Cinema, via libera alla riforma: nasce l’Agenzia nazionale. Nuove regole per tax credit e streaming
Con 218 voti favorevoli e appena 6 contrari, Montecitorio approva in prima lettura la legge delega che ridisegna la governance del cinema e dell’audiovisivo. Dal 2028 prevista una nuova Agenzia, mentre il Governo dovrà riformare tax credit, incentivi e sostegno alle sale. Un provvedimento nato da un’insolita convergenza tra maggioranza e opposizione, mentre streaming e intelligenza artificiale (AI) stanno cambiando profondamente il settore. Il provvedimento passa ora al Senato.
Al centro della riforma c’è soprattutto una scelta istituzionale: separare più nettamente la politica dalla gestione quotidiana delle risorse destinate al settore. Dal 1° gennaio 2028 dovrebbe nascere l’Agenzia per il cinema e l’audiovisivo, un ente pubblico dotato di autonomia organizzativa, patrimoniale, finanziaria e gestionale (speriamo non diventi l’ennesimo “poltronificio”).
Alla nuova struttura saranno trasferite gran parte delle funzioni operative oggi esercitate dal ministero della Cultura: gestione degli interventi pubblici, attuazione delle misure di sostegno, accesso al credito e rapporti con le Film Commission. Al ministero resteranno invece indirizzo politico, programmazione, vigilanza strategica e attività ispettive. È probabilmente questo il punto che può trasformare la legge in qualcosa di più di un semplice riordino normativo.

Giuli: “Inauguriamo uno stilnovo nei rapporti con il cinema, fondato dialogo, fiducia e responsabilità”
Con questo provvedimento, “inauguriamo uno stilnovo nei rapporti con il cinema, fondato sul dialogo, sulla fiducia e sulla responsabilità reciproca. L’istituzione dell’Agenzia, la programmazione triennale, le finestre temporali certe e il rafforzamento dei controlli pongono le basi per procedure più trasparenti e tempi prevedibili. Il procedimento dispone, inoltre, il riordino del tax credit, secondo criteri attenti alle dimensioni delle imprese, alla qualità delle opere e alla congruità dei costi. La Tutela del lavoro è parte essenziale del cambiamento. Le nuove disposizioni rafforzano le garanzie previdenziali e assistenziali e prevedono la revisione dell’indennità di discontinuità e degli ammortizzatori sociali, nel rispetto delle specificità di artisti, tecnici, professionisti e maestranze. L’istituzione di un fondo di solidarietà offrirà un sostegno concreto ai lavoratori in condizioni di fragilità economica“, ha dichiarato in una nota stampa il ministro della Cultura, Alessandro Giuli.
Mollicone: “Restituiamo all’industria dell’audiovisivo regole certe, trasparenti e dignitose”
“Con questa legge, insieme al ministro Giuli, al sottosegretario Borgonzoni e a tutto il Parlamento, abbiamo voluto superare definitivamente una stagione. Una stagione dominata dall’omologazione, non sempre orientata al merito e al reale riscontro artistico e industriale dei prodotti finanziati. Con questa legge, oggi, restituiamo finalmente all’industria dell’audiovisivo regole certe, trasparenti e dignitose. Evitiamo la concentrazione delle risorse verso pochi grandi gruppi e riserviamo tutele e finanziamenti dedicati alle opere con budget inferiore a un milione e mezzo di euro. Significa trovare un equilibrio, proteggere le opere prime e seconde, la sperimentazione dei giovani autori, il coraggio dei piccoli produttori. Significa proteggere tutti coloro che rappresentano l’anima più libera e vivace della nostra cinematografia. Era un indirizzo che avevamo evidenziato già dieci anni fa, in sede di approvazione della legge del 2016. Oggi trova finalmente un riscontro concreto. Investiamo sulle strutture del territorio. Investiamo su coloro che garantiscono tutti i giorni presidi culturali essenziali con passione, determinazione, competenza. Sostenere la ristrutturazione delle sale e il recupero degli schermi significa combattere lo spopolamento culturale delle periferie. Significa difendere la socialità delle nostre comunità. Significa valorizzare i luoghi dove si fa e le persone che, veramente, ‘fanno’ la cultura – nel solco del piano Olivetti della cultura voluto dal Ministro Giuli”, ha affermato intervenendo in Aula Federico Mollicone, deputato di Fratelli d’Italia e presidente della commissione Cultura della Camera.
Un’Agenzia per allontanare la gestione dalla politica
Il principio alla base della riforma è relativamente semplice: il governo stabilisce gli obiettivi della politica cinematografica, mentre un organismo specializzato gestisce strumenti e risorse.
Una distinzione che potrebbe garantire maggiore continuità alle politiche per l’audiovisivo e ridurre l’esposizione del settore ai cambiamenti di governo e alle oscillazioni della politica. Per produttori, distributori ed esercenti significa soprattutto puntare ad avere interlocutori, procedure e tempi più prevedibili.
Ma proprio qui si trova anche una delle principali incognite. L’autonomia scritta nella legge dovrà diventare autonomia reale: dipenderà dalle risorse assegnate all’Agenzia, dalle modalità di nomina dei suoi vertici, dalle incompatibilità previste e dalla trasparenza con cui saranno prese le decisioni.
Un nuovo ente, da solo, non garantisce infatti procedure migliori. La vera prova sarà capire se l’Agenzia riuscirà a rendere più semplice e trasparente un sistema di finanziamento che negli ultimi anni è diventato sempre più complesso.
Tax credit, verso incentivi più selettivi
L’altro grande capitolo riguarda il tax credit, diventato uno degli strumenti fondamentali della politica cinematografica italiana. La delega indica la strada di un sistema più selettivo e differenziato, nel quale gli incentivi dovranno essere calibrati in funzione delle caratteristiche delle opere, dei beneficiari e delle dimensioni delle imprese.
L’obiettivo è superare una distribuzione troppo indistinta delle risorse pubbliche e orientare maggiormente gli interventi verso qualità, valore culturale e solidità dei progetti. È una scelta potenzialmente importante, ma anche delicata. Rendere più selettivo il tax credit può migliorare l’efficienza della spesa pubblica; criteri costruiti male, però, potrebbero produrre l’effetto opposto, premiando soprattutto le società con maggiore capacità finanziaria e rendendo più difficile la vita ai produttori indipendenti.
Opere prime e seconde, documentari, cortometraggi e cinema d’autore partono spesso da una posizione finanziaria molto diversa rispetto alle grandi produzioni. La questione sarà quindi capire non soltanto quante risorse verranno stanziate, ma chi potrà effettivamente raggiungerle.
Sale cinematografiche, una questione industriale e culturale
La legge dedica attenzione anche alle sale, prevedendo contributi per la loro attività e il loro sviluppo, per l’ammodernamento della rete esistente e per la realizzazione di nuove strutture.
È un capitolo tutt’altro che secondario. La trasformazione delle abitudini di consumo e l’affermazione dello streaming hanno indebolito un modello nel quale la sala rappresentava il centro economico della distribuzione cinematografica.
È per vero che una distribuzione ragionata e più ricca viene sempre premiata dal pubblico, che se trova i motivi giusti in sala ci torna e lo fa anche volentieri. Il 2026 fino ad ora ha dimostrato che la ricetta di un’offerta di qualità funziona.
Ovviamente, oggi sostenere gli esercenti significa affrontare contemporaneamente una questione industriale e culturale. Un multiplex in una grande area urbana e una piccola sala in provincia hanno costi, pubblico e funzioni profondamente differenti. Per questo sarà decisivo capire come i decreti attuativi distribuiranno le risorse e se riconosceranno il ruolo delle sale indipendenti anche come presidi culturali sul territorio.
La riforma nell’era di Netflix e Amazon
C’è poi un cambiamento più profondo che attraversa l’intera legge, anche quando non viene esplicitato: il cinema che il legislatore si trova oggi a regolamentare non è più quello della riforma del 2016. In dieci anni il confine tra cinema e audiovisivo si è assottigliato. Netflix, Amazon, Disney e le altre piattaforme globali sono diventate contemporaneamente produttori, finanziatori e distributori. Questo significa che serie televisive e film competono per gli stessi talenti, le stesse infrastrutture produttive e spesso per gli stessi incentivi.
Il risultato è una filiera nella quale convivono piccoli produttori indipendenti italiani e gruppi globali con capacità finanziarie, tecnologiche e distributive incomparabilmente superiori. La riforma dovrà quindi affrontare una domanda inevitabile: come utilizzare le risorse pubbliche in un mercato dominato sempre più dalle piattaforme e da un processo di concentrazione delle risorse in poche mani?
I decreti legislativi dovranno chiarire il rapporto tra incentivi e produzioni legate agli OTT, gli obblighi di investimento nelle opere italiane ed europee e le tutele della produzione indipendente. Sullo sfondo resta anche la questione dei dati: conoscere realmente audience e modalità di fruizione è sempre più importante per valutare il peso economico delle opere audiovisive, ma le piattaforme hanno costruito parte della propria forza proprio sul controllo di queste informazioni.
Una buona notizia, in tal senso, arriva dall’Audicom, il Joint Industry Committee (JIC) italiano che proprio in questi giorni ha annunciato l’entrata nel consiglio di amministrazione (tramite Anitec-Assinform) delle grandi piattaforme come Netflix, Amazon, Disney e Google/YouTube, che in questo modo (per la prima volta in Europa) dovranno accettare di farsi monitorare e di rendere pubblici i dati.
Una legge nata da un’insolita convergenza politica destra-sinistra
Anche la storia parlamentare del provvedimento è particolare. Il testo unificato nasce dalla convergenza di cinque proposte di legge provenienti da schieramenti differenti. La proposta originaria vede come prima firmataria Elly Schlein, ma al percorso parlamentare si sono affiancati testi presentati da esponenti di Fratelli d’Italia, Movimento 5 Stelle, Azione e Lega. Il risultato è uno dei rari dossier sui quali, in una legislatura fortemente polarizzata, maggioranza e opposizione hanno trovato un terreno comune.
Nel dibattito è entrato simbolicamente anche Pupi Avati. Il regista aveva rivolto un appello pubblico a Giorgia Meloni ed Elly Schlein perché lavorassero insieme a sostegno del cinema italiano. Un invito raccolto politicamente, secondo la stessa leader del Pd, dalle due principali forze contrapposte.
Dietro la convergenza c’è però soprattutto la consapevolezza che l’attuale sistema abbia bisogno di essere aggiornato. La legge 220 del 2016 appartiene a un mercato precedente alla definitiva esplosione dello streaming, alla trasformazione industriale delle produzioni audiovisive e, soprattutto, all’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa.
Anche l’intelligenza artificiale entra nel cinema
L’AI rappresenta infatti un altro terreno sul quale la riforma prova ad aprire una strada, anche se per il momento più attraverso principi generali che attraverso regole operative.
Per il settore le questioni sono già molto concrete: utilizzo digitale della voce e dell’immagine degli attori, replica delle prestazioni, addestramento dei modelli AI su sceneggiature e opere protette, remunerazione degli autori e responsabilità in caso di violazione del copyright.
Sono problemi che Hollywood ha già conosciuto durante le vertenze di attori e sceneggiatori e che stanno rapidamente arrivando anche nell’industria europea. La difficoltà sarà evitare che le norme arrivino quando le pratiche industriali saranno ormai consolidate.
La vera partita saranno i decreti attuativi
La Camera, tuttavia, ha approvato una legge delega, non il nuovo sistema nella sua forma definitiva. Dopo il molto probabile via libera del Senato, il Governo avrà fino a due anni dall’entrata in vigore della legge per adottare uno o più decreti legislativi. Saranno questi a stabilire il funzionamento concreto dell’Agenzia, i criteri per ottenere gli incentivi, la nuova disciplina del tax credit, il sostegno alle sale e alla produzione indipendente.
Ed è proprio qui che si concentrano le maggiori preoccupazioni. Il passaggio dal vecchio al nuovo sistema dovrà evitare vuoti normativi, blocchi dei bandi e ritardi nei finanziamenti. Nel cinema l’incertezza amministrativa ha conseguenze immediate: un contributo che arriva tardi può compromettere un piano finanziario, spostare le riprese o far saltare accordi con cast e distributori.
Se c’è una cosa che ha bisogno di chiarezza e stabilità sono gli investimenti.
Ci sarà poi da capire quale spazio sarà garantito ai piccoli operatori e quale equilibrio verrà trovato tra capacità industriale e pluralismo culturale.
Una possibile svolta, ma non ancora una riforma compiuta
La forza del provvedimento sta soprattutto nel tentativo di riconoscere che il cinema è ormai parte di un ecosistema audiovisivo molto più ampio e complesso rispetto a dieci anni fa.
La nascita dell’Agenzia potrebbe professionalizzare la gestione degli incentivi e rendere più stabile il rapporto tra Stato e industria. La revisione del tax credit può consentire di utilizzare meglio le risorse pubbliche. Il sostegno alle sale può difendere un’infrastruttura culturale che il mercato, da solo, rischia di ridimensionare. Il confronto con piattaforme e intelligenza artificiale, infine, porta finalmente la politica cinematografica dentro le trasformazioni che stanno ridisegnando l’industria globale.
Ma la legge approvata dalla Camera, per il momento, è soprattutto una promessa di riforma. La differenza la faranno l’autonomia effettiva dell’Agenzia, le risorse che avrà a disposizione, la trasparenza delle nomine e dei finanziamenti, le garanzie per produttori indipendenti, autori e lavoratori e le regole applicate ai grandi operatori internazionali.
La domanda che accompagnerà ora il passaggio al Senato è dunque semplice: la nuova Agenzia riuscirà davvero a rendere il sistema più rapido, trasparente e indipendente oppure si limiterà a trasferire dal ministero a un nuovo organismo procedure e problemi già esistenti? È su questa risposta, molto più che sulla nascita formale di una nuova struttura, che si misurerà la portata della riforma.
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