Italia 1 Giga: Fibercop chiede FWA e meno fibra in Sardegna

Fibercop ha chiesto ad Infratel la sostituzione dei piani in fibra con lo sviluppo di reti FWA nel Piano Italia 1 Giga in Sardegna. Lo riporta il Sole 24 Ore. Ed è subito allarme.

Come è noto le reti finanziate dal PNRR devono garantire il raggiungimento della velocità di almeno 1 Gbit/s ma ci sono molti altri parametri da tenere in considerazione.

Parametri

Prima di tutto, gli operatori devono garantire che tutte le unità immobiliari della zona coperta siano effettivamente servite e non siano solo “passed” cioè potenzialmente collegabili.

Con le reti FWA i limiti di velocità si possono garantire – seppur con qualche sforzo – ma non a tutti ed in modalità “served” come richiesto dal Piano. Questo perché quando si esaurisce la capacità di trasmissione radio, incrementarla farebbe perdere tutti i vantaggi del FWA e sarebbe diseconomico rispetto alla copertura in fibra.

FWA escluso dalle mappature in epoca Colao

Fu questo il motivo principale dell’esclusione del Fixed Wireless Access dalle mappature in epoca Colao. E sarebbe oggi altamente discriminatorio se questa regola del “passed-served” – fondamentale per l’erogazione legittima degli Aiuti di Stato – venisse temporaneamente congelata.

Al di là della scarsa efficacia dell’intervento pubblico, su cui sorveglia l’Europa, ci sarebbe il ripetersi di quanto abbiamo parzialmente visto in Italia nei bandi delle aree bianche.

Modifica al PNRR

Un’eventuale modifica al PNRR che andasse a sostituire la fibra col FWA farebbe venir meno il principio di equità tra gli operatori con la conseguenza che gli utenti potrebbero non vedere mai nemmeno un’antenna sul tetto.

Senza contare che le mappature di Infratel dovrebbero essere aggiornate su tutto il territorio nazionale, perchè gli operatori FWA hanno già le loro coperture radio ed i rispettivi piani di sviluppo che non sono stati tenuti in considerazione all’epoca dei bandi.

Una cosa è certa: la Commissione Europea non ammetterebbe il sussidio in presenza di una rete preesistente.

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Infratel entra in Asstel, cui prodest?

La notizia è passata in sordina, ma in realtà ha fatto molto rumore nella industry. Infratel Italia, la in-house del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), a ottobre entrerà in Asstel, l’Associazione di categoria aderente a Confindustria che rappresenta la filiera delle telecomunicazioni.

“E’ un passo importante – ha detto l’AD di Infratel Pietro Piccinetti – e ci consentirà di contribuire attivamente al dibattito nazionale ed europeo su temi cruciali per la digitalizzazione del Paese”.

A chi giova questo ingresso?

Dietro le quinte se ne parla e la domanda principale è: ma a chi giova l’ingresso di una in-house all’interno di un’associazione di categoria che cura anche interessi sindacali?

Ricordiamo che Infratel è impegnata nella risoluzione del divario digitale infrastrutturale che affligge molte aree del nostro territorio e che opera con bandi, fondi pubblici ed assegnazioni molto delicate. All’interno di Asstel, si troverebbe gomito a gomito con con alcuni dei soggetti che di fatto vigila sul rispetto delle varie assegnazioni. Pensiamo solo al PNRR ed a quanto importanti siano le milestone da cui dipende il pagamento dei fondi Ue per i bandi ‘Italia 1 Giga’ e ‘5G Italia’.

Perché mai quindi un’in-house del Mimit, dovrebbe fare il suo ingresso in una associazione confindustriale di settore, che rappresenta gli interessi privati delle telco?

E’ opportuno?

Non ci sono limiti all’associazionismo, questo è vero. Ma in molti si stanno interrogando sull’opportunità di un’operazione del genere.

Un paragone

Per fare una similitudine un po’ azzardata, è un po’ come se Roma Capitale aderisse all’associazione nazionale dei costruttori edili (ANCE) e si trovasse poi a discutere, separatamente, soltanto con alcuni dei potenziali soggetti che poi parteciperanno a dei bandi emanati dal Campidoglio. Ci sono – è vero – molte ragioni di opportunità a trovarsi d’accordo sui vari temi. Ma la speranza è che nessuno resti escluso.

Se il Ministero del Lavoro aderisse ad un sindacato nazionale, magari alla Cisl, gli altri sindacati concorrenti potrebbero chiedersi, ma perché mai il Ministero non ha scelto noi invece della Cisl?

I fili che tengono uniti gli interessi pubblico e privati sono sottili, ma sono in molti a pensare che vanno tenuti ben separati, per evitare che si formi una matassa inestricabile.

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Fibercop, verso 1.300 uscite volontarie in vista del nuovo piano. Sparkle, sarà la volta buona?

Sono in vista, secondo Radiocor, 1.300 uscite volontarie (pari al 6% del personale) dal perimetro della nuova Fibercop, l’azienda dell’infrastruttura fissa di tlc che Tim ha ceduto alla cordata guidata dal fondo americano Kkr, e che conta attualmente poco meno di 20mila dipendenti.

Il nuovo management, come riferito anche dal presidente Massimo Sarmi in occasione dell’assemblea di Confindustria, è al lavoro sul piano industriale che, dovrebbe essere presentato nel primo trimestre del 2025 e punterà allo sviluppo del business.

Il 26 settembre incontro con i sindacati

Intanto il 26 settembre ci sarà un incontro con i sindacati delle tlc (Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil) sull’ipotesi di uscite volontarie di 1.300 dipendenti ex articolo 4, cioè con l’isopensione.

“Ci sarà un confronto con l’azienda la prossima settimana – ha detto Salvo Ugliarolo, Segretario generale della Uilcom Uil – Questi 1.300 dipendenti, aliquote dell’articolo 4, sono un’appendice di un blocco che risale a quando Tim era un’unica azienda. E’ chiaro che quello che diremo all’azienda è che vogliamo conoscere appena possibile il nuovo piano industriale per capire quali sono i driver su cui questa azienda si cimenterà rispetto al futuro, perché purtroppo delle strategie industriali nell’ultimo anno e mezzo che ha delineato poi la scelta di separare l’ex monopolista noi da parte istituzionale e governativa non abbiamo mai avuto la possibilità di entrare nel merito di quelle visioni industriali che questo governo ha voluto mettere in campo. Siamo quindi fiduciosi che sarà Fibercop intanto a darci qualche notizia, vista la totale assenza del Governo nelle numerose riunioni che non hanno mai permesso di entrare nel merito delle questioni né da parte del ministro Urso né tanto meno dal signor Caputi di Palazzo Chigi, che non si è degnato mai di discutere con il sindacato”.

Secondo un articolo della scorsa settimana del Messaggero, il nuovo piano industriale di Fibercop prevederebbe investimenti per 10 miliardi di euro nel prossimo quinquennio, pari a 2 miliardi all’anno fino al 2029.

Agcom, nuova analisi di mercato dei servizi di accesso

Sul fronte regolatorio, intanto, l’Agcom nelle settimane scorse ha avviato un nuovo procedimento di analisi di mercato dei servizi di accesso che potrebbe portare a un alleggerimento degli obblighi in capo a Fibercop. L’Autorità intende, infatti, accertare gli effetti della separazione strutturale realizzata nei vari mercati collegati alla rete d’accesso, per valutare il mantenimento, la modifica o la rimozione dei vincoli regolamentari visto che Fibercop, a differenza dell’ex gruppo Telecom integrato, opera solo nel mercato all’ingrosso.

Sparkle, offerta definitiva in dirittura

Per quanto riguarda Sparkle, secondo quanto riportato da Repubblica è ormai pronta l’offerta definitiva della cordata composta dal Mef e dal fondo Asterion per i cavi di Sparkle che dovrebbe essere leggermente migliorativa rispetto a quella formulata a inizio anno che era pari a 625 milioni di euro più una parte variabile fino a 125 milioni.

“Anche su Sparkle leggiamo le notizie dal giornale – dice Ugliarolo – non abbiamo avuto mai nessuna informazione dal Governo né tanto meno da Tim rispetto alle varie voci che circolano”.

L’idea, secondo quanto riportato da Repubblica, era far arrivare una nuova offerta al gruppo guidato da Pietro Labriola entro il Cda convocato per il 26 settembre.

Leggi anche: Fibercop, Tim, Open Fiber, Vodafone-Fastweb, Sparkle: l’autunno caldo delle telecomunicazioni

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5G, Regione Toscana: ‘Al via studio biennale sul rischio tumori in 6 città’. Ma troppo limitato, che valore può avere?

Uno studio per capire quale sia il reale impatto dei campi elettromagnetici sulla popolazione toscana, se i nuovi impianti 5G per la telefonia possono essere in grado di causare malattie e, nel caso, quali e per chi. Come riporta La Repubblica, è questo il contenuto di una delibera approvata dalla giunta regionale lo scorso 16 settembre e che porta il nome di “Progetto campi elettromagnetici”.

Un atto che riguarderà “situazioni di criticità nelle 6 città da circa 100 mila abitanti in su, cioè Firenze, Prato, Livorno, Pisa, Lucca e Arezzo”, che ha visto stanziare 220mila euro da parte della Regione su proposta dagli assessori all’Ambiente Monia Monni e alla Sanità Simone Bezzini, a seguito dell’ordine del giorno del marzo scorso approvato dal Consiglio regionale per approfondire effetti dei campi elettromagnetici nella Regione Toscana.

Una campagna di ricerca teorica, statistiche, indagini, analisi sul campo e misurazioni anche con l’ausilio di nuova strumentazione che sarà acquisita da qui al 2026, anno in cui dovrebbe terminare lo studio che inizierà nel 2025.

Come si legge nella premessa, saranno effettuati “studi epidemiologici finalizzati alla stima di associazioni tra esposizione ai campi e insorgenza di malattie” che cercheranno di far luce sulla possibile correlazione tra campi elettromagnetici da 5G e “tumori infantili, leucemie, tumori del sistema nervoso centrale, linfomi non Hodgkin’s e casi di aborto spontaneo”. 

Non sono mancate le critiche, fra cui quella di Roberto Burioni, che su X ha detto la sua.

Pasquino (Federico II): ‘Mimit potrebbe avviare un monitoraggio nazionale’

“Ben venga il monitoraggio dei livelli di esposizione al campo elettromagnetico – dice Nicola Pasquino, Professore di Misure Elettriche ed Elettroniche, Università di Napoli Federico II – perché, oltre ad essere obbligatorio per legge, è utile a trasmettere ai cittadini informazioni certe sull’ambiente in cui vivono e ad intervenire rapidamente nel caso, per la verità raro, in cui vi sia un superamento dei limiti. La comunicazione dei risultati del monitoraggio, peraltro, può anche essere l’occasione per migliorare la conoscenza del fenomeno, degli strumenti di legge, delle metodologie di misura e di valutazione previsionale; per creare, insomma, maggiore consapevolezza. Il MiMIT potrebbe avviare un’iniziativa con queste finalità, magari insieme allo sviluppo di un sistema nazionale di monitoraggio”.
“Resto invece perplesso – prosegue Pasquino – sulla reale significatività scientifica di uno studio epidemiologico di durata così breve e condotto su un territorio così ristretto. Ben vengano tutte le attività di ricerca, sia chiaro, se però sono condotte con criteri solidi: sei città per intervallo di due anni restituiscono uno spaccato a mio avviso molto limitato – aggiunge Pasquino – Se proprio si vuole avviare una ricerca in tal senso, sarebbe opportuno valutare, tramite un coinvolgimento della politica nazionale, se non sia il caso di studiare il fenomeno su tutto il territorio nazionale e su intervalli più lunghi, affidando il coordinamento al Ministero della Salute e all’Istituto Superiore di Sanità. Voglio sottolineare però – conclude Pasquino – che ad oggi la scienza dice che non c’è nessuna evidenza certa che l’esposizione a campi elettromagnetici a radiofrequenza causi o favorisca il cancro”.

Uno studio del genere, in sintesi, dovrebbe essere coordinato dal Ministero della Salute e dall’ISS, trattandosi di questioni di salute. Tra l’altro, ci sono anche tre progetti europei che stanno facendo la stessa cosa.

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5G, in Giappone le prime antenne in vetro nelle finestre usate come stazioni radio base

Nasce dalla collaborazione fra JTowers e NTT Docomo con il produttore di vetro AGC l’idea di realizzare un’antenna di vetro in grado di trasformare le finestre di un edificio in vere stazioni radio base 5G.

Il primo prototipo è stato installato al Shinjuku 3-chome East Building di Tokyo, dove la finestra radio base è connessa all’infrastruttura 5G neutrale di JTower.

L’antenna può essere usata per servizi 5G in banda di frequenza ‘Sub6’ (410 MHz fino a 7125 MHz, conosciuta anche come FR1). “L’antenna in vetro è destinata a essere installata per migliorare l’ambiente di comunicazione negli spazi per eventi all’aperto e nelle strade adiacenti agli edifici dove è importante tenere in considerazione lo scenario, e l’uso della condivisione delle infrastrutture realizzerà un’espansione più efficiente delle aree 5G”, ha osservato JTower in una nota. 

“Si prevede che l’installazione del 5G all’interno degli edifici continuerà a progredire in modo aggressivo e si prevede che la necessità di condivisione delle infrastrutture continuerà ad aumentare dal punto di vista del miglioramento dell’efficienza dell’installazione della rete e delle considerazioni ambientali”, ha aggiunto la società.

In altre parole, questo genere di antenna sarebbe particolarmente indicato in edifici con vincoli paesaggistici dove la posa di una antenna potrebbe risultare complessa.

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Medico italiano ha eseguito il primo intervento di chirurgia robotica a distanza per un tumore al rene. ‘Ma senza 5G è impossibile’

Per la prima volta è stato eseguito un intervento transcontinentale di chirurgia robotica a distanza per l’asportazione di un tumore al rene. A darne notizia da Barcellona, è stata la Fondazione Puigvent in un comunicato in cui ha segnalato la conclusione dell’intervento. Lo scrive il Fatto Quotidiano.

Medico italiano pioniere della robotica a distanza

il medico che ha effettuato l’operazione con successo, è italiano e si chiama Alberto Breda, primario di Urologia oncologica dell’equipe chirurgica di Trapianti renali alla fondazione spagnola, il chirurgo ha operato un paziente che si trovava dall’altra parte del mondo a Pechino, in Cina. L’operazione è avvenuta una settimana fa all’auditorium di Bordeaux, mentre Breda partecipava al più importante incontro annuale di chirurgia robotica, la 21esima riunione annuale della Società Europea di Urologia (Eau) di cui è presidente.

Il paziente in Cina

Il paziente, un uomo di 37 anni che aveva un tumore al rene di 3,5 centimetri, ricoverato all’Ospedale generale Pla di Pechino, è stato dimesso il giorno successivo all’intervento ed è in convalescenza. Sul sito della fondazione si legge: “A differenza degli interventi chirurgici che solitamente vengono trasmessi in diretta, il chirurgo non indossava una tuta chirurgica, ma si controllava a distanza da una stanza, utilizzando una console (sistema robotico Edge), i bracci robotici che sono intervenuti sul paziente dall’altra parte del globo con un tempo di ritardo di 132 millisecondi.

5G necessario per telechirurgia

A causa del tempo di latenza causato dalla lunga distanza, il ritmo dell’implementazione della telechirurgia sarà condizionato dallo sviluppo delle reti di telecomunicazioni 5G e in fibra ottica, nonché dalla sofisticazione e dall’adeguamento dei diversi sistemi robotici.

Reti 5G già performanti in Cina

Probabilmente, l’operazione è stata possibile perché il paziente era in Cina, dove la rete 5G è già molto sviluppata e per questo la latenza era così bassa. Resta da capire se le cose sarebbero andate così bene se il paziente fosse stato ricoverato altrove, dove la rete 5G è più scadente o ha dei buchi. In questo caso, un intervento del genere non sarebbe stato fattibile.

Michele Mezza: ‘Quanti ospedali connessi in 5G in Italia?’

“Quanti ospedali sono connessi nelle nostre città alla rete 5G che si sono realizzate su concessione pubblica? Incredibilmente questa informazione è direttamente nota solo ai direttori marketing delle imprese che stanno cablando le città come Tim o Vodafone, mentre i sindaci o gli assessori alla sanità per saperlo devono chiederlo a loro. Senza 5G non si possono realizzare né consulti né tanto meno interventi a distanza”, dice il giornalista e saggista Michele Mezza.

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Spettro radio, Antitrust respinge i rilievi di ‘super dotazione’ da parte dei competitor sul merger Fastweb-Vodafone

Secondo l’Antitrust, la fusione fra Fastweb e Vodafone Italia dal punto di vista della dotazione frequenziale non crea problemi di concorrenza, perché non riduce il numero di quattro operatori infrastrutturati che sono presenti sul mercato e che stanno sviluppando reti proprietarie 5G (oltre al nuovo operatore, Tim, WindTre e Iliad). Né si rileva il rischio di concentrazione sul fronte della tecnologia FWA. Ma i concorrenti di Fastweb e Vodafone Italia non la pensano così.  

Il quadro attuale dello spettro in Italia

L’allocazione dello spettro radio in Italia post-merger Fastweb-Vodafone Italia emerge con chiarezza dall’indagine approfondita in Fase II che l’AGCM (Autorità Garante per la Concorrenza nel Mercato) ha avviato sull’operazione di acquisizione di Vodafone Italia da parte di Swisscom, casa madre di Fastweb. La premessa è che l’Autorità non ha nulla da ridire sulla fusione delle rispettive dotazioni frequenziali sul fronte della concorrenza nel mercato dei servizi di accesso all’ingrosso di rete mobile, anche se gli operatori hanno presentato diversi rilievi tutti rispediti al mittente.

Fastweb-Vodafone, i rilievi di Tim: ‘Super dotazione frequenziale’

Secondo Tim, particolare preoccupazione per la “super dotazione frequenziale che si viene a creare in capo alla nuova FW nelle bande 3.4 – 3.8 Ghz e 26 Ghz”, la quale deve essere valutata alla luce dell’integrazione verticale del nuovo operatore, considerata l’intenzione di FW – di cui dà conto la delibera Agcom n. 114/24/ CONS – di “dispiegare infrastrutture FWA proprietarie in tecnologia 5G utilizzando la propria dotazione spettrale a 26Ghz e 3.5 Ghz”. Inoltre, è da considerare che la maggior dotazione frequenziale ha un impatto diretto sulla copertura radio del territorio nazionale e quindi sulla qualità dell’offerta ai clienti finali: di conseguenza, ad avviso di TIM “lasciare immutata la situazione che si avrebbe post-concentrazione equivale ad accordare un vantaggio concorrenziale al nuovo soggetto, già di per sé forte, a danno dei concorrenti”.

Sulla stessa linea Iliad, mentre WindTre su questo punto non pone rilievi particolari.   

L’Antitrust respinge i rilievi

 L’Antitrust smonta le critiche degli operatori argomentando che dopo l’operazione, saranno nella dotazione di Fastweb-Vodafone 300 Mhz totali, di cui 120 Mhz nella banda per la realizzazione del 5G più pregiata 3.4 – 3.8 Ghz. “In tale banda anche WindTre dispone di una equivalente dotazione di 120 Mhz, mentre più ridotte sono quelle di TIM (100 Mhz), e soprattutto, di Iliad (20 Mhz)”, si legge nel documento dell’Autorità.

“Al riguardo, si evidenzia che la dotazione di WindTre, allo stato, raggiunge i 120 Mhz se si tiene conto del blocco di 40 Mhz che FW mette in condivisione nell’ambito dell’accordo Slice, che tuttavia non sarebbero più nella disponibilità di WindTre in caso di risoluzione del menzionato accordo, portando a 80 Mhz la dotazione dell’operatore, nonché del blocco di 20 Mhz portato in dote da Iliad, in condivisione nelle sole aree Zefiro (quindi non in tutto il territorio nazionale)”, si legge.   

Ma il consolidamento s’ha da fare o no?     

C’è da dire, in conclusione, che il dogma del quarto operatore sposato da anni dall’Antitrust Ue resterebbe così intatto in Italia anche dopo il merger di Fastweb e Vodafone Italia. Vedremo se in futuro, con la nuova Commissione Ue, il consolidamento avrà vita più facile anche a livello nazionale.  

Resta da capire la posizione degli operatori, che nel fisso come nel mobile da un lato chiedono regole più semplici per favorire gli investimenti e il consolidamento, ma nei fatti poi sono alquanto critici rispetto ad operazioni che rafforzano la concorrenza tramite fusioni.  

Leggi anche: Fastweb-Vodafone, per l’Antitrust rischio posizione dominante nel mercato del fisso. Faro sull’FTTH

Swisscom-Vodafone: a sorpresa i grandi operatori sono contrari al consolidamento e rischi per OF

Wind Tre rileva il 100% di OpNet e si rafforza nell’FWA e nel 5G. Parte il consolidamento?

5G, nasce Zefiro Net: l’operatore wholesale only di iliad e WINDTRE nelle aree bianche

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Grandi e “registe”. Sono le nuove televisioni con l’AI

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Vent’anni fa, gli americani guardavano i programmi allora più di moda – American Idol, la seconda stagione del successone Lost, o un’altra all’esordio, Grey’s Anatomy, che sembrava promettere bene – su un televisore in media di una trentina di pollici: da noi in Italia, anche meno.

Ora dispositivi con il triplo della diagonale sono sempre più comuni nelle case italiane, e abbordabili anche senza rinunciare a diverse mensilità di stipendio: schermi che, considerata la distanza solitamente abbastanza ridotta tra il divano e la parete di fronte, offrono in tutto e per tutto un’esperienza paragonabile a quella del cinema (e i popcorn si possono preparare nel microonde di casa).

E infatti insieme al proliferare della tv streaming, con una quantità sempre maggiore di programmi a disposizione a pochi euro al mese (a proposito, su SOSTariffe.it si possono trovare le offerte più convenienti per i diversi servizi), l’evoluzione del televisore ha sancito, se non proprio la fine, un ridimensionamento epocale delle tradizionali pellicole da vedere nelle sale cinematografiche; il colpo di grazia l’ha dato al Covid, che ha mostrato anche a chi ancora era restio all’intrattenimento audiovisivo casalingo le potenzialità di questa scelta.

Ma se è sempre più numeroso chi parla di subscription fatigue per lo stress di dover gestire diversi abbonamenti ad altrettante piattaforme, ognuna col suo catalogo di film, serie, documentari e quant’altro, anche la crescita degli schermi, prima o poi, dovrà finire; proprio come si evita di sedersi nella prima fila al cinema, così non sarà auspicabile superare di molto gli 80 pollici, tranne per i fortunati che possono contare su salotti con l’estensione di una piazza d’armi.

Ma allora, dove trovare l’innovazione, che con sé porta la necessità di sostituire il proprio apparecchio (problema già affrontato dagli smartphone, che una volta si cambiavano ogni due anni e oggi rimangono nelle nostre tasche per un lasso di tempo sempre più lungo)? La risposta non può che arrivare dalla rivoluzione attualmente in corso, ovviamente quella dell’intelligenza artificiale, che si farà strada sempre di più anche nei nostri televisori, compresi quelli più grandi ormai fotografatissimi nelle fiere (come i nuovi Hisense da 100 pollici, che possono essere acquistati per circa 3.000 euro, cifra impensabile fino a pochi mesi fa).

Gemini per Google TV Streamer, la guida per non perdersi

Poche settimane fa Google ha presentato il nuovo Google TV Streamer, destinato a prendere il posto occupato finora dalla Chromecast, il dispositivo che ha permesso di rendere “smart” anche TV che non lo erano ma avevano una presa HDMI libera. Tra le novità c’è proprio la presenza di una serie di funzionalità AI basate su Google Gemini, così come per gli altri apparecchi della gamma Nest per la smart home.

Il primo compito dell’intelligenza artificiale sulla tv sarà quello di aiutare a orientarci tra le centinaia di migliaia di contenuti a cui abbiamo accesso, ormai sempre meno gestibili navigando con il proprio telecomando; Google TV Streamer promette l’accesso a oltre 700.000 film e spettacoli attraverso le diverse app di streaming, con più di 800 canali gratuiti per la tv in diretta, e quindi sarà necessario avere l’intelligenza artificiale di Google pronta a fornire algoritmi migliori e più “mirati” rispetto a quelli già garantiti dalle piattaforme tradizionali.

Ma non ci sarà solo la possibilità di ricevere raccomandazioni più mirate sui nostri gusti: Gemini potrà anche metterci a disposizione comodi riassunti dei film, delle serie o delle singole stagioni, e aggiornare in tempo reale i pareri degli utenti per avere una recensione artificiale sì, ma guidata dalle opinioni umane. In più Google TV Streamer è pensato come hub digitale per gestire una casa sempre più connessa, in modo da controllare i vari gadget direttamente dal divano.

Il contenuto non c’è? Lo creiamo noi

Ma il cambiamento non riguarda ovviamente solo i cosiddetti dongle, che alla fine rimangono dispositivi esterni. Il CES 2024 ha messo in mostra i televisori con funzionalità avanzate di Samsung, LG, TCL e Hisense, basate sull’intelligenza artificiale: si parte dalle più semplici, come la riduzione del “rumore” nell’immagine, fino a quelle più complesse, come l’identificazione e l’isolamento di oggetti di interesse nelle immagini, attraverso algoritmi in grado di regolare dinamicamente contrasto e colore per dare un maggiore impatto visivo.

Inoltre, l’AI viene utilizzata anche per ottimizzare la mappatura dei toni HDR nei film e negli spettacoli ad alta gamma dinamica e persino per “rimasterizzare” i contenuti più vecchi che non sono stati prodotti in formato HDR, grazie a un database di immagini preesistenti che viene usato per elaborazioni ulteriori. Insomma, la versione “video” di quello che fanno ChatGPT e gli altri chatbot di intelligenza artificiale generativa, ovvero rifarsi a un gigantesco pregresso (nel caso di OpenAI, con diversi problemi di trasparenza per quanto riguarda il copyright e la legittimità del “prelievo”) per prevedere statisticamente cosa fare in futuro.

LG ha già annunciato una funzione per i suoi migliori televisori OLED chiamata AI Director Processing, che può analizzare lo schema cromatico previsto dal regista per ogni scena di un film e, nelle parole della casa sudcoreana, “migliorare l’espressione dei colori” di conseguenza. Per quanto riguarda Samsung invece l’innovazione si chiama AI Motion Enhancer Pro, prevista per i suoi televisori a 8K di quest’anno e che farà la gioia di tutti gli appassionati di sport, in particolare quelli con la palla o un pallone: l’IA viene utilizzata per rilevare il tipo di palla e sostituirla efficacemente sullo schermo, fotogramma per fotogramma, non solo per ridurre, ma per eliminare completamente la sfocatura del movimento, in modo da non perdere mai di vista il centro del gioco.

Infine, l’IA dà la risposta anche a un annoso problema: a che serve avere un televisore ad altissima definizione – 8K, appunto – se poi la grande maggioranza dei contenuti è a 4K o inferiore? L’intelligenza artificiale entra in gioco anche per l’upscaling: calcolando che un televisore 4K ha 8,3 milioni di pixel sul suo schermo, mentre un televisore 8K ne ha 33 milioni, l’IA crea milioni di nuovi pixel per riempire lo schermo, sempre basandosi su un database visivo per creare nuovi pixel “plausibili”, con linee lisce e dettagli non troppo accentuati. Quasi meglio di un regista vero.

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Swisscom-Vodafone: a sorpresa i grandi operatori sono contrari al consolidamento e rischi per OF

L’istruttoria antitrust sull’acquisizione di Vodafone Italia da parte di Swisscom sta riservando sorprese inaspettate. Le dichiarazioni degli operatori concorrenti Tim, Open Fiber e Iliad, stanno animando il dibattito e sollevando interrogativi sull’impatto di questa operazione sul mercato.

Consolidamento sì o no?

Negli ultimi mesi, abbiamo assistito alle pressanti richieste di consolidamento del settore da parte dei grandi operatori infrastrutturati. Alcuni operatori avevano invocato la necessità di una maggiore concentrazione, sostenendo che un numero eccessivo di player stava rendendo il mercato insostenibile. Ma le ultime posizioni inviate all’autorità antitrust ci rappresentano un quadro completamente diverso, diametralmente opposto e del tutto inaspettato.

Preoccupazione di TIM

In particolare, TIM, che ha recentemente ceduto la propria rete a KKR, ha espresso preoccupazione per il progetto di acquisto di Swisscom sulle attività di Vodafone, sostenendo che potrebbe limitare significativamente la concorrenza su diversi fronti. Questa presa di posizione risulta sorprendente, considerando le precedenti battaglie di TIM a favore del consolidamento a livello europeo e gli appassionanti appelli del suo AD Pietro Labriola che parlava di “tempesta perfetta” su Il Sole 24 Ore a maggio.

Dalla tempesta perfetta alla tempesta in un bicchier d’acqua

In via residuale, nel corso dell’istruttoria, TIM ha addirittura sollevato dubbi sull’accordo in essere tra Fastweb ed Eolo “che assume tutto un altro peso in chiave antitrust se valutato nell’ambito della presente concentrazione”. Secondo il parere di chi scrive, siamo passati dalla tempesta perfetta alla “tempesta in un bicchiere d’acqua”. 

Anche Open Fiber preoccupata

Anche Open Fiber ha manifestato preoccupazione, sottolineando che la perdita di Vodafone come cliente potrebbe mettere a rischio la sostenibilità dei piani di investimento nelle aree nere, cioè quelle competitive dove ci sono almeno due reti in fibra ultraveloce. Un’affermazione importantissima che, sebbene riportata nelle note istruttorie dell’Autorità (pag.26 cap.80, bollettino AGCM 36/2024), sembra essere stata totalmente ignorata dai media tradizionali.

Open Fiber ha “rilevato che l’Operazione è idonea a restringere la concorrenza nel mercato dei servizi  di accesso all’ingrosso di rete fissa dal momento che può favorire l’attrazione verso la rete Fibercop della domanda di servizi di accesso all’ingrosso alla rete fissa a banda larga e ultra-larga espressa da VI, che attualmente si indirizza a OF; in tale scenario la domanda di servizi di accesso soddisfatta da OF potrebbe scendere al di sotto della soglia critica che rende sostenibile l’investimento infrastrutturale della stessa OF, che la società reputa pari al [omissis]% della domanda complessiva nelle aree nere, con la conseguenza di eliminare o indebolire l’importante vincolo competitivo che la stessa OF rappresenta nel mercato”. Affermazioni di estrema rilevanza ed allarme, ma totalmente ignorate, finora.  

I rilievi di Iliad

Iliad, a sua volta, ha espresso preoccupazione per un possibile aumento dei prezzi all’ingrosso da parte di Fastweb, in caso di acquisizione di Vodafone. L’autorità antitrust ha respinto questa preoccupazione, perchè il 90% del mercato all’ingrosso è in capo ad altri operatori e per questo ha deciso di proseguire l’analisi solo su due segmenti di mercato (business, e PA) considerati particolarmente strategici e potenzialmente soggetti a una dominanza di soli due operatori.

In conclusione, l’istruttoria antitrust sul caso Swisscom-Vodafone si presenta certamente come un’occasione per approfondire meglio l’impatto di operazioni di concentrazione nel settore delle telecomunicazioni. Le dichiarazioni degli operatori coinvolti evidenziano invece la necessità ben più importante di un’attenta ri-valutazione di tutte le pretese avanzate finora come cause della crisi del settore. Probabilmente dovremmo puntare lo sguardo altrove. 

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Fibercop, Tim, Open Fiber, Vodafone-Fastweb, Sparkle: l’autunno caldo delle telecomunicazioni

Tanta carne al fuoco per le nostre Telco, in vista di un autunno che si preannuncia pieno di avvenimenti a partire dalla nomina del nuovo esecutivo della Ue che potrebbe dare una svolta più soft in tema di merger e sostegno agli investimenti. Chi prenderà il posto di Margrethe Vestager, il vicepresidente Ue responsabile della Concorrenza che durante il suo mandato ha dichiarato guerra alle Big americane insieme al collega Thierry Breton, commissari al Mercato Interno, dimessosi polemicamente oggi per dissidi con la presidente von der Leyen.  

Fibercop

Detto questo, il quadro in Italia per gli operatori è fluido. Tim e Fibercop sono alle prese con il nuovo assetto aziendale, dopo la cessione della rete al fondo americano KKR. “Su Fibercop stiamo ragionando per fare entro la fine del mese un accordo di uscita con l’articolo 4 dell’isopensione già utilizzato negli anni in Tim”, ha detto il segretario nazionale della Uilcom Uil Salvo Ugliarolo.  

Cresce l’attesa per conoscere il piano industriale di Fibercop, rispetto a quello che l’azienda vuole fare. Quel che è certo è che Fibercop dovrà portare avanti i lavori per Italia 1 Giga, di cui si è aggiudicata 7 lotti per la copertura delle Aree Grigie con i fondi del PNRR. Nel frattempo, l’azienda parteciperà anch’essa alla consultazione Infratel sui civici di prossimità che si chiude il 7 ottobre prossimo.

Tim

In Tim, sul fronte sindacale c’è un silenzio assordante. Dopo la ripresa l’azienda sta portando avanti il suo business e la scorsa settimana è uscito un rumour che la vedrebbe interessata ai data center di BT Italia. Le altre offerte arrivate sul tavolo di Bt sarebbero quelle del fondo spagnolo Asterion (attraverso Retelit), già indicato come possibile alleato del Mef per rilevare Sparkle da Tim, e di Nextalia, il fondo dell’ex top banker di Mediobanca Francesco Canzonieri.

Un segnale del rinnovato interesse di Tim per il segmento Enterprise, su cui l’azienda guidata da Pietro Labriola punta molto.

In un articolo su Affari & Finanza l’amministratore delegato di TIM Pietro Labriola ha sostenuto che, dopo la vendita della rete, la società è già competitiva grazie soprattutto alla diversificazione geografica e di business che caratterizza il nuovo perimetro forte del business in salute di Tim Brasil, che copre il 50% del margine del gruppo in linea peraltro con gli altri big europei come Deutsche Telekom, che fattura il 60% del totale negli Usa con T-Mobile Us o Telefonica che trae soltanto il 30% del suo fatturato in Spagna.

Open Fiber

L’operatore è impegnato nella consultazione sui civici di prossimità, indetta il 7 ottobre da Infratel. Tutti i civici di prossimità in consultazione si trovano soltanto nelle regioni che fanno parte dei lotti vinti in sede di gara Italia 1 Giga da parte di Open Fiber.

C’è da dire che il Cda di Open Fiber dell’11 settembre è stato posticipato a data da destinare. Cosa lo ha fatto saltare? Fra i temi all’ordine del giorno, secondo alcune fonti di stampa, la conferma dei vertici aziendali nella persona del Ceo Giuseppe Gola e del presidente Paolo Ciocca che per ora resta in sospeso.

Vodafone-Fastweb

La fusione procede secondo i tempi stabiliti e Swisscom, la casa madre di Fastweb, è fiduciosa che il tutto si possa chiudere entro il primo trimestre del 2025. Nel frattempo, l’Antitrsut italiano ha avviato la Fase II, un approfondimento d’indagine sull’operazione, che si chiuderà entro l’11 dicembre. Fastweb sarebbe l’unico operatore verticalmente integrato nazionale, e appena si saranno sistemati si prevedono botte da orbi per Tim.  

Sparkle

Nessuna novità invece sul fronte della cessione di Sparkle, la società dei cavi sottomarini di Tim, sui cui si sta da tempo concentrando l’interesse del fondo spagnolo Asterion che controlla Retelit.

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