Hollywood e la resistenza contro l’AI. Ma fino a quando?

  ICT, Rassegna Stampa
image_pdfimage_print

Pochi giorni fa, il 21 aprile 2026 YouTube ha reso disponibile a chiunque ne faccia richiesta il proprio strumento proprietario di rilevamento dei deepfake, fino a quel momento accessibile solo a un gruppo ristretto di agenzie e figure pubbliche selezionate.

Una mossa arrivata in un momento in cui Hollywood deve fare i conti con una tecnologia sempre più minacciosa per chi teme di essere sostituito dall’intelligenza artificiale: a febbraio, ad esempio, dei, video generati da Seedance 2.0 raffiguranti Brad Pitt e Tom Cruise che se le davano di santa ragione su un grattacielo hanno fatto il giro del web in poche ore, e il presidente dell’MPA (Motion Picture Association), Charles Rivkin, ha parlato apertamente di uso non autorizzato di opere protette su scala massiccia.

Tutto questo pochi mesi dopo il lancio di Sora da parte di OpenAI, nell’autunno 2025, che aveva prodotto una vera inondazione di contenuti che vedevano come protagonisti personaggi di film e serie televisive, oltre a varie ricostruzioni della voce di figure storiche (come Martin Luther King) prima che la piattaforma venisse chiusa, a marzo 2026.

Il meccanismo del tool riconoscimento dei deepfake è concettualmente semplice: chi si iscrive carica il proprio volto nel sistema, che scansiona la piattaforma e segnala i contenuti potenzialmente contraffatti, lasciando al titolare la scelta se richiederne la rimozione oppure lasciarli lì.

La piattaforma continua a garantire degli spazi per la parodia e la satira, ma i contenuti che replicano in modo realistico l’attività professionale di un interprete sono tra quelli rimovibili su richiesta. Intanto, a gennaio, Taylor Swift ha depositato la domanda di registrazione del marchio per due clip audio della propria voce e per un’immagine di scena, percorrendo una strada già aperta in precedenza da Matthew McConaughey, cioè un utilizzo del diritto dei marchi ancora privo di precedenti giudiziari, pensato per coprire il vuoto che il diritto d’autore lascia aperto quando un modello genera un’imitazione ex novo, senza copiare alcuna registrazione esistente.

Hollywood: resistenza contro l’AI, ma fino a quando?

La resistenza organizzata dell’industria creativa all’intelligenza artificiale si è fatta sentire particolarmente lo scorso gennaio, con il lancio della campagna “Stealing Isn’t Innovation” promossa dalla Human Artistry Campaign, una coalizione che riunisce sindacati, associazioni di categoria e gruppi per i diritti degli artisti. Oltre settecento firmatari – tra cui Scarlett Johansson, Cate Blanchett e Joseph Gordon-Levitt – hanno sottoscritto un appello che chiedeva alle aziende tecnologiche di smettere di addestrare i propri modelli su opere protette dal diritto d’autore senza autorizzazione esplicita, e di introdurre meccanismi di opt-out per i creatori, con tanto di pagina acquistata sul New York Times.

Eppure il fronte della resistenza, a guardarlo con attenzione, è più sfaccettatao di quanto le firme in calce lascino intendere. Justine Bateman, un’attrice e filmmaker che aveva affiancato SAG-AFTRA durante lo sciopero del 2023 e aveva fondato Credo23, un’organizzazione che certifica le produzioni realizzate senza AI generativa, continua a sostenere che la tecnologia sia strutturalmente incompatibile con la creatività umana. Natasha Lyonne, invece, dopo aver annunciato il proprio debutto alla regia con Uncanny Valley, un film che fa uso di strumenti AI addestrati esclusivamente su materiale privo di vincoli di copyright per operazioni di post-produzione, si era ritrovata subito al centro di una bufera online (alimentata, a suo dire, dalla scarsa propensione a leggere i comunicati stampa per intero).

Sandra Bullock, interpellata a margine di una conferenza di settore, aveva sintetizzato con un certo pragmatismo la situazione sull’AI in questi casi: «È qui. Dobbiamo osservarla, capirla, starle vicino», aggiungendo che la cautela resta necessaria, perché c’è chi la userà in malafede.

La Creative Artists Agency, nel frattempo, ha investito in due aziende attive nel campo dei deepfake creativi (Metaphysic e Deep Voodoo) e avviato un prodotto interno chiamato CAA Vault per archiviare le sembianze dei propri assistiti, in vista di future opportunità di monetizzazione: un segnale piuttosto chiaro che la distinzione tra tutela e sfruttamento commerciale della propria immagine digitale è destinata a diventare uno dei principali nodi contrattuali del prossimo futuro, in un contesto sempre più dominato dai servizi casalinghi di fruizione dei contenuti, che macinano serie nuove quasi ogni giorno (Su SOSTariffe.it è possibile confrontare le offerte di streaming disponibili sul mercato italiano)

Il rinnovo WGA guarda altrove

Eppure, al momento, il contratto quadriennale ratificato dalla Writers Guild of America nell’aprile 2026 dice molto sullo stato reale della partita tra i sindacati del settore creativo e le major. Il tema dell’intelligenza artificiale, che aveva dominato la retorica dello sciopero del 2023, è scivolato in secondo piano: le major si sono impegnate a continuare a tenere incontri con il sindacato sull’argomento e a notificare alla WGA eventuali accordi di licenza che coinvolgano opere degli sceneggiatori per l’addestramento di modelli, ma hanno respinto la richiesta di remunerare gli autori per questo utilizzo. E la WGA ha rinunciato a questa rivendicazione.

Il centro di gravità della trattativa si è spostato altrove, visto che il fondo sanitario del sindacato accusa un deficit accumulato di circa 200 milioni di dollari negli ultimi quattro anni, e senza un intervento strutturale le riserve si sarebbero esaurite nel giro di altri tre. Le major hanno versato 321 milioni di dollari, cifra record, alzando al contempo la propria quota contributiva dal 13% al 16,75% della retribuzione lorda degli sceneggiatori. In cambio, gli iscritti pagheranno premi mensili più alti, franchigie aumentate e massimali di spesa out-of-pocket più elevati.

Il risultato è un accordo in cui l’AI è formalmente presente ma, di fatto, marginale, mentre la questione della sanità ha assorbito le energie negoziali di entrambe le parti. Una scelta che mostra come siane cambiate le priorità concrete di chi lavora nell’industria, al di là delle campagne e delle dichiarazioni pubbliche. Quando si tratta di scegliere su cosa concentrare la pressione contrattuale, anche i diritti digitali cedono il passo alle spese mediche.

Ben Affleck, Netflix e il riassetto dell’industria

A marzo 2026 Ben Affleck ha venduto a Netflix la propria società di intelligenza artificiale, InterPositive, fondata in segreto nel 2022. La notizia ha suscitato almeno due reazioni: da un lato la sorpresa per la notevole riservatezza con cui l’attore era riuscito a condurre l’operazione, dall’altro l’immediato dibattito sul significato industriale dell’acquisizione. InterPositive non produce video da prompt testuali e non si occupa di generazione di contenuti, ma ha sviluppato modelli addestrati a ragionare sulla logica visiva e sulla coerenza editoriale, con applicazioni in post-produzione, dalla correzione di inquadrature mancanti alla gestione delle incongruenze di illuminazione. Netflix ha inquadrato l’acquisto come un “ampliamento della libertà creativa”, presentando gli strumenti di InterPositive come soluzioni a problemi tecnici e non come sostituti del lavoro umano.

L’operazione si inserisce in un contesto di riassetto industriale di proporzioni storiche, visto che il 23 aprile gli azionisti di Warner Bros. Discovery hanno approvato la fusione da 110 miliardi di dollari con Paramount Skydance, con un’offerta da 31 dollari per azione che rappresenta un premio del 147% rispetto al prezzo di riferimento pre-operazione.

La chiusura dell’accordo è attesa per il terzo trimestre del 2026, salvo ostacoli regolatori: il Dipartimento di Giustizia americano ha già emesso citazioni istruttorie a fine marzo per esaminare gli effetti della fusione sulla concorrenza nelle sale cinematografiche, sulle piattaforme di streaming e sui diritti di distribuzione dei contenuti.

Nel frattempo Paramount si è accollata anche i 2,8 miliardi che Warner Bros. Discovery doveva a Netflix in seguito allo scioglimento dell’altro precedente e chiacchieratissimo accordo di acquisizione.

Novità su Google, per aggiungere Key4Biz tra le tue fonti preferite, clicca qui

Aggiungi Key4Biz tra le tue fonti preferite

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz

https://www.key4biz.it/hollywood-e-la-resistenza-contro-lai-ma-fino-a-quando/572130/