Banda ultra larga, la direttiva che accelera l’installazione. Spinta a ‘Italia a 1 Giga e 5G’

Firmata la Direttiva concernente “Linee di azione nei procedimenti amministrativi in materia di realizzazione di reti pubbliche di comunicazione relative agli interventi da realizzare per l’attuazione del PNRR.”

In un momento storico in cui la connettività e l’accesso digitale sono fondamentali per il benessere economico e sociale del Paese, è essenziale assicurare che le infrastrutture digitali possano essere sviluppate in modo efficace e tempestivo.

È con questa visione che viene introdotta questa nuova Direttiva, che stabilisce linee guida mirate a semplificare e accelerare il processo di autorizzazione per le infrastrutture previste nell’Investimento 3 – Componente C2 del PNRR. Questo riguarda in particolare i sub-investimenti “Italia a 1 Giga”, “Italia 5G”, “Scuola connessa”, “Sanità connessa” e “Collegamento Isole minori”.

Butti: “La Direttiva rende più agevole l’esecuzione delle opere civili necessarie per l’installazione della banda ultra larga, eliminando ostacoli burocratici”

“Uno degli obiettivi principali della Direttiva è rendere più agevole l’esecuzione delle opere civili necessarie per l’installazione della banda ultra larga, eliminando ostacoli burocratici” ha sottolineato il Sottosegretario Alessio Butti. “Tra le disposizioni chiave, la Direttiva stabilisce principi operativi per garantire rapidità nei procedimenti delle pubbliche amministrazioni, vieta regolamenti che potrebbero ostacolare lo sviluppo delle infrastrutture e implementa verifiche preliminari per identificare casi in cui l’autorizzazione può essere quasi immediata“.

Importante sottolineare che, pur con l’obiettivo di velocizzare i procedimenti, la Direttiva tiene in grande considerazione la tutela ambientale e paesaggistica. Il focus è trovare un equilibrio tra lo sviluppo delle attività imprenditoriali e la salvaguardia dei nostri patrimoni naturali.
Infine, la Direttiva sollecita le pubbliche amministrazioni a mantenere standard elevati di responsabilità operativa. In caso di ritardi o inerzia, sono previsti meccanismi di intervento da parte dello Stato per assicurare la progressione dei progetti.
L’adozione di questa Direttiva rappresenta un passo fondamentale verso un’Italia più connessa e digitalmente avanzata, capace di rispondere alle sfide del futuro con determinazione e visione.

La direttiva è in linea con il Gigabit Infrastructure Act, cosa dice il Regolamento Ue per ridurre i costi di installazione della fibra e del 5G e con l’intesa siglata fra DTD, ANCI, Infratel e operatori Tlc per velocizzare permessi, procedure e scavi.

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Temu alla sfida del Black Friday, tra prezzi stracciati e dubbi sulla privacy

Avevamo parlato del successo di Temu negli Stati Uniti solo pochi mesi fa, e oggi, secondo le classifiche, è l’app più scaricata in Italia. Non che ci volessero particolari doti da Nostradamus per intuire che il nuovo alfiere dell’ultra-fast-fashion cinese, insieme a Shein, avrebbe spopolato anche da noi. La combinazione è irresistibile: una varietà impressionante di oggetti di tutti i tipi, dall’abbigliamento (specialità condivisa con Shein) agli oggetti per la casa, dai giochi al fai da te, a un prezzo ridicolmente basso, tanto da far sospettare i neofiti che sia solo una fregatura. E invece il pacco arriva – magari non con tempi di spedizione paragonabili a quelli di Amazon, ecco – e dentro c’è tutto. Magliette a due o tre euro, camicie a dieci, pantaloni a quindici, un guardaroba che può essere interamente rifatto spendendo un decimo di quanto normalmente costerebbe. Come fare a competere con un modello così?

Algoritmi e giochi a premi

I numeri di Shein e Temu fanno paura, considerando che negli Stati Uniti, in due anni – dal 2020 al 2022, e mancano ancora i dati per quest’anno – Shein si è presa il 50% del segmento fast fashion, lo stesso di colossi “tradizionali” come Zara e H&M. Nel 2020, la percentuale era solo il 12%. E secondo il Wall Street Journal ancora Shein ha superato il valore di cento miliardi di dollari, più di Zara e H&M messe insieme.

Temu, con la complicità di una pubblicità iperpervasiva non solo sui social come TikTok e Instagram, ma a trecentosessanta gradi (si veda la cifra stanziata per l’ultimo Superbowl, in assoluto lo slot numero uno per qualsiasi contenuto pubblicitario), sta facendo perfino meglio, con un fatturato di 7,2 miliardi di dollari nel secondo trimestre del 2023 e un valore lordo della merce che nel giro di pochi mesi è passato da 3 a 192 milioni di dollari. L’altro segreto commerciale? Una gamification tanto insistente da trasformare tutto in un grande gioco a premi, con ruote da girare, coupon da grattare, sconti che rasentano il 100% – i cosiddetti flash deals – da vincere. Tutto grazie a un modello che può contare su un rapporto diretto tra il consumatore finale e il produttore, con il taglio totale di negozi fisici, magazzini e stock, e un algoritmo particolarmente efficace nel proporre prodotti interessanti per i clienti, soprattutto su grandi volumi. Temu sta infatti per Team up, cioè “unitevi”: più acquirenti comprano un determinato oggetto, più il prezzo di questo scende.

La prova della stagione degli acquisti

Per questi motivi l’ultimo report di data.ai si fa una domanda: Temu riuscirà a scalzare anche i giganti del Black Friday, ovvero Amazon e Walmart – che il Black Friday come lo intendiamo noi oggi lo hanno praticamente inventato, in versione digitale e fisica? A guardare i download, si direbbe di sì. Oltre all’Italia, Temu è al primo posto come app più scaricata negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia, in Germania e in Australia, non propriamente mercati di poco conto.

Adesso la stagione invernale arriva come banco di prova per vedere se i nuovi venuti cinesi (che tra l’altro fra di loro non possono vantare grandi rapporti, tanto che Temu e Shein si sono appena sfidati a colpi di carte bollate) possono impensierire Jeff Bezos e soci. L’app di Amazon, anche se non è al primo posto nella classifica dei download, guida comunque per quanto riguarda il tempo trascorso, ma Temu continua a ridurre il gap. Per quanto riguarda Walmart, invece, Temu vanta più utenti settimanali sulla sua app di quanto possa fare la grande catena americana, ma bisognerà vedere quanto i negozi fisici potranno essere un fattore, visto che il rito di “andare a fare compere” non è affatto tramontato.

Lo shopping online punta ai livelli della pandemia

Il mercato dello shopping digitale ovviamente fa gola a tutti. Secondo le stime di data.ai, il tempo passato su app di shopping nel quarto trimestre del 2023, tenendo conto solo dei dispositivi Android, dovrebbe avvicinarsi ai 26,6 miliardi di ore, un aumento del 6% rispetto al terzo trimestre (e il miglior trimestre in assoluto dopo quello da record, l’ultimo del 2021, ancora in pandemia). Se il 2022 ha visto una minima flessione per lo shopping online grazie al ritorno agli acquisti “in presenza”, ci si aspetta che i numeri tornino nuovamente vicini a quelli del Covid. Nel trimestre il report di data.ai prevede anche 1,75 miliardi di download globali di applicazioni di shopping tra iOS e Google Play, un aumento rispetto al terzo trimestre del 9,3%, soprattutto grazie a due dei mercati più grandi, gli Stati Uniti e la Cina (dove, più che il Black Friday, il giorno “d’oro” per fare acquisti è il Singles Day). Tra novembre e dicembre gli utenti trascorreranno più di 260 milioni di ore complessive sulle app di shopping online (a questo proposito, per conoscere le occasioni più convenienti per Internet mobilebasta consultare il comparatore di SOSTariffe.it); meno dei 281 milioni del 2021, ma comunque un aumento del 2% rispetto all’anno scorso.

Bisognerà vedere anche come reagiranno gli utenti a un tema molto delicato, quello della privacy. Temu non ne fa mistero: i dati personali degli utenti le interessano molto, e qualche settimana fa ha fatto il giro del web la notizia per cui, secondo un report di Grizzly Research, l’app conterrebbe uno spyware in grado di raccogliere i dati sensibili degli utenti a loro insaputa. Temu è infatti risultata l’unica app di shopping, tra quelle prese in esame per la prova, a fallire tutti e 18 i test. E poi c’è il discorso etico: i prodotti a basso costo non sono solo il frutto del taglio delle spese sugli intermediari, ma anche di una politica, diciamo così, non propriamente virtuosa verso i lavoratori, in particolare nel rispetto degli standard di sicurezza e per le condizioni lavorative (tanto che è stata avviata un’inchiesta della Camera USA). Secondo Wired USA, infine, i prezzi non possono essere così bassi senza che Temu non accusi il colpo: pare infatti che l’azienda perda 30 dollari per ogni ordine, il prezzo – salato – da pagare per avere una penetrazione nei mercati occidentali senza precedenti. Ora, con il Black Friday, vedremo se il gioco sarà valso la candela.

Fonti:

https://www.data.ai/en/insights/mobile-minute/holiday-shopping-forecast-2023/

https://www.repubblica.it/moda-e-beauty/d/2023/10/27/news/shopping_cinesi_shein_temu_tik_tok_moda-417540107/

https://lab24.ilsole24ore.com/fast-fashion-crescita-accuse-sostenibilita/

https://www.corriere.it/tecnologia/cards/temu-dai-rischi-per-la-privacy-alla-qualita-dei-prodotti-cosa-sapere-prima-di-fare-acquisti-sull-e-commerce-cinese/

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BT, cresce la concorrenza: clienti in calo più del previsto

BT ha messo in guardia il mercato che potrebbe perdere più clienti del previsto quest’anno, in seguito ad un aumento della concorrenza e della tendenza dei consumatori a spendere sempre meno.

Il gruppo Tlc ha scommesso sul lancio della banda larga full fibre da parte della sua divisione di networking Openreach in tutto il paese come parte di un investimento di 12 miliardi di sterline.

Flessione

Philip Jansen, presentando i suoi ultimi risultati in qualità di amministratore delegato, ha affermato che la società ha subito perdite a causa dei rivali che hanno raggiunto prima le case nelle aree rurali con connessioni full fibre. “Alcune di queste linee in rame non sono molto buone, sono vecchie linee in rame che raggiungono velocità minime, quindi ovviamente ci aspetteremmo di perdere linee lì, ma le stiamo aggiornando. Ma non siamo ancora arrivati a quel punto”, ha detto. La società ha registrato 129.000 perdite nette di clienti a banda larga in questo trimestre, ampliandosi rispetto a una diminuzione di 126.000 nei tre mesi precedenti.

Openreach deve competere con gruppi come Nexfibre, una joint venture tramite la quale opera Virgin Media O2, e decine di altri player alternativi locali, detti “altnets”.
E mentre BT sta aggiornando la sua rete, la concorrenza si intensifica. L’obiettivo è perdere 400mila clienti in questo anno finanziario, ma il rischio che siano molti di più c’è eccome.
Anche perché con la crisi economica i clienti tagliano anche la spesa per la banda larga.

Tasso di utilizzo del 30% circa

Openreach ha passato in fibra 12 milioni abitazioni, con un tasso di utilizzo di circa un terzo. La società ha affermato che è in corso la costruzione per raggiungere altri 6 milioni di case. Ha un obiettivo totale di 25 milioni di abitazioni. Il gruppo di telecomunicazioni ha confermato le sue prospettive annuali e prevede un free cash flow normalizzato verso la fascia alta del suo intervallo di riferimento di £ 1 miliardo-£ 1,2 miliardi. I suoi utili rettificati prima di interessi, tasse, svalutazioni e ammortamenti sono aumentati del 3% a 2,06 miliardi di sterline nei tre mesi fino alla fine di settembre, rispetto a una base pro forma per tenere conto di BT Sport durante lo stesso periodo dell’anno scorso.

Ristrutturazione

Durante il suo mandato, Jansen, che nel nuovo anno si farà da parte (al suo posto l’amministratore delegato entrante Allison Kirkby), ha avviato un piano di ristrutturazione, con l’annuncio a maggio di un massimo di 55.000 tagli di posti di lavoro entro il 2030 e la combinazione delle sue divisioni globali e aziendali in BT Business lo scorso anno. Il mese scorso, la divisione consumer EE ha anche annunciato che avrebbe iniziato a vendere elettrodomestici da cucina a partire dal prossimo anno, lanciando un aggiornamento del marchio e una nuova campagna di marketing. BT ha affermato che il suo programma di riduzione dei costi ha prodotto risparmi annuali per 2,5 miliardi di sterline ed è sulla buona strada per raggiungere il suo obiettivo di 3 miliardi di sterline entro il 2025.

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Virgin Media O2 taglia le stime: i consumatori spendono meno

Virgin Media O2 ha tagliato le previsioni sui ricavi annuali poiché i consumatori hanno ridotto la spesa per nuovi telefoni cellulari e pacchetti a banda larga in un contesto di crisi del costo della vita. Il gruppo di telecomunicazioni britannico ha dichiarato mercoledì che prevede che i ricavi, adeguati in relazione alla fusione del 2021 ed escludendo qualsiasi impatto derivante dalle sue attività di costruzione della fibra, saranno “stabili” anziché in una fase di “crescita”.

Virgin Media O2 ha mantenuto le sue prospettive di “crescita mid-single digit” per gli utili prima di interessi, tasse, svalutazioni e ammortamenti, adeguati anche alla fusione ed escludendo qualsiasi impatto sulla fibra.

Virgin Media O2 ha rivelato che venderà il 16,2% della sua attività di torri Cornerstone UK alla società di investimento GLIL Infrastructure per 360 milioni di sterline, il che valuta la sua rete di torri 2,5 miliardi di sterline.

Meno vendite di smartphone

La società, di proprietà congiunta di Liberty Global e della spagnola Telefónica, ha dichiarato che i ricavi rettificati sono aumentati dell’1% a 2,8 miliardi di sterline per i tre mesi fino al 30 settembre, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

L’amministratore delegato Lutz Schüler ha detto che il trimestre più recente è stato “un ambiente difficile da affrontare” e ha aggiunto che “alcuni consumatori riducono la spesa, in particolare su TV di fascia media, telefoni di casa e telefoni a basso margine”. Il gruppo ha affermato che i clienti si tengono i dispositivi mobili più a lungo e che anche i suoi servizi di linea fissa, che includono banda larga, TV e telefoni domestici, sono stati influenzati dai cambiamenti nella spesa delle famiglie.

I ricavi della telefonia mobile sono aumentati dell’1% raggiungendo 1,5 miliardi di sterline, sebbene la crescita dei ricavi dei servizi, sostenuta dall’aumento dei prezzi, sia stata parzialmente compensata da una riduzione del 5% dei ricavi dei cellulari.

Riduzione della spesa delle famiglie

La riduzione della spesa delle famiglie ha compensato gli aumenti dei prezzi di quasi il 14% nella divisione dei beni di consumo fissi, dove le entrate sono diminuite dell’1,5% a 839 milioni di sterline. Nel periodo in esame Virgin Media O2 ha acquisito altri 32.500 clienti netti di servizi fissi, mentre il numero di abbonati mobili a contratto è aumentato di 50.000 unità nette.

Nel complesso, gli utili rettificati del terzo trimestre di Virgin Media O2 prima di interessi, tasse, svalutazioni e ammortamenti sono aumentati del 6% a 1,05 miliardi di sterline. Nexfibre è una joint venture di proprietà di Liberty Global, Telefónica e Infra Via Capital Partners attraverso la quale Virgin Media sta costruendo una rete interamente in fibra.

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Il Governo spagnolo medita il ritorno in Telefonica per contrastare i sauditi di STC

Il Governo spagnolo sta meditando di rilevare una quota in Telefonica per contrastare l’influenza dell’operatore arabo STC nell’operatore spagnolo, che detiene già una quota del 4,9%. E così Madrid tramite SEPI (Sociedad Estatal de Participaciones Industriales) ha annunciato che sta valutando l’acquisizione di una partecipazione in Telefonica, dopo che alcune settimane fa STC ha reso nota l’intenzione di salire fino al 9,9% in Telefonica tramite diversi strumenti finanziari.

Leggi anche: Telefonica ‘strategica’, il blitz della saudita STC al vaglio del Governo spagnolo

Telefonica, l’ingresso dei Sauditi spacca il Governo di Madrid

Piani sauditi

La società saudita ha in programma di assicurarsi i diritti di voto per la quota del 5% detenuta attraverso strumenti finanziari dopo aver ricevuto le approvazioni normative, ha affermato la società.

Nel complesso, la quota del 9,9% avrà un valore di circa 2,1 miliardi di euro.

Una mossa che renderà STC il primo azionista di Telefonica, nel quadro di una crescita globale che vede il gruppo saudita molto attivo sul fronte delle infrastrutture digitali.

Madrid preoccupata

La mossa, per quanto amichevole, ha sollevato non poche preoccupazioni a Madrid.  Il Governo considera le reti di Telefonica infrastrutture critiche per la sicurezza nazionale. Ed è per questo che il Governo eserciterà il golden power riservato a tutti gli investimenti esteri in asset di rilevanza nazionale che vadano da 5% al 10% del capitale.

La decisone finale del governo spagnolo è attesa all’inizio del 2024.

Ma nel frattempo pare che il Governo voglia passare ai fatti per contrastare l’influenza saudita nella società di tlc, rilevando tramite SEPI una quota quanto meno paritetica rispetto a quella di STC in Telefonica.

SEPI sta in effetti esplorando l’investimento che per il mo-mento non è ancora ufficiale, rileva il quotidiano spagnolo El Economista. 

Se confermato, l’investimento di SEPI rappresenterebbe il ritorno dello Stato spagnolo nel capitale di telefonica dopo 25 anni, da quando cioè l’operatore fu completamente privatizzato sotto il presidente José Maria Aznar.

Lo Stato presente in diversi ex incumbent in Europa

Se l’operazione andasse in porto, non sarebbe certo una novità nella Ue. Sono diversi i paesi dove lo Stato detiene una quota nell’ex incumbent delle Tlc.

In Germania, lo Stato detiene una quota del 30,46% in Deutsche Telekom.

In Francia, lo Stato controlla il 23% di Orange.

In ambo i casi lo Stato è prendente nel Cda.

In Italia, la CDP detiene una quota del 9,81% in Tim.

Anche nei paesi nordici lo Stato ha scelto una presenza diretta negli ex incumbent.

Il Governo svedese detiene il 41% di Telia, quello norvegese più del 54% in Telenor e il governo finlandese detiene una quota del 10% in Elisa Oyj tramite Solidium.

In Svizzera la quota dello Stato in Swisscom è pari al 50,95%, in Austria la quota pubblica è del 28,42%.

Altri paesi come Regno Unito, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Irlanda, Polonia, Slovacchia e Ungheria non sono presenti nell’azionariato delle società di telecomunicazioni un tempo pubbliche. A volte diventavano proprietà di altri colossi del settore europeo.

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Vodafone cede le attività in Spagna a Zegona per 5 miliardi di euro

Vodafone Group cede Vodafone Spagna a Zegona Communications per un controvalore di 5 miliardi di euro, di cui almeno 4,1 miliardi in contanti e fino a 0,9 miliardi in azioni privilegiate rimborsabili entro sei anni dal closing.

L’accordo, si legge in una nota, prevede anche che Vodafone fornisca una serie di servizi a Vodafone Spagna per un controvalore annuo di 110 milioni di euro. Il closing è atteso nella prima metà del 2024.

Vodafone Spagna conta circa 13 milioni di clienti mobili in Spagna, quasi 3 milioni di clienti in fibra ottica e 1,5 milioni di clienti televisivi, oltre alla propria rete che serve 11 milioni di case. Il suo fatturato annuo è di circa 4.000 milioni di euro e il suo margine operativo lordo (Ebitda) è di circa 950 milioni.

Leggi anche: Zegona in trattativa per rilevare Vodafone Spagna

Cessione in linea con i piani

“La vendita di Vodafone Spagna è un passaggio chiave per dare una giusta dimensione al nostro portafoglio per la crescita e ci permetterà di focalizzare le nostre risorse in mercati con strutture sostenibili e sufficiente dimensione locale”, ha commentato Margherita Della Valle, ceo di Vodafone, sottolineando come il mercato spagnolo fosse diventato “sfidante, con ritorni strutturalmente bassi”.

“La mia priorità è creare valore attraverso la crescita e migliorare i ritorni. Dopo la transazione recentemente annunciata in Gran Bretagna – ha aggiunto -, la Spagna è il secondo dei nostri più grandi mercati in Europa dove agiamo per aumentare la competitività e le prospettive di crescita del gruppo”. 

Secondo il resoconto dei media, Zegona ha battuto la concorrenza di alcuni rivali, inclusa la società di private equity RRJ Capital, e ora i due contraenti stanno ora finalizzando i dettagli dell’accordo. L’attività di Vodafone in Spagna è stata sottoposta ad una “grande revisione” dall’amministratore delegato Margherita Della Valle, subentrata a titolo definitivo ad aprile.

Sostenibilità

Della Valle, che ha promesso di rimodellare la società per renderla più redditizia, ha detto che la vendita le consentirà di concentrare le proprie risorse in mercati con “strutture sostenibili e sufficiente scala locale”.

Vodafone è al terzo posto tra le telecomunicazioni spagnole dopo Telefonica e Orange. Quest’ultimo si sta unendo con il quarto operatore più grande, MasMovil.

Leggi anche: Consolidamento Tlc, accordo per fusione Orange-MasMovil in Spagna. Cosa dirà l’Antitrust Ue?

L’azienda britannica ha faticato a crescere in un mercato altamente competitivo e Della Valle ha lanciato una revisione strategica dell’unità all’inizio di quest’anno.

Il presidente e amministratore delegato di Zegona, Eamonn O’Hare, si è detto “molto entusiasta” dell’opportunità di tornare nel settore delle telecomunicazioni spagnole

mercato.

“Questa acquisizione finanziariamente interessante segna il nostro terzo accordo in Spagna dopo i riusciti turnaround di Telecable ed Euskaltel“, ha affermato. “Con la nostra strategia chiaramente definita e la nostra comprovata esperienza, siamo fiduciosi di poter creare un valore significativo per gli azionisti”.

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Satelliti. Russia e Iran al lavoro sulla nuova costellazione “Generale Soleimani”. USA in allarme

Satelliti e geopolitica

I satelliti sono e saranno sempre più elementi strategici nel confronto geopolitico tra nazioni e schieramenti globali. Lo abbiamo visto in Ucraina e lo stiamo vedendo nel conflitto tra Hamas e Israele in Palestina. Poco più di 48 ore fa Tel Aviv ha respinto al mittente, Elon Musk, l’offerta ai palestinesi del sistema Starlink per garantire connettività stabile alle organizzazioni non governative e tutte le associazioni umanitarie al lavoro in queste ore drammatiche nella striscia di Gaza.

Il pericolo che la costellazione di satelliti sia sfruttata dai miliziani di Hamas contro obiettivi israeliani è troppo forte, secondo quanto affermato dal ministro israeliano per le Comunicazioni, Shlomo Karhi, e riportato dal Sole 24 Ore.

La centralità di questa tecnologia nei nuovi assetti geopolitici mondiali non è certo una novità nel panorama internazionale, conferma l’abbiamo avuta anche nella guerra in Ucraina, ancora in corso, dove le connessioni satellitari, il telerilevamento e il controllo delle telecomunicazioni giocano un ruolo chiave nelle sorti del conflitto.

Russia e Iran, Israele ed Emirati Arabi Uniti: il Medio Oriente nella space economy

Proprio la Russia, secondo la locale agenzia di stampa TASS, avrebbe concordato con l’Iran un programma di lavoro sui satelliti.

Secondo un lungo articolo di Matteo Olivari per l’ISPI online, le attività spaziali si stanno espandendo a livello globale, con un numero record di Paesi e di attori commerciali oggi coinvolti in investimenti in programmi spaziali. Mai prima d’ora la space economy ha attirato tanto interesse, con satelliti in orbita registrati in oltre 80 nazioni e il Medio Oriente è entrato a pieno in questo settore.

Nell’autunno del 2021, in occasione della 72esima edizione dell’International Astronautical Congress, il Ministro israeliano della Scienza, Tecnologia e Spazio, Orit Farkash, e la Presidente dell’Agenzia Spaziale degli Emirati Arabi Uniti, nonché Ministro di Stato per le Tecnologie Avanzate, Sarah Al Amiri, hanno firmato un accordo-quadro di cooperazione tra i rispettivi Paesi nel settore spaziale.

Sempre più aspetti della vita “terrestre” si basano oggi su segnali e dati satellitari, stimolando nuovi investimenti economici spesso lontani dagli investimenti tradizionali in infrastrutture spaziali.

L’Iran chiede aiuto a Mosca per accelerare la realizzazione dei propri satelliti

Mosca potrebbe aiutare Teheran nella realizzazione della sua prima costellazione di dieci satelliti da far stazionare in orbita bassa, che sarà chiamata “Generale Soleimani” (dal nome del generale Qassem Soleimani, storico comandante delle Guardie iraniane della Rivoluzione e delle Quds Force, morto nel raid americano all’aeroporto di Baghdad nel 2020).

Secondo l’agenzia di stampa Mehr, si tratterebbe in particolare di progettare e costruire il nuovo satellite Khayyam-2 (il primo è stato lanciato nell’agosto 2022) e di arrivare al lancio della costellazione entro i prossimi due anni.

Questo si aggiungerà ad una serie di piccoli satelliti geostazionari, ad uno per i telerilevamenti radar e ad un altro per le telecomunicazioni, il Nahid-3.

La costellazione Soleimani dovrebbe essere inviata nello spazio tramite il lanciatore “Sarir” attualmente in fase di sviluppo, ha spiegato Hassan Salarieh, capo dell’Agenzia spaziale iraniana.

Il ministro iraniano per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, Issa Zarepour, ha dichiarato la scorsa settimana che l’Iran sta lavorando per inviare esseri umani nello spazio nel corso dei prossimi cinque anni.

Per l’industria aerospaziale russa una boccata d’ossigeno, ma gli USA e i partner occidentali sono in allarme

L’Iran, che dal 1959 è uno dei 24 membri fondatori della Commissione delle Nazioni Unite sull’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico (COPUOS), ha presentato il suo programma spaziale nel 2004. Il lancio dei suo i satelliti fa parte di un più ampio programma di sviluppo di soluzioni di telecomunicazione satellitare, in particolare per l’internet delle cose, ad uso civile e commerciale.

Gli Stati Uniti e i loro alleati, tra cui l’Italia ovviamente, non vedono di buon occhio questa cosa. L’allarme lanciato da Washington è chiaro e diretto: non ci fidiamo dei satelliti iraniani, potrebbero essere sfruttati per supportare azioni militari ai danni dei Paesi alleati degli Stati Uniti o per colpire obiettivi sensibili occidentali in diverse regioni.

Proprio di questi giorni la notizia che i satelliti iraniani Noor II e III sono in orbita sopra l’India, a quasi 500 km di altezza, con funzionalità di telerilevamento ad alta definizione, sia per missioni militari, sia per la risposta rapida a disastri naturali.

Per la Russia, invece, un’occasione per rilanciare la propria industria aerospaziale (a caccia di clienti), soprattutto dopo le sanzioni imposte dai Pesi NATO a Mosca a seguito dell’invasione dell’Ucraina e della guerra che ne è seguita, ma anche per rafforzare la sempre meno ipotetica e più concreta coalizione asiatica.

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Limiti elettromagnetici, ok emendamento per alzarli. Ma l’iter è complesso

Approvato questa mattina in IX Commissione del Senato un emendamento della maggioranza al Ddl Concorrenza che prevede l’innalzamento dei limiti elettromagnetici da 6 v/m a 15 v/m. L’emendamento, a firma di Pogliese, Amidei, Fellucchi e Maffoni, è stato votato fra le proteste dell’opposizione. Esulta il ministro del Made in Italy Adolfo Urso. L’approvazione definitiva è complessa e prevede l’accordo in questo senso di Ministero della salute e del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica e delle varie componenti in gioco. Ci sono poi i decreti attuativi che vanno approvati e l’iter parlamentare del disegno di legge, che deve passare alla Camera e superare tutti i passaggi e le “nebbie” dell’iter parlamentare. Si tratta di un percorso normativo di estrema complessità, tanto più che le modalità di misurazione delle emissioni in Italia (una media sulle 24 ore) sono diverse dal resto d’Europa, dove la media è calcolata ogni 6 minuti. 

Leggi anche: 5G, salta ancora l’innalzamento dei limiti elettromagnetici. Interrogazione al Mimit

Resta da capire, poi, perché si sia deciso di innalzare i limiti proprio a 15 v/m e non, ad esempio, a 23 v/m, limite circolato nel recente passato (seppur senza una base scientifica chiara) quando una proposta di innalzamento è stata cancellata in zona Cesarini. Il nuovo limite di 15 v/m sarebbe un compromesso al ribasso fra le parti in causa, una commissione competente formata fra gli altri da esponenti del Mimit, Ministero della salute e Ministero dell’ambiente. Infine, fra una cosa e l’altra il Dl Concorrenza potrebbe arrivare al rush finale non prima del prossimo anno. Ci vorrà quindi ancora tempo.

Detto questo, oggi il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, esulta su X.

Urso: innalzamento limiti elettromagnetici svolta per sviluppo

“Con l’approvazione dell’emendamento al Ddl Concorrenza che consente l’innalzamento dei limiti di esposizione ai campi elettromagnetici, finalmente l’Italia si muove nella direzione europea, recuperando ritardi decennali. Nel nostro Paese il limite di emissione per i campi elettromagnetici era fermo a 6 V/m, risultando il più basso tra quelli dell’Ue, tanto da frenare lo sviluppo delle reti 5G nelle aree urbane”. E’ quanto ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, in merito all’approvazione dell’emendamento al Ddl Concorrenza, in IX Commissione del Senato, che consente l’innalzamento dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione e degli obiettivi di qualità relativi ai campi elettromagnetici.

“Questa misura – ha aggiunto – rappresenta una svolta importante per lo sviluppo del Paese: migliorerà infatti la connettività mobile sul territorio, garantendo una qualità di servizi superiore per i cittadini e consentirà alle imprese di diventare più competitive”. “Questa misura è il frutto di un confronto nel merito che abbiamo avuto con tutti gli attori interessati: ha prevalso il buon senso”, ha concluso il ministro.

Di tenore opposto la reazione del co-portavoce di Europa Verde, deputato Avs, Angelo Bonelli.

Ddl Concorrenza: Bonelli ‘Su limiti elettromagnetici Governo inchinato alle telco’

“La maggioranza del governo Meloni ha approvato oggi una norma con cui si aumentano i limiti elettromagnetici. Si passerà da 6V/m a 15V/m. Il Governo si è inchinato alle pressioni del mondo delle Telco, dimenticando i rischi di esposizione, a cui andrà incontro la popolazione”.

Così su Twitter il co-portavoce di Europa Verde, deputato Avs, Angelo Bonelli.

L’emendamento approvato in Commissione al Senato

Pd, M5S e AVS contrari ‘Blitz inaccettabile’

“Riteniamo inaccettabile il blitz con cui la maggioranza ha dato l’ok all’emendamento Pogliese che alza le soglie dei campi elettromagnetici per lo sviluppo della rete 5G”. Così in una nota i componenti di M5s, Pd e Avs in commissione Industria, commercio e agricoltura del Senato.

“Innalzare i limiti dagli attuali 6 V/m a 15V/m – su una media calcolata su 24 ore – senza un dettagliato approfondimento è un serio pericolo per la salute dei cittadini. Tutto questo per accontentare le industrie straniere del settore telecomunicazioni -proseguono-. Due mesi fa, un pool di scienziati aveva già elencato i potenziali rischi di un eventuale innalzamento con una nota pubblica. Inoltre tale scelta costituisce un vero e proprio boomerang per lo sviluppo digitale nazionale e l’imprenditoria italiana”.

“Chiediamo l’immediato ritiro dell’emendamento, da riconsiderarsi solo ed esclusivamente dopo una più accurata indagine. I partiti di maggioranza evitino di calpestare il diritto alla salute degli italiani”, concludono le opposizioni.

Leggi anche: 5G e limiti elettromagnetici. Tutto quello che non si dice sulla misurazione dell’elettrosmog

Legambiente: “Il Governo si appresta a scegliere la strada più facile a danno della popolazione”

Grazie all’emendamento 4.0.9, a firma del Senatore Pogliese di Fratelli d’Italia, il nostro Paese si appresta a cancellare una delle normative più cautelative in tema di campi elettromagnetici “al fine di potenziare la rete mobile e garantire a utenti e imprese l’offerta di servizi di connettività di elevata qualità, senza pregiudizio per la salute pubblica”.

“Eppure – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale Legambiente – come ribadito da anni attraverso lettere alle Commissioni e ai parlamentari di tutte le forze politiche, petizioni e incontri pubblici non esiste nessuna ragione tecnica per innalzare i limiti elettromagnetici che secondo quanto proposto dalla maggioranza verranno portati da 6 a 15 V/m, tra l’altro senza alcun riferimento scientifico e senza fare un passo indietro sulle tecniche di misurazione. Siamo, infatti, l’unico Paese in Europa che misura i campi sulla media delle 24 ore invece che sulla media dei 6 minuti.  Si tratta di una scelta insensata che accontenta le richieste di parte dell’industria del settore, ma che può costituire un vero boomerang per lo sviluppo digitale nazionale oltre che potenzialmente pericolosa per la salute della popolazione, considerando che le ultime ricerche mettono ben in evidenza come gli attuali 6 V/m siano cautelativi”.

Chiesto tavolo di confronto

Al Governo e al Parlamento torniamo a ribadire l’importanza di aprire un tavolo di lavoro e di confronto per ragionare sulle possibili strategie da mettere in campo, per raggiungere gli auspicabili e fondamentali obiettivi di digitalizzazione del Paese, mettendo in primo piano la salute dei cittadini. Con questo innalzamento dei limiti rischiamo di aumentare il livello di allarme e conflitto sul territorio rispetto alla necessaria realizzazione delle infrastrutture per la nuova rete, a tutto svantaggio dell’obiettivo condiviso di superare il divario digitale che contraddistingue diverse aree del Paese”.

“Il Governo si appresta a scegliere la strada più facile a danno della popolazione – aggiunge Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente – Gli operatori TLC, all’atto di presentare ad Arpa un progetto ai fini del nulla osta radioelettrico, non dichiarano mai il valore effettivo che produrrà quell’impianto, ma la potenza massima che consente di non sforare il limite in vigore, in modo di accaparrarsi tutta la capacità trasmissiva, evitando che la concorrenza possa utilizzarla”.

Codacons pronto a battaglia legale: Governo baratta la salute dei cittadini con gli interessi delle imprese

Infine, critico anche il Codacons. “Il Codacons si schiera nettamente contro l’innalzamento dei limiti di esposizione ai campi elettromagnetici approvato oggi da un emendamento al Ddl concorrenza, e giudica gravissimo il comportamento del Governo che
dovrebbe tutelare con ogni mezzo possibile la salute umana. Come associazione ambientalista da sempre combattiamo il problema”.

https://www.key4biz.it/limiti-elettromagnetici-ok-emendamento-per-alzarli-ma-liter-e-complesso/465069/




Perché Netflix continua ad aumentare i costi degli abbonamenti?

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Perché Netflix non fa in tempo ad annunciare un rincaro che subito ne ha già pronto un altro? Risposta semplice: perché vuole fare più soldi. Risposta un po’ più complessa: perché vuole spingere gli utenti a passare al piano meno caro. Detta così, il comportamento sembrerebbe paradossale: ma l’abbonamento più economico di Netflix è quello ad-supported, cioè con la pubblicità, ed è proprio nei cari, vecchi spot che sembra esserci il capitale necessario per affrontare e superare una congiuntura economica complessa come quella che stiamo vivendo.

Lo ha detto neanche troppo tra le righe la stessa azienda nell’ultima lettera agli azionisti: «La nostra priorità immediata è costruire una audience di utenti col piano con gli sport, così da far diventare Netflix una piattaforma essenziale per i pubblicitari, il che è essenziale per far diventare la pubblicità parte integrante del nostro business». Più chiaro di così.

La strategia di Netflix: o spendere meno, o spendere (molto) di più

Pertanto, negli scorsi giorni, Netflix ha annunciato che il suo piano base – che non può più essere sottoscritto né in USA né in Italia, ma vale solo per chi l’aveva scelto in passato, a 9,99 dollari al mese – salirà a 11,99 dollari al mese. A questo punto l’offerta per Netflix con la pubblicità, che costa 6,99 dollari al mese, diventa ancora più appetibile, con un doppio effetto: da una parte chi era sul piano base – giovani o comunque famiglie interessate al risparmio, senza particolari pretese per quanto riguarda la qualità video o la trasmissione in contemporanea su più schermi – passerà con tutta probabilità a quello ad-supported; chi invece ha qualche esigenza in più, come il full HD o il 4K, vedrà il suo abbonamento avvicinarsi come prezzo a quelli Standard e Premium, i più costosi ma anche quelli che offrono di più (niente pubblicità, due dispositivi supportati alla volta, Full HD, download su due dispositivi per lo Standard, in Italia a 12,99 euro al mese; 4 dispositivi supportati e download su 6 dispositivi, più l’Ultra HD e l’audio spaziale di Netflix, a 17,99 dollari al mese, per il Premium). A quel punto sarà quindi più conveniente fare uno sforzo di una manciata di euro in più e godersi di più film e serie. (Per confrontare i costi delle migliori offerte di tv streaming disponibili oggi in Italia, c’è sempre a disposizione il comparatore di SOSTariffe.it).

Due account? Meglio condividere

Il piano si intreccia anche con una delle ultime novità di Netflix, introdotta per dare un giro di vite alla pratica di condividere l’abbonamento allo streaming tra più utenti che non fanno parte dello stesso nucleo familiare: la possibilità di aggiungere un utente extra, a 4,99 euro ciascuno al mese (uno per abbonamento per il piano Standard, due per quello Premium). Un risparmio non da poco, soprattutto se si tiene conto che questa condivisione “legalizzata” permette al secondo utente di godere di tutti i vantaggi dell’account principale, pur avendo il proprio account con password, nonché un motivo in più per scegliere verso quale polo dirigersi: quello a basso costo con le pubblicità o quello con tutti i possibili benefit, a un prezzo superiore. Anzi, decisamente superiore, visto che il piano basic non è stato l’unico ad aumentare: se il piano standard continua a costare 15,49 dollari al mese, il premium infatti è salito a 22,99 dollari al mese, e gli stessi aumenti sono stati annunciati anche per il Regno Unito e la Francia. L’Italia per ora rimane fuori, ma è prevedibile che prima o poi il nuovo rincaro tocchi anche a noi, a solo un anno da quello precedente: una spesa che comincia a diventare non indifferente in un momento di crisi globale, soprattutto per tutti quegli abbonati che, iscritti a più piattaforme, prima o poi si rendono conto che continuano a sottoscrivere per mesi un servizio di cui usufruiscono solo occasionalmente.

E i rincari forse non si fermano

Si dirà: per giustificare un simile aumento, ci possiamo aspettare una grande quantità di contenuti di qualità per i prossimi mesi, che rendano Netflix indispensabile per chi ama serie tv e film originali. Non sarà però così, visto che,  sebbene gli sceneggiatori siano tornati al lavoro dopo aver raggiunto un accordo con le case di produzione per il miglioramento delle condizioni di lavoro e dei contratti, lo sciopero degli attori continua, e senza attori – fino a quando l’intelligenza artificiale arriverà anche lì, e non a caso i diritti sul proprio aspetto e sull’eventuale replica digitale sono uno dei punti del contendere – tutto è fermo. Come se non bastasse, qualche settimana fa il Wall Street Journal aveva fatto capire che potranno esserci ulteriori aumenti quando lo sciopero degli attori finirà, e non si è del tutto sicuri che si riferisse a quelli appena annunciati. Secondo l’analista Brandon Katz di Parrot Analytics, è invece probabile che il costo del piano con pubblicità rimanga fisso per qualche tempo, fino a quando non sarà stata raggiunta la massa critica di abbonati, e ci potrebbe volere parecchio.

Netflix: dietro il fatturato c’è di nuovo la pubblicità

Uno dei fattori su cui Netflix può contare per non temere l’abbandono dei suoi abbonati (che, anzi, continuano ad aumentare, secondo gli ultimi dati, con nove milioni di nuovi abbonati a livello globale e ricavi relativi al terzo trimestre del 2023 a 8,5 miliardi di dollari, +8% rispetto all’anno scorso) è sicuramente l’oligopolio di fatto nel settore. Se Netflix infatti aumenta in prezzi, di certo non stanno a guardare né Disney, né Warner Bros, né Paramount. E i risultati attesi per gli introiti pubblicitari, per quanto un po’ vintage, fanno gola a tutti: secondo gli analisti di Wedbush, è possibile che ogni abbonamento ad-supported generi 10 dollari al mese o più, con un guadagno netto per Netflix assai facile da calcolare (al momento, l’azienda ricava circa 8 euro al mese da questi abbonamenti). E così le azioni del colosso di Los Gatos continuano a salire, con il plauso di Wall Street; un po’ meno gli abbonati, molti dei quali, presto, dovranno decidere a quali servizi di streaming rinunciare per non infierire troppo sul già traballante bilancio familiare di questi mesi.

https://www.key4biz.it/perche-netflix-continua-ad-aumentare-i-costi-degli-abbonamenti/464930/




Dalla tassa su Internet alla spinta dei merger paneuropei: anche il Parlamento Ue depenna il fair share

Anche il parlamento europeo rimuove l’emendamento sul fair share e spinge invece sulla semplificazione dei merger e del consolidamento Ue.

Stéphanie Yon-Courtin, la deputata che ha scritto la relazione annuale sulla politica della concorrenza del Parlamento europeo, ha presentato, insieme ai colleghi di Renew Gilles Boyer e Olivier Chastel, un emendamento al testo per eliminare ogni riferimento esplicito al “fair share”, proposta che arriva dagli operatori Tlc per far contribuire le Big Tech a parte dei costi delle reti. Il nuovo testo chiede invece alla Commissione una revisione delle linee guida sulle fusioni che riconosca “l’importanza della collaborazione nei mercati dominati dai gatekeepers”.

Leggi anche: Fair share, i ministri Ue delle Tlc ne prendono tutti le distanze. Anche Breton

Tramonta così definitivamente l’ipotesi fair share, già bocciata dal 90% dei rispondenti alla consultazione pubblica sul futuro delle reti appena pubblicata dalla Commissione Ue.

Il risultato delle consultazione pubblica ha di fatto corroborato le prime rsierve sul fair share avanzate dall’Italia, che per prima ha pubblicamente messo in dubbio la validità della misura.

Contestualmente, il Commissario Breton si è adeguato e ha pubblicato un articolo su LinkedIn in cui, di fatto, ha rinviato qualsiasi discussione su una riforma più ampia della regolamentazione delle telecomunicazioni chiedendo un “Digital Networks Act” rivoluzionario per ridefinire il DNA della nostra regolamentazione delle telecomunicazioni”.

La Commissione intende farlo presentando le linee guida nel primo trimestre del 2024 e mira a raggiungere una proposta finale prima dell’estate del 2025. Ma a causa delle elezioni europee del giugno 2024, tale decisione spetta alla prossima Commissione.

Ciò è in linea con l’orientamento del sottosegretario Butti: rinviare il dibattito sul “fair share” in nome di un approccio più complessivo capace di favorire la nascita di operatori di telecomunicazioni paneuropei.

https://www.key4biz.it/dalla-tassa-su-internet-alla-spinta-dei-merger-paneuropei-anche-il-parlamento-ue-depenna-il-fair-share/464955/