5G e Digital Divide, il ‘pasticciaccio’ della Regione Toscana e la soluzione francese. Video intervista con Nicola Pasquino (Federico II) e Marco Bussone (Uncem)

 Un webinar per parlare di 5G e Digital Divide alla luce della polemica che si è accesa dopo l’annuncio dello studio epidemiologico della Regione Toscana sugli effetti del 5G in 6 città, criticata (inutilmente) da parte del Commissario Agcom Antonello Giacomelli visto che il Governatore Eugenio Giani tira dritto. Ne abbiamo parlato con Nicola Pasquino, Professore di Misure Elettriche ed Elettroniche, Università di Napoli Federico II e Marco Bussone, Presidente nazionale UNCEM, l’Unione dei Comuni, delle Comunità e degli Enti montani.

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Un momento di riflessione fondamentale per fare il punto sullo sviluppo del 5G nel nostro paese, che deve fare i conti con diversi ostacoli di carattere culturale e politico. Forse che l’unica soluzione del problema è lo spegnimento del 4G, come ventilato in Francia? Questa la domanda paradossale che abbiamo posto ai nostri ospiti.

Fra i temi trattati il valore scientifico di una indagine regionale, alla luce delle evidenze scientifiche dell’OMS che negano l’impatto del 5G sulla salute.

Il punto della situazione dopo l’entrata in vigore dell’innalzamento dei nuovi limiti elettromagnetici in Italia dello scorso mese di aprile.

Le ordinanze di alcuni comuni, in particolare nel Tigullio ligure, che hanno bloccato l’installazione di nuovi impianti 5G in contrasto con le nuove norme nazionali.

Il punto della situazione sul Digital Divide nel nostro paese, un problema alquanto sentito e denunciato a pié sospinto dall’Uncem, anche in relazione al mancato utilizzo dei fondi del PNRR.

Infine, un accenno a Starlink: l’azienda di Elon Musk può rappresentare una valida soluzione anti digital divide?  

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5G, gli operatori francesi cercano di rilanciarlo. Bisogna spegnere il 4G?

In piena guerra dei prezzi, gli operatori francesi stanno facendo di tutto per “drogare” l’adozione della nuova generazione di telefonia mobile, che anche Oltralpe stenta a decollare. Ne ha scritto diffusamente Les Echos, illustrando le diverse strategie degli operatori mobili francesi per dare nuova linfa al 5G, una generazione che non ha mai veramente fatto breccia nel cuore dei consumatori, già soddisfatti delle prestazioni del 4G.

Per il 5G standalone bisogna spegnere il 4G?

Ma per il lancio del vero 5G standalone, che in Francia ribattezzeranno 5G+ (per non confonderlo con il finto 5G che funziona sugli impianti del 4G, che però è diventato quello classico), sarà necessario prima spegnere il 4G? Sono molti che cominciano a domandarselo in Francia ma anche in Italia, dove il Governo chiederà all’Europa tramite IPCEI di finanziare il vero 5G standalone e integrare le reti satellitari. A porre il tema su Linkedin Dario Denni, fondatore di Europio Consulting.

Il quadro in Francia

In questo momento soffia un’aria di offensiva commerciale in Francia, per far decollare appieno un 5G che stenta ad affermarsi, diversamente da quanto avvenuto in precedenza con il 4G che aveva da subito conquistato il mercato.

I numeri parlano chiaro, secondo dati dell’Arcep, l’Agcom francese, ci sono in Francia 15,6 milioni di Sim 5G a fronte di 73 milioni di Sim 4G.

C’è da dire che tutti gli operatori francesi – Free, Orange, Bouygues ed SFR – come in Italia non hanno ancora lanciato in maniera massiccia un’offerta 5G standalone. Il vero 5G anche in Francia è per ora limitato a casi sporadici nel segmento di elezione, che è quello aziendale del B2B. Ma per il momento si tratta di una nicchia di scarsa entità, visto che anche in Francia come in Italia non si è riusciti ancora a far passare il messaggio dei reali vantaggi del vero 5G nel mondo delle aziende, che è da sempre il vero target (mancato) del 5G.

Alle Olimpiadi di Parigi clienti Orange migrati gratis sul 5G. Ma poi tornati al 4G

C’è poi, purtroppo, un’altra evidenza dello scarso appeal del 5G. Durante le Olimpiadi di Parigi, per evitare congestioni delle reti mobili, Orange ha deciso di migrare gratis e temporaneamente i clienti sul 5G per decongestionare il 4G. Ma dopo i giochi i clienti Orange, che hanno provato temporaneamente il 5G, sono tornati automaticamente al 4G. Si vede che il vecchio standard per ora è sufficiente.

5G vero o falso?

Le prime implementazioni del 5G in Francia hanno utilizzato principalmente il 5G NSA (“non autonomo”), che si basa sull’infrastruttura 4G esistente. Questa modalità consente di migliorare la velocità facendo affidamento sulle bande di frequenza 4G, che hanno facilitato un’implementazione più rapida. Il 5G SA (“standalone”) è invece indipendente dal 4G e rappresenta la versione completa del 5G. Offre latenze molto basse, velocità più elevate e funzionalità avanzate come il “network slicing”, che consente di adattare la rete a usi specifici. Per comodità chiamiamo 5G SA “vero 5G”, anche se il nome commerciale che potrebbe benissimo essere utilizzato lo è 5G+.

In altre parole, al momento in Francia (ma lo stesso vale anche in Italia per ora) con 5G si intende il finto 5G, quello che funziona sugli impianti del 4G.

Il 5G standalone in Europa e in Italia

Ad oggi, il 5G SA è diffuso in meno del 20% delle aree popolate dell’UE, secondo stime del CNIT (Consorzio nazionale interuniversitario per le telecomunicazioni), mentre uno studio della CE del 2023 mette in evidenza la necessità di un investimento ingente – da 200 miliardi di euro – per sviluppare una rete 5G SA fissa e mobile e per coprire completamente i corridori di trasporto (strade, linee ferroviarie e linee marittime).

Per quanto riguarda la situazione in Italia, il 5G è accessibile nel 99,5% delle zone popolate, ma la copertura non è di natura standalone nemmeno nel 50% dei casi. La speranza è che l’IPCEI proposto dal nostro Governo venga approvato e che la situazione cambi diametralmente entro il 2029.

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Tlc, Ugliarolo (Uilcom): ‘Nuovo contratto CCNL al rush finale. Buon inizio con Fibercop’

Una analisi sul quadro attuale delle Tlc in Italia, alla luce delle ultime novità. Un quadro generale delle prospettive, a partire dalle trattative in corso fra sindacati e Asstel per il rinnovo del CCNL Telecomunicazioni. Ne abbiamo parlato con Salvo Ugliarolo, Segretario generale della Uilcom-Uil: “Le trattative per il rinnovo del contratto nazionale proseguono – dice il sindacalista – credo che si potrà chiudere nel mese di gennaio”.   

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Fra i temi toccati, le prospettive occupazionali e le criticità più sentite del comparto, a partire dai call center. L’esito del primo incontro del 26 settembre scorso con Fibercop per 1.300, fino a un massimo di 1.800 uscite volontarie. Quali novità sul piano industriale?

Il punto su Tim e le ultime novità su Sparkle. Il ruolo di Vivendi nel futuro di Tim.

Open Fiber, un altro grande player del mercato, e la consultazione Infratel in atto sul Piano Italia 1 Giga. Sullo sfondo, il riassetto delle Tlc italiane con la fusione Vodafone-Fastweb.

Infine, un flash su Starlink: opportunità o minaccia per il comparto delle Tlc?

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Satellite e 5G standalone in cerca di incentivi Ue: il piano del Governo in vista della Manovra

Satellite e reti Tlc, Digital Decade, 5G standalone e frequenze citati nel “Piano strutturale di bilancio di medio termine Italia 2025-2029”, il documento di preparazione alla Legge di Bilancio elaborato dal MEF.  

Il Governo vuole sostenere l’integrazione fra reti satellitari e terrestri

“Il Governo – si legge nel documento – intende incentivare e sostenere reti per telecomunicazioni sicure e resilienti, mediante la costituzione di un IPCEI da presentare alla Commissione, al fine di supportare l’integrazione tra le reti terresti e reti satellitari. Tramite lo stesso strumento si prevede di realizzare reti innovative 5G stand alone, per sostenere gli attori del comparto TLC a dotarsi di reti e sistemi di ultima generazione”.

Nei piani del Governo c’è quindi, da un lato, la volontà di integrare sempre più le reti di comunicazione satellitare con quelle terrestri. Dall’altro, quella di favorire lo sviluppo nel nostro paese di una vera rete 5G standalone, in grado di supportare servizi mission critical altrimenti preclusi come ad esempio la sanità digitale e la guida senza conducente.

Che cosa è un IPCEI?

Gli IPCEI (Importanti Progetti di Comune Interesse Europeo) sono progetti finanziati a livello europeo, a titolo dei bilanci nazionali: gli Stati membri sono chiamati in prima istanza a individuare il tipo di progetto, a selezionare (preferibilmente a seguito di inviti aperti) le imprese partecipanti e a concordare la governance del progetto.

In che modo gli stati finanziano il Fondo IPCEI?

Le forme di sostegno pubblico che gli Stati membri mettono a disposizione degli IPCEI e delle imprese che vi partecipano, che costituiscono aiuti di Stato ai sensi delle norme dell’UE, devono essere notificate alla Commissione, affinché questa le valuti e le approvi.

Fondo IPCEI: come opera la Commissione UE?

La Commissione sostiene i piani elaborati dagli Stati membri e dall’industria, e fornisce orientamenti e coordina gli sforzi, se necessario, e si impegna ad effettuare una valutazione rapida dei progetti non appena questi vengono notificati. Una volta formalmente notificati, la Commissione valuta i progetti proposti alla luce della comunicazione sugli IPCEI.

Obiettivi degli IPCEI

Gli IPCEI riuniscono conoscenze, competenze, risorse finanziarie e attori economici di tutta l’Unione europea per raggiungere obiettivi di innovazione radicale e di grande rilevanza tecnologica e produttiva.

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Musk spinge sull’Italia, Meloni al bivio: Starlink o le Telco?

Elon Musk vuole collegare i satelliti di Starlink in tutto il territorio nazionale. L’obiettivo del fondatore di SpaceX e di Tesla è vendere connettività satellitare a 10 euro al mese in tutto il paese (oggi è a 29 euro al mese, come un abbonamento in fibra), ma c’è un ostacolo non indifferente, che sono gli operatori Tlc di casa nostra. In particolare Open Fiber e Fibercop, che vedono Starlink come il fumo negli occhi. Si ricorda che Tim e Starlink hanno già duellato nei mesi scorsi per la richiesta di quest’ultimo di utilizzare le frequenze di terra dell’operatore italiano, con il Mimit che è dovuto intervenire per fare da paciere.

Dilemma per Giorgia Meloni

Un bel dilemma per Giorgia Meloni, che dopo il premio ricevuto dalle mani di Elon Musk a New York in settimana ha rinnovato in mondo visione il suo feeling con l’imprenditore americano vicino a Trump.

Lo stesso Musk ha fatto sapere che gli basterebbero fra i 6 e i 9 mesi per portare la connettività satellitare di Starlink su tutto il territorio nazionale, visto che di fatto non servirebbero troppe infrastrutture per farlo. Basterebbe un co-finanziamento, per il resto Musk sarebbe disposto a pagare di tasca sua per portare il servizio a domicilio dell’utenza finale, anche nelle zone più remote del paese dove gli operatori tradizionali non sono ancora arrivati e difficilmente arriveranno, almeno in tempi stretti, con la fibra FTTH.

Ma di mezzo ci sono i fondi del PNRR che sono già stati assegnati a Open Fiber e Tim che sono titolari quindi delle commesse pubbliche nelle aree grigie, su cui peraltro è in corso una consultazione pubblica indetta da Infratel sui civici di prossimità, che si chiuderà il 7 ottobre.

A questo punto, toccherà a Giorgia Meloni prendere una decisione in tempi stretti anche perché il progetto Italia 1 Giga scade a giugno del 2026 e i lavori non decollano.

Cosa deciderà di fare il Governo? Appoggiare le telco oppure favorire l’ingresso ‘pesante’ di Elon Musk nell’arena dell’ultrabroadband?

Il tempo stringe

Scrivono i quotidiani oggi, da Repubblica al Foglio, che il tempo stringe per una decisione. Starlink ha già dimostrato di poter connettere interi territori in Ucraina e nello Zimbawe. Ma se il governo non prendesse rapidamente una decisione, questo sarebbe un campanello d’allarme. Anche per progetti più complessi, come ad esempio una Gigafactory o un maggiore impegno di SpaceX nel nostro paese nelle attività spaziali o la costruzione di fabbriche per le automobili elettriche della Tesla.

E’ chiaro che una decisione più favorevole a Starlink sarebbe un duro colpo soprattutto per Open Fiber, già in difficoltà nelle aree grigie dove, scrive oggi il Sole 24 Ore, ha denunciato alle autorità Antitrust e Agcom il rischio di concorrenza sleale da parte di Fibercop in occasione della consultazione in atto sui civici adiacenti.

Open Fiber stretta fra Starlink e Fibercop?

In questo momento, l’operatore controllato da Cdp (60%) e Macquarie (40%) sembra trovarsi stretto, metaforicamente, in una morsa fra Fibercop e Starlink.

Quel che è certo è che la copertura delle aree grigie va a rilento e che queste polemiche interne non saranno certo ben viste in Europa, dove a dare una mano al nostro paese ci potrebbe essere il neo commissario alla Coesione con delega al PNRR Raffaele Fitto.

Renzi attacca Meloni: ‘Per lei Musk solo una foto opportunity’

Cosa deciderà di fare il Governo non è secondario. E non a caso, oggi scende in campo anche l’ex premier Matteo Renzi, artefice politico della nascita di Open Fiber, che attacca Meloni. “Per Meloni, Musk è solo la foto opportunity che deve andare nel profilo social. Giorgia gioca un altro campionato rispetto alla presidenza del Consiglio, punta a fare l’influencer, è esattamente quello che era un anno fa Chiara Ferragni e io dico che arriverà presto il pandoro anche per Giorgia Meloni e forse anche prima del previsto”. Così Matteo Renzi all’assemblea nazionale di Iv.

Su Linkedin il dibattito su Starlink

Detto questo, anche su Linkedin un post della giornalista Barbara Carfagna ha innescato un interessante dibattito sui pro e contro di uno sbarco in grande stile di Musk nel nostro paese.

Scrive Giovanni Pollola: “La connettività LEO di SpaceX non è l’unica che è e che sarà disponibile sul MERCATO.
Amazon/Kuiper, Eutelsat OneWeb qualcuno le ha dimenticate?
Le alternative ci sono e ci saranno sempre più, è bene valutare rischi d’investimento su infrastrutture senza controllo diretto.
La messa a disposizione di una parte dello spettro elettromagnetico DEDICATO da e per l’Italia segue e deve seguire delle rigide analisi e regolamentazioni, come opportuno che sia… per questioni strategiche e sicurezza nazionale, concorrenza del mercato.
Per altro già ora Starlink copre qualsiasi area citata, al massimo se ne potrebbe migliore ancora più le prestazioni massime ed ampliare l’utenza prezzo inferiore?).

Scritto ciò Starlink è una connettività perfetta per le aree estremamente poco popolate ed edificate, ma non è purtroppo la soluzione perfetta ovunque e per qualsiasi tipi di utilizzo. È tutta una questione di economia di scala.
Così come già detto anche chiaramente da Musk, qualsiasi connettività LEO non può andare in contrasto né commerciale né tecnologico (sotto l’aspetto delle performance) con le connettività terrestri”.

E ancora, scrive Giuseppe L.: Starlink potrebbe occuparsi delle connessioni per usi civili, supportando il processo di innovazione nazionale. Aziende a controllo italiano potrebbero occuparsi delle comunicazioni militari. Ben venga la diversificazione come strategia per lo sviluppo sostenibile del bel paese”.

Leggi anche: Spazio e Internet, feeling Meloni-Musk su Space Economy e business satellitare

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Intervista a Marco Rizzo: “Il neoliberalismo pronto a distruggere i fragili equilibri delle Telco europee”

Key4biz. Marco Rizzo, come vede la spinta ai cosiddetti campioni pan-europei voluta dall’ex commissario Breton e sostenuta anche da Mario Draghi ed Enrico Letta?

Marco Rizzo. La creazione dei “campioni pan-europei” è un’altra maschera delle politiche neoliberiste. Viene presentata come un’iniziativa volta a rafforzare la competitività europea, ma in realtà nasconde una centralizzazione del potere economico nelle mani di pochi giganti. Questo non fa altro che soffocare la concorrenza locale e rafforzare monopoli o oligopoli. Draghi e Letta (peraltro ad oggi non eletti in nessun luogo di consenso popolare, perché devono darci loro ordini e non altri?) sostengono queste idee perché fanno parte di un sistema che favorisce le grandi multinazionali, penalizzando le piccole e medie imprese e le economie nazionali. Questi campioni euroatlantici finiranno per divorare il mercato, lasciando le economie più fragili ancora più esposte.

Key4biz. Tutti i bandi pubblici legati al cloud sembrano finire sempre nelle mani dei giganti americani, spesso con la giustificazione che le aziende italiane sarebbero meno strutturate per gestire grosse moli di dati. Vero o falso?

Marco Rizzo. Falso, o meglio, è una verità comoda per giustificare una totale dipendenza dagli Stati Uniti. Le aziende italiane non hanno gli stessi mezzi delle big tech americane perché sono state progressivamente svantaggiate da politiche che non hanno mai puntato davvero sull’innovazione e sull’autonomia tecnologica nazionale. Invece di potenziare il tessuto tecnologico locale, si preferisce fare appalti miliardari a chi è già dominante. È la vera sconfitta per la nostra sovranità digitale.

Faccio un esempio su tutti: consideriamo la gara sul cosiddetto “cloud nazionale”, ovvero il PSN (polo strategico nazionale): Fastweb e Aruba, la seconda 100% italiana, il primo un operatore controllato da Swisscom ma indubbiamente un operatore europeo, vinsero la gara, aggiudicandosela con il 39,19%, sbaragliando l’alleanza Tim, Leonardo, Sogei e Cdp, nomi certo italiani ma con dietro Google, vero motore digitale dell’alleanza. Il bando però era una specie di “project financing” e alla fine è stato aggiudicato alla cordata perdente nonostante in cassazione si siano evidenziate importanti carenze tecniche dell’offerta.

Con i bandi pubblici si fa anche programmazione economica del Paese: quando invece di privilegiare aziende sane, si punta ad aziende altamente finanziarizzate che potrebbero addirittura rappresentare una italo-vestizione di aziende USA, i soldi del PNRR finiscono solo per essere una garanzia per aziende in crisi in Italia e PIL per Paesi esteri, non sviluppo del nostro ecosistema digitale nazionale.

E infine, con una infrastruttura digitale come il cloud di Stato saldamente nelle mani di giganti tecnologici d’oltre oceano che fanno il grosso della parte veramente importante, i dati nazionali sono veramente al sicuro?

Key4biz. Solo in Italia è stato diviso l’ex monopolista TIM in due società, di cui quella della rete è totalmente in mano americana tramite il fondo KKR. È stata una scelta saggia? Quali alternative secondo lei ci sarebbero state?

Marco Rizzo. È stato un disastro. Il neoliberalismo, dopo aver ingurgitato tutta l’economia negli USA e nel Regno Unito, trasformandole in nazioni prive di spinta economica di aziende che sanno fare ancora prodotti, da decenni si prefigge di comprare tutto quanto è disponibile nelle cosiddette “utilities”, al fine di creare oligopoli e cartelli che favoriscano il controllo dei prezzi, ovviamente sempre in rialzo, la qualità dei servizi sempre al ribasso ed infine la riduzione al lumicino della concorrenza, che diventa un fatto di “teatrale”, non di sostanza.

Il Governo, dopo aver regalato centinaia di milioni di euro alle banche con gli extra-profitti realizzati non dando il giusto tasso di interesse sui conti correnti mentre il tasso della BCE era aumentato notevolmente, doveva passare all’incasso e pilotare un concordato fallimentare, per rientrare in possesso della rete TIM, dove il valore, rappresentato dai cavidotti, è ancora largamente merito di tutte le tasse pagate dagli italiani durante il secolo scorso.

Lo Stato, invece di mantenere il controllo di queste infrastrutture critiche, ha favorito la cessione di questo asset ad un fondo speculativo, e lo spezzettamento dell’azienda, quando è noto che solo le aziende verticalmente integrate riescono più facilmente ad elaborare prodotti di qualità.

A parte la cattiva privatizzazione di Telecom/SIP, voluta prima dal centro sinistra e poi dal centro destra, che ha fortemente indebitato l’azienda in questi quasi 30 anni di liberalizzazioni se l’Autorità avesse meglio regolato TIM, rendendo anche per i concorrenti conveniente usare i suoi servizi invece di spingerli sempre di più alla duplicazione dei servizi visto la ripetuta disparità di trattamento tra clienti interni e all’ingrosso, oggi staremmo parlando di una storia completamente diversa.

Key4biz. OpenFiber, tanto voluta da Matteo Renzi, ha vinto decine di bandi pubblici ma non ne ha completato uno. Il governo ha varato un emendamento ad hoc per salvarla. Cosa pensa di questa azienda e come ne vede il futuro?
Marco Rizzo. Si è creata una startup che avrebbe dovuto portare avanti un compito fondamentale, ma con risultati non ancora raggiunti. Nata come una “ripicca” nei confronti di Telecom, ha favorito al crollo verticale dei prezzi, arrivando all’assurdo che una società nazionale sistemica ed ex monopolista pubblico è stato scientificamente attaccato mediante un’altra società, creata dallo Stato stesso, che le faceva concorrenza, deprimendo il mercato.
E’ vero che per le cosiddette “aree nere”, ovvero le grandi città, c’è stata parzialmente più concorrenza sulla vera fibra ottica e tanti concorrenti, per anni maltrattati da TIM che aveva doppi standard tra clienti propri e clienti degli altri operatori, hanno avuto un sollievo, ma è anche vero che se il Governo di allora e l’AGCOM avessero compiuto appieno il loro mandato, non saremmo in questa situazione caotica e insensata.
Mi faccia aggiungere che solo in Italia si è potuto affidare a OpenFiber, che non ha mai finito il bando BUL dopo così tanti anni di ritardo, un altro grande bando come quello PNRR “Italia 1 Giga”. Forse non c’erano altri operatori italiani a cui dare magari bandi più piccoli per farli crescere?

Key4biz. Piccoli e medi operatori italiani: dal 1995 molte aziende hanno investito in fibra ottica e cloud 100% made in Italy. Come vede il loro futuro sotto la spinta oligopolistica in Europa?

Marco Rizzo. Mi faccia dire che è incredibile che esistano aziende PMI che siano riuscite a fare importantissimi data-center e addirittura decine di migliaia di chilometri di fibra ottica sparse per tutto il paese, senza percepire mai nulla dallo Stato. E’ il miracolo italiano.

Gli oligopoli europei e le politiche neoliberiste li hanno però presi di mira: spingono verso la concentrazione del mercato, al fine di tagliare fuori gli operatori più piccoli. È evidente quello che sta succedendo, con un attacco continuo alla regolamentazione europea nelle telecomunicazioni e l’insensibilità del Governo nel riservare alle PMI parte dei fondi PNRR nella digitalizzazione anche della cosa pubblica.

Ritengo sia fondamentale proteggere e incentivare questi attori locali, che rappresentano una vera opportunità per l’innovazione e soprattutto la sovranità tecnologica del Paese. Se continuiamo a favorire solo i grandi player, rischiamo di perdere la nostra autonomia anche in questo settore, impoverendo sempre di più il tessuto cognitivo e professionale diffuso che queste aziende rappresentano.

Key4biz. Sicurezza dei dati e presenza degli OTT made in USA: quanto pesa l’asimmetria normativa sul digitale europeo, con regole più stringenti per le aziende europee rispetto a quelle americane?

Marco Rizzo. Come dicevo prima parlando di PSN, pesa tantissimo, è una vera e propria ingiustizia competitiva. Le aziende italiane ed europee sono costrette a rispettare norme molto stringenti sulla privacy, mentre quelle americane hanno aggirato queste regole per anni con accordi come il “Safe Harbor” o il “Privacy Shield”. Questo non solo mette a rischio la sicurezza dei dati europei, ma favorisce una concorrenza sleale.

È incredibile come l’Europa ammetta che le aziende del continente siano gravate da norme che quelle statunitensi di fatto non hanno e, se ciò non bastasse, si consenta che tali aziende facciano sfacciatamente “averaging” fiscale, dragando continuamente risorse ai paesi europei in favore della finanza americana.

Key4biz. Ultima nota sul calcio, come saprà nel nostro paese è attiva da meno di un anno una piattaforma chiamata “Piracy Shield” che permette a segnalatori privati di ordinare entro 30 minuti agli operatori di telecomunicazioni l’oscuramento di siti in cui si ipotizza lo streaming illegale. Un blitz al decreto Omnibus aggrava ancora di più gli oneri per gli operatori di accesso. Cosa ne pensa?

Marco Rizzo. C’è un pressing enorme sugli operatori di accesso, che sono dei meri trasportatori di dati, per farli diventare dei poliziotti e dei censori: già la vecchia legge (già emendata una volta) era totalmente sbagliata, ma i nuovi emendamenti chiedono ancora di più agli operatori, deresponsabilizzano ancora di più le cosiddette società di segnalazione anti-pirateria, che potranno ancora di più sbagliare, passandola liscia e addirittura entrano in gamba tesa contro l’Autorità, riducendo i suoi poteri per legge ordinaria.

Se tutto ciò non bastasse, come al solito, le aziende nazionali devono obbedire, per non subire pene gravissime, e gli operatori di VPN, DNS pubblico e CDN d’oltreoceano ci fanno le pernacchie. Il solito doppio standard che io e il mio movimento politico (Democrazia Sovrana Popolare) vogliamo definitivamente far venire meno.

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Tim riduce le perdite del primo semestre e conferma le previsioni per ServCo. Fibercop concordate fino a 1.800 uscite

Tim, di cui Vivendi è primo azionista, ha chiuso il primo semestre con perdite nette per 646 milioni di euro, in flessione rispetto agli 813 milioni dell’anno precedente.

Fatturato in crescita

Il fatturato del gruppo, invece, è cresciuto del 3% a 7,06 miliardi di euro, grazie al buon andamento della filiale brasiliana e ai ricavi in ​​lieve aumento in Italia.

TIM Brasil, che ha assorbito nel 2022 le attività mobile dell’operatore brasiliano Oi, ha visto i suoi ricavi aumentare del 7,6% a 2,25 miliardi di euro.

In Italia, l’incremento è stato più contenuto, pari all’1%, con un fatturato salito a 4,82 miliardi di euro.

Cessione di Fibercop

All’inizio di luglio Tim ha finalizzato la vendita della propria rete fissa (Fibercop) al fondo di investimento americano KKR, associato allo Stato italiano, per un importo di 18,8 miliardi che potrà salire fino a 22 miliardi di euro in caso di fusione con Open Fiber.

Questa vendita, considerata “illegale” da Vivendi, che l’ha impugnata in tribunale, mira a ridurre il pesante debito del gruppo e a liberare risorse finanziarie per permettergli di affrontare meglio la forte concorrenza in Italia.

Indebitamento

L’indebitamento netto rettificato di TIM è aumentato nel corso del semestre, passando da 20 miliardi di euro di fine 2023 a 21 miliardi di fine giugno.

Una volta contabilizzata la vendita della rete, il debito della ServCo sarà ridotto a 8,1 miliardi di euro, precisa il gruppo.

“A seguito della vendita di NetCo, perfezionata il 1° luglio, l’Indebitamento Finanziario Netto rettificato After Lease pro-forma del Gruppo TIM ServCo risulta pari a 8,1 miliardi di euro, in linea con le previsioni.

Il Gruppo conferma inoltre le guidance per l’intero esercizio, che prevedono per il 2024 una crescita dei ricavi di Gruppo del 3-4%, una crescita dell’Ebitda After Lease di Gruppo del 8-9% ed un Indebitamento Finanziario Netto After Lease inferiore o uguale a 2 volte l’Ebitda After Lease e pari a circa 7,5 miliardi di euro”, si legge nella nota aziendale.

Alla ricerca di nuove risorse, Tim attende presto un’offerta migliorativa da parte del governo Meloni per l’acquisizione del 100% della sua controllata per i cavi sottomarini Sparkle.

Roma ha presentato a febbraio una prima offerta per un importo di 625 milioni di euro che potrebbe arrivare, a determinate condizioni, a 750 milioni di euro, che Tim aveva ritenuto “insufficienti”.

Il governo di Giorgia Meloni vuole assicurarsi il controllo di Sparkle, considerata strategica per il Paese. La nuova offerta dovrebbe essere presentata congiuntamente al fondo di investimento spagnolo Asterion.

Non è certo che l’offerta arrivi entro quest’anno.

Tim ha inoltre annunciato a metà agosto di vendere per circa 250 milioni di euro le sue ultime azioni di una holding che detiene il 30% del principale gestore italiano di torri d’antenna alla società di investimento francese Ardian.

Fibercop fino a 1.800 uscite

Intanto, il Sole 24 Ore ha reso noto oggi l’accordo siglato fra Fibercop e i sindacati di categoria delle Tlc. La società – con in pancia la rete fissa di Tim, ceduta alla cordata guidata dal fondo americano Kkr, e che conta attualmente poco meno di 20mila dipendenti – ha chiuso il cerchio con le organizzazioni dei lavoratori sottoscrivendo un’intesa con la quale si dà l’ok a un numero di uscite volontarie pari a 1.800. Questo il numero massimo, ma l’azienda presieduta da Massimo Sarmi e guidata dall’ad Luigi Ferraris, si è posta come obiettivo quello di arrivare a 1.300 uscite volontarie, consentendo uno scivolo di cinque anni per raggiungere la pensione.

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Verità, menzogna e IA. E se diventassi virale anch’io?

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Non è un segreto che l’influencer – nelle sue varie declinazioni: nutrizionista e personal trainer su Instagram, cantante e ballerino su TikTok, giornalista su YouTube, esperto di videogiochi su Twitch, per tacere delle piattaforme meno accettate, diciamo, dal decoro comune – sia la professione più ambita dai giovani italiani e di tutto il mondo, per quanto ci piaccia credere alle risposte delle interviste televisive, in cui volenterosi teenager vogliono convincerci che li aspetta un futuro da ingegnere o ricercatrice. Del resto, per quanto lavoro ci voglia per guadagnarsi un posto al sole, la versione dell’utente è sempre la stessa: stipendi da capogiro per postare foto e video, di per sé già se non l’attività principale di molti una di quelle che occupano più tempo giorno dopo giorno. Ma uno su mille ce la fa, ovviamente: per aggiudicarsi un lavoro certo molto desiderabile per introiti e visibilità ci vuole presenza, carisma, idee e una discreta dose di fortuna. Il sogno di avere milioni di follower è destinato a rimanere tale per la grande maggioranza delle persone, insomma. Se non che, anche in questo caso, entra nell’equazione l’intelligenza artificiale, pronta a scompigliare le carte.

Circondati dai bot (ma felici)

Prendiamo ad esempio SocialAI, la nuova creatura di Michael Sayman, già dietro allo sviluppo delle storie di Instagram e a Roblox, uno dei videogame più amati da bambini e adolescenti di tutto il mondo. L’idea è semplice quanto inquietante: una piattaforma social, del tutto simile a X/Twitter (o a Threads di Instagram) dove non è possibile l’interazione con account di persone reali, ma solo bot. Al momento della registrazione, si sceglie qualche tipologia di follower tra le varie categorie che vengono proposte (già di per sé un piccolo trattato, molto realistico, sulla fauna social: gli entusiasti, i critici, gli allarmisti, i troll, gli hater, le cheerleader, le drama queen, i liberali, i patiti di astrologia…) e si parte: a questo punto, qualsiasi pensiero da noi scritto attirerà nel giro di pochi secondi una serie di risposte generate con l’intelligenza artificiale, da parte di bot che fingono di essere persone vere, con tanto di avatar e nickname piuttosto credibili. Alcuni non capiranno nemmeno quello che avremo detto nel nostro messaggio ma ci loderanno o criticheranno lo stesso, a prescindere; altri mostreranno di saperla lunga, pronti a svelarci i problemi nel nostro ragionamento;, altri ancora cambieranno discorso senza motivo, per parlare dei fatti loro. Detta così, sembra molto simile all’esperienza attuale su X (e la maggior parte delle pagine social di gente a vario titolo famosa). Andy Warhol si sbagliava: nel futuro, ognuno avrà un quarto d’ora di celebrità, ma con l’intelligenza artificiale e una certa capacità di astrazione potrebbe durare molto, molto di più.

Virali una volta o virali per sempre

A che cosa serve SocialAI? A sentirsi tutti “virali”, insomma; nelle parole del creatore – che si è affrettato a dichiarare che però queste relazioni virtuali non possono in alcun modo sostituirsi a quelle umane – viene creato uno spazio protetto dove possiamo sentirci popolari e apprezzati (o, se si scelgono dei finti follower non troppo concilianti, dare vita una sorta di palestra per il dissenso). Non c’è neanche un abbonamento: basta scaricare l’app sul proprio telefono mobile (su SOSTariffe.it sono a disposizione i comparatori con le offerte di telefonia mobile più convenienti) e, se si vuole l’accesso a più tipologie di finti follower, basta fare un po’ di pubblicità a SocialAi. Tutto questo crea un altro interrogativo: se l’intelligenza artificiale può comprendere e riproporre così bene le dinamiche delle interazioni sui social network, quanto ci vorrà prima che possa automatizzare contenuti virali, passando cioè dall’altra parte? E potrà un aspirante influencer competere con una macchina che crea post, video o immagini più velocemente e in modo più mirato? Come reagiranno i follower quando diventerà chiaro che molti contenuti che consumano sono generati o fortemente influenzati dall’intelligenza artificiale? Gli ottimisti dicono che anche se i contenuti generati dall’intelligenza artificiale possono essere efficaci nel catturare l’attenzione, la connessione personale, la trasparenza e l’identità rimangono centrali per creare legami significativi con un pubblico. Mentre molte persone possono ottenere un certo ammontare visibilità temporanea, diventare un influencer di lunga durata richiede una combinazione di competenze, storytelling e, naturalmente, anche un po’ di fortuna.

Imitare i “falsi” per scoprirli

Insomma, ancora una volta quando si parla di intelligenza artificiale il concetto di “verità” è sempre qualcosa di sfuggente. Ci sono, ovviamente, anche i risvolti positivi: mimare una persona significa conoscerne i meccanismi. Così, uno dei settori dove l’intelligenza artificiale è diventata uno strumento fondamentale nella lotta contro la disinformazione è quello del fact-checking e della verifica delle fonti. Diverse piattaforme, come Google, stanno integrando strumenti di intelligenza artificiale per aiutare a garantire l’accuratezza delle informazioni, soprattutto attraverso modelli linguistici di grandi dimensioni. Questi strumenti di AI vengono utilizzati per analizzare elevate quantità di informazioni, confrontare fonti e individuare eventuali contenuti dubbi, anche perché il loro immenso bagaglio di dati permette anche di definire chi è affidabile e chi no. In alcuni casi, l’AI è stata integrata nei flussi di lavoro dei giornalisti e delle piattaforme social per automatizzare il processo di debunking delle fake news, contribuendo a ridurre la diffusione di notizie false o manipolate. Altri progetti stanno sfruttando chatbot capaci di guidare gli utenti a smettere di credere in teorie cospirative, rendendo l’informazione più accessibile e aiutando a contrastare credenze radicate.

I guardiani della corretta informazione. O della loro?

Sta di fatto che con l’evoluzione delle piattaforme digitali e l’avvento di potenti algoritmi basati sull’intelligenza artificiale, il potere di controllare ciò che diventa visibile online è ormai concentrato nelle mani di poche grandi aziende tecnologiche come Google, Meta (Facebook, Instagram) e OpenAI. Queste piattaforme già possiedono la capacità di determinare quali contenuti diventano virali e quali restano sepolti nell’oscurità digitale. Questo controllo si esercita attraverso gli algoritmi che regolano la visibilità dei post, la distribuzione dei contenuti nei feed, e la promozione di certi trend o notizie rispetto ad altri. Google, con il suo motore di ricerca, può indirizzare miliardi di persone verso determinate fonti, influenzando direttamente l’accesso all’informazione. Analogamente, Meta decide quali contenuti raggiungono gli utenti attraverso i suoi feed personalizzati su Instagram e Facebook. Questo controllo della viralità dà a queste aziende un ruolo significativo nella costruzione della narrativa globale.

Ogni sistema AI viene addestrato su dati raccolti da persone, e questi dati contengono inevitabilmente bias culturali, sociali e politici. In tal senso, gli algoritmi di AI possono amplificare pregiudizi preesistenti, e questo rende necessario un controllo rigoroso e la trasparenza nella progettazione e nel monitoraggio di questi algoritmi, per garantire che la verità non venga distorta o manipolata per fini commerciali o politici​.

Fonti: https://www.socialai.co/

https://www.ansa.it/canale_tecnologia/notizie/web_social/2024/09/20/esperimento-socialai-piattaforma-dove-si-parla-solo-con-i-bot_75e06954-7496-4b23-9b4d-3e3373c51e3b.html

https://www.arkoselabs.com/latest-news/bad-bot-traffic-continues-to-surge-across-the-internet-in-2024

https://redline.digital/fake-news-statistics

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5G, studio Regione Toscana su rischio salute va avanti. Assessore Bizzini: ‘Critiche eccessive’

Dopo le polemiche degli ultimi giorni sullo studio commissionato dalla Regione Toscana per verificare i livelli di emissione elettromagnetica in 6 città, arriva oggi la replica dell’assessore all’Ambiente Simone Bezzini, che minimizza. Di fatto, quello che emerge è che la Regione non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro, diversamente da quanto richiesto fra gli altri dal commissario Agcom Antonello Giacomelli, con una lettera aperta pubblicata sul Foglio.

Giacomelli (Agcom): ‘Studio regionale inopportuno’

Secondo Giacomelli la delibera regionale mostra più profili di “inopportunità”, tanto per cominciare per il Codice di comunicazione, che già prevede il monitoraggio delle emissioni elettromagnetiche su ogni singolo impianto del 5G, già oggi Arpat se ne occupa, “che senso ha spendere altri soldi pubblici per questo scopo?”. Inoltre è il messaggio che un atto del genere offre, a preoccupare Giacomelli, che ha anche contattato il presidente della Regione Eugenio Giani per chiedere un ripensamento: “Ho il fondato timore che ogni sindaco ora possa esitare di fronte all’autorizzazioni di un nuovo impianto con questa ricerca regionale in corso”.

Pomo della discordia

Pomo della discordia la decisione della Regione Toscana che ha autorizzato, attraverso una delibera, uno studio sugli effetti sulla salute provocati dal 5G, la quinta generazione della rete mobile dei cellulari. La ricerca è stata commissionata a Ars e Arpat e ha l’obiettivo di analizzare i rischi che il 5G può avere sulla salute dell’uomo in sole 6 città.

La replica dell’assessore Bizzini: ‘È consuetudine che Arpat e Ars facciano ricerche’

Il provvedimento ha suscitato reazioni rispetto alle quali oggi l’assessore regionale al diritto alla salute Simone Bezzini, rispondendo ai giornalisti, ha detto: “C’è un’enfasi eccessiva. È consuetudine che Arpat e Ars facciano ricerche, analisi, studi sugli aspetti ambientali, connessi alla salute”. Bezzini ha spiegato che “la Regione Toscana vuole investire sulla connettività, portare avanti il 5G e tutto ciò accompagnato da sistemi di monitoraggio che Arpat e Ars implementeranno nelle prossime settimane, mesi. Credo che ci sia un’enfatizzazione eccessiva”.

Leggi anche: 5G, Regione Toscana: ‘Al via studio biennale sul rischio tumori in 6 città’. Ma troppo limitato, che valore può avere?

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GSMA, il 2023 ha registrato la maggior crescita del traffico mobile. Scarica il report

Un rapporto della GSMA spinge sulla necessità di assegnare al mobile le licenze di spettro ad alta capacità a 6 GHz.

L’aumento del traffico mobile del 2023 è stato il maggiore in assoluto degli ultimi 5 anni, e si prevede che la crescita del traffico per connessione mobile tra il 2023 e il 2030 sarà circa 2-4 volte maggiore rispetto ai sette anni precedenti, a seconda della regione.

Sarà principalmente compito degli operatori gestire quantità crescenti di traffico in futuro. È quanto emerge dal report “Mobile Evolution in 6 GHz: The impact of spectrum assignment options in 6.425–7.125 GHz” (scarica il Report) della GSMA, secondo cui lo spettro ad alta capacità a 6 GHz dovrebbe essere concesso in licenza agli operatori di telefonia mobile “a livelli di potenza standard sufficienti per consentire l’intera gamma di casi di utilizzo mobile, all’interno e all’esterno, e fornire il massimo beneficio per le economie digitali globali”.

Banda 6 Ghz

Tutto ciò si basa sulla ricerca di GSMA Intelligence insieme all’analisi dell’utilizzo mobile di Ookla, che ha esaminato come l’assegnazione dello spettro nella banda 6,425-7,125 GHz “può influire sulla capacità degli enti regolatori di supportare la crescita economica”.

“Il rapporto di oggi mostra che gli operatori di telefonia mobile dovranno gestire una crescita significativa del traffico nelle loro reti nel prossimo decennio”, ha detto Luciana Camargos, responsabile dello spettro presso la GSMA. “Le decisioni prese dagli enti regolatori in merito all’assegnazione dello spettro nella banda superiore a 6 GHz svolgeranno un ruolo enorme nello sviluppo delle economie digitali attraverso la prossima fase dell’evoluzione mobile.

“Un approccio equilibrato che massimizzi lo spettro non concesso in licenza nella banda inferiore a 6 GHz con dispositivi mobili con licenza a potenza standard nella banda superiore a 6 GHz può evitare soluzioni tecniche eccessivamente complesse e restrizioni di potenza che limitano l’efficacia delle reti mobili. Condizioni armonizzate a livello globale supporteranno l’accessibilità economica e l’inclusione digitale e svilupperanno l’economia digitale mondiale”, si legge.

La World Radiocommunication Conference 2023 (WRC-23)

Per dare un contesto, il rapporto afferma che la World Radiocommunication Conference 2023 (WRC-23) di Dubai ha “armonizzato” i limiti di potenza che le stazioni base mobili possono emettere nella banda a 6 GHz.

Ciò che sostiene la GSMA è che: “Se i regolatori riducono questi limiti di potenza standard con il desiderio di limitare l’uso mobile all’esterno e teoricamente aumentare lo spettro Wi-Fi indoor, ridurranno la capacità aggiuntiva che i 6 GHz forniscono all’industria e ai consumatori”.

Con una potenza ridotta, i vantaggi economici sono inferiori rispetto all’avere una banda con licenza di potenza standard perché il mobile sarà vincolato dallo spettro, sostiene la GSMA.

Il 70% del traffico indoor

Il rapporto aggiunge inoltre che il 70% dell’uso mobile avviene al chiuso e l’85% di questo utilizza lo spettro di banda media che supporta lo streaming di dati ad alta larghezza di banda. Dato che, “non esiste una chiara motivazione per tentare di imporre una divisione indoor/outdoor della banda”, ci viene detto. Alcuni paragrafi conclusivi del rapporto dicono che “In ciascuno dei paesi considerati in questo studio, i vantaggi derivanti dall’assegnazione della banda superiore a 6 GHz per la telefonia mobile con licenza superano significativamente i vantaggi derivanti dall’assegnazione per l’uso senza licenza o dalla condivisione della banda in base a livelli di potenza IMT ridotti. Questo perché le prove su come vengono attualmente utilizzati la telefonia mobile e il Wi-Fi suggeriscono fortemente che il Wi-Fi ha uno spettro sufficiente, se utilizzato in modo efficiente, nelle frequenze 2,4, 5 e 6 GHz inferiori (così come nelle bande alte senza licenza) per soddisfare la domanda di traffico prevista fino al 2035”.

“Un approccio di utilizzo condiviso della banda può essere preso in considerazione se aiuta ad affrontare i vincoli di capacità localizzati per il Wi-Fi, ma non dovrebbe essere fatto in modo da incentivare un uso inefficiente dello spettro e non dovrebbe imporre costi o restrizioni significativi. In particolare, non dovrebbe ridurre i livelli di potenza della rete mobile in modo tale da ridurre i vantaggi che potrebbero essere generati dall’aumento della capacità delle reti 5G”. È un argomento particolarmente delicato, ma il succo della sua argomentazione sembra essere che se i 6 GHz superiori vengono assegnati agli operatori di telefonia mobile anziché, o anche per, il wifi, allora si può realizzare il massimo vantaggio economico.

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