Edge europeo: Tim, Deutsche Telekom, Orange, Telefónica, Vodafone condividono i nodi

Tim, Deutsche Telekom, Orange, Telefónica e Vodafone hanno ‘federato’ con successo i propri ambienti Edge, consentendo l’implementazione delle applicazioni in tutta la loro area di copertura. Grazie alla piattaforma sviluppata nell’ambito del progetto Ipcei-Cis finanziato dall’Ue (Next Generation Eu), la prima federazione dell’Edge è ora operativa in ambienti di laboratorio e di pre-produzione. In occasione del Mwc 2026, (in calendario dal 2 al 5 Marzo 2026 a Barcellona), verrà mostrato come le organizzazioni possono sfruttare l’infrastruttura federata.

Ampliare l’offerta dei servizi

Per gli operatori, l’Edge federato offre l’opportunità di ampliare l’offerta di servizi e collaborare all’interno di un ecosistema aperto, puntando in futuro sull’industrializzazione e sul lancio commerciale. I cinque operatori invitano l’intera comunità tecnologica europea a collaborare, per contribuire a plasmare il futuro dell’infrastruttura digitale europea. La fase successiva sarà incentrata sull’apertura dell’ecosistema a nuovi partner, sull’industrializzazione e sul lancio commerciale.

Guida autonoma e robot in tempo reale: serve l’Edge

Ad esempio, questo accordo sarà importante per lo sviluppo della guida autonoma e di tutti i servizi cosiddetti mission critical, come la sanità a distanza o il controllo in tempo reale del traffico, nei quali la riduzione al minimo dei tempi di latenza è fondamentale. Se un’auto o un robot autonomo deve reagire in millisecondi, l’elaborazione può essere eseguita istantaneamente con la certezza che il cloud risponderà immediatamente, un risultato possibile solo con l’edge computing.

Applicazioni distribuite sui nodi di diversi operatori

L’Edge Continuum europeo consente a clienti e sviluppatori di distribuire applicazioni in modo automatico e sicuro su nodi di diversi operatori, con la possibilità di includere in futuro altri attori. Questa funzionalità introduce vantaggi quali: distribuzione dinamica del carico di lavoro, ripartizione intelligente delle applicazioni tra i nodi federati per prestazioni ottimali, efficienza di costi e mobilità garantendo la continuità del servizio anche quando gli utenti si spostano tra le reti. L’iniziativa amplia notevolmente la portata di ciascun operatore, offrendo ai clienti un accesso semplice, una stretta integrazione tra le reti, sovranità dei dati e flessibilità.

“Questa iniziativa dimostra che l’Europa può guidare l’innovazione attraverso soluzioni condivise, aperte e sicure. Tim è orgogliosa di contribuire alla creazione del primo Edge federato paneuropeo, che rappresenta una pietra miliare della futura trasformazione digitale della regione. Adesso ci muoviamo verso l’industrializzazione e l’espansione dell’ecosistema, creando un’infrastruttura che consente la sovranità digitale e la crescita economica”, dice Andrea Calvi, responsabile Evoluzione Tecnologica, Lap & Devices di Tim.

Edge europeo, soluzione digitale sovrana

Per Claire Catherine Chauvin, director Strategy Architecture & Standardisation di Orange, la federazione European Edge “dimostra che l’Europa sta concretamente sviluppando soluzioni digitali sovrane. L’interconnessione dei nostri ambienti Edge per creare un continuum senza soluzione di continuità consente di proporre un’infrastruttura digitale sicura, aperta e scalabile che soddisfa le aspettative dei clienti aziendali per prosperare in un’Europa connessa”. L’European Edge Continuum, aggiunge Cayetano Carbajo, Core, Transport and Ecosystem Director di Telefónica, “segna un decisivo balzo in avanti per la sovranità digitale dell’Europa. Federando le nostre capacità Edge, stiamo creando un’infrastruttura aperta, scalabile e intelligente che potenzia gli sviluppatori e semplifica il modo in cui le imprese distribuiscono le applicazioni in tutto il continente”.

Questa federazione, ha aggiunto Christine Knackfuß-Nikolic, Chief Sovereign Officer di T-Systems, “dimostra che l’Europa non si limita a parlare di sovranità digitale. La stiamo costruendo. Unendo le nostre reti e le nostre competenze, stiamo creando un ecosistema digitale sicuro, aperto e affidabile made in Europe, per il futuro digitale dell’Europa”. Una collaborazione che “offre all’Europa un unico punto di accesso a un’infrastruttura digitale federata di livello mondiale, preservando al contempo la libertà di scelta degli utenti. È in linea con il nostro obiettivo di migliorare la competitività, la resilienza e la sicurezza dell’Europa attraverso una connettività transfrontaliera e ubiquitaria”, spiega Marco Zangani, direttore della strategia e dell’architettura di rete, Vodafone.

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6G, in che modo l’AI condizionerà lo sviluppo del nuovo standard

In che modo lo sviluppo dell’AI, e in particolare quello dell’Agentic AI, condizionerà alla radice lo sviluppo delle nuove reti 6G. E’ questo il tema di un report, appena pubblicato dalla Next Generation Mobile Networks Alliance (NGMN), che tenta così di delineare le sfide principali degli operatori alle prese con l’esplosione dell’Intelligenza Artificiale mentre lo sviluppo del 6G è a pieno regime.

Il report, denominato AI Surge and its Implications for 6G, consolida le prospettive di diversi operatori di rete mobile su “come l’intelligenza artificiale possa influire sulla standardizzazione del 6G e fornisce indicazioni a supporto degli studi 6G in corso nell’ambito del 3GPP”, esaminando tre dimensioni chiave:

  • l’impatto del traffico generato dall’intelligenza artificiale sulle reti;
  • le capacità di rete necessarie per supportare i servizi basati sull’intelligenza artificiale;
  • e il ruolo dell’intelligenza artificiale come fattore abilitante per la futura evoluzione dell’architettura di rete.

Reti adattabili ai casi d’uso dell’AI

Laurent Leboucher, presidente del consiglio di amministrazione di NGMN Alliance e CTO e vicepresidente esecutivo del gruppo Orange per le reti, ha detto: “Mentre la standardizzazione del 6G entra in una fase critica, la rapida crescita dell’intelligenza artificiale e degli agenti di intelligenza artificiale presenta sia opportunità che sfide per gli operatori di reti mobili… Data la varietà dei futuri casi d’uso e applicazioni dell’intelligenza artificiale, è essenziale che gli standard 6G consentano l’adattabilità senza imporre cambiamenti architetturali dirompenti. La flessibilità sarà fondamentale per adattarsi all’evoluzione dei casi d’uso dell’intelligenza artificiale su dispositivi, reti e regioni”.

6G non sarà riprogettazione radicale

La pubblicazione sottolinea che, sebbene l’intelligenza artificiale svolgerà un ruolo centrale nelle reti future, il 6G non dovrebbe essere trattato come una riprogettazione radicale. NGMN sostiene invece un approccio evolutivo che si basa sulle architetture 5G esistenti, garantendo interoperabilità, semplicità operativa e protezione degli investimenti a lungo termine.

“La rapida evoluzione dei modelli di intelligenza artificiale su larga scala sta guidando un passaggio verso un ambiente sempre più basato sull’intelligenza artificiale”, ha detto Takki Yu, Consigliere di Amministrazione di NGMN e Vicepresidente Responsabile dell’Ufficio Tecnico di Rete di SK Telecom. “Per supportare questa trasformazione, le reti dovranno introdurre progressivamente funzionalità basate sull’intelligenza artificiale, come la programmabilità basata sugli intenti, il funzionamento autonomo e la distribuzione dinamica del calcolo tra domini edge e centrali. Allineando tempestivamente le principali priorità di standardizzazione, il settore può garantire che il 6G si evolva in modo flessibile, sostenibile e orientato al valore”.

“La proliferazione di casi d’uso dell’IA, in particolare quelli con capacità autonome e basate su attività specifiche, sta rapidamente rimodellando il modo in cui le reti vengono costruite e gestite”, ha detto Anita Döhler, CEO della NGMN Alliance. “Mentre il settore accelera verso la prossima era della connettività, NGMN sta concentrando la sua attenzione sulla futura evoluzione delle reti, sottolineando la flessibilità necessaria per accogliere l’evoluzione guidata dall’IA per il 6G”.

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Operator Attack: al via consultazione Agcom su vigilanza database Mobile Number Portability

Agcom ha avviato una consultazione pubblica sulla proposta di modifica e aggiornamento del Regolamento Mobile Number Portability (MNP), per garantire il corretto utilizzo del database MNP, che non può essere sfruttata per delle offerte riservate.

Operator attack, vietato l’uso del database MNP

L’AGCOM lo ha reso noto con la delibera 3/26/CIR (ecco il documento completo), pubblicata lo scorso 18 febbraio 2026 pubblicato sul sito “Consultazione pubblica per l’aggiornamento del quadro regolamentare in materia di portabilità dei numeri mobili nell’ambito del procedimento avviato con la delibera n. 12/25/CIR”.

L’obiettivo è mettere in atto quanto previsto in materia dal DDL Concorrenza,

Gli operatori interessati potranno far pervenire le proprie osservazioni e valutazioni su quanto contenuto nell’Allegato B entro 30 giorni dalla data di pubblicazione della delibera 3/26/CIR, avvenuta il 18 Febbraio 2026.

Obbligo di riservatezza dati nella number portability

“I dati relativi ai clienti che richiedono l’attivazione della prestazione di MNP sono trattati dall’operatore donating con la massima riservatezza ed utilizzati esclusivamente ai fini dell’attivazione della prestazione. L’informazione che il cliente ha chiesto la portabilità verso altro operatore non può essere utilizzata dall’operatore Donating per contattare il cliente durante il processo di portabilità a qualsiasi titolo, neanche per segnalare anomalie”.

MNP, database fondamentale per l’instradamento delle chiamate

Il medesimo regolamento chiarisce la finalità della creazione di una banca dati ad uso degli operatori laddove dispone che “il riconoscimento dell´associazione tra il numero portato e la rete dell´operatore recipient è effettuato, nel rispetto delle disposizioni per la tutela dei dati personali, tramite apposite banche dati gestite da ciascun operatore ospitante” e, al comma 2, “ciascun operatore ospitante ha l´obbligo di mantenere aggiornata la propria banca dati e di comunicare a tutti gli altri operatori ospitanti l´acquisizione dei numeri oggetto di portabilità” (art. 4 del Regolamento MNP).

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Tim-Fibercop, l’Antitrust accoglie le modifiche al Master Service Agreement: esclusiva ridotta e scontistica rivista

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha accettato gli impegni di FiberCop e Tim e ha pertanto chiuso l’istruttoria sul Master Service Agreement sottoscritto tra le due società in seguito alla cessione della rete avvenuta a luglio 2024.

Dopo ampia consultazione, anche con AgCom, l’Antitrust ha accettato le modifiche sotto forma di impegni da parte delle due aziende per rinforzare la concorrenza nei mercati al dettaglio e all’ingrosso.

L’intervento riguarda le clausole di esclusiva tra TIM e FiberCop per i servizi di accesso alla rete, i regimi di sconto concessi da FiberCop sui prezzi di accesso alla rete e le condizioni che regolano il trasferimento dei diritti d’uso indefeasible – IRU – per le linee in fibra ottica destinate ai clienti business.

Il vincolo per le aree bianche e grigie oggetto di bandi pubblici vale soltanto 10 anni. Nelle aree nere e in quelle oggetto di investimenti si arriva a 20 anni tra esclusiva e mantenimento dei volumi

Esclusiva di 30 anni ridotta su base geografica

Secondo l’Antitrust, c’era il pericolo concreto che l’accordo potesse minare la concorrenza e trasformarsi in una sorta di monopolio mascherato, vista la durata di 30 anni dell’esclusiva e la scontistica a volume.

Di contro, secondo l’Agcm, i nuovi impegni riducono significativamente la durata delle clausole di esclusiva e nelle aree in cui la rete FTTH rimane ancora poco sviluppata, subordinano l’esclusiva a nuovi investimenti.

“Le parti hanno inoltre concordato di rivedere sostanzialmente il meccanismo, originariamente previsto nell’MSA, che consente a FiberCop di fornire servizi di intermediazione in relazione alle richieste di migrazione dei clienti di TIM”, si legge nella nota dell’Autorità.

Tim, autonomia tutelata secondo Agcm

Il quadro rivisto tutela l’indipendenza di TIM e risponde alle preoccupazioni secondo cui il meccanismo potrebbe aver scoraggiato la migrazione. L’Autorità ha inoltre ritenuto che le modifiche al regime di sconti siano sufficienti a rispondere alle sue preoccupazioni.

In tale contesto, caratterizzato da scenari diversi di sviluppo della rete nelle varie aree del Paese, in termini di tecnologie presenti e dunque del livello di concorrenza infrastrutturale, l’Autorità ha voluto incentivare la concorrenza statica e dinamica, sia nelle aree in cui già si riscontra una presenza significativa di reti per l’offerta di servizi FTTH alternativi a quelli dell’incumbent, sia nella aree dove la concorrenza infrastrutturale è meno dinamica ed è necessario incentivare nuovi investimenti, senza limitare la mobilità della domanda tra i diversi operatori.

In quest’ottica, gli impegni presentati riducono significativamente la durata delle esclusive e, nelle aree in cui la rete FTTH è ancora poco sviluppata, legano l’esclusiva alla realizzazione di nuovi investimenti.

Inoltre, le parti si sono impegnate ad apportare modifiche sostanziali ad un meccanismo, inizialmente presente nel MSA (ecco il documento completo), di intermediazione di FiberCop nelle scelte di migrazione della clientela di TIM, garantendo a quest’ultima la necessaria autonomia ed eliminando il dubbio che tale meccanismo possa disincentivare le scelte di migrazione. L’Autorità ha considerato risolutivi anche gli impegni relativi alle modalità di applicazione degli sconti.

Gli impegni di Tim e Fibercop rivisti dopo i rilievi dei concorrenti

  1. Alla luce delle osservazioni pervenute nell’ambito del market test, con comunicazione del 25 novembre 2025, FiberCop e TIM hanno presentato
    alcune modifiche agli impegni.
  2. Al riguardo, in merito al primo impegno, le Parti hanno modificato la
    definizione dei clustertalché: i) il Cluster 1 viene ad essere costituito dai civici
  • e non più dai Comuni – oggetto di finanziamenti pubblici nel contesto dei
    bandi Aree Bianche 2016, nonché Italia 1 Giga; ii) il Cluster 2 è costituito dai
    civici – e non più dai Comuni – situati nei 330 Comuni che compongono i
    mercati 1A e 1B.1 dell’analisi di mercato dell’AGCom, allo stato pendente, di
    cui alla Delibera n. 205/25/CONS, con l’esclusione dei civici inclusi nel
    Cluster 1; iii) il Cluster 3 è costituito da tutti i civici non inclusi nei cluster
    precedenti.
  1. In questo contesto, i) nel Cluster 1 le Parti si impegnano a ridurre la
    durata dell’esclusiva a 10 anni a cui si aggiungono ulteriori 5 anni,
    limitatamente ai soli civici coperti direttamente con nuovi investimenti da
    parte di FiberCop
    ; ii) nei Cluster 2 e 3 la durata resta la stessa proposta nella
    prima versione degli impegni; tuttavia, nel Cluster 3, le Parti si impegnano a
    completare la copertura della rete per l’offerta dei servizi FTTH per un totale
    di [13.000.000-13.5000.000] civici nei primi quattro anni, secondo una
    cadenza annuale predefinita; inoltre, la versione modificata degli impegni
    prevede che, laddove FiberCop non raggiunga la copertura FTTH prevista
    entro i 6 mesi successivi alla scadenza di ciascun anno, TIM sarà libera di
    approvvigionarsi di servizi di accesso FTTH da operatori diversi da FiberCop,
    senza intermediazione da parte di quest’ultima, per un numero di civici
    contenuti nel Cluster 3 equivalente alla differenza tra il target dell’anno in
    questione e i civici effettivamente coperti, nel rispetto delle scadenze previste.
  2. Inoltre, in aggiunta a quanto già previsto, le Parti si impegnano a
    riformulare le disposizioni rilevanti dell’MSA concernenti l’intermediazione,
    prevedendo una riduzione dei termini entro cui FiberCop, nei limiti di sua
    competenza, è tenuta a garantire l’approvvigionamento dei servizi di accesso
    in fibra nei confronti di TIM.

Informazione annuale sui civici coperti da Fibercop

  1. Infine, FiberCop si impegna a garantire un meccanismo di informazione
    annuale con riferimento ai civici che FiberCop andrà a coprire con
    investimenti autonomi all’interno del Cluster 1 nonché, più in generale,
    l’aggiornamento del proprio database di vendibilità con le informazioni sui
    civici aperti alla commercializzazione da parte degli operatori terzi entro 30
    giorni dal ricevimento dell’aggiornamento da parte di questi ultimi.
  2. In tal modo, secondo le Parti, l’impegno sarebbe idoneo a neutralizzare
    le preoccupazioni concorrenziali in quanto riduce sensibilmente la durata e la
    portata dell’esclusiva nonché la durata del periodo di intermediazione, in
    modo che siano parametrati a quanto necessario a preservare l’incentivo al
    roll-out della rete.
  3. In merito al secondo impegno, FiberCop si impegna a modificare sia il
    meccanismo dello sconto addizionale di 0,34 euro, sia il parallelo meccanismo
    dello sconto addizionale di 0,75 euro previsto nell’MSA in modo che, laddove
    l’operatore non raggiunga più la soglia di esclusiva delle nuove attivazioni
    sulla rete di FiberCop, lo sconto continui ad applicarsi rispetto ai clienti
    dell’operatore ancora attivi sulla rete FiberCop per ulteriori 18 mesi,
    decorrenti dalla perdita dei requisiti per l’applicazione dello sconto, purché
    l’operatore abbia tenuto ferma l’esclusiva a favore di FiberCop per un periodo
    pari ad almeno 3 anni.
  4. Ad avviso delle Parti, l’impegno, così come modificato, permette la
    replicabilità del servizio di accesso passivo e non ne disincentiva il ricorso,
    salvaguardando in tal senso anche la remunerazione degli investimenti degli
    operatori che hanno già modellizzato la rete su tali servizi.
  5. Nessuna modifica è stata presentata, invece, in merito al terzo impegno
    sull’IRU

Gli impegni di Fibercop: esclusiva Cluster 1 ridotta a 10 anni

il Cluster 1 è costituito dai civici15 oggetto di finanziamenti pubblici nel contesto
dei bandi Aree Bianche 2016, nonché Italia 1 Giga 16;
il Cluster2 è costituito dai civici situati nei 330 Comuni che compongono i mercati
1A e 1B.1 dell’analisi di mercato AGCOM17, con l’esclusione dei civici inclusi nel
Cluster 118.
(iii) il Cluster 3 è costituito da tutti i civici non inclusi nei Cluster precedenti.
A. Esclusiva per le aree che ricadono all’interno del Cluster 1
In tali aree la realizzazione della rete è affidata a un unico operatore che, a fronte
dell’aggiudicazione di un bando di gara, è tenuto al roll-out della fibra.
Le previsioni originarie del MSA prevedono un’esclusiva a favore di FiberCop di durata
pari a 15 anni, alla quale segue un meccanismo di rinnovo per ulteriori 15 anni.
Pur ritenendo che in tale Cluster le condizioni pattuite nel MSA non siano suscettibili di
produrre effetti anticompetitivi, FiberCop si impegna a ridurre la durata dell’esclusiva a
10 anni (rispetto ai 15 + 15 anni originari).

Antitrust, FiberCop: tenuto conto di necessita’ sviluppo rete

“FiberCop ha accolto con soddisfazione la decisione dell’autorità che ha tenuto conto della necessità di procedere con lo sviluppo della rete più avanzata e capillare d’Italia, un asset imprescindibile per la digitalizzazione del Paese”. Così la società in merito alla chiusura da parte dell’Antitrust del procedimento relativo al Master service agreement (Msa) tra FiberCop e Tim.

“Nel merito – dice FiberCop – l’Agcm ha approvato una rimodulazione della durata dell’esclusiva tra FiberCop e Tim, riconoscendone il ruolo centrale nel sostegno agli investimenti nelle reti ad altissima capacità. La durata dell’esclusiva è stata ricalibrata tenendo conto sia dello sviluppo della rete sia delle specificità delle diverse aree del Paese”.

Per quanto riguarda le offerte, FiberCop conferma che “quelle rivolte a Tim sono disponibili a tutto il mercato secondo il principio di non-discriminazione e si è impegnata a mettere a disposizione degli operatori un’offerta parallela al Msa, che combina elementi passivi e attivi, ampliando ulteriormente le opportunità di scelta e promuovendo una maggiore apertura competitiva. L’Agcm ha inoltre riconosciuto che gli accordi siglati con Tim risultano in linea con la normativa nazionale e comunitaria”.

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Tim, Deutsche Bank taglia il rating ma alza il target price. Assist per Deutsche Telekom (o per qualche Big Tech)?

Cresce l’attesa del mercato per la comunicazione della trimestrale, fissata per la prossima settimana. I conti del quarto trimestre 2025 saranno comunicati il 24 febbraio. Ne frattempo, oggi il titolo ha aperto in terreno negativo, per poi prontamente invertire il trend, dopo che Deutsche Bank ha tagliato il rating sul titolo portando a ‘hold’ da ‘buy’, ma alzando il target price a 0,64 euro da 0,62.

Tim piace a Deutsche Telekom?

Una mossa che ha accesso l’interesse dei piccoli investitori sul forum di Investing.com, che hanno lanciato nell’etere diverse interpretazioni sulla mossa della banca tedesca. C’è chi mette in dubbio l’equidistanza di Deutsche Bank, con un ragionamento interessante. “Siamo sicuri che lo 0,62€ di Deutsche Bank sia una valutazione neutra?!! Con il nuovo Digital Networks Act, la UE che spinge al consolidamento, TIM è la preda ideale per Deutsche Telekom. Tenere il target basso mentre il mercato punta a 0,74€ potrebbe essere una mossa tattica per favorire un risiko europeo a prezzi di saldo. Non sarebbe la prima volta che la finanza tedesca ‘prepara il campo’ per i suoi campioni industriali”.

D’altra parte, il presunto asse Meloni-Merz (nato e tramontato nel giro di poche ore?) potrebbe essere foriero di sinergie che vanno al di là della difesa e che abbracciano anche le reti Tlc, asset sempre più strategico nell’attuale contesto geopolitico.

Tim preda o predatrice?

Sono soltanto rumors, ma alla fine il consolidamento in un modo o nell’altro ci sarà. Tim ora è molto appetibile, senza debito, o quanto meno con un debito contenuto dopo lo scorporo della rete, anche se con la presenza di Poste il titolo ha messo le ali e gran parte del mercato vede la compagnia Tlc più predatrice che preda.

Anche se, sullo sfondo una collaborazione con Nvidia o con qualche gruppo americano come ad esempio Amazon o altri non è da escludere. Basti pensare all’accordo appena siglato con Microsoft su Cloud e AI che in qualche modo ricalca quello fra STM e Amazon Web Services.

Certo, la nostra dipendenza dalle tecnologie made in Usa è pressoché obbligata. E l’indipendenza digitale?

Qual è la natura di Tim? Tech Company o semplice telco?

C’è che nel forum fa un ragionamento ad ampio respiro sulle diverse valutazioni sul titolo: “La forbice dei target price si trova tra 0,57 e 0,74: Spiega che chi dà 0,74€ (Intermonte) sta valutando TIM come una Tech-Company, mentre chi sta a 0,57€ (JPM) la guarda ancora come una semplice compagnia telefonica che vende SIM. il target di Deutsche Bank (0,62€) è già stato quasi raggiunto dal mercato (che ora scambia a 0,64€), dimostrando che i modelli di valutazione basati solo sul “vecchio” business sono in ritardo rispetto alla realtà degli asset tecnologici di TIM”.

Titolo destinato a decollare?

Il titolo secondo diversi osservatori è destinato a decollare, in area 1 euro, entro il 2026, una soglia che secondo alcuni potrebbe essere raggiunta anche in estate.

Tim fattura tra le top 10 aziende italiane, più di Prismyan, per intenderci che quota circa 100 euro. Sappiamo bene che non ci sono correlazioni fra ricavi e valore del titolo, tuttavia è vero che il Brasile è in continuo aumento e c’è un tema poco discusso: i data center, dove Tim è leader in Italia, e a breve sarà tutto mosso dall’AI che soltanto grazie ai data center può avere successo.

Attesa per il business Enterprise di Tim

In questo senso, interessante la nuova percezione che parte del mercato ha di Tim. Non più una semplice compagnia telefonica, ma una Tech Company attiva in diversi ambiti che vanno dal Cloud alla Cybersecurity ai servizi digitali. In sintesi, il core business di Tim, nella percezione di parte del mercato, si starebbe spostando verso il segmento Enterprise, che di fatto anche in termini di fatturato sta crescendo in modo costante. C’è quindi attesa per capire quanto e come il business Enterprise abbia performato nel quarto trimestre.    

Attesa per le sinergie con Poste

Gran parte delle aspettative su Tim sono legate alle future sinergie con Poste, il primo azionista il cui ingresso nella compagine di Tim ha dato la svolta all’azienda in Borsa e nella percezione del mercato. Ma c’è da dire anche che il mercato sta aspettando di vedere e di toccare con mano le sinergie con la società dei pacchi guidata da Matteo Del Fante, preannunciate dalla creazione di una joint venture sul Cloud.

Il mercato sta aspettando non tanto i dati finanziari, che secondo stime saranno in linea, ma il piano industriale e in particolar modo le sinergie con Poste che l’ad Pietro Labriola definiva elevate. Ma di questo si dovrebbe parlare non prima di giugno e quando sarà presentato il nuovo piano industriale.

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Salute, se la diagnosi dell’AI è sbagliata

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Si è capito ormai da tempo che uno dei campi dove la guerra tra i giganti dell’AI si farà agguerrita è quello della salute, e gli investimenti di un po’ tutti i protagonisti nel settore la dicono lunga.

D’altronde, la sanità è per molti Paesi un tasto dolente: non c’è solo la nostra esperienza – code interminabili per un esame o una prestazione del SSN, che spesso costringono a ricorrere alla sanità privata quando bisogna intervenire in maniera tempestiva – ma soprattutto quella di chi paga ogni consulto cifre astronomiche, a meno di non avere costosissime assicurazioni (come accade negli Stati Uniti).

In questa nicchia acuita dalla perdita di potere d’acquisto dei cittadini si infila l’intelligenza artificiale, promettendo un servizio gratuito e immediato, accessibile ovunque ci si trovi, semplicemente digitando la richiesta con il proprio PC o cellulare (a proposito: su SOSTariffe.it si possono trovare sempre le tariffe mobili più convenienti). Già, peccato che rischi non poco di essere inaffidabile.

Salute: dai benchmark alla vita reale

Un ampio studio pubblicato su Nature Medicine riporta infatti risultati che invitano alla cautela sull’uso dei chatbot basati su large language models per ottenere consigli medici. La ricerca, coordinata dall’Oxford Internet Institute insieme al Nuffield Department of Primary Care Health Sciences, ha messo alla prova questi sistemi in una situazione che si avvicina all’esperienza quotidiana di chi cerca informazioni sulla propria salute.

Negli ultimi anni i modelli linguistici hanno dimostrato di saper offrire prestazioni elevate nei test standardizzati di conoscenza clinica, arrivando a superare anche gli esami professionali e a risolvere diversi casi diagnostici complessi presentati in forma strutturata.

Lo studio inglese analizza però qualcosa di diverso, e cioè l’interazione concreta tra persone comuni e sistemi di intelligenza artificiale quando si tratta di sintomi e decisioni da prendere.

L’ipotesi dei ricercatori era che le buone performance sui benchmark potessero non tradursi automaticamente in indicazioni affidabili per il pubblico, e i risultati confermano questa preoccupazione. In condizioni che simulano l’uso domestico, i chatbot non hanno migliorato in modo evidente la capacità degli utenti di individuare la possibile causa dei sintomi o di scegliere il passo successivo più appropriato, tra cui rivolgersi al medico di base o recarsi al pronto soccorso.

Salute e AI: le difficoltà quando c’è incertezza

Lo studio si è basato su un trial randomizzato che ha coinvolto circa 1.300 partecipanti nel Regno Unito, in larga parte privi di formazione medica. A ciascuno è stato assegnato uno scenario clinico elaborato dai medici, con descrizioni dettagliate di sintomi, anamnesi personale, abitudini e precedenti sanitari. I casi riguardavano situazioni molto diverse tra loro, da un forte mal di testa comparso dopo una serata con amici a una giovane madre stanca e con un affanno persistente.

Ai partecipanti veniva chiesto di identificare la possibile condizione e di decidere quale fosse l’azione più appropriata. Un gruppo ha potuto utilizzare un chatbot basato su LLM per orientarsi nella decisione; il gruppo di controllo ha fatto ricorso ai mezzi abituali, soprattutto ricerche online e valutazioni personali. Le risposte sono state confrontate con quelle definite corrette da un panel di clinici. I risultati mostrano che gli utenti assistiti dai chatbot hanno scelto il percorso ritenuto appropriato meno della metà delle volte. Anche l’identificazione della condizione sottostante si è rivelata problematica, con percentuali di correttezza attorno a un terzo dei casi. E, soprattutto, le prestazioni del gruppo che ha utilizzato l’intelligenza artificiale non si sono praticamente discostate da quelle del gruppo di controllo.

I ricercatori hanno poi inserito nei modelli l’intero scenario clinico, senza omissioni e in forma strutturata: in questo caso la capacità diagnostica è migliorata, raggiungendo livelli molto più elevati. Quando ci sono incertezza e una comunicazione imperfetta, in sostanza – situazioni tutt’altro che rare nel quotidiano – i modelli mostrano tutti i loro rischi.

I tre problemi evidenziati

L’analisi delle conversazioni ha messo in luce tre problemi ricorrenti: il primo riguarda le informazioni fornite dagli utenti. I molti casi i partecipanti non indicavano durata, intensità o caratteristiche precise dei sintomi, e con un quadro incompleto i modelli formulavano ipotesi poco accurate. Quando i ricercatori inserivano direttamente lo scenario clinico completo, la percentuale di diagnosi corrette saliva fino al 94 per cento, mostrando come sia netta la differenza tra un’interazione libera e degli input strutturati.

Il secondo problema è la variabilità delle risposte: modifiche minime nella formulazione erano la causa di indicazioni diverse sul livello di urgenza. In uno scenario che prevedeva mal di testa, rigidità del collo e sensibilità alla luce, una descrizione generica suggeriva di riposare e prendere analgesici, ma bastava sottolineare l’esordio improvviso e l’intensità estrema del dolore per generare un responso ben più drastico, con l’invito di recarsi al pronto soccorso. Se il contenuto clinico di base era simile, l’esito pratico cambiava.

Il terzo elemento riguarda la qualità interna delle risposte. I chatbot hanno mischiato consigli giudicati appropriati dagli esperti con raccomandazioni assai discutibili, senza una chiara graduazione del rischio; per utenti senza formazione sanitaria, è chiaro che diventa complesso distinguere quali indicazioni seguire. E come se non bastasse in alcuni casi sono comparse informazioni errate, come numeri telefonici di emergenza non validi.

Il problema è nei benchmark

Le implicazioni del test riguardano sia la valutazione dei sistemi sia il loro impiego pubblico. Gli autori dello studio sostengono che i benchmark attuali, basati su quesiti molto strutturati e risposte a scelta multipla o su casi clinici completi, non misurano in modo adeguato ciò che accade nelle interazioni reali. Nel trial, anche i modelli che potevano vantare punteggi elevati nei test tradizionali hanno fatto vedere tutte le loro difficoltà quando dovevano dialogare con utenti che fornivano informazioni parziali o formulate in modo impreciso (come, appunto, succede nella realtà).

Per questo i ricercatori propongono di adottare protocolli di valutazione che includano utenti eterogenei e scenari d’uso molto più realistici di condizioni “da laboratorio”, con criteri centrati sulla qualità delle decisioni prese.

Il confronto con la sperimentazione farmacologica è stato richiamato per analogia, visto che in entrambi i casi si parla di strumenti destinati a incidere su scelte sanitarie e che quindi richiedono verifiche in condizioni d’uso effettive, non sottovuoto.

La diffusione dei chatbot per domande di salute è già ampia e coinvolge anche prodotti commerciali di grandi aziende tecnologiche, come si è visto; alcune società hanno dichiarato che le versioni più recenti dei modelli hanno ridotto gli errori più frequenti e aumentato la propensione a porre domande di chiarimento, ma con un campione ampio lo studio ha dimostrato quanta strada ci sia ancora da fare.

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Paradosso Tlc in Europa, sono strategiche ma investimenti in calo del 2% anche nel 2025

Paradosso Tlc in Europa. L’ecosistema delle comunicazioni digitali rappresenta circa il 5% del PIL nella Ue, a sostegno della competitività, della sicurezza e della sovranità tecnologica. Eppure gli investimenti totali nelle telecomunicazioni, pur rimanendo elevati a 64,6 miliardi di euro nel 2024, sono diminuiti del 2% nel 2025, per il secondo anno consecutivo, e i ricavi per utente della telefonia mobile sono inferiori rispetto a dieci anni fa. Lo scrive Connect Europe, l’associazione Ue che raccoglie i principali operatori, citando il nuovo report realizzato da Analysys Mason State of Digital Communications report.

Frammentazione e debolezze strutturali delle Tlc

Non si tratta di un rallentamento ciclico, sottolinea Connect Europe in una nota, ma del risultato di debolezze strutturali, con elevati livelli di regolamentazione e una persistente frammentazione del mercato che continuano a minare la capacità di investimento. Ciò avviene in un momento politico decisivo. Con i negoziati sul Digital Networks Act (DNA) attualmente in corso e la revisione degli orientamenti UE sulle concentrazioni in fase di completamento, i dati inviano un messaggio chiaro: il cambiamento delle politiche non può più essere rinviato.

Un ecosistema Tlc da 1,09 trilioni di euro

L’ecosistema delle comunicazioni digitali europee – che comprende servizi di telecomunicazioni, apparecchiature di rete, contenuti e applicazioni – ha raggiunto un valore di mercato totale di 1,09 trilioni di euro nel 2024, pari al 5% del PIL europeo. Ciò colloca saldamente le comunicazioni digitali tra le industrie più strategiche d’Europa, sostenendo la competitività, la sicurezza e la sovranità tecnologica. Gli operatori di telecomunicazioni continuano a investire in FTTH, reti Gigabit, implementazione del 5G, cavi satellitari e sottomarini internazionali, espandendosi progressivamente in nuove aree. Alla fine del 2025, gli operatori rappresentavano circa il 19% dei data center europei e circa 750 nodi edge di proprietà, rafforzando la resilienza digitale dell’Europa e la sua capacità di elaborare i dati più vicino agli utenti.

Innovazione Tlc

Allo stesso tempo, l’innovazione sta risalendo la catena del valore. Gli operatori europei rimangono leader in aree chiave, rappresentando 57 sperimentazioni e implementazioni di Open RAN nel 2025 e quasi il 40% degli annunci di API di rete globali, implementando al contempo soluzioni aziendali abilitate dall’intelligenza artificiale, offerte di cloud sovrano e preparando il terreno per la connettività satellitare diretta al dispositivo. La sicurezza informatica continua a essere un pilastro crescente di questo impegno, con ricavi che hanno raggiunto i 5,3 miliardi di euro, in aumento rispetto ai 3,2 miliardi di euro del 2020.

Progressi nel 5G e nell’FTTH, ma la Ue resta in ritardo su 5G standalone

Progressi su 5G e FTTH, ma l’Europa è ancora indietro rispetto ai principali competitor globali in termini di parametri chiave.

La copertura di rete continua ad espandersi in tutta Europa, ma permangono divari di competitività. Entro la fine del 2025, la copertura 5G della popolazione ha raggiunto il 94,9%, in aumento rispetto all’87% del 2024. Nonostante questi progressi, l’Europa è ancora indietro rispetto a Corea del Sud (99,9%), Stati Uniti (98,4%), Giappone (97%) e Cina (96%). Il divario è ancora più pronunciato se si considerano l’adozione e le capacità avanzate. Nel 2025, il 5G rappresentava solo il 43% delle connessioni mobili in Europa, rispetto a oltre il 70% negli Stati Uniti e in Cina. Per quanto riguarda il 5G standalone, l’Europa rimane indietro rispetto alla maggior parte dei principali competitor, con una copertura della popolazione del 63%, contro il 93% della Cina e l’81% degli Stati Uniti.

FTTH ha raggiunto il 77% delle famiglie Ue nel 2025

Sulle reti fisse, la copertura FTTH ha raggiunto il 77,2% delle famiglie europee nel 2025, in aumento rispetto al 70,9% del 2024, mentre le reti Gigabit hanno coperto l’86,6%. L’Europa registra buone prestazioni in termini di FTTH rispetto agli Stati Uniti, ma è ancora indietro rispetto a Cina e Giappone. In termini di disponibilità complessiva di Gigabit e prestazioni di rete, l’Europa rimane indietro rispetto a tutti i concorrenti, con una velocità media di download fissa di 171 Mbps, rispetto ai 289 Mbps degli Stati Uniti.

Gli obiettivi del Decennio Digitale sono a rischio a causa del calo degli investimenti e del fatturato per utente invariato rispetto a dieci anni fa.

Obiettivi del Digital Compass, Tlc a rischio

Nonostante la continua implementazione, gli obiettivi del Decennio Digitale dell’Europa sono sempre più a rischio. Gli investimenti totali nel settore delle telecomunicazioni sono diminuiti del 2% nel 2024, scendendo a 64,6 miliardi di euro, principalmente a causa del rallentamento degli investimenti in FTTH. Al ritmo attuale, 41,8 milioni di europei saranno ancora senza accesso FTTH entro il 2030, ben al di sotto degli obiettivi dell’UE. Questo rallentamento si verifica in un contesto di ricavi strutturalmente deboli.

ARPU mobile Tlc in calo nel 2024

Nel 2024, l’ARPU mobile corretto per il PIL si è attestato a 14,9 euro in Europa, in calo del 2,4% su base annua in termini reali e inferiore a quello di dieci anni fa (era 15,3 euro nel 2015). Al contrario, l’ARPU ha raggiunto 26,1 euro negli Stati Uniti, 21,7 euro in Corea del Sud e 21,3 euro in Giappone. Anche quest’anno, l’investimento complessivo pro capite nelle telecomunicazioni in Europa è inferiore a quello dei concorrenti globali, con 118 euro a persona in Europa, 217 euro negli Stati Uniti, 173 euro in Giappone e 151 euro in Corea del Sud. I membri di Connect Europe continuano a svolgere un ruolo stabilizzante, rappresentando il 54% di tutti gli investimenti FTTH nel 2024 (17,2 miliardi di euro). Tuttavia, il persistente sottoinvestimento a livello di settore riflette una tendenza più ampia.

Frammentazione e scala: la sfida europea irrisolta

I mercati della connettività in Europa rimangono particolarmente frammentati. Nel 2025, l’Europa contava 44 operatori di rete mobile con oltre 500mila abbonati, rispetto agli 8 negli Stati Uniti, ai 4 in Cina e Giappone e ai 3 in Corea del Sud. La frammentazione è pronunciata anche nelle reti fisse, con oltre 70 grandi operatori di rete fissa in tutta Europa, contro i 28 negli Stati Uniti, i 6 in Giappone e i 5 in Corea del Sud. Questa mancanza di scala continua a pesare pesantemente sulla capacità di investimento, sull’innovazione e sulla competitività, una realtà sempre più riconosciuta nel più ampio dibattito industriale e sulla competitività in Europa.

Alessandro Gropelli, Direttore Generale di Connect Europe, ha detto: “Le aziende di telecomunicazioni si stanno impegnando a fondo per espandere lo stack tecnologico europeo e costruire solide reti digitali, ma siamo un settore regolamentato e non saremo in grado di raggiungere i nostri obiettivi senza una riforma radicale e un nuovo approccio alla politica in materia di concentrazioni”.

Rupert Wood, direttore della ricerca presso Analysys Mason, ha detto: “La spesa degli utenti finali e gli investimenti pro capite rimangono sostanzialmente inferiori rispetto a Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud. I prezzi bassi possono essere percepiti come positivi per consumatori e aziende nel breve termine, ma non sono adatti a incoraggiare investimenti a lungo termine in servizi nuovi e innovativi, nell’evoluzione della rete o nella copertura di rete”.

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Fondo Nazionale Connettività, studio AIIP: con mille euro per civico non si coprono i “civici sfibrati”

Il nuovo Piano “Fondo Nazionale Connettività”, affidato a Invitalia nell’ambito dell’Investimento 7 del PNRR, mette a disposizione 733 milioni di euro per sostenere, tramite modello a incentivo (gap funding), investimenti privati in reti ultraveloci con l’obiettivo di portare connessioni fino a 1 Gbit/s in download e 200 Mbit/s in upload nelle ore di punta.

Non soltanto i 700mila civici esclusi da Italia 1 Giga

L’intervento non riguarda più soltanto i circa 700mila civici esclusi dal precedente Piano Italia 1 Giga: secondo le mappature 2025, i civici ammissibili al finanziamento pubblico superano quota 1,8 milioni, perché non coperti (o coperti con tecnologie che non superano i 300 Mbit/s di picco) entro il 2030.

Da qui nasce il ragionamento “a spanne” di un budget medio di circa mille euro per civico: 733 milioni divisi per 700mila civici. Tuttavia, il Piano non è un semplice “costo per civico”: prevede contributi proporzionali agli investimenti complessivi e, dove possibile, richiede di riutilizzare infrastrutture esistenti per ridurre duplicazioni di scavo.

In questo scenario, la domanda diventa inevitabile: mille euro per civico sono davvero sufficienti per colmare il gap nelle aree più difficili del Paese, quelle dove il costo marginale di scavo e posa è più alto?

Uno studio dell’AIIP (Associazione Italiana Internet Provider), che Key4biz ha potuto consultare, ha stimato – con una simulazione quanto più realistica possibile – il costo di copertura dei civici “sfibrati”, partendo da due regioni campione: Lombardia e Toscana.

Ma quanto costa coprire i civici sfibrati? La simulazione dell’AIIP

Il Piano si rivolge alle unità immobiliari che, sulla base delle mappature e delle dichiarazioni di copertura degli operatori fino al 2030, risultano ancora prive di reti in grado di superare i 300 Mbit/s di picco in download. Nel perimetro rientrano sia una parte dei 707.092 civici dichiarati da Open Fiber come “non collegabili” entro il 30 giugno 2026 (437.951 civici ancora sotto soglia al 2030), sia ulteriori civici individuati dalla mappatura generale 2025: complessivamente, 1.814.121 civici ammissibili al finanziamento.

Si tratta dei civici che si trovano nelle aree più complesse e remote, i più difficili da raggiungere: quelli che di fatto costano di più, ma che devono essere raggiunti per evitare che nel nostro Paese permangano zone discriminate, in digital divide.

AIIP, no ai macrolotti. Sì ai lotti regionali

Resta da capire, a questo punto, in che modo si pensa di procedere con i criteri di assegnazione e con la formazione dei lotti di gara. La consultazione pubblica del Piano chiede espressamente agli operatori una posizione sul numero e sul dimensionamento dei lotti: una scelta decisiva per evitare concentrazioni e garantire parallelizzazione e tempi di esecuzione.

Zorzoni (AIIP): “Ci sono almeno 40 operatori locali con maestranze per scavare”

La proposta di AIIP è nota: no ai macrolotti, sì invece a lotti più piccoli, per valorizzare l’attività di operatori regionali e locali ed evitare al contrario il modello di assegnazione univoca a grandi player che, finora, hanno mostrato difficoltà in fase esecutiva nei bandi BUL prima e Italia 1 Giga poi.

La proposta è quindi quella di cambiare modalità di assegnazione, aprendo a micro bandi che favoriscano la partecipazione di player territoriali più legati alla realtà locale. “Sono almeno una quarantina i piccoli operatori che potrebbero partecipare, si trovano in province diverse e potrebbero coprire almeno 84 province su 107 – dice a Key4biz il vicepresidente dell’AIIP Giovanni ZorzoniOperatori locali che, peraltro, dispongono di rapporti più diretti con le autorità locali, che semplificherebbero quindi il rilascio dei permessi, e di maestranze proprie che potrebbero supplire alla cronica assenza di manodopera emersa finora nei vari piani nazionali di copertura a banda ultralarga”.

La tesi dell’AIIP è chiara:

  • Bandi troppo grandi non permettono la parallelizzazione dei lavori, perché assorbono la manodopera soltanto in una parte limitata del paese.
  • In Italia ci sono almeno 40 operatori che dispongono di maestranze che scavano, vanno usate, anche perché sono più radicate sul territorio. La diversificazione mitigherebbe i rischi di sovraccarico da parte di singoli operatori.

AIIP, un tetto massimo per operatore e regole simmetriche per l’accesso ai pali

C’è poi un tema finanziario, ma anche concorrenziale. Realizzare una rete in fibra ottica scavando costa molto più che posarla in aereo su infrastrutture già presenti. In molte aree del Paese, la rete storica di pali dell’ex monopolista – oggi in capo a FiberCop – rappresenta un asset capillare e strategico. Perché il bando sia realmente aperto e non discriminatorio, è necessario garantire condizioni di accesso eque e tempi certi all’utilizzo di tali infrastrutture, evitando che la proprietà storica della rete aerea diventi un fattore determinante di gara.

Usare il precedente del Bando Scuola

Un precedente utile è quello del Bando Scuole di Infratel, dove è stato previsto un limite al numero di lotti aggiudicabili dal medesimo concorrente. In quel contesto, si è posto in modo concreto il tema della replicabilità: gli aggiudicatari devono poter accedere, a condizioni non discriminatorie e compatibili con i vincoli di gara, alle infrastrutture e ai servizi wholesale indispensabili (trasporto, tratte e infrastrutture di posa). In sede di bando, in sintesi, si dovrebbe quindi prevedere un listino di riferimento e un tetto massimo, accompagnati da SLA e tempi certi, per l’utilizzo di pali e cavidotti, così da non disincentivare la partecipazione degli operatori locali e garantire una competizione effettiva.

C’è da dire che l’obiettivo del bando dovrebbe essere quello, in linea di principio, di realizzare una rete in fibra FTTH prevalentemente interrata, anche perché la posa in infrastruttura interrata garantisce una resilienza e una qualità di trasmissione superiori rispetto a molte tratte aeree, che viaggiano su pali spesso non in condizioni ottimali.

È chiaro poi, secondo AIIP, che andrebbe fissato un tetto massimo di aggiudicazione per singolo operatore, proprio perché in presenza di asimmetrie infrastrutturali (come la disponibilità di rete aerea proprietaria) il rischio è che il bando finisca per concentrare risorse e lavori in capo agli stessi soggetti, riducendo la concorrenza e rallentando l’esecuzione.

Lo studio realizzato da AIIP si propone di individuare quali civici possano essere coperti con costo medio per civico realistico, possibilmente in fibra FTTH.

La situazione in Toscana e Lombardia

È stato utilizzato un software, un algoritmo che ha analizzato la situazione attuale in Lombardia e in Toscana, dove ci sono rispettivamente 98.297 civici scoperti e 197.699 civici scoperti. In totale, circa 300mila civici scoperti su un totale di 700mila. La simulazione è quindi su un campione assolutamente significativo.

Lo studio è stato realizzato usando tre ipotesi di costo medio:

  • 1000 euro
  • 2.500 euro
  • 4.500 euro

L’ipotesi è che la rete venga interconnessa ai punti di estensione esistenti di vari operatori mediante lo sviluppo di apposita rete di backhaul, fra cui Open Fiber e Fibercop, ma anche i nodi ottici di alcuni operatori locali.

I civici sono stati raggruppati in cluster per vicinanza di massimo 200 metri di distanza in linea d’aria tra civici adiacenti, con i percorsi stradali minimi per interconnettere tutti i civici del cluster. All’interno del cluster si è considerato un armadio CNO ogni 256 civici. E’ stato calcolato il costo per la realizzazione della rete “interna” del cluster, al quale è stato aggiunto il costo per l’uplink al giunto più vicino della rete esistente.

Caso Lombardia: con mille euro per civico collegabili soltanto 301 civici, lo 0,3% dei 98.297 civici da coprire

  • In soldoni, nel caso della Lombardia, con un costo medio per civico ipotizzato di mille euro (quello che permetterebbe di realizzare la rete FTTH in tutti i 700mila civici esclusi dal bando Italia 1 Giga) sarebbero raggiungibili soltanto lo 0,3% dei civici collegabili (301 civici su 98.297). Il tutto considerando tratte da 4,4 chilometri, al prezzo di 300mila euro. Una goccia nel mare.
  • Al costo medio di 2.500 euro per civico, sarebbe collegabile invece l’81,6% dei civici collegabili (80.201 civici su 98.297), su tratte da 3.966 chilometri al costo complessivo di 200,5 milioni di euro.
  • Al costo medio di 4.500 euro per civico si coprirebbe il 95,6% dei civici collegabili (93.935 civici su 98.297), su una tratta di 6.938 chilometri e un costo complessivo di 422,7 milioni.

Quasi un terzo delle risorse del Fondo per coprire soltanto la Lombardia?

Caso Toscana: con mille euro per civico collegabili soltanto 13.866 civici su 197.699 (il 7% del totale)

  • Lo stesso discorso vale per la Toscana. Con un costo medio per civico ipotizzato di mille euro si coprirebbe il 7% dei civici collegabili (13.866 civici su un totale di 197.699), su tratte di 277 chilometri e un costo totale di 13,9 milioni di euro.
  • Con il costo medio di 2.500 euro per civico, si raggiungerebbe l’81,4% di civici collegabili (160.981 su 197.699), su tratte complessive di 7.137 chilometri e un costo complessivo di 402,4 milioni.
  • Con un costo medio di 4.500 euro per civico si coprirebbe il 96% di civici collegabili (189.711 su 197.699), su tratte di 13.195 chilometri e un costo complessivo di 853,7 milioni. Più dei fondi disponibili soltanto per coprire la Toscana.

Le conclusioni della simulazione dell’AIIP

  • Mille euro per civico non sono sufficienti a rilegare i civici rimanenti in FTTH, utilizzando tecniche che prevedono scavo: nelle regioni analizzate si copre appena lo 0,3% dei civici in Lombardia e il 7% in Toscana.
  • Una soglia realistica di costo medio si colloca attorno ai 2.500 euro per civico: a questo livello si arriva a coprire circa l’81% dei civici in entrambe le regioni campione.
  • Il disegno dei lotti deve evitare “macrolotti” e favorire lotti territoriali più piccoli, così da valorizzare gli operatori locali, aumentare la parallelizzazione e ridurre il rischio esecutivo.
  • È necessario neutralizzare le asimmetrie infrastrutturali: regole e listini per l’accesso ai pali e tetto massimo di aggiudicazione per singolo operatore: con una vera simmetria nell’uso delle infrastrutture aeree esistenti della ex-Telecom Italia, oggi Fibercop, si possono abbattere i costi anche del 60% L’FWA va usato solo dove tecnicamente giustificato, senza creare un digital divide di qualità.
  • Il perimetro del Fondo è più ampio dei soli civici “sfibrati”: secondo le mappature 2025, i civici ammissibili al finanziamento pubblico superano quota 1,8 milioni.

Per approfondire:

Italia 1 Giga, come saranno usati i 733 milioni del Fondo Connettività? In arrivo studio AIIP su tutti i civici esclusiItalia 1 Giga, al via il nuovo Fondo Nazionale Connettività. AIIP chiede bandi regionali con tetto massimo per operatore

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Banda ultralarga, il report: “Un euro investito in fibra produce 4,4 euro di Pil”

La fibra ottica è un volano economico e crea posti di lavoro. E’ questo in sintesi il messaggio di tre studi ad hoc presentati ieri alla Luiss per sottolineare un messaggio ormai assodato: l’addio al vecchio rame sarà un toccasana anche economico per il nostro paese e la fibra sta già prendendo piede nel paese, anche se i tassi di penetrazione sono ancora fermi al 25%. Se n’è parlato diffusamente durante l’evento ‘Fiber Switch On: l’accesso al futuro è adesso’, organizzato dalla Luiss. Tre i documenti discussi, che integrano prospettive diverse, partendo dalla fotografia della situazione: a che punto siamo?

Boccardelli (Luiss): “Fibra ottica vero game changer per il Paese”

L’evento è stato aperto dai saluti istituzionali di Paolo Boccardelli, Rettore della Luiss: “Adottare la fibra ultraveloce FTTH non è una scelta tecnica, ma un driver di sviluppo. È ciò che permette a cittadini, imprese e istituzioni di partecipare pienamente alla vita economica e democratica, riducendo le disuguaglianze, sostenendo la crescita e costruendo un’Italia più competitiva e inclusiva”.

Boccardelli ha poi ricordato la fibra sarà un vero game changer nel nostro paese, a patto però che la formazione diventi un diritto per tutti i cittadini. “Serve facilitare la disponibilità di servizi digitali per tutte le fasce di cittadini”, ha detto il Rettore della Luiss.

Butti: “Dobbiamo vincere la sfida dell’adozione della fibra”

Se sul piano dell’infrastruttura il Paese ha recuperato terreno, Alessio Butti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega alla Trasformazione Digitale, in un video messaggio si è soffermato sulla sfida dell’adozione: “Dobbiamo vincere la sfida dell’adozione. Il primo obiettivo per arrivare alla piena adozione sono le competenze; il secondo è il take-up dei servizi digitali, passando da una logica infrastrutturale a una valorizzazione delle reti come piattaforme per servizi pubblici digitali avanzati”.

La rete in fibra, ha ricordato Butti, raggiunge oggi il 78% delle famiglie, pari a 18,4 milioni di famiglie. Tuttavia, l’uso pieno è poco superiore al 25% delle reti attive.

Con il PNRR sono stati collegati 2,6 milioni di civici nelle aree grigie, a fronte di 3 miliardi di euro di investimento; 95 milioni sono stati investiti nelle aree bianche per il backhauling delle reti e 733 milioni sono stati destinati al Fondo Nazionale della Connettività. “Dobbiamo accendere la rete e abbiamo bisogno di competenze”, ha aggiunto.

Luiss, la fibra come motore di sviluppo economico e sociale

Il punto di partenza del documento ‘Fiber for Human Value. La fibra come motore di sviluppo economico e sociale’, della Luiss, è l’analisi del contesto italiano, che rivela “una realtà complessa, segnata da una evoluzione delle reti di connettività che è ancora condizionata da quella che potremmo definire la ‘trappola del rame’. Per anni, infatti, “strategie conservative focalizzate sull’aggiornamento delle vecchie reti in rame hanno rallentato la transizione verso una banda ultralarga ad elevate prestazioni, in grado di sostenere la creazione della società digitale del futuro”.

Fibra FTTH al 71% ma take up fermo al 25%

Oggi, grazie a un cambio di passo impresso anche dal ricorso a risorse finanziarie pubbliche (come quelle stanziate per la “Strategia Italiana per la Banda Ultralarga” e il Piano “Italia a 1 Giga”), il Paese ha recuperato terreno sul fronte infrastrutturale, raggiungendo una copertura FTTH che sfiora il 71% delle famiglie, un dato superiore alla media UE secondo il DESI 2025. Qui, però, “emerge il ‘paradosso della digitalizzazione’. A fronte di un’infrastruttura d’eccellenza, l’Italia registra tassi di adozione (take-up) ancora modesti: solo poco più del 25% delle linee attive sfrutta le potenzialità del Gigabit”.

Lucrezia Busa (DG CENCT CE): “Problema take up non soltanto in Italia”

“Il problema dello scarso take up della fibra non è soltanto in Italia, anche altri paesi ne soffrono, come ad esempio il Belgio”. Lo ha detto nel suo intervento Lucrezia Busa, Head of Unit B3 “Markets, Competition & Roaming” – DG CNECT della Commissione Ue. Sta di fatto, che lo switch off del rame e io passaggio alla fibra nella Ue porterà ad un amento della produttività di 327 miliardi, secondo stime Ue. A proposito del Digital Networks Act, Busa ha aggiunto che sarà compito delle autorità nazionali verificare le condizioni di sostenibilità dello switch off. La spinta dovrà arrivare dai vari livelli del settore pubblico, il modello da seguire in questo senso è quello francese.  Con lo spegnimento del rame e la copertura della fibra al 90%, nel 2035 il take up dovrebbe arrivare ad una media Ue del 55% dal 48% previsto nel 2030.

Tlc: Agcom, proposte Dna su switch off rame equilibrate, valutare tempistiche

Le proposte sullo switch off del rame e il passaggio alla fibra contenute nel Dna (Digital network act) europeo sono “equilibrate, è necessario valutare le tempistiche”. Lo ha sottolineato Giacomo Lasorella, presidente di Agcom. In generale, ha aggiunto Lasorella, occorre “trovare un equilibrio, anche rispetto alla tutela della concorrenza, e alla situazione dei vari mercati nazionali”.

L’Agcom è “pronta a fare la sua parte per una regolazione che sia all’altezza delle aspettative che vengono dal mercato”.

Per il presidente Agcom, “la vera sfida è la copertura del restante 33% del territorio ancora senza rete”. Agcom è impegnata a monitorare lo switch off del rame in Italia, anche se un piano ancora non c’è.  

Switch off del rame passaggio obbligato

Il passaggio obbligato da portare a termine è lo switch off del rame. Questo passaggio epocale “non è privo di criticità, perché le sfide da affrontare sono molteplici”. Sul piano tecnico, ad esempio, “si pone il quesito di come garantire la migrazione dei servizi speciali e critici che ancora dipendono da vecchi protocolli”. Sul piano economico, viceversa, “ciò richiede di gestire gli impatti sugli operatori che hanno basato il loro business model sull’accesso alla rete in rame”. Sul piano sociale e culturale, infine, “diviene necessario vincere la resistenza al cambiamento di quella fascia di popolazione meno digitalizzata, che potrebbe percepire la migrazione tecnologica come un’imposizione o un costo aggiuntivo, anziché come un’opportunità”.

Convincere gli scettici

Uno zoccolo duro di persone che si trovano in età più avanzata e che sono più restie a spendere per la fibra, perché inconsapevoli dei vantaggi dell’ultrabroadband. Per i gruppi più critici c’è un grosso problema di competenze. Dal report emerge che il vero driver della fibra è il suo utilizzo. Chi la usa la apprezza.

La sfida per l’Italia, dunque, “non è più solo posare cavi, ma ‘accendere’ la consapevolezza. Il futuro digitale del Paese si gioca sulla capacità di trasformare la connettività fisica in connessione sociale, colmando quel divario tra potenziale tecnologico e realtà applicativa che ancora ci separa dai leader europei”.

Per le aziende, la lezione del Covid e dello smart working ha dato una grossa spinta all’adozione della fibra, anche se c’è ancora uno zoccolo duro di Comuni, pari al 6-7% del totale, che hanno immobili non adattabili alla posa della fibra, fatti di palazzi storici o d’epoca in Lombardia, Toscana ed Emilia Romagna soprattutto.

Azioni prioritarie

Per superare queste barriere e trasformare l’infrastruttura in un vero volano di crescita, l’analisi suggerisce un set di azioni prioritarie rivolte ai diversi attori del sistema.

  • Per le Istituzioni e il Regolatore nazionale, è urgente una semplificazione radicale attraverso l’introduzione di uno “sportello unico digitale” per i permessi e l’armonizzazione delle linee guida locali.
  • Parallelamente, occorre istituire un’anagrafe unica e centralizzata degli indirizzi civici, bonificata e interoperabile, per garantire una pianificazione certa.
  • Dal punto di vista della concorrenza, le policy devono favorire modelli Wholesale-Only e l’accesso equo alle infrastrutture (Open Access), incentivando al contempo lo switch-off del rame attraverso meccanismi che ne riducano la convenienza economica rispetto alla fibra.
  • Per i Policymaker, il procurement pubblico deve diventare una leva strategica: la spesa pubblica dovrebbe orientarsi verso servizi cloud-native nazionali, imponendo standard di connettività elevati per tutte le sedi della PA.
  • Fondamentale è anche l’adozione di strumenti di sostegno agli investimenti, come voucher per la connettività e crediti d’imposta per le aree a fallimento di mercato, per evitare che la transizione crei nuove disuguaglianze territoriali.
  • Per il mercato, la capacità di risposta alle sfide attuali richiede una collaborazione ecosistemica. Operatori, utility e mondo della formazione devono cooperare per colmare il gap di competenze, investendo in Academy tecniche e percorsi di certificazione professionale.
  • Infine, è cruciale una maggiore trasparenza comunicativa verso la cittadinanza per costruire un consenso sociale informato attorno alle opere infrastrutturali, presentandole non come cantieri, ma come abilitatori di futuro.

Politecnico di Torino, un motore di sostenibilità

La crescente diffusione della connettività, accompagnata alla diversificazione dei servizi offerti, “si traduce nella necessità di reti sempre più performanti, non solo in termini di indicatori tradizionali quali capacità trasmissiva e latenza, ma anche in termini di resilienza, indispensabile per garantire la continuità di servizi critici su cui si fa un affidamento sempre maggiore”. In tale scenario evolutivo, “l’espansione delle infrastrutture di telecomunicazioni ha comportato un aumento significativo dei consumi energetici, con un duplice impatto”. Da un lato, “l’incremento dei costi operativi sostenuti dagli operatori di rete, di cui il consumo energetico rappresenta oggi una quota rilevante, riduce la capacità di investimento strategico in nuove tecnologie e nel miglioramento delle prestazioni e della qualità del servizio”. Dall’altro lato, “la crescita dei consumi energetici determina un impatto ambientale che compromette la sostenibilità della crescita”.

Lo spegnimento della rete in rame porta risparmi energetici dell’86%

I risultati dello studio di Michela Meo e Daniela Renga per il Politecnico di Torino mostrano che “lo spegnimento della tecnologia in rame porta a una riduzione dei consumi energetici particolarmente significativa, pari all’86%”. Questo risultato “è dovuto all’effetto combinato del limitato fabbisogno energetico dei dispositivi che realizzano le reti ottiche e del ridotto numero di dispositivi necessari per servire l’utenza”.

DNA, migrazione a 10 anni dal rame porta risparmi di 4 TWh

La metodologia utilizzata per l’analisi ha permesso anche di studiare diversi scenari di transizione dalla attuale coesistenza di reti in rame e ottiche a reti interamente in fibra ottica. I risultati suggeriscono che “accelerare la transizione rispetto a una transizione completa in 10 anni, come previsto nel Digital Networks Act (DNA) può portare a risparmi fino a 4 TWh di energia. Una politica di supporto alla transizione verso reti interamente ottiche ha un grande potenziale in termini di sostenibilità ambientale, riduzione dei costi e quindi capacità di investimento in innovazione e qualità del servizio, e resilienza delle infrastrutture di telecomunicazioni”.

Meo (Politecnico di Torino): “FTTH tecnologia che consuma meno”

Michela Meo, Professoressa di Telecomunicazioni al Politecnico di Torino, ha fatto una sintesi efficace: “Ogni anno perso nel completamento della migrazione non rappresenta solo un freno all’innovazione digitale, ma si traduce in un costo energetico e ambientale diretto per il mantenimento in vita di tecnologie obsolete ed energivore. Accelerare lo switch-off del rame non è dunque solo un’opportunità tecnologica, ma un imperativo di sostenibilità”.

L’FTTH è la tecnologia che costa meno, ha aggiunta Meo, a fronte del rame che è quella che consuma di più. “Lo coesistenza fra diverse tecnologie non è efficiente, il vero vantaggi è lo switch off del rame”.

Deloitte, impatti economici e occupazionali per l’Italia

Lo studio Deloitte, intitolato ‘Lo switch-on della Fibra FTTH: Impatti economici e occupazionali per l’Italia’, evidenzia in particolare come il valore aggiunto degli investimenti per la realizzazione della rete in fibra ottica e della successiva disponibilità della banda ultra larga nelle aree bianche, che abilita nuove opportunità di digitalizzazione per cittadini e imprese, si traduca in “un impatto moltiplicativo significativo sull’economia: per ogni euro investito, si stima siano stati generati finora complessivamente 4,4 euro di contributo totale al PIL”. Questo lascia presupporre “impatti attesi ancora maggiori nel medio-lungo termine a fronte di una crescente diffusione di utilizzo della banda ultra larga, ancora parzialmente limitata, da parte di cittadini e imprese”.

Questo, considerato che la banda Ultra larga nelle aree bianche italiane “è molto più di una semplice opera infrastrutturale, ma anche un intervento strategico come motore di crescita economica e un fattore chiave per la coesione sociale e territoriale”. Si stima che la Banda Ultra Larga nelle aree bianche abbia generato finora oltre 16 miliardi di euro di contributo al PIL italiano e più di 250 mila nuovi posti di lavoro grazie alla sua diffusione, in aggiunta a circa 5,3 miliardi di euro di contributo al PIL e più di 90 mila occupati supportati dagli investimenti per la realizzazione dell’infrastruttura.

La presenza di una rete in fibra ottica sarebbe un volano per il ripopolamento dei borghi e una spinta al turismo.

Marco Vulpiani, Senior Partner, Head of Deloitte Economics, ha evidenziato come la fibra FTTH dimostri di essere “un motore di inclusione, produttività e sviluppo territoriale: abilita smart working, innovazione delle imprese, modernizzazione dei servizi pubblici e valorizzazione delle comunità locali, favorendo lo sviluppo di imprenditoria locale e riducendo il fenomeno dello spopolamento dei piccoli centri ed aree remote”. L’adozione dell’FTTH è quindi “una priorità nazionale per ridurre il divario digitale e valorizzare tutto il territorio, sostenendo una crescita sostenibile, diffusa e resiliente dell’intero Paese”.

Gola (OF), completato al 99% fibra in aree bianche, ora cogliere opportunità

“Gli studi presentati oggi dimostrano come la fibra ottica generi impatti concreti dal punto di vista economico, sociale e ambientale, soprattutto nelle aree periferiche e piu’ remote, le cosiddette aree bianche, dove Open Fiber ha completato al 99% l’infrastruttura in fibra“. Lo ha detto Giuseppe Gola, amministratore delegato di Open Fiber, a margine dell’evento.

“Ad oggi – ha sottolineato Gola – grazie al piano Bul (banda ultra larga) sono stati creati oltre 16 miliardi di pil aggiuntivo e più di 250mila posti di lavoro. E’ il momento di cogliere appieno questa opportunità: un’adozione massiccia della fibra ottica avrebbe un effetto moltiplicatore di questi vantaggi. Una scelta industriale, non solo tecnologica, strategica per il futuro dell’Italia come tra l’altro ha indicato anche l’Europa con il Digital Network Act”.

Gola (OF), bene Ue su switch off al 2035, ora governi recepiscano

“La Commissione europea ha pubblicato il Digital Network Act, che definisce una roadmap per la sostituzione del rame con la fibra e fissa al 2035 il termine per completare questo processo. Si tratta di un passaggio cruciale”, ha aggiunto Gola.

“I governi nazionali – ha sottolineato – dovranno recepire queste indicazioni e, anche in Italia, sarà necessario definire nel dettaglio il percorso per superare definitivamente l’infrastruttura in rame e valorizzare quella in fibra, che è già ampiamente realizzata e disponibile”.

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TLC, Consiglio Ue apre a meno lacci per le fusioni. Ma la strada è in salita

L’iniziativa politica dei 27 dovrà ora vincere la resistenza della Commissione, che si è mostrata restia ad un aggiornamento regolatorio pro-competitivo per una nuova ondata di consolidamento paneuropeo.

Ma ieri i leader dei 27 stati Ue hanno concordato per dare una scossa e sollecitare la Commissione verso una riforma delle regole sulle concentrazioni.

C’è l’accordo politico del Consiglio Ue per semplificare i merger delle telco

Un accordo siglato ieri ad Alden Biesen per facilitare i merger in determinati settori, fra cui le telecomunicazioni, per facilitare gli investimenti e lo sviluppo dell’innovazione, ha detto il presidente del Consiglio Ue Antonio Costa.

E’ questo il frutto del summit dei leader europei che si è tenuto ieri, sul tavolo la necessità di spingere la competitività del Vecchio Continente, con la necessità di dare più peso alle nostre imprese per poter competere a livello globale nel nuovo contesto geopolitico.

Ma il Consiglio Ue non ha potere legislativo

Si ricorda che il Consiglio Ue non ha alcun potere legislativo, ma i suoi mandati politici sono sempre seguiti dalla Commissione Ue, che si incarica di dare sostanza alle proposte normative.

C’è da dire che in questo caso la Commissione Ue è già impegnata in un processo di modifica e riforma delle norme in materia di concentrazioni, anche se non era ancora ben chiaro che il processo riguardasse in particolare il settore Tlc, che da tempo lamenta l’eccesso di paletti e lacci normativi sul fronte della concorrenza.

Mercato europeo Tlc frammentato

Il mercato europeo delle Tlc è estremamente frammentato, il che ha portato inoltre a fenomeni estremi di guerra dei prezzi che hanno contribuito a minare la capacità di investire degli operatori.

Un fenomeno di iper competizione, a vantaggio immediato dei consumatori, che ha penalizzato però la capacità di spesa e quindi di rinnovamento e di qualità delle reti delle telco.

Un trend che ha frenato gli investimenti in nuove reti 5G e in fibra, con l’Europa che oggi paga lo scotto di un ritardo di diffusione di reti ultrabroadband fisse e mobili rispetto a Usa e Cina.

In Europa ci sono almeno una quarantina di grossi operatori, a fronte di tre grandi player che ci sono in Usa e Cina.

Cosa deciderà Teresa Ribera?

L’accordo politico raggiunto ieri dal Consiglio ue è soltanto il primo passo. Sono molte le resistenze che vanno superate per raggiungere un risultato concreto in termini normativi.

 La Commissaria alla Concorrenza Teresa Ribera non ha dato segnali particolarmente favorevoli in direzione di un allentamento delle norme sulle concentrazioni negli ultimi mesi.

Tanto più che in molti casi gli operatori sono partecipati in qualche misura dallo Stato, il che non aiuta operazioni di concentrazione soprattutto transfrontaliera. Presenza dello Stato, con potere di veto, si riscontrano negli ex incumbent in Spagna, Francia, Italia, Germania, Paesi Bassi, Svezia e Norvegia. Difficile immaginare che questi operatori possano finire in mani straniere.

D’altro canto, i leader dei 27 stati Ue vogliono spingere perché nascano dei veri campioni europei in settori strategici, comprese le telecomunicazioni.   

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