Chip, Taiwan investirà 250 miliardi di dollari per aumentare la capacità produttiva USA

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Un accordo strategico tra Washington e Taipei per spostare la produzione di chip negli USA

Gli Stati Uniti e Taiwan hanno raggiunto un accordo commerciale di portata storica nel settore dei semiconduttori, destinato a ridisegnare le supply chain globali dei chip e ad avere un impatto rilevante sul piano geopolitico. L’intesa, annunciata dal Dipartimento del Commercio statunitense, prevede investimenti massicci da parte delle aziende taiwanesi negli Stati Uniti in cambio di un alleggerimento significativo dei dazi.

Secondo quanto comunicato ufficialmente, le aziende taiwanesi dei semiconduttori e delle tecnologie avanzate investiranno almeno 250 miliardi di dollari per creare capacità produttiva negli USA. A questo si aggiunge un impegno diretto del governo di Taiwan, che garantirà 250 miliardi di dollari in credito a sostegno di queste imprese.

In cambio, Washington ridurrà i cosiddetti dazi “reciproci” su Taiwan dal 20% al 15% e azzererà completamente le tariffe su una serie di prodotti strategici: farmaci generici, ingredienti farmaceutici, componenti del settore aeronautico e alcune risorse naturali.
Nell’accordo anche componenti per l’industria automobilistica, legname e prodotti correlati, che non saranno soggetti a dazi superiori al 15% nell’ambito della normativa Section 232.

Il ruolo centrale di TSMC

Al centro dell’accordo c’è Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), il più grande produttore mondiale di chip “foundry”, cioè conto terzi. Il segretario al Commercio USA, Howard Lutnick, ha confermato in un’intervista a CNBC che TSMC ha già acquistato centinaia di acri di terreno in Arizona, lasciando intendere una possibile ulteriore espansione degli impianti statunitensi.

Hanno appena comprato centinaia di acri accanto alla loro proprietà. Lascerò che passino attraverso il processo decisionale del board e che si prendano il tempo necessario”, ha dichiarato Lutnick.

TSMC, da parte sua, mantiene una posizione prudente ma aperta. Un portavoce dell’azienda ha sottolineato che “la domanda di mercato per le nostre tecnologie avanzate è molto forte; continuiamo a investire a Taiwan e ad espanderci all’estero. Tutte le decisioni di investimento sono basate sulle condizioni di mercato e sulle richieste dei clienti”.

TSMC ha già avviato una presenza industriale significativa negli Stati Uniti: ha investito fino a 40 miliardi di dollari in Arizona, dove produce chip avanzati per clienti chiave come Apple e Nvidia, anche grazie ai fondi e agli incentivi previsti dal CHIPS Act.

Obiettivo USA: spostare il 40% della supply chain dei semiconduttori di Taiwan sul suolo americano

Uno degli elementi più rilevanti dell’accordo riguarda il trattamento tariffario futuro nell’ambito della Section 232, il quadro normativo utilizzato dagli Stati Uniti per motivi di sicurezza nazionale. Le aziende taiwanesi che costruiscono nuovi impianti di produzione di chip negli USA, come TSMC, si legge su Cnbc, potranno importare senza dazi fino a 2,5 volte la capacità produttiva che stanno costruendo, durante la fase di realizzazione degli stabilimenti.

Una volta completate le fabbriche, la soglia di importazione senza tariffe scenderà a 1,5 volte la capacità produttiva statunitense. Si tratta di una misura pensata per garantire continuità operativa alle aziende durante la transizione e allo stesso tempo incentivare la localizzazione della produzione negli Stati Uniti.

Il messaggio politico è però altrettanto chiaro e per certi versi coercitivo. Lutnick ha avvertito che le aziende taiwanesi dei chip che sceglieranno di non investire negli Stati Uniti rischiano di affrontare dazi fino al 100%. L’obiettivo dichiarato dell’amministrazione è portare il 40% della supply chain dei semiconduttori di Taiwan sul suolo americano.

È quello che ottengono se non costruiscono in America: il dazio probabilmente sarà del 100%”, ha detto Lutnick, aggiugendo: “Porteremo tutto qui, in modo da diventare autosufficienti nella capacità di costruire semiconduttori” (riassumendo in una frase l’obiettivo strategico di Washington).

Chip AI e Taiwan obiettivi strategici

Dal punto di vista geopolitico, l’accordo va letto alla luce della crescente competizione globale per il controllo delle tecnologie avanzate, in particolare quelle legate all’intelligenza artificiale.

I chip di ultima generazione sono diventati una risorsa strategica, al pari dell’energia o delle materie prime critiche, e la Cina ne è affamata.

I funzionari statunitensi hanno più volte evidenziato il rischio sistemico per l’economia americana nel caso di una invasione cinese di Taiwan, che potrebbe compromettere l’accesso ai chip prodotti da TSMC.

Anche per questo motivo, in chiave di sicurezza nazionale, Trump ha ordinato l’imposizione di un dazio del 25% su alcuni chip di elaborazione avanzata, come NVIDIA H200 e AMD MI325X. La misura non si applicherà ai chip importati per supportare lo sviluppo della catena di fornitura tecnologica statunitense e il rafforzamento della capacità produttiva nazionale di derivati ​​dei semiconduttori.

Il ripristino della capacità di produzione nazionale di semiconduttori, di apparecchiature per la produzione di semiconduttori e dei loro prodotti derivati ​​è fondamentale per la sicurezza economica e nazionale”, si legge nell’ordine esecutivo firmato da Trump.

L’opposizione della Cina all’accordo

La capacità degli Stati Uniti di produrre semiconduttori, alcune apparecchiature per la produzione di semiconduttori, come strumenti avanzati per la litografia e l’incisione, e i relativi prodotti derivati, è insufficiente a soddisfare la domanda interna. Ciò ha portato il Paese a dipendere da fonti estere per soddisfare la domanda interna e per questo Washington sta iniziando letteralmente “a spostare”, dà più parti nel mondo, la produzione di chip su territorio nazionale. Taiwan ne è l’esempio.

Un accordo che non è piaciuto alla Cina, che continua a ribadire che Taiwan è parte integrantee del territorio nazionale: “Taipei una parte “sacra” e “inalienabile” della Cina, destinata alla riunificazione con la forza se necessario“. Secondo quanto affermato dal portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun, “Pechino si oppone con fermezza alla negoziazione e alla firma di accordi con la regione cinese di Taiwan da parte di Paesi che intrattengono relazioni diplomatiche con la Cina, che comportino implicazioni sovrane e siano di natura ufficiale“.

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