Viene descritto come un “impianto” nel cuore del sistema. Secondo gli esperti di Kaspersky potrebbe essere stato sviluppato da un gruppo cinese.
Anche se non è il primo caso, la scoperta di un malware che agisce a livello del UEFI (Unified Extensible Firmware Interface) è comunque qualcosa di estremamente raro.
L’utilizzo di un malware in grado di agire a livello UEFI rappresenta infatti una minaccia particolarmente insidiosa a livello di persistenza. La sua presenza, infatti, non può essere contrastata nemmeno con la formattazione del disco.
Non stupisce, di conseguenza, che il caso di MosaicRegressor abbia attirato l’attenzione dei ricercatori di Kaspersky, che in un corposo report pubblicato sul blog ufficiale della società sicurezza ne analizzano caratteristiche e (probabile) origine.
Nel dettaglio, i ricercatori hanno individuato una serie di componenti “sospetti” all’interno di un’immagine UEFI, alcuni dei quali sembrano essere derivati da quelli sviluppati da Hacking Team (un’azienda italiana produttrice di spyware – ndr) per alcuni dei suoi “impianti”.
L’esemplare individuato dagli analisti di Kaspersky, nonostante alcuni similitudini con i malware sviluppati dall’azienda italiana, hanno delle caratteristiche uniche che fanno pensare a una variante di una piattaforma battezzata con il nome di MosaicRegressor.
Il malware, spiegano i ricercatori, è composto da diversi moduli che interagiscono tra loro e hanno le funzionalità classiche di un trojan: dal recupero di informazioni sul sistema infetto al furto dei documenti memorizzati sul dispositivo.
Stando alle indagini condotte, il malware sarebbe stato utilizzato a partire dal 2017 e le vittime confermate comprenderebbero anche sedi diplomatiche in Africa, Asia ed Europa.
Per quanto riguarda l’attribuzione degli attacchi, dalle parti di Kaspersky non si sbilanciano troppo, ma alcuni degli indizi individuati fanno pensare a un autore asiatico e, in particolare, a qualcuno che abbia un legame con la Cina.
L’individuazione di MosaicRegressor, in ogni caso, è la conferma di un fenomeno in crescita che vede i gruppi APT (Advanced Persistent Threat) prendere di mira BIOS e UEFI per garantirsi un livello di persistenza elevato sulle macchine compromesse.
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