
Gli investimenti in infrastrutture cloud su scala mondiale aumentati del 30% nel 2025 e rimarranno sostenuti anche per il 2026. Guida l’AI
Il mercato globale delle infrastrutture cloud continua a correre senza freni, trainato da una nuova ondata di domanda legata all’intelligenza artificiale (AI). Ma mentre i grandi operatori accelerano gli investimenti per sostenere questa crescita, negli Stati Uniti, da sempre il cuore pulsante dell’industria, emergono tensioni politiche e sociali sempre più evidenti, legate all’impatto ambientale ed energetico dei data center.
Secondo le ultime stime di Omdia, la spesa globale per i servizi di cloud infrastructure ha raggiunto i 110,9 miliardi di dollari nel quarto trimestre del 2025, con una crescita annua del 29%. Un dato che non solo conferma la solidità del settore, ma segna anche il sesto trimestre consecutivo con un’espansione superiore al 20%. La previsione per il 2026 resta altrettanto sostenuta: +27/30% su base annua.
A guidare questa dinamica è il passaggio dell’intelligenza artificiale dalla fase sperimentale alla piena adozione operativa. Non si tratta più soltanto di addestrare modelli, ma di integrarli nei processi aziendali, nei flussi di lavoro e nei sistemi informativi. Questo richiede infrastrutture cloud sempre più scalabili, orchestrabili e governabili.
Accelerano Google e Microsoft sul mercato mondiale, Amazon spinge sugli investimenti: è sempre l’AI a guidare la corsa della spesa
I numeri dei principali hyperscaler raccontano bene questa trasformazione. Amazon Web Services mantiene la leadership con una quota di mercato del 32% e una crescita del 24%. Microsoft Azure accelera al 39%, mentre Google Cloud segna un impressionante +50%, consolidando la propria posizione come terzo player globale. Tutti e tre registrano backlog in forte aumento, segnale di una domanda che non accenna a rallentare.
Parallelamente, gli investimenti stanno crescendo a ritmi senza precedenti. AWS prevede una spesa in conto capitale di 200 miliardi di dollari nel 2026, oltre il 50% in più rispetto al 2025. Microsoft ha già toccato i 37,5 miliardi in un solo trimestre, mentre Google punta a un range compreso tra 175 e 185 miliardi, più del doppio rispetto all’anno precedente.
Questa corsa agli investimenti è alimentata da un cambiamento strutturale: l’AI non richiede più solo GPU, ma un ecosistema completo di calcolo, storage e networking. In altre parole, ogni applicazione intelligente diventa un moltiplicatore di domanda infrastrutturale.
Cresce negli USA l’opposizione politica ai data center AI, infrastrutture spesso riconosciute come “estrattive”
È proprio negli Stati Uniti, dove questa espansione è più intensa, che emergono le contraddizioni più forti. La costruzione di nuovi data center, spesso giganteschi e ad alta intensità energetica, con un non trascurabile impatto ambientale e sociale, sta incontrando una crescente resistenza da parte delle comunità locali.
Il tema non è solo ambientale, ma anche economico e sociale: consumo di acqua, pressione sulle reti elettriche, impatto sul territorio e benefici percepiti spesso limitati per le popolazioni residenti. In molti casi, i data center vengono percepiti come infrastrutture “estrattive”, che utilizzano risorse locali per alimentare servizi globali.
Queste tensioni sono state raccolte anche a livello politico. Il senatore Bernie Sanders e la deputata Alexandria Ocasio-Cortez hanno annunciato una proposta di legge (l’Artificial Intelligence Data Center Moratorium Act) che punta a sospendere a livello nazionale la costruzione di nuovi data center dedicati all’AI, almeno fino all’introduzione di solide normative federali.
La proposta prevede che ogni nuova infrastruttura venga bloccata finché non saranno garantite tutele per lavoratori e consumatori, salvaguardie ambientali e protezioni dei diritti civili. Un’iniziativa che rappresenta una delle posizioni più radicali emerse finora nel dibattito statunitense sull’intelligenza artificiale.
Una frattura politica e industriale
Il confronto è destinato a intensificarsi. Da un lato, le Big Tech sostengono che senza un’espansione rapida delle infrastrutture sarà impossibile sostenere la competitività americana nell’AI. Dall’altro, cresce la pressione per regolamentare un settore che consuma quantità crescenti di energia in un contesto già critico per la transizione climatica.
La questione energetica, in particolare, sta ridisegnando gli equilibri politici. Il fabbisogno dei data center per l’AI è tale da mettere sotto stress le reti elettriche regionali, spingendo alcuni Stati a rivedere piani di sviluppo e autorizzazioni. Non a caso, il tema sta diventando trasversale agli schieramenti, con preoccupazioni che vanno oltre le tradizionali divisioni ideologiche.
Nel 2024 i data center USA hanno consumato circa 180–200 TWh di elettricità, pari a circa il 4–4,5% del consumo nazionale totale, più di quanto serva a un paese come il Pakistan o la Thailandia, ma entro il 2030 questo consumo potrebbe salire a tra 400 e 500 TWh, ossia fino a 8–11% dell’elettricità USA.
In questo scenario, i data center assorbirebbero circa metà della crescita della domanda elettrica dell’intero Paese a fine decennio.
Nel frattempo, anche la competizione tra cloud provider si sposta sempre più verso il livello applicativo. Non basta più offrire capacità computazionale: la vera differenza si gioca sulle piattaforme per agenti AI, sulla governance degli strumenti e sulla capacità di integrare modelli e dati nei processi aziendali. È qui che AWS, Microsoft e Google stanno concentrando i nuovi sviluppi, con soluzioni sempre più orientate alla produzione su larga scala.
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