
Salvatore Sechi in un articolo per Democrazia futura dedicato a “Piero Sraffa e il negoziato tra capitale e lavoro nella storia d’Italia” evidenzia “Alcune divergenze di analisi dello studioso con il pensiero di Antonio Gramsci”. Per Sraffa – scrive Sechi – il fascismo è l’arma di cui il capitalismo si serve per consolidare il suo grado di sviluppo ricorrendo al mezzo estremo di stravolgere l’architettura del regime democratico, cioè la forma assunta storicamente dalla democrazia politica[…]. Come ha mostrato Andrea Ginzburg – aggiunge lo storico sardo – la lettura sraffiana del fascismo non restò consegnata alle formulazioni dottrinarie fatalistiche e altamente prescrittive (fino al dogmatismo) prima di Lenin e poi del Comintern. Si trattò di una convergenza acquisita autonomamente, cioè parallela. Ma i suoi giudizi non solo non coincidono, ma sono sensibilmente distanti da quelli sia di Gramsci sia della storiografia che anche criticamente se ne è occupata. Manca la percezione dalla capacità del regime di adeguarsi ai cambiamenti e alle trasformazioni in corso a livello internazionale. In primo luogo la capacità di abbozzare una forma di programmazione economica, di allargare sia l’area dei consumi sia della domanda, di corrispondere anche alti salari e un incremento dell’occupazione. Anche questi limiti (difficoltà o ritardi) nel cogliere le “innovazioni” del fascismo, insieme alla differenziazione da Gramsci, mostrano come Sraffa fosse uno studioso non solo molto colto, ma assai indipendente nel senso che non amava pendere dalle grazie di nessuno, persone o partiti, amici o avversari”.
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Nell’inverno del 1927 Piero Sraffa tenne una conversazione al Keynes Political Economy Club che aveva per tema lo Stato corporativo in allestimento in Italia. A rileggerla si ricava un’idea, consolidata su una scala temporale ampia, della concezione che egli aveva maturato della storia d’Italia, dei partiti politici, nel contesto dei rapporti tra capitalisti e lavoratori (questo lessico è suo).
Nel dopoguerra l’obiettivo al centro dei “due opposti ed esclusivi partiti” che rappresentavano gli interessi del capitale e del lavoro fu, a suo avviso, quello di “acquisire il controllo dello Stato”.
Era progressivamente venuto meno fino a saltare
“l’equilibrio del governo democratico” che si fondava nel limitare la forza degli interessi per cui si combatteva. In realtà, si era finito per confrontarsi come se si fosse in un vero e propri o “stato di guerra”,
in cui ciascuna delle parti si guardava bene del prendere in considerazione, ed entrare nel merito di ogni particolare tema di disputa, valutando “i vantaggi immediati da aggiudicarsi o le “temporanee sofferenze da soppor tare”.
Era diventata una regola quella di non sprecare energie per ottenere successi immediati in “questioni secondarie o di dettaglio”. In questo modo venivano chiamati “i salari o le riforme sociali”.
Tutto, dunque, andava concentrato su un conflitto di importanza generale, puntando esclusivamente sulla vittoria finale che avrebbe determinato la supremazia di una delle due classi intorno a due domande cruciali: “chi comandava nelle fabbriche, chi aveva il controllo dello Stato”.
Tra i capitalisti come tra i lavoratori prevalevano esattamente questi “sentimenti di classe” e questa “concezione di classe dello Stato”.
I governi liberali cercarono, in questa radicale contrapposizione, di mantenere un atteggiamento di imparzialità per salvaguardare un equilibrio tra destra e sinistra (le due forze che si contendevano il campo). Il risultato fu una incessante politica di concessioni a favore ora di una, ora dell’altra classe sociale con la conseguenza di una perdita, tramite rinuncia, “di un po’ dell’autorità dello Stato”.
Di fronte a questa mediazione continua, connessa all’impossibilità di schierarsi interamente da un lato, cioè di fare una scelta unilaterale, a derivarne fu la decisione assunta dalle due più forti e attive sezioni della comunità nazionale di auto-organizzarsi come entità autosufficienti. Si diede, cioè, luogo ad “una separata organizzazione sociale” nel quadro di un fenomeno inedito come quello della separazione dallo Stato:
”i datori di lavoro delusi dal non aver ottenuto tutto l’appoggio aperto al quale ritenevano di avere diritto, i lavoratori consapevoli che lo Stato segretamente aiutava a preparare la reazione fascista a favore dei capitalisti”.
L’instabilità dei governi postbellici Sraffa l’attribuiva alla mancata sanzione della “vittoria completa di una delle classi” sociali da parte delle maggioranze politiche che formarono i governi.
Nel biennio 1922-1924 Mussolini tentò di muoversi su questa strada con un’azione di smantellamento del sistema di restrizioni come la cosiddetta tassazione demagogica (cioè le imposte di successione e la tassa sui profitti delle imprese) e la legislazione di guerra (cioè le limitazioni imposta alla libertà di impresa e le “riforme socialistiche del dopoguerra”.
Sul piano istituzionale vennero prese delle misure più originali e di carattere qualitativo, cioè la sostituzione della concezione liberale e della concezione socialista dello Stato. Venne cioècreato “un meccanismo statale che potesse giustificare ed assicurare la permanenza e stabilità del regime fascista stabilizzando l’equilibrio attuale nelle relazioni tra le classi sociali”.
Si arriva così’ nel 1925-1927 a concepire il meno nebulosamente possibile la formazione dello Stato corporativo.
Esso muove dall’assunzione dell’idea che
“gli interessi del lavoro e del capitale, e anche quelli della nazione nel suo complesso, sono identici per quanto riguarda la produzione: quanto maggiore il prodotto, tanto maggiore la quota che andrà ad ognuno, e tanto maggiore la potenza nazionale”.
Separazione e contrasto hanno luogo sul terreno della divisione del prodotto, in quanto si scatena una lotta per una maggiore quota da sottrarre. L’arma usata sarà la maggiore forza contrattuale di cui le singole parti dispongono e quindi la minaccia di sottrarre il proprio contributo alla produzione Tale attrito, se lasciato sviluppare, porterebbe a una diminuzione della produzione e perciò a un danno a carico di tutti degli interessi di tutte le parti.
Per impedire tale frizione, occorre contrastare l’interferenza dello Stato in tale campo e pertanto affidarsi all’iniziativa dell’impresa privata, come prescriveva la Carta del Lavoro dello Stato corporativo.
Lo Stato deve, però, intervenire per governare la distribuzione perché i produttori possano dedicarsi interamente all’aumento della produzione. La soluzione adottata non è la nazionalizzazione dei mezzi di produzione, ma la nazionalizzazione del meccanismo della distribuzione.
“Il che implica non solo arbitrato obbligatorio, ma in pratica controllo e direzione dei sindacati dei lavoratori e dei datori di lavoro da parte del governo”[1] .
Alla fine, Sraffa conclude rilevando che
“le corporazioni non sono associazioni di individui, ma dipartimenti governativi: di fatto esse sono sezioni del Ministero delle Corporazioni”.
Dal punto di vista delle funzioni sindacali ordinarie delle organizzazioni corporati ve, il “fascismo non ha introdotto nulla di sensazionale”.
Di originalità fascista, chiamata rivoluzione, si può parlare per la riforma delle fondamenta dello Stato, con la sostituzione delle organizzazioni corporative ai distretti elettorali, e del produttore al cittadino ed elettore al Parlamento Dalle linee generali di questa riforma si può essere certi che “il fascismo non correrà grandi rischi in sperimentazioni arrischiate.”
Ad avviso di Sraffa, lo Stato Corporativo è un meccanismo elaborato
“inteso molto più a dare un as petto moderno a una dittatura di vecchio stampo, piuttosto che instaurare un nuovo sistema di governo rappresentativo”.
Si vuole dare l’impressione che la dittatura sia indipendente dagli interessi settoriali, che essa sia un tentativo benintenzionato di governare paternalisticamente un popolo arretrato non adatto a un governo democratico o almeno che, se esso è oppressivo, il suo peso cada egualmente sulle diverse sezioni della comunità”.
Su questo punto, Sraffa si dedica ad un esame ravvicinato di alcuni dettagli della legge sul le relazioni tra capitale e lavoro e sulla organizzazione sindacale. Colpisce gli scioperi, qualunque sia la motivazione, e ammette, invece, la serrata, punendola solo quando essa sia fatta “senza adeguato motivo”.
Ma si tratta di un inutile formalismo dal momento che se gli scioperi sono proibiti, le serrate non hanno ragion d’essere. In secondo luogo, i datori di lavoro, senza ricorrere alla serrata, possono rompere gli accordi collettivi non ritenuti convenienti, e contro di loro l’associazione dei datori di lavoro non può prendere misure disciplinari, se mai le volesse fare. Ottenere questo risultato è impossibile per i lavoratori, in quanto non possono scioperare.
Sono, infatti, gli stessi sindacati fascisti a lamentare che in molti casi i datori di lavoro riescono ad eludere le clausole degli accordi, ed essi non hanno mezzi per costringerli a rispettarli.
In sintesi Sraffa ritiene che la differenza fondamentale tra datori di lavoro e lavoratori risieda nella natura stessa delle loro rispettive organizzazioni. Le associazioni dei datori di lavoro sono genuinamente volontarie, fondate liberamente nel pre-fascismo, e ai loro vecchi nomi hanno aggiunto semplicemente la parola fascista. Infatti essi si auto-governano in modo democratico, i loro rappresentanti sono eletti con i voti dei soci, e per fare un contratto collettivo o per qualsiasi altra decisione importante è richiesta la sanzione dei membri.
Esattamente il contrario si verifica per le organizzazioni dei lavoratori. Il primo passo del fascismo fu quello di distruggere i sindacati liberi esistenti. Col riconoscimento ufficiale dei sindacati fascisti, i vecchi sindacati sono stati dichiarati illegali e sciolti, e il loro patrimonio è passato ai sindacati fascisti. I lavoratori sono stati costretti ad aderire ai sindacati del regime, il che veniva fatto dai datori di lavoro al momento della loro assunzione.
Malgrado questi incentivi, gli iscritti ai sindacati fascistizzati sono circa due milioni mentre nel 1920 erano tre milioni e mezzo gli iscritti ai sindacati prefascisti. I sindacati fascisti non si possono definire dei sindacati, ma sono solo un’organizzazione imposta ai lavoratori per tenerli sotto stretto controllo. Gli iscritti non partecipano alle decisioni in materia di tattica o di accordi salariali, né eleggono i funzionari o i comitati esecutivi. A farlo alla testa delle sei grandi confederazioni è il presidente della Confederazione generale dei Sindacati come delle federazioni del commercio, e delle federazioni provinciali.
Secondo Sraffa la domanda importante da farsi è
“se il fascismo è un prodotto anormale della psicosi post-bellica, che si attaglia solo sulle condizioni locali italiane, o se esso rappresenti un risultato logico ed inevitabile delle moderne società industriali. L’opposizione democratica nel primo periodo del fascismo ha preso la prima posizione ed è stata in fiduciosa attesa della caduta del fascismo, che avrebbe dovuto realizzarsi appena la gente fosse rientrata in sé. Il fascismo sarebbe a quel punto passato senza lasciare tracce permanenti, tutto sarebbe tornato al sistema liberale, e l’ordine naturale delle cose sarebbe tornato esattamente quello dei vecchi tempi”.
Ma se il fascismo “effettivamente ha rappresentato l’ultima linea di resistenza su cui l’ordine sociale attuale deve ricadere al fine di difendersi contro gli attacchi del lavoro organizzato, se in effetti esso è l’unico metodo per consolidare le basi del capitalismo quando esso abbia raggiunto uno stadio in cui non è più possibile conservarlo senza rompere le forme della democrazia politica-allora gli sviluppi del fascismo avranno molto maggiore interesse in quanto essi rappresentano forse un’anticipazione dei risultati cui il capitalismo può portare negli altri paesi”.
Sraffa si sottrae, però, a schematizzazioni come quelle di Antonio Gramsci e dello stesso Angelo Tasca. Essi avevano attribuito al fascismo la sconfitta del movimento operaio l’obiettivo di centralizzare il negoziato tra capitale e lavoro con un’opzione per gli interessi monopolistici. Sraffa, invece, nella discussione avviata con Angelo Tasca su Stato Operaio, non nega che nel breve periodo la preoccupazione di Benito Mussolini fosse quella di conquistare il consenso dei ceti intermedi e di settori della stessa classe operaia.
Tra Sraffa e la leadership comunista ci fu una scarsa coincidenza che si può rilevare sulle loro posizioni sul fascismo come sulla strategia antifascista per abbatterlo.
Anche se l’abitudine è di spacciarle per identiche (anzi per scontate) fino alla prima metà degli anni Venti sono sensibilmente differenziate, se non contrastanti.
Sul primo aspetto Piero Sraffa non si limita a quanto aveva abbozzato negli articoli su The Economic Journal di John Maynard Keynes (cioè il regime politico del capitale finanziario e del capitalismo sempre meno concorrenziale e sempre più monopolistico). Nello stesso anno in cui Antonio Gramsci venne arrestato, 1927, Sraffa tenne la conferenza prima citata presso il Keynes Political Economy Club, a Cambridge, sullo Stato corporativo.
Proprio nella conclusione egli formula una domanda importante che è volta a cercare di delineare la natura del fascismo non come un prodotto meramente italo-centrico, ma piuttosto “un risultato logico ed inevitabile delle moderne società industriali”.
Sraffa mostra di avere una concezione della storia politica e sociale da materialismo storico, fondata cioè sul conflitto di classe e quindi dominata dagli obiettivi e dalle azioni da un lato dei capitalisti e dall’altra dei lavoratori. Pertanto, la sua domanda può essere formulata avendo per soggetto principale il destino del capitalismo.
Nel 1927 parlando ad un pubblico prevalentemente di economisti, il lessico che usa è quello ad essi più consueto: se il fascismo
“effettivamente ha rappresentato l’ultima linea di resistenza su cui l’ordine sociale attuale deve ricadere al fine di difendersi contro gli attacchi del lavoro organizzato, se in effetti esso è l’unico metodo per consolidare le basi del capitalismo quando esso abbia raggiunto uno stadio in cui non è più possibile conservarlo senza rompere le forme della democrazia politica-allora gli sviluppi del fascismo avranno molto maggiore interesse in quanto essi rappresentano forse un’anticipazione dei risultati cui il capitalismo può portare negli altri paesi”.
La risposta non è semplice né unilineare, anche se propendo a pensare che alla fine essa corrisponda alla seconda indicazione dell’alternativa. Per Sraffa, cioè, il fascismo è l’arma di cui il capitalismo si serve per consolidare il suo grado di sviluppo ricorrendo al mezzo estremo di stravolgere l’architettura del regime democratico, cioè la forma assunta storicamente dalla democrazia politica.
In fin dei conti, lo Stato Corporativo gli appare come un meccanismo
“inteso molto più a dare un aspetto moderno a una dittatura di vecchio stampo, piuttosto che instaurare un nuovo sistema di governo rappresentativo”. Si vuole dare l’impressione che la dittatura sia indipendente dagli interessi settoriali, che essa sia un tentativo benintenzionato di governare paternalisticamente un popolo arretrato non adatto a un governo democratico o almeno che, se esso è oppressivo, il suo peso cada egualmente sulle diverse sezioni della comunità”.
Come ha mostrato Andrea Ginzburg[2], la lettura sraffiana del fascismo non restò consegnata alle formulazioni dottrinarie fatalistiche e altamente prescrittive (fino al dogmatismo) prima di Lenin e poi del Comintern. Si trattò di una convergenza acquisita autonomamente, cioè parallela.
Ma i suoi giudizi non solo non coincidono, ma sono sensibilmente distanti da quelli sia diGramsci sia della storiografia che anche criticamente se ne è occupata. Manca la percezione dalla capacità del regime di adeguarsi ai cambiamenti e alle trasformazioni in corso a livello internazionale. In primo luogo la capacità di abbozzare una forma di programmazione economica, di allargare sia l’area dei consumi sia della domanda, di corrispondere anche alti salari e un incremento dell’occupazione.
Anche questi limiti (difficoltà o ritardi) nel cogliere le “innovazioni” del fascismo, insieme alla differenziazione da Gramsci, mostrano come Sraffa fosse uno studioso non solo molto colto, ma assai indipendente nel senso che non amava pendere dalle grazie di nessuno, persone o partiti, amici o avversari.
E’, però, vero che, per vie proprie, egli finì per riecheggiare alcune delle tesi (spesso erano veri e propri paradigmi) della teoria comunista delle crisi, e ne rimase a lungo, ma mai completamente, se non tributario certamente influenzato. Soprattutto, direi, di fronte alla maggiore minaccia che in Europa venne a rappresentare l’escalation del nazismo.
Bisogna, però, avanzare ragionevolmente un dubbio. Non essendo un militante, Sraffa non necessariamente ha potuto conoscere tutti i passaggi (per lo più relazioni e interventi interni agli organi del Pcd’I e al Comintern) attraverso i quali l’interpretazione gramsciana si è venuta stratificando.
Per fare un esempio, la sua visione rigorosamente classista della storia d’Italia non coincide con quella (meno drastica) di Gramsci che nel maggio 1930 scriveva:
”La concezione dello Stato secondo la funzione produttiva delle classi sociali non può essere applicata meccanicamente l’interpretazione della storia italiana ed europea dalla Rivoluzione francese fino a tutto il secolo XIX” perché anche se borghesia capitalistica e proletariato moderno concepiscono lo Stato come “forma concreta di un determinato mondo economico, di un determinato sistema di produzione, non è detto che il rapporto di mezzo e fine sia facilmente determinabile e assuma l’aspetto di uno schema semplice e ovvio a prima evidenza”.
Bisognava, a suo avviso, tenere conto del
“problema complesso dei rapporti delle forze interne del paese dato, del rapporto delle forze internazionali, della possibile geopolitica del paese dato…”
Tra i due compagni c’è una differenza molto netta e precisa.
Gramsci fino al 1918 ritiene che iniezioni di liberismo, provvedimenti specifici e in generale una politica economica non protezionistica potessero scongiurare la rotta del capitalismo verso chiusure corporative, interessi particolari, resa a discrezione di ceti sociali di borghesia recente e non industriale. La sua è una fiducia, e un auspicio, sulla possibilità che il sistema economico produca occupazione, alti salari e sviluppo.
Sraffa, invece, non spende una parola sulla conversione del capitalismo italiano come se fosse colpito da un baco e da tossine che lo condannerebbero alla regressione e a moltiplicare ineguaglianze e squilibri e ad arrecare danni e distorsioni al funzionamento del mercato.
Una fonte di informazione e una base affidabile, per potersi rendere conto del suo orientamento negli anni Trenta e Quaranta, potrebbe essere l’amicizia con i suoi colleghi britannici Maurice Dobb e con Eric Hobsbawm. Con entrambi, e soprattutto col primo, ebbe uno scambio frequentissimo di opinioni per la confidenza e l’amicizia che si era stabilita fra loro.
Questa presa di posizione di Piero Sraffa corrisponde nell’insieme allo schema interpretativo del Comintern e dello stesso Gramsci. Ma è un punto di arrivo, che, rispetto al punto di partenza, ha dei chiaroscuri, non è cioè uniforme.
Mi riferisco al fatto che Sraffa nell’esporre il suo ragionamento offre una sorta di diagnostica della storia d’Italia che assume come centrale ed esaustivo il conflitto capitale-lavoro.
In base a questo schema interpretativo egli non ritiene che alle sue origini il fascismo fosse un regime alternativo a quello liberale. Dal momento che omette il riferimento alla democrazia politica (la evocherà nella chiusa della conferenza tenuta a Cambridge, in un punto centrale), lo rubricherà solo come una forma nuova del vecchio dominio.
Gramsci, invece, nelle Tesi di Lione, si limitò a correggere le analisi precedenti di Amedeo Bordiga per delineare l’identificazione del movimento-partito di Mussolini con la base sociale del ceto medio, cioè con la rottura del blocco agrario-finanziario-industriale con la media e piccola borghesia che alle origini aveva costituito la base di massa del fascismo, ma anche la sua riserva. Siamo nella sfera cominternista della “stabilizzazione capitalistica”, che verrà espansa come un elastico o ristretta come una pelle di zigrino.
Dunque avrebbe avuto luogo uno spostamento delle classi medie, ma anche una loro radicalizzazione. A prendere piede è la riproposizione della logica sottesa al modo di produzione capitalistica che lo condanna a una frenata e infine alla certezza del declino.
Il piombo nell’ala sono le tossine indicate nelle Tesi di Lione, cioè il rapporto con gli intellettuali, la questione meridionale intesa come un aspetto regionale-territoriale dello “sfruttamento economico ‘coloniale’… del Mezzogiorno” e quindi uno specchio della divaricazione e del conflitto esistente tra diversi strati della borghesia. Specchio che viene anche nella normativa del codice di commercio in materia di azioni privilegiate, cioè la distinzione tra azioni implicanti soltanto la partecipazione al finanziamento dell’impresa e le azioni che garantivano un potere decisionale stabile ed effettivo ad un ristretto numero di possessori.
Sarebbe, però, un errore dare esclusivo o prevalente importanza ai rapporti economici, ai movimenti avanti o indietro dei singoli settori o delle innovazioni. Nel decidere i tempi e le forme del contrasto tra capitalismo e socialismo, le analisi politiche dei comunisti sono sempre improntate, oltreché a giudizi specifici su quanto avviene nel capitale alla coerenza dei programmi con quanto prescriveva la politica e l’ideologia. Il che spiega perché Gramsci e i suoi compagni, attribuiscano un rilievo essenziale ai rapporti con gli strati intellettuali intermedi del Mezzogiorno, che cercano di “uscire dal blocco agrario e di impostare la questione meridionale in forma radicale”.
E’ la via attraverso la quale il proletariato manifesterebbe “la sua capacità di conseguire un’autentica egemonia”.
Questa instabilità fu elevata. Si ebbe una forte inflazione nel 1919 e soprattutto l’anno successivo, il 1920,in cui il costo della vita raggiunse il 31 per cento e il prezzo politico del pane (abbassato dal governo Nitti nell’estate 1919) venne eliminato dal governo Giolitti per ragioni di bilancio (cioè per ridurre il deficit al quale tale prezzo contribuiva per ben 6 miliardi, cioè con oltre il 6 per cento del Pil del 1920) all’inizio dl 1921, ma si stabilizzò, nel 1922.Con lo smantellamento dell’apparato bellico furono contenute le spese statali e si ridusse il disavanzo. Per la stessa ragione aumentò la disoccupazione extra-agricola. Cresciuta di 8-9 milioni di persone toccò il picco di 419 mila unità nel dicembre 1921, mentre l’occupazione industriale si accrebbe del 13 per cento nel 1920, ma con la recessione del 1921 diminuì nella stessa misura percentuale.
In sintesi, sul piano macroeconomico dal 1919-1922 si ebbero inflazione, recessione e disoccupazione in seguito ad uno shock di origine interna.
Nel “biennio rosso” esso fu dovuto all’aumento del costo unitario della manodopera, alle rivendicazioni dei lavoratori, all’insicurezza che pervase produttori e soprattutto grandi gruppi industriali alle prese con problemi di riconversione e ristrutturazione produttiva e finanziaria.
Come ricordò un contemporaneo come Riccardo Bachi “
Sulle masse lavoratrici esercitano un gran miraggio il vocabolo ‘soviet’, le frasi ‘nazionalizzazione delle industrie’, ‘controllo sindacale’, ‘esercizio collettivo dell’impresa’, ‘appropriazione dei mezzi di produzione’”.
Si creò un fronte unico contro “il pericolo rosso”, cioè nel condividere l’ostilità, e la paura, verso il movimento dei lavoratori e gli anarchici in cui confluirono la grande borghesia agraria e industriale insieme alle classi medie.
Nel reddito e nell’occupazione avevano subito le ripercussioni pesanti dell’inflazione bellica e post-bellica sospinta dai salari (e della quale i salariati si avvantaggiavano), cioè attribuita al costo del lavoro. Si erano cumulate – come scrive nel 1923 Gino Borgatta sulla Rivista di politica economica – alle forti perdite sui risparmi per
“i ribassi in Borsa degli investimenti garantiti dell’impunità fiscale, i tracolli dei titoli industriali acquistati ad alti costi […] gli ulteriori aumenti delle imposte e dei prezzi, eccetera, che si scaricano su masse già state colpite e malcontente”[3].
Solonei Quaderni dal Carcere, come hamostrato Fabio Frosini, Gramsciavvierà una rimeditazione del fascismo, e del bolscevismo, come totalitarismi che incorporano dentro sé stessi le autonomie, le diverse articolazioni di ceti e di interessi che si erano espresse nello Stato liberale, ma all’esterno del suo corpo istituzionale.
In realtà, il valore euristico di questo concetto fin dagli anni Sessanta, è stato fatto bersaglio di obiezioni di natura sociologica e storico-politica animando una vera propria storiografia che lo ha radicalmente ridimensionato, come ha mostrato Andrea Graziosi.
Nota bibliografica
Il saggio di Piero Sraffa sul corporativismo, e lo scambio di lettere tra Sraffa e Angelo Tasca su Stato Operaio sono rinvenibili in appendice al volume di Giancarlo De Vivo, Nella bufera del Novecento. Antonio Gramsci e Piero Sraffa tra lotta politica e teoria critica, Roma, Castelvecchi, 2017, 188 p.
Per una discussione su di esso si veda il seminario promosso nel marzo 1999 a Roma dall’Associazione per il rinnovamento della sinistra, Sraffa politico. Alcuni inediti. Si vedano le relazioni di Marcello De Cecco “Quota 90”; Andrea Ginzburg, “Lo Stato corporativo”; Nerio Naldi, “Nell’Italia fascista degli anni ’20”, e gli interventi di Pierangelo Garegnani e Aldo Tortorella. L’intero convegno può essere ascoltato nell’archivio di Radio Radicale al seguente link: https://www.radioradicale.it/scheda/111626/sraffa-politico-alcuni-inediti-org-dallassociazione-per-il-rinnovamento-della-sinistra?i=1847240.
Vedi anche Maria Cristina Marcuzzo “Sraffa and Cambridge Economics, 1928-1931″in Terenzio Cozzi, Roberto Marchionatti (a cura di), Piero Sraffa’s Political Economy. A Centenary Estimate, London, Routledge, 2000, 456 p. Testo ripreso in Maria Cristina Marcuzzo, Fighting Market Failure. Collected Essays in the Cambridge Tradition of Economics, London, Routledge, 2011, XVIII-286 p.
Si vedano diversi saggi (in particolare quelli di Alessio Gagliardi, Andrea Borelli, Bruno Settis, Francesco Giasi e Silvio Pons) dell’importante raccolta curata da Paolo Capuzzo e Silvio Pons, Gramsci nel movimento comunista internazionale, Roma, Carocci, 2019, 242 p.
Claudio Natoli, La Terza Internazionale e il fascismo 1919-1923, Roma, Editori Riuniti, 1982; 400 p.
Mike Taber (a cura di) The Communist Movement at a Crossroad. Plenums of the Communist International’s Executive Committee, 1922-1923, Leiden-Boston, Brill, 2018, 796 p.
Giuseppe Vacca, Vita e pensieri di Antonio Gramsci, 1926-1937, Torino, Einaudi, 2014; XIX-399 p.
Crisi e rivoluzione passiva. Gramsci interprete del Novecento, a cura di Giuseppe Cospito, Gianni Francioni e Fabio Frosini, Como-Pavia, Ibis, 2021, 442 p.
Riccardo Bachi, L’Italia economica nel 1919. Annuario della Vita Commerciale, Industriale, Agraria, Bancaria, Finanziaria e della Politica Economica. Vol. 11. Reprint: London, Forgotten Books, 2018, 492 p. [si vedano le pagine V, VIII e IX].
Si veda altresì l’affresco ricchissimo di Pierluigi Ciocca, Ricchi per sempre? Una storia economica d’Italia (1796-2005). Nuova edizione aggiornata: Torino Bollati Boringhieri, 2020, 448 p.
Si ringraziano per la collaborazione Nerio Naldi (dell’Università di Roma) ed Enrico Pontieri (della Fondazione Istituto Gramsci di Bologna).
[1] Giancarlo De Vivo, Nella bufera del Novecento. Antonio Gramsci e Piero Sraffa tra lotta politica e teoria critica, Roma, Castelvecchi, 2017, 188 p. [il passo citato è a p. 126].
[2] Andrea Ginzburg, “Lo stato corporativo” in Sraffa politico. Alcuni inediti. Convegno dell’Associazione per il rinnovamento della Sinistra, Roma, 5 marzo 1999. L’intervento può essere ascoltato nell’archivio di Radio Radicale. Cf. https://www.radioradicale.it/scheda/111626/sraffa-politico-alcuni-inediti-org-dallassociazione-per-il-rinnovamento-della-sinistra?i=1847240.
[3] Gino Borgatta, “L’economia bellica e postbellica e le società per azioni. I; Le linee generali dell’economia bellica e postbellica”, Rivista di politica economica” ,1923, p. 269.
https://www.key4biz.it/democrazia-futura-piero-sraffa-e-il-negoziato-tra-capitale-e-lavoro-nella-storia-ditalia/441955/


