supercomputer”, ha detto il presidente di Asstel, chiedendo urgentemente un decreto telecomunicazioni che preveda subito nuove regole immediate di allocazione delle frequenze in scadenza nel 2029; super deduzioni e crediti d’imposta per la realizzazione del 5G standalone; ristabilire una dinamica competitiva equa e sana fra telco e multiutility che hanno le Tlc nel loro bundle; una riforma del golden power.

I dati il solito pianto greco

Secondo lo studio, il settore è attraversato da uno squilibrio strutturale sempre più evidente: tra il 2019 e il 2025 il traffico dati è cresciuto di oltre il 280% sulle reti mobili e di oltre il 130% su quelle fisse, con una quota compresa tra il 70% e l’80% delle risorse di rete assorbita da poche grandi piattaforme digitali. A fronte di questa crescita, la capacità di monetizzazione resta limitata: nel 2024 l’ARPU mobile medio in Europa è pari a 20,4 euro, meno della metà rispetto ai 42,4 euro degli Stati Uniti, mentre sul fisso si attesta a 17,9 euro contro i 32,8 euro americani.

Il divario emerge anche sul fronte degli investimenti e dello sviluppo infrastrutturale. Gli investimenti pro capite nelle telecomunicazioni sono pari a 118 euro in Europa, contro 217 euro negli Stati Uniti. La copertura delle reti gigabit fisse raggiunge l’82,5% nell’UE, a fronte del 90,3% negli USA, mentre la copertura 5G Standalone si ferma al 63% della popolazione europea, contro l’81% negli Stati Uniti e il 93% in Cina.

Parallelamente, il valore economico si sta progressivamente spostando verso i servizi digitali e le piattaforme: il mercato globale degli OTT è destinato a crescere da 202,5 miliardi di dollari nel 2022 a 434,5 miliardi nel 2027, con un tasso annuo del 16,5%, mentre le grandi piattaforme hanno registrato una crescita della capitalizzazione del 357% tra il 2015 e il 2023.

La ricerca individua cinque direttrici di intervento: integrare gli obiettivi della regolazione economica con investimenti, qualità e sicurezza; ridurre la stratificazione normativa; passare da una regolazione ancorata alla qualifica formale degli operatori a un approccio fondato sulla funzione economica svolta, in modo che obblighi e responsabilità riflettano il servizio prestato e il ruolo effettivamente esercitato nel mercato; creare nuovi strumenti di monetizzazione della qualità e di cofinanziamento degli investimenti; riconoscere economicamente gli oneri legati a sicurezza e resilienza.

Asstel: Obblighi di interesse generale vanno scomputati

“È necessario superare una situazione in cui gli operatori di telecomunicazioni continuano a sostenere obblighi pubblicistici, investimenti infrastrutturali e costi di sicurezza senza adeguati meccanismi di compensazione. Le reti TLC non sono più un servizio ordinario di mercato: sono infrastrutture strategiche per la sicurezza nazionale, la resilienza del Paese, la competitività industriale e la sovranità digitale. Se l’ordinamento chiede alle Telco di sostenere costi per proteggere sicurezza nazionale, resilienza e continuità del servizio, non possono poi trattarli come se fossero costi privati qualsiasi, senza alcun riequilibrio economico. Per questo, occorre introdurre strumenti che riconoscano in modo esplicito la natura pubblicistica di tali oneri e ne rendano sostenibile l’assorbimento da parte degli operatori, ad esempio attraverso incentivi fiscali, fondi dedicati, meccanismi di compensazione compatibili con il diritto europeo sugli aiuti di Stato e criteri regolatori che tengano conto dei costi imposti da obblighi di interesse generale.”, ha detto Labriola.

Frequenze, allocazione licenze senza oneri

“È necessario allocare le frequenze in scadenza con una logica industriale e non meramente fiscale, premiando gli impegni di investimento nelle infrastrutture del Paese. Serve una nuova politica dello spettro che colleghi le assegnazioni allo sviluppo degli investimenti per reti VHCN, 5G standalone, backbone, edge, densificazione mobile ed efficientamento energetico”.
Labriola ha inoltre sottolineato la necessità di “ridurre la stratificazione normativa che oggi rallenta l’innovazione, indebolisce la capacità di investimento e crea incertezza per le imprese. Occorre coordinare norme primarie, regolazione settoriale, obblighi di sicurezza e procedimenti autorizzativi, rendendo anche più prevedibili gli strumenti di golden power e più rapido il coordinamento sulle misure previste dalla NIS2”.

Enzo Peruffo, Prorettore per la Didattica e Direttore del Centro di Ricerca in Strategic Change “Franco Fontana” della Luiss ha detto, commentando gli esiti della ricerca: “Ogni transizione tecnologica impone una ricognizione critica delle regole ereditate. Questo studio documenta come l’ecosistema digitale europeo si sia trasformato in profondità, mentre il quadro normativo che lo governa non ha tenuto il passo all’innovazione. Colmare questo divario è la condizione necessaria perché la transizione digitale produca valore reale e distribuito, con implicazioni dirette sulla competitività del sistema Paese”.

Corti (WindTre) al Governo: “Aiutateci a investire, via le asimmetrie con le multiutility”

Gianluca Corti, vicepresidente Asstel e Co-Ceo di WindTre: “Un quarto dei ricavi delle nostre aziende viene destinato a investimenti. Da anni invitiamo le istituzioni ad aiutarci a continuare a investire. In un quadro complicato da diversi livelli di governo – locale, nazionale, europeo – il Governo ha in questo momento l’opportunità di prendere una decisione pro-investimenti anticipando la decisione sulle frequenze in scadenza nel 2029, anticipando l’orientamento europeo indicato nel Digital Networks Act. Rilanciare gli investimenti richiede anche 18 mesi, è importante agire presto”.
Corti ha sottolineato il problema urgente legato alla diversità di trattamento fra telco e multitutility nella promozione dei servizi, con le multiutility che possono tramite call center promuovere la vendita di contratti Tlc mentre alle telco non è consentito fare altrettanto per i servizi energetici che forniscono. Una disparità che pesa non poco sui conti delle telco.

Renna (Fastweb + Vodafone): “Vincoli regolamentari vanno allentati”

Walter Renna, vicepresidente Asstel e Ceo di Fastweb + Vodafone: “Il settore delle telecomunicazioni sta attraversando una crisi strutturale, ma resta più che mai un pilastro strategico: da qui passano la competitività del Paese e la sua sicurezza. Oggi gli operatori si muovono con vincoli regolamentari significativamente più stringenti rispetto alle grandi piattaforme digitali, con effetti diretti sulla capacità di investimento e innovazione. Siamo alla vigilia di una trasformazione radicale trainata dall’intelligenza artificiale, con agenti autonomi, droni, robot e servizi che richiederanno reti ancora più potenti e sicure. In questo scenario è essenziale che le regole evolvano: servono condizioni che permettano alle telco di sviluppare nuovi servizi e competere alla pari. Ridurre le asimmetrie normative non è solo una questione di equità, ma una scelta industriale e geopolitica. Una visione condivisa da operatori ed istituzioni può assicurare all’Italia un ruolo di leadership continentale in questa transizione”.

All’evento, moderato dalla giornalista Simona Rossitto, hanno partecipato, inoltre: Giacomo Lasorella, Presidente Agcom, Davide Quaglione, Professore di Economia applicata, Luiss, Cesare Pozzi, responsabile scientifico di progetto del Centro di Ricerca in Strategic Change “Franco Fontana”; Bernardo Giorgio Mattarella, professore di Diritto amministrativo, Luiss e Giorgio Maria Tosi Beleffi, dirigente del Gabinetto del Ministro delle Imprese.

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