Netflix, perché la stretta sulle password ha dato i suoi frutti

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

È successo di colpo. Fino a qualche tempo fa, condividere le proprie credenziali Netflix con amici e/o parenti non presentava particolari difficoltà; era sufficiente comunicare login e password e poi il gioco era fatto. Nel 2023 è arrivata la stretta da parte della società, e sugli schermi sono cominciate ad apparire scritte che chiedevano informazioni sulla reale composizione del nucleo familiare, dando il via a un’interminabile serie di controlli incrociati dell’identità attraverso SMS e mail, autenticazioni a più fattori e altre scomodità.

C’è chi (violando, sia chiaro, il contratto con Netflix) ha provato a resistere per un po’, ma la complessità della procedura di conferma, unita alla comparsa di un pacchetto utente aggiuntivo a 4,99 euro al mese (ma 7,99 dollari in USA), ha fatto desistere uno dopo l’altro anche i più refrattari; e i numeri, a quanto sembra, hanno dato ragione a Reed Hastings e alla sua azienda. Oddio, non che fosse così impossibile da preventivare; sì, certo, chi condivideva il proprio account ha smesso di farlo, ma di certo non l’ha cancellato – semmai si è limitato a comunicare al cognato che non era più possibile vedere a scrocco tutte le stagioni della Casa di carta, e fargli capire tra le righe che una decina di euro ogni mese poteva pure tirarli fuori, se era così interessato – mentre chi accedeva a sbafo non era comunque registrato da Netflix come utente singolo.

Per questo, per il colosso dello streaming non è, di fatto, cambiato assolutamente nulla, a parte i ricavi dei nuovi pacchetti sottoscritti da chi ha deciso di non rinunciare al catalogo della tv, pur senza registrarsi con un account autonomo (a questo proposito, per chi vuole conoscere le offerte più aggiornate nell’ambito dello streaming basta consultare il comparatore di offerte di SOSTariffe.it).

Disney e Hulu pronti a seguire

In questa situazione, Netflix ha recentemente annunciato un incremento record di 9,3 milioni di nuovi abbonati nel primo trimestre del 2024, che la stessa azienda attribuisce in buona parte alla sua stretta sulle condivisioni della password. La strategia si è dunque dimostrata efficace nel convertire gli utenti che in passato utilizzavano le credenziali di qualcun altro in abbonati paganti, contribuendo così all’incremento dei profitti dell’azienda. Naturalmente, non tutto è merito di questa severità: non sfugge a nessuno, ad esempio, che Netflix abbia diversificato le sue fonti di entrata, introducendo la pubblicità in alcune delle sue offerte, con tier a basso costo con intervalli promozionali che sembrano essere stati un ottimo antidoto alla cancellazione dell’abbonamento.

I competitori, che già avevano una mezza idea di proporre soluzioni del genere ma erano tutti molto sollevati dal poter vedere come sarebbe andata per Netflix, si sono quindi convinti che sì, la strategia del blocco al password sharingfunziona, eccome. Per questo Disney ha già annunciato che a sua volta renderà molto più difficile condividere le proprie credenziali.

La posta in gioco è alta. Secondo un rapporto di Bloomberg Intelligence, circa 40% dei 50 milioni di utenti che attualmente condividono tra di loro le password di Disney+ potrebbero essere convertiti in clienti paganti nei prossimi 18 mesi, generando potenzialmente fino a 4 miliardi di dollari di entrate entro il 2026, con una stima di profitto di 2,5 miliardi di dollari.

Per incoraggiare ulteriormente le persone a creare nuovi account o sottoscrivere abbonamenti condivisi (ma a pagamento), Disney punta su contenuti di grande richiamo, in particolare sequel di film popolari che hanno già dimostrato un’attrattiva commerciale. Il prossimo film Deadpool 3, con Ryan Reynolds e Hugh Jackman, in primo luogo, ma anche l’ennesimo Planet of the Apes, Moana 2 e Inside Out 2. Bob Iger, il CEO di Disney, non ha nemmeno provato a camuffare la mancanza di contenuti originali che ormai da tempo affligge le piattaforme di streaming, sottolineando che i sequel sono vantaggiosi poiché godono di un pubblico già consolidato, richiedendo quindi un minor investimento in marketing. Insomma: vi era piaciuto questo? Eccone un altro (sicuramente più comodo che cercare di spiegare in poche parole di che cosa parla Baby Reindeer, ad esempio). Più comodo ancora degli algoritmi.

Ad Apple ed Amazon lo sharing non interessa

A seguire Disney sarà, ovviamente, Hulu, che a Disney appartiene, e che ha già avvertito i suoi utenti dallo scorso marzo del cambiamento di politica. Ma c’è anche chi dice no, perché può permetterselo e perché non ricava la maggior parte delle proprie entrate dalla televisione a pagamento, come Apple TV+, che peraltro prevede attraverso Apple Family la possibilità di condividere l’accesso ai suoi moltissimi abbonamenti (Music, Fitness, News negli USA, Arcade e appunto TV+, tramite Apple One). Lo stesso vale per le piattaforme di streaming di lancio più recente, come Peacock, che sembra non voler seguire la strada di Disney per non crearsi problemi da sola prima di aver raggiunto uno zoccolo duro di utenti. Ma c’è anche chi non perde l’occasione per una frecciatina alla concorrenza.

Nientemeno, in questo caso, che Amazon, che a quanto sembra non nutre particolari preoccupazioni sulla condivisione delle password dei propri abbonati a Prime Video, anche perché è una specialità della casa: da sempre ci si rivolge a chi ha l’abbonamento Prime per le consegne gratuite dei prodotti che si desiderano. Così, velenosamente, l’account X di Prime Video UK e Irlanda ha ripreso un vecchio tweet del 2017 di Netflix, effettivamente invecchiato molto male (“Love is sharing a password”, l’amore è condividere una password) con una grafica di diversi profili di accesso alla propria piattaforma streaming i cui nomi compongono la risposta alla domanda in cima, “Who’s watching”: “Everyone who has our password”, chiunque abbia la nostra password.

E anche chi non se la passa proprio benissimo, come Blockbuster – nome anni Novanta quant’altri mai, ormai ridotto ad avere un solo negozio per il noleggio di DVD dopo aver dichiarato bancarotta nel 2010 – cerca di affondare il colpo, con un tono tra il risentito e il nostalgico: “Vi ricordiamo che quando noleggiavate i film da noi, non ci interessava con chi li condivideste… l’importante era che li riconsegnaste in tempo». Magra consolazione, ma pur sempre una consolazione.

https://www.key4biz.it/netflix-perche-la-stretta-sulle-password-ha-dato-i-suoi-frutti/489782/




Tim-Starlink, l’esito del tavolo tecnico atteso a giorni

E’ atteso intorno a metà maggio l’esito dell’approfondimento della FUB sulla contesa fra Starlink e Tim sull’utilizzo delle frequenze a 28 Ghz dell’operatore Tlc, richiesto da parte dell’azienda satellitare di Elon Musk.

Il Mimit aveva fissato il cronoprogramma per arrivare ad una soluzione di coordinamento delle frequenze che fissava a 20 giorni dopo il 24 aprile l’esito del confronto.

Nei prossimi giorni, intorno a metà maggio, quindi si capirà come andranno le cose.

Secondo il programma del ministero, sono arrivati i dati tecnici dei rispettivi impianti dalle due aziende.

La FUB e il Mimit stanno valutando.   

Mimit arbitro

Il ministero delle Imprese e del Made in Italy si è fatto parte attiva il 10 aprile scorso avviando un tavolo di confronto e di coordinamento tra le delegazioni tecniche di Tim e Starlink. L’operatore controllato da SpaceX, aveva chiesto al Mimit un tavolo di mediazione per verificare le condizioni di coesistenza tra il servizio che intendono mettere in campo e quello già esistente di Tim in banda 28 Ghz.

Leggi anche: Starlink attacca Tim sulle frequenze. Ma lo spettro è un tasto dolente. Urso annuncia un tavolo

Starlink ha accusato Tim di non rispettare le norme rifiutandosi di condividere i dati dello spettro. Il diniego, secondo Starlink, rappresenterebbe una condotta anticoncorrenziale. Accuse rispedite al mittente da Tim, che ha sottolineato il carattere sensibile di questi dati.

Chiara la posizione di Pietro Labriola, ad di Tim, che ha parlato della questione al 5G & Co.: “Per fibra e satellite servono stesse regole”.

L’intervento dell’ad di Tim Pietro Labriola al 5G & Co.

https://www.key4biz.it/tim-starlink-lesito-del-tavolo-tecnico-atteso-a-giorni/489692/




Piano Italia 1 Giga e ‘civici adiacenti’: civici distanti un’occasione per Starlink?

L’emendamento “salva Piano Italia 1 Giga”, che permette a Tim e Open Fiber di sostituire civici inizialmente previsti nei bandi con civici adiacenti, ovvero civici ‘fantasma’ non censiti precedentemente, ma situati nei pressi di quelli esistenti, è stato approvato, di fatto, come correttivo della lacunosa mappatura di Infratel. Una soluzione basata sul principio dell’adiacenza, che consentirà di coprire i civici più vicini (e meno costosi) che non risultavano nel database di Infratel.   

La vicenda ha sollevato non poche polemiche, in primo luogo per il vizio italico di modificare ex post i bandi di gara. Non è certo la prima volta che succede, basti pensare che già in parte si è visto lo stesso con il Bando Scuole e difficoltà si sono registrate anche negli altri bandi Pnrr riservati alla banda ultralarga, fra gare deserte e scarsa adesione.

L’emendamento, tuttavia, è giunto come un fulmine a ciel sereno senza alcuna consultazione con gli altri operatori di mercato che se avessero saputo che le condizioni erano quelle dell’adiacenza magari avrebbero partecipato. La localizzazione iniziale dei civici era errata e per questo le distanze valutate inizialmente si sono rivelate più ampie.

Leggi anche: Pnrr, cosa non ha funzionato nel bando Italia 5G?

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Clicca sull’immagine dell’emendamento per ingrandirla

Bando Italia 1 Giga, consultazioni pre-gara

La premessa è che nel caso del Piano Italia 1 Giga è stata fatta una serie di consultazioni con Infratel, che ha determinato quello che un operatore si impegnava a realizzare e ciò che gli operatori, per motivi economici, non sarebbero andati a realizzare.

Poi però, sul campo in fase di walk in, si verifica che ci sono dei civici che sono distanti e quindi costano tanto, e si chiede, visto che ce ne sono altri (civici adiacenti o meglio ‘civici fantasma’) che non risultavano nel database fatto a suo tempo e si dice: invece di quelli lontani facciamo questi qua, più vicini, lasciando perdere quelli lontani.

Starlink si offre contro il digital divide

C’è da notare, poi, che da qualche tempo i ritardi del piano Italia 1 Giga si erano focalizzati proprio sugli edifici lontani che chiedono la fibra da più tempo e sono messi male.

E quindi si diceva che si sarebbe potuto usare Starlink, la flotta satellitare di Elon Musk, che già si era offerto con il Governo di contribuire ad abbattere il digital divide nel nostro paese.

Ma di fatto il coinvolgimento di Starlink era difficile, visto che i bandi erano già stati assegnati e il nostro mercato è peraltro alquanto saturo.

Tra l’altro, a che titolo coinvolgere Starlink? Non si possono certo fare delle assegnazioni dirette. Di mezzo ci sono i fondi del Pnrr del bando “Italia 1 Giga” e “5G Italia”, concessioni già assegnate a Tim e Open Fiber (Italia 1 Giga) e Tim, Vodafone e INWIT (5G Italia) con regolare bando di gara e stringenti milestone da raggiungere al 2026.

Le gare andrebbero annullate? Ma i fondi sono già stati assegnati.

Poi arriva l’emendamento salva Italia 1 Giga

Poi, è giunto l’emendamento ‘salva piano Italia 1 Giga’ per certificare che questi civici distanti che erano oggetto del bando non verranno mai collegati, ma che ora non fanno più parte del piano Italia 1 Giga e potrebbero quindi entrare nel bacino potenziale dei clienti di Starlink.

Una soluzione che però impone a priori a questi civici distanti l’uso del satellite.

Si pensa di fare qualcosa con queste case distanti escluse dal piano Italia 1 Giga? Saranno oggetto di un nuovo bando pubblico? In questo caso sarebbe certamente indicata una nuova consultazione.

Leggi anche: Starlink abbassa ancora i prezzi. Collaborazione con Palazzo Chigi in arrivo?

https://www.key4biz.it/piano-italia-1-giga-e-civici-adiacenti-civici-distanti-un-occasione-per-starlink/489647/




Approvata la soluzione dei civici adiacenti: cosa cambia per il Piano Italia 1 Giga

Negli scorsi giorni è stato approvato l’emendamento “Salva Piano Italia 1 Giga”, che permette a Tim e Open Fiber di sostituire civici inizialmente previsti nei bandi con civici adiacenti, ovvero civici non censiti precedentemente ma situati nei pressi di quelli esistenti.

L’obiettivo è riuscire a cablare 3.4 milioni di civici entro giugno 2026, senza costi o ritardi aggiuntivi.

Tuttavia, rimane il dubbio sull’effettiva natura di questi civici adiacenti e la possibilità che fosse già prevista la copertura di operatori privati, sollevando la questione di potenziali sovrapposizioni e concorrenza sleale. 
Sono quindi attesi ulteriori dettagli e sviluppi nei prossimi mesi, quando l’elenco definitivo dei civici adiacenti sarà definito.

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https://www.key4biz.it/approvata-la-soluzione-dei-civici-adiacenti-cosa-cambia-per-il-piano-italia-1-giga/489470/




Inwit chiude il primo trimestre con utile in crescita a 89,7 milioni (+8,3%)

Inwit chiude il primo trimestre dell’anno con l’utile netto a 89,7 milioni di euro, in crescita del +8,3% rispetto allo stesso periodo del 2023. I ricavi si attestano a 254,6 milioni di euro, in aumento del 9% rispetto al primo trimestre dell’anno scorso.

Il margine operativo lordo (Ebitda) è pari a 233 milioni (+9%). Sostanzialmente stabile il margine Ebitda pari al 91,5%. Gli investimenti industriali del periodo sono stati pari a 91,6 milioni di euro, in aumento del +60,1% rispetto al primo trimestre del 2023.

Ricavi in crescita del 9%

La crescita dei ricavi consolidati nel primo trimestre si è attestata a +9% rispetto all’anno precedente, grazie “all’aumento delle ospitalità con tutti i principali clienti, all’impatto positivo dell’inflazione e allo sviluppo delle coperture indoor e dei nuovi servizi”, sottolinea la società.

Per l’esercizio 2024, Inwit prevede una crescita dei ricavi nel range 1.030-1.060 milioni di euro, Ebitda margin superiore al 91%, stabile rispetto al 2023, recurring free cash flow in crescita nel range 620-640 milioni di euro.

Sviluppo infrastrutture

Continua lo sviluppo delle infrastrutture con ulteriori 205 siti (+51,9%) e 960 nuove ospitalità verso operatori mobili, Fwa e altri clienti. Realizzate 20 nuove coperture DAS dedicate in primarie location indoor.

Il direttore generale Diego Galli: “Nell’attuale contesto dell’industria delle telecomunicazioni, i risultati di Inwit sono in crescita grazie ai continui investimenti in infrastrutture condivise, anche per la riduzione del digital divide. Cresce la remunerazione agli azionisti con dividendo 2023 a 452,8 milioni di euro e prosegue il piano di buyback. Rimaniamo focalizzati sull’esecuzione del piano industriale e di sostenibilità con la realizzazione e la gestione di infrastrutture integrate outdoor e indoor, a supporto dei servizi di connettività 5G degli operatori”.

https://www.key4biz.it/inwit-chiude-il-trimestre-con-utile-in-crescita-a-897-milioni-83/489398/




Intelligenza artificiale e reti di telecomunicazioni

L’articolo di oggi è stato redatto dall’Ing. Giampaolo Cuozzo, responsabile di ricerca per il tema “Small Scale Wireless Networks” del WiLab del Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Telecomunicazioni.

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Nel dinamico mondo delle reti di telecomunicazioni, una cosa rimane costante: la ricerca dell’innovazione. Oggi, mentre il mondo diventa sempre più interconnesso, il ruolo dell’intelligenza artificiale (IA) nel plasmare il futuro delle reti di telecomunicazioni non può essere sottovalutato.

L’IA, una volta un concetto futuristico, è ora diventato uno strumento di uso comune grazie Chat GPT e molti altri, ma è altresì indispensabile per ottimizzare l’infrastruttura delle telecomunicazioni, migliorare le prestazioni della rete ed offrire esperienze utente senza precedenti.

Rivoluzionare la Gestione delle Reti con l’IA

Sfruttando algoritmi avanzati e tecniche di apprendimento automatico, le reti di telecomunicazioni possono utilizzare il potere dell’IA per:

la manutenzione predittiva: le analisi alimentate dall’IA consentono una manutenzione proattiva identificando e affrontando i potenziali guasti di rete prima che influenzino la qualità del servizio; analizzando i dati storici e rilevando i modelli, gli algoritmi di IA possono prevedere malfunzionamenti dell’attrezzatura o congestioni di rete, consentendo agli operatori di adottare tempestivamente azioni preventive;

la configurazione dinamica: con l’ottimizzazione della rete basata sull’IA, le risorse di rete possono essere allocate autonomamente e dinamicamente in risposta ai cambiamenti nei modelli di traffico e nelle esigenze degli utenti; gli algoritmi di apprendimento automatico analizzano il traffico di rete in tempo reale, regolando le varie configurazioni, come l’allocazione della larghezza di banda o i percorsi di routing, per garantire prestazioni ottimali;

la sicurezza: L’IA può svolgere un ruolo vitale nel migliorare la sicurezza di rete identificando e mitigando le minacce alla sicurezza informatica in tempo reale; attraverso il monitoraggio continuo e la rilevazione delle anomalie, i sistemi di sicurezza alimentati dall’IA possono rilevare tentativi di accesso non autorizzati, malware e altre attività dannose, proteggendo i dati sensibili e preservando l’integrità della rete;

l’interfaccia uomo-rete: strumenti di IA come ChatGPT, che afferiscono alla branca dell’IA generativa, possono essere impiegati per l’interpretazione del linguaggio umano e l’esecuzione delle corrispettive azioni da compiere sulla rete di telecomunicazione riducendo drasticamente i tempi d’esercizio;

la minimizzazione delle campagne di raccolta dati: l’IA generativa può anche essere utilizzata per produrre dati sintetici a partire da dati reali; questo permette di ridurre drasticamente il tempo necessario ed il costo nel raccogliere le informazioni sul funzionamento corrente della rete.

Cosa manca per l’integrazione dell’IA?

Nonostante i suoi potenziali benefici, l’integrazione dell’intelligenza artificiale nelle reti di telecomunicazioni non è priva di sfide significative. Vengono quindi elencati di seguito i problemi principali che il WiLab, il Laboratorio Nazionale di comunicazioni wireless del CNIT, sta affrontando:

la limitata comprensione del funzionamento dell’IA: nonostante i progressi, la comunità scientifica ha ancora una comprensione limitata di perché certi modelli di intelligenza artificiale funzionino in determinate situazioni, il che può rendere difficile la loro ottimizzazione e interpretazione;

alta capacità computazionale: molti algoritmi di intelligenza artificiale richiedono una grande capacità computazionale, il che può essere al di là delle risorse disponibili nelle reti di telecomunicazioni, specialmente considerando la necessità di elaborare grandi quantità di dati in tempo reale;

il consumo energetico e sostenibilità: l’implementazione e l’esecuzione di algoritmi di intelligenza artificiale richiedono notevoli risorse computazionali e, di conseguenza, possono avere un impatto significativo sul consumo energetico;

la sensibilità ai dati di addestramento e agli aggiornamenti del modello: gli algoritmi di intelligenza artificiale possono essere estremamente sensibili al dataset utilizzato per addestrarli, e anche piccoli cambiamenti nei dati o negli aggiornamenti del modello possono influenzarne significativamente le prestazioni.

Il futuro delle telecomunicazioni è intelligente

In questo contesto di pieno fermento, ricercatori, ingegneri, operatori e fornitori di servizi di telecomunicazioni stanno abbracciando il potenziale trasformativo dell’intelligenza artificiale per le reti di telecomunicazioni. Si prevede che l’utilizzo pervasivo dell’IA costituirà la vera evoluzione verso le reti 6G. Difatti, integrando l’IA in ogni aspetto della gestione della rete e della distribuzione dei servizi, il futuro delle telecomunicazioni non sarà solo intelligente, ma cambierà completamente l’interazione dell’uomo con le reti di telecomunicazioni.

https://www.key4biz.it/intelligenza-artificiale-e-reti-di-telecomunicazioni/489210/




Vodafone e Nokia, chiusa con successo la prima sperimentazione Open RAN 5G in Italia per reti multi-vendor. I vantaggi

Nokia e Vodafone hanno completato con successo la sperimentazione Open RAN sulla Rete di Accesso Radio 5G in Italia come parte della strategia di Vodafone di diffondere l’Open RAN in Europa. Durata tre mesi, la sperimentazione si è svolta sui siti radio 5G di Arcisate e Sernio, alle pendici delle Alpi nel Nord Italia, collegate alla rete Core 5G dei testing center di Vodafone a Milano.

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Open RAN, grande occasione per le telecomunicazioni in Italia. Cosa si è detto all’evento di JMA

Vodafone, obiettivo ecosistema di fornitori Open RAN

Vodafone ha una strategia molto ambiziosa sulla tecnologia Open RAN, con l’obiettivo di promuovere un ecosistema di fornitori più ampio per lo sviluppo più agile e veloce delle reti 5G, facendo leva sulla disaggregazione di hardware e software e sull’impiego di server commerciali.  

Open RAN, cos’è e perché è importante per lo sviluppo del 5G

Rete live

Nokia e Vodafone annunciano di aver completato con successo la prima sperimentazione in Italia della tecnologia Open RAN di Nokia sulla Rete di Accesso Radio 5G, con l’estensione ad alcuni siti della rete live. Tale sperimentazione è un ulteriore passo nello sviluppo dell’Open RAN che aprirà la strada a nuove funzionalità basate su software che faciliteranno l’impiego della connettività 5G in vari settori, dalla telemedicina alle case, dai trasporti alle industrie.

Funzionalità e prestazioni

Nokia e Vodafone collaborano da tempo per dare impulso alla diffusione dell’Open RAN, in ottica di maggiore flessibilità nello sviluppo delle reti mobili. Durante la sperimentazione Open RAN sulla rete live di Vodafone Italia sono state confermate le potenzialità della soluzione Open RAN che garantisce funzionalità e prestazioni in linea con reti radio tradizionali attualmente in uso, come velocità di download fino a 1,1 Gbit/s e di upload fino a 160 Mbps. Risultati incoraggianti sono stati raggiunti anche in termini di latenza.

La tecnologia

Per la sperimentazione sono stati usati gli apparati radio ad alta capacità AirScale Massive MIMO di Nokia e la prima implementazione del software Open RAN di Nokia in esecuzione su server hardware general Purpose (Commercial-off-the-shelf- COTS) di Dell ed utilizzando l’infrastruttura cloud di Red Hat. La sperimentazione comprende anche il nuovo sistema di gestione della rete radio MantaRay di Nokia, per una visione consolidata della rete ed un miglior monitoraggio e gestione del traffico.

La sperimentazione ha inoltre evidenziato la maturità dell’approccio Open RAN, progettato per offrire agli operatori di telefonia mobile e alle imprese una maggiore flessibilità nella costruzione di reti multi-vendor. La possibilità di combinare software e hardware di fornitori diversi è alla base della Open RAN ed è fondamentale per promuovere l’innovazione e la resilienza della supply chain.

L’Open RAN per Vodafone

Una piattaforma così concepita consentirà a un maggior numero di fornitori di software e hardware indipendenti, start-up e aziende locali di partecipare alla sfida utilizzando API (Application Programming Interface) aperte, stimolando l’innovazione e la competitività dell’Europa, incrementando al contempo l’autonomia digitale e la resilienza della catena di approvvigionamento.

Vodafone ha l’ambizione di avere il 30% delle sue stazioni Radio base basate su tecnologia Open RAN in Europa entro il 2030, sulla base dell’implementazione di siti Open RAN di Vodafone nel Regno Unito e in Romania. L’auspicio è che questo approccio possa favorire l’adozione su larga scala di soluzioni di disaggregazione tra hardware e software e l’automazione, e promuovere uno sviluppo più agile e veloce delle reti grazie ad un più ampio e ricco ecosistema.  

Obiettivo di Vodafone, il 30% ripetitori Open RAN entro il 2030

L’obiettivo di Vodafone è far sì che il 30% dei suoi ripetitori siano basati sulla tecnologia Open RAN entro il 2030 e sta già implementando la tecnologia a livello commerciale. Si tratta di 2.500 siti Open RAN nel Regno Unito, la prima implementazione su larga scala in Europa e in Romania. Grazie alla collaborazione con fornitori strategici come Nokia, Vodafone sta aprendo la strada all’adozione più ampia di reti aperte, disaggregate e automatizzate, fornendo maggiore agilità per adottare e lanciare rapidamente nuovi servizi innovativi incentrati sul cliente.

Santiago Tenorio, Direttore dell’Architettura di Rete di Vodafone, ha dichiarato: “Vodafone si impegna a supportare lo sviluppo e l’adozione di Open RAN in tutto il mondo promuovendo un ecosistema diversificato di partner e soluzioni. Questo approccio offre numerosi vantaggi, tra cui una maggiore scelta, una maggiore efficienza energetica, una maggiore capacità di rete e migliori prestazioni per i clienti”.

Mark Atkinson, responsabile RAN di Nokia, ha dichiarato: “L’approccio collaborativo anyRAN di Nokia significa che i fornitori di servizi di comunicazione possono implementare Open RAN con l’hardware server e il livello CaaS di loro scelta. Insieme ai nostri partner dell’ecosistema, ci impegniamo a fornire ai nostri clienti una scelta più ampia e prestazioni più elevate nelle soluzioni Open RAN rispetto a quelle che vedranno da altri fornitori”.

https://www.key4biz.it/vodafone-e-nokia-chiusa-con-successo-la-prima-sperimentazione-open-ran-5g-in-italia-per-reti-multi-vendor/488867/




Il problema maggiore dell’intelligenza artificiale? Quando ha le allucinazioni

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

C’è stato un tempo in cui l’intelligenza artificiale generativa – quella di ChatGPT, per intenderci – sembrava davvero minacciosa. Un anno fa fece un certo scalpore la conversazione tra un utente e il motore di ricerca di Bing, potenziato, appunto, da ChatGPT. L’IA si ostinava a ripetere che Avatar 2 non era ancora uscito nelle sale, poiché non era ancora arrivato il giorno del suo debutto, il 16 dicembre 2022. Il problema è che quella conversazione era del 12 febbraio 2023; la confusione creata all’IA dai tentativi di rettifica da parte dell’utente la fece diventare sempre più aggressiva (o “assertiva”, nelle sue parole), fino a sfiorare la minaccia.

Com’era inevitabile, dopo quell’episodio in molti cominciarono a pensare a Terminator e a Skynet, immaginandosi un mondo dominato da robot che non amavano essere corretti sulla programmazione cinematografica dei blockbuster. In poche settimane l’IA divenne molto più accomodante, forse troppo: se chiedevi chi avesse scritto la Divina Commedia e ti veniva risposto “Dante”, e tu ti proclamavi convintissimo che l’autore in realtà fosse il tuo vicino di casa, il più delle volte ChatGPT si scusava per l’imprecisione e riconosceva che sì, naturalmente, «Nel mezzo del cammin di nostra vita» era un parto dell’inquilino del quarto piano.

Oggi le cose sono migliorate con ChatGPT 4.0 – che corregge, ma lo fa con un certo garbo – e sempre più persone utilizzano il chatbot di OpenAI quotidianamente, dal PC o con l’app mobile (a questo proposito, SOSTariffe.it mette sempre a disposizione il suo comparatore per trovare l’offerta mobile più conveniente). Però il problema alla base dei LLM (Large Language Models), ovvero la frequenza delle allucinazioni, rimane. E se n’è accorta anche l’Unione Europea, ancora una volta in materia di dati sensibili e della loro protezione.

Il problema alla base: l’addestramento

Ma che cosa sono, in concreto, le allucinazioni dell’intelligenza artificiale? I chatbot (ma anche di generator di AI art, che ad esempio hanno molta difficoltà a riprodurre una scritta) “hanno le traveggole” quando non dispongono dei dati di addestramento necessari per rispondere a una domanda, ma forniscono comunque una risposta che sembra in tutto e per tutto fattuale. Le allucinazioni possono essere causate da diversi fattori, dai dati di addestramento inaccurati al sovraadattamento (ovvero quando un algoritmo non riesce a fare previsioni o a trarre conclusioni da dati diversi da quelli su cui è stato addestrato).

Le allucinazioni rappresentano uno dei maggiori problemi dei modelli AI generativi e non sono affatto facili da risolvere. Poiché i modelli AI vengono addestrati su vasti insiemi di dati, è difficile individuare problemi specifici nei dati stessi. Talvolta i dati utilizzati per l’addestramento dei modelli AI sono di per sé poco accurati, provenendo da fonti non proprio controllatissime, come ad esempio Reddit. Anche se i modelli AI sono progettati per non rispondere a domande sulle quali non conoscono la risposta, a volte, invece di rifiutare queste domande, generano risposte inesatte: un po’ come lo studente impreparato che, piuttosto che fare scena muta, ci prova.

Intelligenza artificiale: date di nascita sbagliate e guai col GDPR

Ora, OpenAI si trova nuovamente sotto la lente di ingrandimento dell’Unione Europea, questa volta per le allucinazioni di ChatGPT relative alle persone. Un gruppo no-profit per i diritti alla privacy chiamato noyb ha infatti presentato un reclamo presso l’Autorità Austriaca per la Protezione dei Dati (DPA) contro la compagnia di intelligenza artificiale. Il reclamo di noyb si concentra sul Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (il famoso GDPR) dell’UE, che regola come i dati personali delle persone nel blocco vengano raccolti e conservati.

Nonostante i requisiti del GDPR, “OpenAI ammette apertamente di non essere in grado di correggere le informazioni errate su ChatGPT”, ha dichiarato noyb, aggiungendo che la compagnia “non può dire da dove provengono i dati né quali dati ChatGPT conservi sulle singole persone” e che è “ben consapevole di questo problema, ma sembra non curarsene.”

Secondo il GDPR, gli individui nell’UE hanno il diritto di far correggere le informazioni errate su di loro, rendendo quindi OpenAI non conforme alla normativa a causa della sua incapacità di correggere i dati, ha affermato noyb nella sua denuncia.

Sebbene, secondo noyb, le allucinazioni “possano essere tollerate” in alcuni casi (ad esempio quando uno studente usa ChatGPT per aiutarlo con i compiti) sono “inaccettabili” quando si tratta di generare informazioni sulle persone. Il reclamante nel caso di noyb contro OpenAI è un personaggio pubblico che ha chiesto a ChatGPT la sua data di nascita, ma gli è stata ripetutamente fornita una risposta errata. OpenAI avrebbe poi rifiutato la sua richiesta di rettificare o cancellare i dati, sostenendo che non era possibile correggerli.

Privacy, il braccio di ferro con l’Europa

L’organizzazione no-profit chiede dunque alla DPA di indagare su come OpenAI elabori le risposte e come garantisca la correttezza dei dati personali durante l’addestramento dei suoi LLM. Noyb chiede anche alla DPA di imporre a OpenAI di adeguarsi alla richiesta del reclamante di accedere ai dati.

“L’obbligo di conformarsi alle richieste di accesso si applica a tutte le compagnie”, ha dichiarato Maartje de Graaf, avvocato per la protezione dei dati presso noyb. “È chiaramente possibile mantenere registrazioni dei dati di addestramento utilizzati per avere almeno un’idea sulle fonti delle informazioni. Sembra che, come con ogni ‘innovazione’, un altro gruppo di società ritenga che i suoi prodotti non debbano adeguarsi alla legge”. E ancora, a ribadire il concetto: “Se un sistema non può produrre risultati accurati e trasparenti, non può essere utilizzato per generare dati sulle persone. La tecnologia deve seguire i requisiti legali, non il contrario”.

Non è una questione da poco. Il mancato rispetto delle norme del GDPR può portare a sanzioni fino a 20 milioni di euro o il 4% del fatturato annuale globale, a seconda di quale valore sia più alto. Per giunta, OpenAI è già coinvolta in casi simili di protezione dei dati in Italia e in Polonia.

Come si ricorderà, infatti, dall’improvviso aumento di popolarità di ChatGPT gli strumenti AI generativi sono rapidamente entrati nel mirino delle autorità europee per la privacy. Tra gli altri, la DPA italiana ha affrontato l’inesattezza del chatbot imponendo una restrizione temporanea sul trattamento dei dati nel marzo 2023, che ha impedito per qualche settimana l’accesso. Poche settimane dopo, il Comitato Europeo per la Protezione dei Dati (EDPB) ha istituito un task force su ChatGPT per coordinare gli sforzi nazionali. Resta da vedere a cosa porterà.

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Comuni non impediscano il 5G. Bussone (Uncem) ‘Abbiamo digital divide talmente forte da dover favorire nuovi ripetitori’

Contro la nuova ondata di sindaci anti 5G si schiera apertamente Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem. “Sono perplesso quando leggo che un Comune dice no al 5G. Tanto più se è un Comune montano. Oltre a non poterlo fare, per legge, occorre capire tutti insieme, anche i Comuni, che a fronte del digital divide così forte, in crescita, che registriamo nelle zone rurali e montane del Paese, dire no a infrastrutture di rete è veramente assurdo. Dannoso per tutti. Anche per i Comuni e per tutta la PA”.

“Non vogliamo restare nel piccolo mondo antico, come Comuni e territori montani, scriveva efficacemente alcuni anni fa un giornalista in prima pagina sulla Stampa – prosegue Bussone – E dire no al 5G o al prossimo 6G è un danno. Entrare nelle dinamiche dei ricorsi al TAR fa pure perder soldi. E ci fa restare indietro, mentre il mondo, delle aree urbane in particolare, va avanti. Quando peraltro abbiamo 4.230 segnalazioni, alla indagine Uncem, di luoghi italiani dove il telefono cellulare non prende. Mi pare assurdo e inutile opporsi come Enti locali ai ripetitori per il 5G o ad altre reti”.

“Noi siamo per la tecnologia, per le reti, per le infrastrutture, per abbattere il digital divide che oggi ci rende più deboli e più fragili, meno attrattivi nelle zone rurali e montane del Paese. Uncem lo dice da sempre e chiede ai Sindaci di lavorare per favorire investimenti degli Operatori e dello Stato con il Piano BUL, che deve marciare più veloce e fare meno danni alle strade, con il Piano Italia 5G e con il Piano Italia 1Giga che con grande fatica abbiamo ottenuto, con diversi miliardi di euro di investimenti, sul PNRR. Lavoriamo su intelligenza artificiale e blockchain, per usare bene i voucher che tutti i Comuni hanno ricevuto per la digitalizzazione. Ma per tutto questo c’è bisogno di reti. Diciamo dunque si al 5G, al 6G di domani e a tutte le tecnologie che portino reti migliori per servizi migliori per imprese e cittadini”.

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5G, Comuni del Tigullio contro i nuovi limiti. Ma si rischia il danno erariale della Corte dei Conti

Inarrestabile la crociata dei sindaci contro l’innalzamento dei limiti 5G. Peccato che la crociata contro l’innalzamento dei limiti si esponga a una pioggia di ricorsi e sia fuori legge, visto che l’art. 8, c. 6 legge 36/2001(comma così sostituito dall’art. 38, comma 6, legge n. 120 del 2020) stabilisce che “I comuni possono adottare un regolamento per assicurare il corretto insediamento urbanistico e territoriale degli impianti e minimizzare l’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici con riferimento a siti sensibili individuati in modo specifico, con esclusione della possibilità di introdurre limitazioni alla localizzazione in aree generalizzate del territorio di stazioni radio base per reti di comunicazioni elettroniche di qualsiasi tipologia e, in ogni caso, di incidere, anche in via indiretta o mediante provvedimenti contingibili e urgenti, sui limiti di esposizione a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici, sui valori di attenzione e sugli obiettivi di qualità, riservati allo Stato ai sensi dell’articolo 4”.

Leggi anche: Innalzamento dei limiti elettromagnetici, online sul sito del Mimit le FAQ con le nuove regole

5G, Pasquino (Università Federico II): ‘Ordinanze a rischio ricorso al Tar’  

“I Comuni che impediscono l’aumento dei limiti da 6 a 15 V/m sono fuori legge – dice Nicola Pasquino, Professore all’Università di Napoli Federico II. – Questo perché i Comuni non possono incidere in via diretta o indiretta sui limiti di campo elettromagnetico, su cui solo lo Stato può intervenire secondo quanto fissato negli articoli 4 e 8 comma 6 della legge 36/2001. A mio avviso queste azioni espongono i Comuni anche ad un danno economico, considerato che ordinanze di questo tipo aprono la via a ricorsi al Tar il cui esito penso sia abbastanza scontato”. Per ora il rischio sono i ricorsi al Tar, ma un domani potrebbe intervenire anche la Corte dei Conti per danno erariale, come peraltro già successo nel Comune di Diamante, in provincia di Cosenza.  

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La legge parla chiaro

La legge parla chiaro, ma la reazione a catena innescata dall’ordinanza del sindaco di Lavagna, Gian Alberto Mangiante, non accenna a fermarsi. Anzi. Anche il primo cittadino di Rapallo, Carlo Bagnasco, senza aspettare la riunione di Anci, che si terrà lunedì 6 maggio e in cui si discuterà del tema, ha emesso un’ordinanza che: “vieta qualsivoglia aumento dei limiti dei campi elettromagnetici ad oggi vigenti, pari a 6 V/m”, anche perché “la ricerca sugli effetti biologici delle frequenze 5G non è ancora stata ultimata”. Mozione passata anche a Sestri Levante, dove ieri il Consiglio comunale ha votato favorevolmente alla pratica presentata dal sindaco Solinas. Ordinanze gemelle con carattere “contingibile e urgente” sono state firmate dai sindaci di Santa Margherita, Paolo Donadoni e Cogorno, Gino Garibaldi.

Protesta a macchia d’olio

Insomma, all’indomani del via libera dato all’aumento delle emissioni dal Governo Meloni attraverso l’approvazione della legge nazionale, con i nuovi limiti a 15 v/m entrati in vigore il 30 arile, la protesta di sta diffondendo a macchia d’olio. Nel Tigullio e non solo i sindaci, uno dopo l’altro, “stanno levando gli scudi contro l’aumento del limite dei campi elettromagnetici oltre ai vigenti 6 V/m in attesa di ulteriori approfondimenti scientifici che possano escludere ogni danno alla salute pubblica”.

L’ultimo stop in ordine di tempo arriva anche da Pieve Ligure, con tanto di ordinanza della sindaca Paola Negro, che ha preso a modello l’ordinanza di Lavagna ricalcandone le motivazioni: “L’art. 10 della Legge n. 214 del 2023 (Legge annuale per il mercato e la concorrenza 2022) ha stabilito che dal 1 maggio 2024 i limiti di esposizione alle emissioni elettromagnetiche sono in via provvisoria e cautelativa fissati a un valore pari a 15 V/m. Considerato che i limiti dei campi elettromagnetici (valori di attenzione e obiettivi di qualità) attuali sono pari a 6 V/m; e che il valore stabilito dalla Legge 214 consente valori elevati più del doppio rispetto a quelli attuali; considerato anche che un innalzamento dell’attuale limite dei 6 V/m, in ottica di ragionevolezza, prudenzialità e sostenibilità dovrebbe essere necessariamente determinato sempre e soltanto in base a robuste scelte ed evidenze di tipo medico-scientifiche, e non già mai in base a scelte politico-economiche, tecnologiche (p. es. 5G) o comunque altrimenti «opportunistiche”, in funzione cioè di interessi diversi da quello primario della tutela della salute dei cittadini””.

Tutti d’accordo quindi che “in assenza di riscontri certi di natura medico-scientifica che escludano ogni effetto negativo che potrebbe derivare dall’innalzamento delle emissioni elettromagnetiche da 6 V/m a 15 V/m, con possibile rischio per la salute delle persone fisiche nel medio e nel lungo periodo”” meglio fermare tutto. Ma c’è anche chi sceglie una linea più attendista, come Chiavari, che rimette ogni decisione a dopo l’assemblea di Anci di lunedì.

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Spettro radio, verso l’innalzamento dei limiti. Nuove norme contro spreco e rischio accaparramento

5G & Co., Patrizia Catenacci (Mimit): ‘Nuove regole anti-spreco per un uso equo dello spettro’

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