A più di due mesi dall’attacco, l’azienda ammette che l’attacco informatico dello scorso agosto ha portato a un leak di informazioni.
Dati confidenziali sottratti e resi pubblici da un “soggetto terzo”. La conferma è arrivata solo con la pubblicazione del rapporto finanziario di fine anno, in cui Accenture tocca la questione dell’attacco che ha interessato i suoi sistemi lo scorso agosto.
“Durante il quarto trimestre fiscale 2021 abbiamo identificato un’attività irregolare nei nostri sistemi, che ha provocato anche una esfiltrazione di informazioni riservate da parte di un soggetto terzo, alcune delle quali sono state rese pubbliche” si legge nel report.
Tradotto: l’attacco ransomware della scorsa estate ha portato alla sottrazione di dati che sono stati poi pubblicati o forniti a terzi.
Il documento, in pratica, conferma quanto si sospettava da subito. La società di consulenza, che non ha ceduto all’estorsione dei pirati informatici, ha subito il (prevedibile) leak di dati da parte degli autori dell’attacco.
Una versione che contrasta con le prime dichiarazioni dell’azienda, che “a caldo” aveva negato che il data breach avesse coinvolto informazioni relative ai suoi clienti, bollando le affermazioni dei pirati come false.
I “crediti” per l’attacco se li è presi il gruppo Lockbit 2.0, una gang di cyber criminali che utilizza la formula del “ransomware as a service”, cioè un sistema di affiliazione che permette ad altri pirati informatici di utilizzare i loro malware e piattaforme per mettere in atto le estorsioni.
In questo caso, però, sembra che i cyber criminali si siano avvalsi anche dell’aiuto di un “interno”, che avrebbe consentito loro di rubare le informazioni.
Come molti loro “colleghi”, i pirati di Lockbit 2.0 adottano lo schema della doppia estorsione: una prima richiesta di riscatto per “sbloccare” i sistemi compromessi dal ransomware e una seconda per impedire che i dati rubati vengano pubblicati o venduti online.
Nel caso di Accenture, sul sito del gruppo sono comparse 2.384 cartelle contenenti i dati che i pirati hanno reso disponibili per il download. In un messaggio nella stessa pagina, invitano a contattarli per ottenere (a pagamento) ulteriori database.
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