Lo sfruttamento e la persecuzione degli Uiguri mentre la Cina tace

  News, Rassegna Stampa
image_pdfimage_print

Mentre la Corte penale internazionale dell’Aia dichiara di non poter esaminare il dossier con le accuse di genocidio nei confronti degli uiguri perché la Cina non è compresa fra gli Stati aderenti e quindi non sottoposta alla sua giurisdizione, in questi ultimi giorni è uscita l’inchiesta congiunta di Libération, Bbc e Sueddeutsche Zeitung sullo sfruttamento della minoranza musulmana della regione occidentale dello Xinjiang per la raccolta forzata del cotone.

Secondo le nuove prove contenute in alcuni documenti online, la Cina starebbe costringendo centinaia di migliaia di uiguri e altre minoranze turcofone ad un massacrante lavoro forzato nei vasti campi di cotone nello Xinjiang. Il raccolto da loro prodotto rappresenta ben un quinto dell’offerta mondiale di cotone, che viene ampiamente utilizzato nell’industria della moda globale.

Oltre che nei campi di cotone, è già stato dimostrato da tempo che queste minoranze sono anche costrette a lavorare nelle fabbriche tessili e a vivere in una vasta rete di campi di detenzione, in cui si ritiene siano detenute più di un milione di persone.

Il governo cinese nega tutte le accuse, definendo i campi come semplici “scuole di formazione professionale” e le fabbriche come parte di un massiccio e volontario programma di “riduzione della povertà”. Le testimonianze suggeriscono però che più di 500mila lavoratori all’anno vengono indirizzati alla raccolta stagionale del cotone in condizioni che assomigliano molto a quelle tipiche dei lavori forzati.

«A mio avviso, le implicazioni sono veramente su scala storica – ha dichiarato alla BBC il dottor Adrian Zenz, un membro anziano della Victims of Communism Memorial Foundation di Washington che ha scoperto i documenti – Per la prima volta non abbiamo solo prove del lavoro forzato uiguro nella produzione e nella realizzazione di capi di abbigliamento, ma anche nella fase di raccolta del cotone, e penso che si tratti di un grande punto di svolta».

La Cina, in realtà, ha utilizzato a lungo il trasferimento di massa della popolazione rurale più povera, con l’obiettivo di migliorare le loro prospettive di occupazione, come parte di una più grande campagna nazionale contro la povertà. Negli ultimi anni questi forzi si sono accresciuti notevolmente. Con l’avvicinarsi del centenario del Partito Comunista del prossimo anno, la priorità della politica interna del presidente Xi Jinping è diventata l’eliminazione della povertà assoluta.

Un decisivo cambiamento nell’approccio del governo cinese alla regione dello Xinjiang si può far risalire a due sanguinosi attacchi a pedoni e pendolari a Pechino nel 2013 e alla città di Kunming nel 2014, coordinati, secondo la Cina, da islamisti e separatisti uiguri. La risposta del governo, dal 2016 in poi, è consistita nella costruzione di campi di “rieducazione” per chiunque mostrasse atteggiamenti considerati poco affidabili, per chi professasse religioni islamiche o “sospette” e per chi avesse anche solo un parente all’estero.

Mentre la Cina le definisce “scuole per la deradicalizzazione“, i suoi stessi documenti suggeriscono che si tratta di un sistema rigoroso di internamento, che mira a sostituire le vecchie identità di fede e cultura con una lealtà forzata al Partito Comunista.

I lavori di costruzione non si sono fermati però ai soli campi. Dal 2018 è in corso un’enorme espansione industriale che coinvolge l’edificazione di centinaia di stabilimenti. Il lavoro, secondo la filosofia del governo, contribuirà a trasformare le “idee obsolete” delle minoranze dello Xinjiang e a trasformarle in cittadini cinesi moderni, secolari e salariati.

Quando la BBC ha cercato di visitare una di queste fabbriche, alcune auto non contrassegnate hanno seguito gli operatori mentre riprendevano il perimetro del complesso. In poco tempo i giornalisti sono stati fermati e costretti ad andarsene. Secondo i media statali locali, una fabbrica tessile tipo impiega fino a 3.000 persone “sotto la mobilitazione e l’organizzazione del governo”.

Sono soprattutto coloro che non sono stati incarcerati però i principali obiettivi della campagna governativa per alleviare la povertà nello Xinjiang. Più di due milioni di persone appartenenti a famiglie povere di agricoltori o pastori, infatti, sono state mobilitate fino ad oggi per lavorare, in molti casi dopo esser state inizialmente sottoposte a brevi periodi di formazione professionale “in stile militare”.

Un rapporto di propaganda trovato sempre dal dottor Zenz spiega che i campi di cotone rappresentano un’opportunità per trasformare il “pensiero pigro e radicato” dei contadini poveri, mostrando loro che “il lavoro è glorioso”. Sotto accusa dello stato cinese ci sono infatti lo stile di vita e i costumi degli uiguri, che vengono considerati un ostacolo alla modernizzazione. Per questo i raccoglitori di cotone mobilitati sono spesso soggetti a controlli di sorveglianza apparentemente in contrasto con qualsiasi normale pratica lavorativa.

Negli anni passati l’industria della coltivazione del cotone dello Xinjiang faceva affidamento principalmente su lavoratori migranti stagionali provenienti da altre province della Cina. L’aumento dei salari e la creazione di posti di lavoro più dignitosi, unita alla consapevolezza che la raccolta del cotone è un lavoro molto pesante da svolgere, ha bloccato però il flusso annuale di migranti.

Adesso i rapporti di propaganda dipingono la nuova offerta di manodopera locale come la soluzione perfetta alla crisi del lavoro e l’incentivo all’aumento dei profitti per i coltivatori. Non viene però spiegato da nessuna parte perché centinaia di migliaia di persone, che non avevano mai mostrato interesse nella raccolta del cotone, sarebbero ora entusiaste di precipitarsi a lavorare nei campi.

Sebbene i documenti affermino che i livelli salariali possono superare i 5000 RMB (623 € circa) al mese, un rapporto sembra suggerire che per 132 raccoglitori organizzati da un villaggio, lo stipendio medio mensile è di soli 1.670 RMB (208 € circa) ciascuno. Qualunque sia il livello salariale, il lavoro retribuito può però ancora essere considerato lavoro forzato ai sensi della relativa convenzione internazionale.

La Better Cotton Initiative, un ente industriale indipendente che promuove standard etici e sostenibili, ha dichiarato alla BBC che le preoccupazioni per il programma di riduzione della povertà della Cina sono state una delle ragioni principali per cui ha recentemente deciso di interrompere l’audit e la certificazione delle aziende agricole nello Xinjiang. Il direttore degli standard e delle assicurazioni, Damien Sanfilippo, ha dichiarato: «Anche se questi lavoratori ottengono un salario dignitoso, il che è possibile, potrebbero non aver scelto quell’impiego liberamente».

Dopo le notizie e le inchieste pubblicate nell’ultimo anno, l’opinione pubblica mondiale ha iniziato a mobilitarsi e a mettere in atto gesti di protesta contro lo sfruttamento e la persecuzione di queste minoranze. Uno degli ultimi esempi più eclatanti riguarda la rottura del contratto con Huawei da parte del calciatore francese Antoine Griezmann, per timore che la multinazionale cinese possa aiutare il governo a monitorare i lavoratori sfruttati.

Grazie agli sforzi dell’eurodeputato verde Raphaël Glucksmann, giovedì scorso l’Europarlamento ha votato una risoluzione d’urgenza sulla vicenda del cotone dello Xinjiang. Esponenti del Parlamento hanno minacciato di bloccare l’iter di approvazione dell’accordo sugli investimenti con la Cina se esso non conterrà l’impegno del governo cinese a sottoscrivere le convenzioni dell’Organizzazione mondiale del lavoro (Ilo), in particolare quella contro il lavoro forzato. I parlamentari Ue hanno inoltre invitato la Commissione europea a sanzionare i vertici del Partito comunista cinese nello Xinjiang grazie al nuovo meccanismo per la protezione dei diritti umani.

Secondo Glucksmann è necessario “invertire l’onere della prova. Spetta ai grandi marchi – come Nike o Zara – dimostrarci che non si approvvigionano di cotone frutto di schiavizzazione”.

Sarebbe compito delle aziende tessili garantire che i loro prodotti non vengano prodotti utilizzando cotone proveniente dallo Xinjiang, ma, come ha spiegato Jérôme Lefilliâtre in un articolo per Libération, anche i marchi, come Adidas, Lacoste, o H&M, che si sono impegnati a non comprare cotone da quella regione della Cina, spesso non fanno seguire alla promessa i controlli di verifica necessari. Poi c’è chi, come il gruppo francese del lusso Kering (che comprende marchi come Gucci, Balenciaga e YSL), decanta i suoi progetti sperimentali per la coltivazione di cotone biologico proprio nello Xinjiang.

Come ha spiegato l’eurodeputato francese Glucksmann, il modello cinese rappresenta “l’incontro delle due tendenze più forti del XX secolo, il comunismo e il capitalismo, in ciò che hanno di peggio. Da una parte un sistema concentrazionario d’ispirazione sovietica e maoista che considera l’essere umano come merce […] dall’altra parte una globalizzazione sfrenata alla ricerca del miglior rendimento al costo più basso. Il matrimonio dei due ha fatto nascere un mostro post-moderno”.

Senza provvedimenti e sanzioni importanti da parte degli USA, dell’Ue e delle organizzazioni internazionali nei confronti del governo cinese, il paese di Xi Jinping continuerà indisturbato a portare avanti la sua opera di sfruttamento degli uiguri in nome di una fantasmagorica “lotta alla povertà” e della “rieducazione” severa delle minoranze.

http://ilkim.it/lo-sfruttamento-e-la-persecuzione-degli-uiguri-mentre-la-cina-tace/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=lo-sfruttamento-e-la-persecuzione-degli-uiguri-mentre-la-cina-tace