Ucraina nella UE? No, grazie

Prendo spunto dall’intervista rilasciata ad Affaritaliani.it dal ministro della Difesa Guido Crosetto sul tema dell’eventuale ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea.

Crosetto individua correttamente uno dei problemi più evidenti che una simile scelta comporterebbe: l’impatto sul settore agricolo europeo. L’Ucraina è infatti storicamente uno dei maggiori produttori agricoli del continente e dispone di una superficie territoriale superiore a quella della Francia. È quindi difficile immaginare che l’ingresso di un gigante agricolo di tali dimensioni possa avvenire senza provocare profonde tensioni competitive all’interno del mercato unico, aggravando ulteriormente le difficoltà che già oggi interessano milioni di agricoltori europei.

Si tratta di una considerazione del tutto condivisibile. Tuttavia, il problema è molto più profondo e non riguarda soltanto l’agricoltura. Riguarda la natura stessa dell’Unione Europea.

L’Europa comunitaria è nata come un progetto di integrazione economica. Il mercato unico, la libera circolazione di merci, servizi, capitali e persone e, successivamente, l’introduzione della moneta unica sono stati costruiti attorno a un principio fondamentale: l’appartenenza all’Unione presuppone il rispetto di precisi requisiti economici, istituzionali e normativi.

Per decenni ai cittadini europei è stato spiegato che l’ingresso di nuovi Paesi non poteva essere il risultato di una scelta politica discrezionale, ma rappresentava il punto di arrivo di un lungo percorso di convergenza. Proprio per questo motivo le procedure di adesione sono complesse, richiedono anni di negoziati e impongono l’adeguamento a criteri rigorosi che riguardano l’economia, la finanza pubblica, l’ordinamento giuridico, la capacità amministrativa e il funzionamento delle istituzioni.

In altre parole, l’Unione Europea non è mai stata presentata come un’organizzazione alla quale si aderisce per ragioni di opportunità politica, bensì come una comunità fondata su regole comuni e parametri condivisi.

Nel caso dell’Ucraina, invece, il dibattito sembra essersi progressivamente spostato su un piano completamente diverso.

Nessuno sostiene seriamente che Kiev sia oggi in possesso delle caratteristiche economiche, finanziarie e istituzionali che tradizionalmente sono state richieste agli altri Paesi candidati. L’argomento principale utilizzato a favore dell’adesione è infatti di natura geopolitica: sostenere l’Ucraina nel confronto con la Russia, consolidare la presenza europea nell’Europa orientale e rafforzare il ruolo strategico dell’Unione nello scenario internazionale.

Si tratta di motivazioni politicamente legittime. Ma proprio perché si tratta di motivazioni politiche, esse impongono una riflessione che va ben oltre il caso specifico dell’Ucraina.

Se un Paese può essere ammesso nell’Unione Europea principalmente per ragioni strategiche e geopolitiche, allora significa che i criteri economici e istituzionali non costituiscono più il fondamento esclusivo del processo di allargamento.

E se tali criteri cessano di essere determinanti quando si decide chi può entrare nell’Unione, diventa inevitabile chiedersi perché continuino a essere considerati inderogabili quando si tratta di giudicare gli Stati che ne fanno già parte.

Questa è la vera questione. Da anni Bruxelles richiama costantemente gli Stati membri al rispetto di parametri, obiettivi quantitativi, procedure e vincoli sempre più dettagliati. Intere politiche economiche nazionali vengono valutate sulla base di scostamenti minimi rispetto ai valori fissati dalle istituzioni europee. I governi vengono sottoposti a procedure di infrazione, richiami e monitoraggi continui. Il messaggio è sempre stato chiaro: le regole vengono prima della politica.

Eppure, nel caso dell’Ucraina, sembra affermarsi il principio opposto.

Come si può mantenere un Paese sotto pressione per differenze marginali rispetto agli obiettivi di bilancio e, contemporaneamente, sostenere l’ingresso di uno Stato che, per ragioni del tutto comprensibili legate alla guerra e alla successiva ricostruzione, non potrà realisticamente soddisfare per molti anni — forse per decenni — gli standard economici e istituzionali che l’Unione ha sempre considerato indispensabili?

Non si tratta di una questione contingente.

L’Ucraina è un Paese devastato da un conflitto che ha compromesso infrastrutture, reti energetiche, impianti industriali, collegamenti logistici e capacità produttiva. La sfida che attende Kiev non consiste semplicemente nel tornare ai livelli precedenti alla guerra, ma nel ricostruire un sistema economico e infrastrutturale compatibile con gli standard richiesti dall’Unione Europea.

Nessuno è oggi in grado di quantificare con precisione il costo complessivo di un simile processo. Ciò che appare certo è che la sua portata sarà enorme e che richiederà tempi lunghissimi.

Tuttavia, nemmeno questo è il punto centrale.

Il vero problema è che l’adesione viene discussa indipendentemente dal completamento di quel percorso di convergenza che in passato veniva considerato indispensabile.

Da qui nasce una seconda conseguenza, altrettanto importante.

Se il criterio determinante diventa quello geopolitico, quale principio oggettivo consentirà in futuro di distinguere tra candidature accettabili e candidature non accettabili? Per quale ragione il medesimo ragionamento non dovrebbe essere applicato ad altri Paesi considerati strategicamente rilevanti? Con quale coerenza si potrebbero invocare criteri economici e istituzionali per respingere altre richieste di adesione dopo aver sostenuto che, in circostanze particolari, tali criteri possono essere superati da valutazioni politiche?

Una volta affermato il principio secondo cui l’opportunità geopolitica prevale sulla convergenza economica e istituzionale, il confine dell’Unione Europea diventa inevitabilmente il risultato di una decisione politica discrezionale e non più l’applicazione di parametri verificabili e uguali per tutti.

L’Europa ha naturalmente il diritto di compiere una simile scelta. Ciò che non può fare è fingere che nulla cambi.

Può continuare a definirsi una comunità fondata sulla convergenza economica, sulla disciplina condivisa, sulla compatibilità istituzionale e sul rispetto di criteri comuni. Oppure può trasformarsi in un soggetto prevalentemente geopolitico nel quale le valutazioni strategiche prevalgono sui parametri che hanno caratterizzato il processo di integrazione degli ultimi decenni.

Entrambe le opzioni sono legittime.

Ciò che appare difficilmente sostenibile è la pretesa di mantenere contemporaneamente entrambe le impostazioni: rigore assoluto quando si tratta di imporre obblighi agli Stati membri e flessibilità straordinaria quando si tratta di decidere l’allargamento dell’Unione.

In definitiva, la questione non riguarda l’Ucraina. Riguarda l’Europa. Se l’Unione Europea ritiene che ragioni politiche, strategiche o solidaristiche debbano prevalere sui criteri economici e istituzionali che hanno guidato il processo di integrazione negli ultimi decenni, ha tutto il diritto di compiere questa scelta. Ma allora abbia anche il coraggio di dirlo apertamente.

Lo dichiari ai cittadini europei. Modifichi i Trattati. Ridefinisca formalmente la propria missione. Spieghi che l’Unione non è più principalmente una comunità fondata sulla convergenza economica e sulla disciplina condivisa, ma una struttura nella quale le valutazioni politiche possono prevalere sui criteri che fino a ieri venivano considerati inderogabili.

Perché se il criterio politico prevale quando si decide chi entra nell’Unione, diventa sempre più difficile pretendere che il criterio tecnico sia assoluto quando si giudicano coloro che ne fanno già parte.

In quel caso Bruxelles non potrà più chiedere ai governi europei di considerare sacri determinati parametri economici, perché sarà stata la stessa Unione a dimostrare che, quando lo ritiene opportuno, quei parametri possono essere subordinati ad altre esigenze.

La credibilità di un’istituzione non dipende dalla severità delle regole che impone, ma dalla coerenza con cui le applica. Se l’Europa vuole cambiare natura, lo faccia. Ma lo dica chiaramente. Perché il problema non è cambiare le regole. Il problema è continuare a pretendere che siano inviolabili per alcuni e derogabili per altri.

Ucraina nella UE? No, grazie.

Antonio Marina Rinaldi

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