Le richieste di Stellantis, Volkswagen e Renault al Parlamento europeo per rafforzare l’industria automobilistica dell’Unione
Oggi chiedono a Bruxelles una strategia industriale più ambiziosa e un rafforzamento del principio del “Made in Europe“, ma i principali costruttori automobilistici europei continuano a destinare una quota crescente dei propri investimenti verso mercati considerati più attrattivi, come Stati Uniti e Cina. È il paradosso che emerge dal dibattito apertosi dopo il documento inviato ai membri del Parlamento europeo da Stellantis, Volkswagen e Renault, anticipato dal Financial Times.
Le tre case automobilistiche chiedono regole più semplici, incentivi più efficaci e strumenti in grado di rafforzare la produzione industriale nell’Unione europea. Tuttavia, la geografia degli investimenti racconta una realtà più complessa, alimentando interrogativi sulla reale fiducia dell’industria automobilistica nel mercato europeo.
L’automobile rappresenta uno dei pilastri industriali dell’Unione europea. In una lettera aperta congiunta, il CEO del Gruppo Volkswagen, Oliver Blume, e il CEO di Stellantis, Antonio Filosa, delineano proposte (e non è la prima volta quest’anno) a loro dire “concrete” per rafforzare la resilienza industriale dell’Europa in un contesto geopolitico in rapido cambiamento.
Il settore automobilistico europeo, che rappresenta circa l’8% del PIL UE e dà lavoro a 13 milioni di persone, è sotto crescente pressione dovuta all’aumento delle importazioni e alla crescente dipendenza da paesi terzi, in particolare in tecnologie chiave come le batterie.
La transizione verso la mobilità elettrica ha modificato profondamente gli equilibri competitivi globali. Stati Uniti e Cina hanno adottato politiche industriali aggressive per attrarre investimenti, mettendo sotto pressione il modello europeo.
Stellantis ha scelto gli Stati Uniti
Secondo il briefing Carmakers’ EV Investments: Is Europe Falling Behind? pubblicato da Transport & Environment, tra il 2021 e il 2023 Stellantis ha destinato appena il 10% dei propri investimenti nella mobilità elettrica all’Europa, mentre il 74% è stato indirizzato al Nord America.
La motivazione è principalmente economica. L’Inflation Reduction Act (IRA) statunitense garantisce incentivi e crediti fiscali particolarmente generosi per la produzione locale di veicoli elettrici, batterie e componenti strategici. In questo contesto, molte aziende hanno scelto di concentrare gli investimenti dove il sostegno pubblico appare più consistente e prevedibile.
Il risultato è una situazione paradossale: gran parte degli investimenti destinati all’elettrificazione europea continua a provenire dalle stesse imprese europee, mentre il continente fatica ad attrarre nuovi capitali industriali dall’estero.
Volkswagen guarda all’estero, Renault l’unica ad aver scelto l’Europa
Anche Volkswagen ha impostato una strategia fortemente orientata ai mercati internazionali. Il gruppo tedesco ha annunciato investimenti per circa 180 miliardi di euro nel periodo 2024-2028, di cui oltre 120 miliardi destinati a veicoli elettrici, batterie, software e nuove capacità produttive.
Una quota significativa di queste risorse sarà concentrata negli Stati Uniti e in Cina, mercati ritenuti strategici sia per la crescita della domanda sia per il livello degli incentivi pubblici disponibili.
Renault rappresenta invece un caso parzialmente diverso. Il costruttore francese figura tra le aziende che continuano a destinare oltre la metà dei propri investimenti all’Europa. Una scelta che riflette una maggiore esposizione industriale al mercato continentale, ma che da sola non è sufficiente a invertire una tendenza che coinvolge gran parte del settore.
Il Green Deal è davvero il problema?
Nel confronto con le istituzioni europee, i costruttori sostengono che l’incertezza normativa legata al Green Deal e agli obiettivi climatici stia rallentando gli investimenti.
Si tratta di una tesi che divide osservatori ed esperti.
Da un lato, è indubbio che le aziende chiedano maggiore chiarezza regolatoria, soprattutto sul percorso che porterà allo stop alla vendita di veicoli con motore endotermico previsto per il 2035.
Dall’altro, i dati sugli investimenti mostrano come le scelte industriali siano fortemente influenzate dalla competizione internazionale sui sussidi. La concentrazione degli investimenti negli Stati Uniti, dove l’IRA è pienamente operativo, suggerisce che il principale fattore di attrazione sia rappresentato dalla convenienza economica e dalla certezza del sostegno pubblico.
Più che una fuga causata dal Green Deal, emerge quindi una competizione globale tra politiche industriali.
Un’Europa che fatica ad attrarre investimenti
Negli ultimi anni l’Unione europea ha mobilitato circa 200 miliardi di euro per sostenere la transizione verso la mobilità elettrica e rafforzare la filiera industriale.
Tuttavia, il continente continua a mostrare difficoltà nell’attrarre investimenti esteri nel settore. Secondo diverse analisi, la quota di investimenti provenienti da operatori non europei resta significativamente inferiore rispetto a quella registrata negli Stati Uniti.
Nel frattempo la dipendenza europea dalle importazioni cinesi nel segmento dei veicoli elettrici rimane elevata. La Commissione europea ha risposto con una nuova strategia industriale che punta a rafforzare la produzione interna e ad aumentare il peso dell’industria manifatturiera dal 14% al 20% del PIL entro il 2035.
Tra gli strumenti allo studio figurano clausole di preferenza europea negli appalti pubblici e meccanismi di sostegno alle filiere strategiche.
La questione centrale: incentivi senza condizioni o politica industriale selettiva?
Il nodo del dibattito riguarda il rapporto tra sostegno pubblico e investimenti privati. Sempre più economisti ed esperti di politica industriale sostengono che i futuri incentivi debbano essere subordinati a precisi impegni produttivi sul territorio europeo.
L’obiettivo sarebbe quello di collegare gli aiuti pubblici a criteri quali:
- produzione localizzata nell’Unione europea;
- utilizzo di componenti e materie prime provenienti da filiere europee;
- mantenimento e creazione di occupazione qualificata;
- investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione sul territorio comunitario.
In altre parole, il principio sarebbe quello del “Buy European“: il sostegno pubblico viene concesso a fronte di un effettivo rafforzamento della capacità industriale europea.
Una posizione condivisa anche da numerosi rappresentanti del settore. Francesco Naso, segretario generale di Motus-E, sottolinea da tempo la necessità di sviluppare economie di scala e politiche industriali robuste per rendere il sistema produttivo europeo competitivo nel lungo periodo.
Nella stessa direzione si collocano le indicazioni contenute nel rapporto di Mario Draghi sulla competitività europea, che richiama la necessità di un massiccio piano di investimenti pubblici e privati per sostenere la trasformazione industriale del continente.
La sfida per Bruxelles
La questione che si pone oggi alle istituzioni europee è strategica. Da un lato, il settore automobilistico resta essenziale per l’economia e l’occupazione europea e necessita di strumenti adeguati per affrontare la competizione globale.
Dall’altro, diventa sempre più difficile giustificare interventi pubblici privi di condizioni stringenti se gli investimenti continuano a dirigersi prevalentemente verso altre aree del mondo.
La vera sfida non è soltanto aumentare il volume degli incentivi, ma costruire una politica industriale capace di legare in modo più stretto sostegno pubblico, innovazione tecnologica sostenibile e radicamento produttivo sul territorio europeo.
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