La corsa globale all’intelligenza artificiale (AI), al cloud e ai servizi digitali sta trasformando i data center in una delle infrastrutture più strategiche del nostro tempo. Sono il motore invisibile dell’economia digitale: custodiscono dati, alimentano algoritmi, sostengono piattaforme, reti, servizi pubblici e sistemi industriali. Senza data center non esisterebbero né l’AI generativa né il cloud computing, né tantomeno la digitalizzazione crescente di imprese, sanità, finanza, pubblica amministrazione e telecomunicazioni.
Ma insieme agli investimenti miliardari e alle promesse di sviluppo economico, cresce anche una domanda sempre più urgente: qual è il costo reale di questa trasformazione? Quanta energia consumano davvero queste strutture? Quale impatto hanno sui territori che le ospitano? E soprattutto: è possibile conciliare innovazione tecnologica, sostenibilità ambientale e giustizia sociale?
La questione non è più marginale. Sta diventando uno dei grandi temi politici, industriali ed energetici del prossimo decennio.
Il caso Lombardia: il primo vero scontro italiano sui data center
Anche in Italia il tema sta emergendo con forza, seppure con minore intensità rispetto agli Stati Uniti. Il punto più avanzato del confronto è oggi la Lombardia, regione che concentra la maggior parte dei data center italiani grazie alla presenza di grandi dorsali di rete, infrastrutture digitali mature e vicinanza ai principali poli economici del Paese e al cuore dell’Europa.
Come ha ricordato Alessandra Corica in un articolo pubblicato su La Repubblica, lo scontro politico si è acceso dopo che il Consiglio dei ministri ha dichiarato di “preminente interesse nazionale” il maxi progetto di EdgeConneX: tre nuovi data center tra Milano Sud e il Lodigiano, per un investimento stimato in circa tre miliardi di euro.
Il caso racconta perfettamente la contraddizione ormai inevitabile della trasformazione digitale. Da un lato, le istituzioni e gli operatori industriali considerano i data center infrastrutture essenziali per la competitività del Paese. La Lombardia punta apertamente a diventare uno dei principali hub europei dell’economia dei dati, consapevole che cloud, AI e servizi digitali richiederanno una crescita costante della capacità computazionale.
Dall’altro lato, amministratori locali, opposizioni politiche, associazioni ambientaliste e cittadini contestano un modello di sviluppo percepito come troppo rapido e poco governato. Le critiche riguardano il consumo di suolo, il fabbisogno energetico, l’impatto ambientale, l’utilizzo dell’acqua, le emissioni e la pressione crescente sui territori.
Emblematico è il caso del data center previsto a Lacchiarella, contestato anche per la presenza di decine di generatori di emergenza alimentati a gasolio e per lo stoccaggio di grandi quantità di carburante. Il tema della sicurezza ambientale si intreccia così con quello energetico e urbanistico.
Il nodo centrale, tuttavia, non è se costruire o meno i data center. La digitalizzazione dell’economia li rende inevitabili. La vera questione è come governarne la diffusione. Servono regole chiare, pianificazione territoriale, criteri ambientali rigorosi, valutazioni energetiche trasparenti e soprattutto un rapporto più maturo con le comunità locali. Infrastrutture considerate strategiche non possono crescere senza una governance capace di valutarne costi, benefici e ricadute sociali.
La Lombardia rischia il commissariamento sui data center?
È un rischio concreto, secondo diverse testate nazionali. Il Governo vuole accelerare o sbloccare progetti considerati strategici, superando conflitti amministrativi e lentezze locali. Nel caso lombardo, l’idea circola perché ci sono grandi proposte di investimento e un forte rischio di blocco tra Regione, Comuni, vincoli territoriali e opposizioni locali. La Regione ha riconosciuto che sui data center c’è un vuoto normativo e ha presentato un progetto di legge per fissare regole chiare, tempi certi e un coordinamento regionale delle autorizzazioni. Questo nasce dal fatto che oltre il 60% delle richieste nazionali di insediamento sarebbe in Lombardia, quindi il tema è diventato concentrato e urgente
Negli ultimi anni, si legge nell’articolo di Daniele Bonecchi su Il Foglio, il settore ha registrato un’accelerazione significativa. In Italia la capacità installata cresce del 17% annuo e gli investimenti hanno raggiunto i 7 miliardi di euro, di cui circa il 70% concentrato proprio nell’area lombarda, come spiega lo studio Bit&Wat di Enel Green.
La Lombardia ospita quasi la metà dei data center presenti sul suolo italiano: “A oggi, la sola area milanese include 33 data center attivi sui 49 totali in Lombardia, distribuiti su 32 comuni della città metropolitana. Altri 10 sono in costruzione, con prospettiva di apertura tra il 2028 e il 2029, mentre altri 23 sono in valutazione presso gli enti locali preposti”.
Il principale mega data center europeo in via di sviluppo è il campus Hyperscale di Apto, a Lacchiarella, alle porte di Milano: “Con un investimento di 3 miliardi di euro, sarà il più grande d’Italia – ha spiegato nel suo articolo Bonecchi – estendendosi per 228.000 metri quadrati e raggiungendo una potenza pianificata fino a 300 MW per l’intelligenza artificiale. Uno tra i più potenti sorgerà in provincia di Lodi, nel comune di Bertonico, nell’area industriale dismessa della ex Gulf. Altri due saranno collocati nell’hinterland di Milano a Opera e Settimo Milanese”.
Di fronte a tutto questo, una cinquantina di sindaci dell’area interessata dai lavori, ma anche di altre province limitrofe, hanno deciso di mettersi contro la legge regionale in discussione e quindi di chiedere il rinvio (doveva essere approvata il 12 maggio).
La legge in questione cerca proprio di affrontare le paure dei cittadini riguardo a consumi energetici, idrici, di suolo e di inquinamento di varia natura. Tutte questioni molto serie, già affrontate anche in altri Paesi. Come ha ricordato l’assessore di Regione Lombardia agli Enti locali, Montagna, Risorse energetiche e Utilizzo della risorsa idrica, Massimo Sertori: “Il testo interviene proprio su questi aspetti, privilegia le aree dismesse e già urbanizzate, disincentiva il consumo di suolo, promuove tecnologie di riscaldamento più efficienti, incentiva il recupero del calore residuo e introduce compensazioni per gli interventi che comportano impatti sul territorio. Rimandare questa legge significherebbe lasciare un vuoto regolatorio”.
Per evitare di subire lo sviluppo selvaggio dei data center e gli effetti peggiori, è fondamentale quindi governarlo, proprio per attrarre gli investimenti necessari e sfruttare le grandi opportunità che queste infrastrutture posso offrire ai territori che le ospitano.
Pironti (Università di Torino): “Un campus data center integrato con università, centri di ricerca, imprese e PA, per attrarre investimenti, creare occupazione, sostenere startup e trasferimento tecnologico”
“La riflessione sui data center non può limitarsi alla sola misurazione delle risorse consumate: energia, acqua, suolo, materiali. Questa dimensione è certamente decisiva e impone scelte rigorose in termini di efficienza energetica, uso di fonti rinnovabili, recupero del calore, progettazione sostenibile e integrazione con le reti territoriali. Tuttavia, una valutazione realmente completa deve considerare anche il contributo che i servizi digitali abilitati dai data center offrono alla riduzione complessiva dell’impatto ambientale”, ha spiegato a Key4Biz il Prof. Marco Pironti, Vicerettore per l’Innovazione dell’Università degli studi di Torino e membro del Comitato Tecnico Scientifico di Assinter.
“Cloud, intelligenza artificiale, simulazione, gestione intelligente dei processi, mobilità connessa, sanità digitale e manifattura avanzata possono generare risparmi significativi di risorse, ridurre spostamenti, ottimizzare consumi, prevenire sprechi e rendere più efficienti intere filiere produttive e amministrative. La sostenibilità, dunque, va misurata in termini di bilancio complessivo: non solo ciò che il data center consuma, ma anche ciò che consente di ottimizzare”, ha sottolineato Pironti.
Queste infrastrutture, come anticipato, possono avere ricadute economiche, occupazionali e finanziarie estremamente significative sul territorio, che Pironti non manca di precisare: “Vi è poi un secondo aspetto strategico. Il data center non dovrebbe essere concepito soltanto come infrastruttura che rincorre la domanda già esistente, localizzandosi dove imprese e mercati sono più maturi. Può invece diventare un motore di sviluppo capace di anticipare e accelerare la crescita di ecosistemi emergenti”.
“In questa prospettiva il concetto di “campus data center” assume un valore particolare: non un’infrastruttura isolata, ma un nodo integrato con università, centri di ricerca, imprese innovative, pubblica amministrazione, competenze digitali e filiere industriali. Un campus di questo tipo può attrarre investimenti, generare nuove professionalità, sostenere startup e trasferimento tecnologico – ha aggiunto il Professore dell’Università di Torino – e quindi rafforzare la capacità computazionale al servizio della ricerca e accompagnare la trasformazione digitale dei territori. Il data center diventa così non solo risposta a un bisogno, ma piattaforma abilitante per costruire futuro, competitività e sostenibilità”.
Deruda: “Serve una governance multilivello che coinvolga gli enti locali fin dalla fase di progettazione”
“In questa fase storica la corsa ai data center è divenuta inevitabile. Rallentare questa traiettoria significherebbe per gli Stati rinunciare a competitività economica e sovranità tecnologica. Ma inevitabile non significa incontrollabile. L’attuale modello, grandi campus energivori concentrati in pochi poli, sta mostrando i suoi limiti. La pressione su reti elettriche locali, il consumo idrico e l’impatto sul suolo generano resistenze che rischiano di bloccare investimenti strategici”, ha commentato a Key4Biz Antonio Deruda, Analista di geopolitica digitale.
“Servono tre cambiamenti di paradigma – ha affermato Deruda – Il primo è architetturale: puntare su infrastrutture più piccole, efficienti e distribuite, integrate nelle reti energetiche locali, preferibilmente rinnovabili. Il data center di prossimità, alimentato da solare o idroelettrico è già realtà in alcune regioni nordeuropee.
Il secondo è normativo. Servono regole chiare che definiscano standard minimi di efficienza energetica e gestione dell’acqua. Il caso di Singapore è emblematico. Dopo la moratoria sui data center del 2019, nel 2022 il governo l’ha riaperta con regole stringenti che autorizzano solo i progetti con efficienza energetica best-in-class. Nel 2024 ha lanciato il Green Data Centre Roadmap, che impone PUE vicino alla soglia globale ottimale e obbliga i nuovi operatori a coprire almeno il 50% del fabbisogno con energia verde.
Il terzo cambiamento, infine – ha sottolineato l’analista di geopolitica digitale – è culturale le regole non devono essere imposizioni calate dall’alto, ma parte di una governance multilivello che coinvolga gli enti locali fin dalla fase di progettazione”.
“Il superamento del NIMBY passa dalla trasparenza e dalla restituzione al territorio. Microsoft e Fortum, per esempio – ha proseguito Deruda – stanno realizzando a Espoo, in Finlandia, il più grande impianto di recupero del calore da data center al mondo. Lo scarto dei server coprirà circa il 40% del fabbisogno di teleriscaldamento dell’area. È un esempio di come da queste infrastrutture le comunità possono ottenere benefici tangibili e non solo sopportarne i costi”.
Gli Stati Uniti e il complesso “Not in my back yard”
Per comprendere cosa potrebbe accadere anche in Europa è utile osservare gli Stati Uniti, il principale laboratorio mondiale dell’espansione dei data center. Secondo Statista, gli Stati Uniti ospitano oltre 4.180 data center, contro i circa 500 del Regno Unito e della Germania, più indietro la Cina con circa 370. È qui che la rivoluzione dell’intelligenza artificiale sta assumendo le dimensioni più estreme.
Ma è anche qui che stanno emergendo con maggiore evidenza le resistenze sociali.
Secondo una recente rilevazione Gallup, il 70% degli americani si dichiara contrario alla costruzione di un data center AI nella propria comunità. Le principali preoccupazioni riguardano l’aumento dei consumi energetici, il rischio di rincari nelle bollette e l’impatto ambientale locale.
E qui si inserisce il noto complesso Nimby, che sta per “Not in my back yard”, cioè “non nel mio cortile”. Una sindrome che si ritrova in occasione di ogni grande cambiamento storico, spesso legato all’innovazione tecnologica o alle grandi infrastrutture critiche: l’opposizione locale alla realizzazione di opere o impianti percepiti come sgraditi, irricevibili, rischiosi, minacciosi, o semplicemente brutti, nel proprio territorio.
Un’indagine realizzata da YouGov ed Economist mostra inoltre che gran parte dell’opinione pubblica ritiene che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale stia correndo molto più velocemente della capacità della società di governarne gli effetti economici e sociali.
La reazione delle comunità locali sta già producendo effetti concreti. Secondo i dati di Data Center Watch citati da Fortune, solo nell’ultimo anno negli Stati Uniti sarebbero stati bloccati o sospesi 48 progetti per un valore complessivo superiore a 156 miliardi di dollari.
Alla base della protesta c’è soprattutto una questione energetica. Uno studio pubblicato su Environmental Research Letters evidenzia che il peso dei data center sui consumi elettrici statunitensi è passato dall’1,9% al 4,4% nel giro di cinque anni. E potrebbe crescere ancora rapidamente entro il 2030.
A seconda degli scenari di sviluppo, la ricerca stima che i prezzi all’ingrosso dell’elettricità potrebbero aumentare dal 6% al 29% entro la fine del decennio. In alcuni Stati particolarmente esposti, come la Virginia, uno dei maggiori poli mondiali dei data center (se ne contano più di 600), i costi energetici potrebbero aumentare addirittura del 57%.
Il problema energetico: i data center consumano quanto città intere
Il tema centrale resta il fabbisogno energetico. I nuovi data center hyperscale (quelli utilizzati dai grandi operatori cloud e dalle piattaforme AI) richiedono quantità enormi di elettricità, in modo continuo, 24 ore su 24. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, un singolo data center hyperscale può consumare circa 100 megawatt, pari al fabbisogno elettrico di 100 mila abitazioni.
Bloom Energy, in un rapporto pubblicato all’inizio del 2026, stima che la domanda energetica complessiva dei data center statunitensi possa quasi raddoppiare tra il 2025 e il 2028, passando da 80 a 150 gigawatt. In termini pratici, equivale ad aggiungere in tre anni un nuovo grande Paese industriale ai consumi elettrici mondiali.
Il problema non riguarda soltanto la disponibilità di energia, ma anche chi paga gli investimenti necessari per produrla e distribuirla. Per sostenere la crescita dei data center, le utility stanno investendo miliardi di dollari in nuove linee elettriche, sottostazioni e centrali di produzione. Una parte significativa di questi costi viene poi redistribuita sulle bollette dei cittadini.
Come ha osservato Ari Peskoe, direttore dell’Electricity Law Initiative della Harvard Law School, il modello economico delle reti elettriche scarica inevitabilmente sugli utenti finali una quota rilevante degli investimenti infrastrutturali. La questione rischia quindi di diventare anche un problema di equità sociale: chi beneficia davvero della rivoluzione dell’AI e chi ne sostiene invece i costi indiretti?
L’altra emergenza, l’acqua
C’è poi un tema meno visibile ma altrettanto critico: il consumo idrico. Ne ha parlato ampiamente in un’inchiesta per Consumer Reports la giornalista Nicole Greenfield. I server generano enormi quantità di calore e devono essere raffreddati costantemente. Storicamente, molti data center hanno utilizzato sistemi basati sulla circolazione continua di acqua.
Secondo le stime dell’EPA americana, un grande data center può consumare fino a cinque milioni di galloni d’acqua al giorno, equivalenti al fabbisogno quotidiano di oltre 16 mila famiglie statunitensi.
E questo riguarda solo il raffreddamento diretto. La produzione stessa dell’energia elettrica necessaria ai data center richiede ulteriori enormi quantità d’acqua. In un contesto segnato da siccità ricorrenti e stress idrico crescente, soprattutto in molte aree urbane e industriali, il tema dell’acqua rischia di diventare uno dei principali fattori di conflitto territoriale.
Georgia, il caso del data center Meta diventa politico: Ocasio-Cortez denuncia l’acqua contaminata

La deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez ha portato al Congresso il caso della contea di Morgan, in Georgia, dove la costruzione di un grande data center di Meta è finita al centro delle denunce dei residenti per il peggioramento della qualità dell’acqua potabile. Durante un’audizione alla Commissione energia e commercio, Ocasio-Cortez ha mostrato due barattoli con acqua torbida sostenendo che la situazione sia peggiorata dopo l’avvio del cantiere.
Secondo la ricostruzione proposta dai media americani, le famiglie della zona lamentano una minore pressione dell’acqua, problemi agli elettrodomestici e la necessità di ricorrere all’acqua in bottiglia. La deputata ha chiesto un’indagine dell’EPA sugli impatti dei cantieri dei data center sulle risorse idriche locali, sottolineando che il caso potrebbe non riguardare un singolo pozzo ma un problema più ampio per la comunità.
Il caso della Georgia è diventato simbolico perché mette insieme Big Tech, tutela ambientale e qualità della vita nelle aree rurali, Al momento, si tratta di accuse e richieste di verifica, non di un accertamento definitivo di responsabilità causale. Proprio per questo il caso rischia di pesare non solo su Meta, ma sull’intero settore dei data center, sempre più sotto osservazione pubblica e politica negli USA.
L’impatto sui territori con infrastrutture invisibili ma invasive
I data center vengono spesso descritti come infrastrutture “immateriali”. In realtà il loro impatto fisico sui territori è tutt’altro che trascurabile. Le strutture hyperscale richiedono enormi superfici, nuove strade, collegamenti elettrici dedicati, dorsali in fibra ottica e sistemi di backup energetico.
Durante la costruzione, le comunità locali devono convivere per anni con cantieri permanenti, traffico pesante, rumore e modifiche urbanistiche profonde. Negli Stati Uniti non sono mancati casi di proteste legate alla costruzione di nuove linee elettriche attraverso proprietà private, con tralicci ad alta tensione sorti a pochi metri dalle abitazioni. In Georgia alcuni residenti hanno denunciato contaminazioni dell’acqua dei pozzi e danni alle abitazioni attribuiti ai lavori per i data center.
Una volta entrati in funzione, gli impianti possono inoltre incidere sulla qualità dell’aria locale a causa dei generatori diesel di emergenza installati per garantire continuità operativa in caso di blackout. La trasformazione digitale, dunque, ha una dimensione profondamente materiale. E produce effetti concreti sul paesaggio, sull’ambiente e sulla vita quotidiana delle persone.
Il vero collo di bottiglia sembrano essere le reti elettriche
La crescita dei data center pone però soprattutto un problema infrastrutturale. Il punto critico non è soltanto produrre più energia, ma riuscire a trasportarla nei luoghi dove sorgono i nuovi poli digitali. Le reti elettriche, in molti Paesi, non sono state progettate per sostenere carichi così elevati e concentrati.
Il problema riguarda trasmissione, distribuzione, connessioni e tempi di allaccio. Senza investimenti rapidi, il rischio è che i data center diventino vittime della stessa infrastruttura energetica da cui dipendono. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che entro il 2030 la domanda elettrica dei data center potrebbe raddoppiare a livello globale. In alcuni Paesi europei queste infrastrutture rappresentano già una quota significativa dei consumi nazionali.
Per sostenere la crescita serviranno nuove dorsali elettriche, accumuli, sistemi intelligenti di gestione della domanda, reti più flessibili e maggiore integrazione tra produzione locale e consumo. Il problema non è soltanto “se” l’energia sarà disponibile, ma “dove” e “quando”.
L’Italia e il rischio di rallentare la trasformazione digitale
In Italia la situazione è ancora più delicata. Il sistema elettrico nazionale è già sottoposto a forti pressioni e i nuovi data center rischiano di scontrarsi prima di tutto con i limiti infrastrutturali della rete. La situazione, però, non è bloccata: con investimenti in trasmissione, distribuzione e autorizzazioni, l’Italia può ancora assorbire questa crescita.
Terna considera i data center una delle principali sfide energetiche del prossimo decennio. Il problema riguarda soprattutto la concentrazione geografica delle richieste di connessione: Lombardia, Lazio e grandi aree metropolitane attraggono la maggior parte degli investimenti, ma sono anche i territori dove la rete è più sollecitata.
La questione è sistemica. Non basta produrre più elettricità: servono nuove infrastrutture, tempi autorizzativi più rapidi, accumuli energetici, strumenti di demand response e una pianificazione industriale coerente. Senza questi interventi, molti progetti rischiano di restare bloccati in attesa di connessione alla rete.
E questo avrebbe conseguenze dirette sulla competitività del Paese. Se rallentano le infrastrutture digitali, rallentano anche cloud, intelligenza artificiale, servizi avanzati e investimenti esteri.
La vera domanda: quali data center per il futuro?
La questione ormai è chiara: dei data center non possiamo fare a meno. Anzi, ne avremo sempre più bisogno. La domanda da porsi è un’altra: quali data center vogliamo costruire?
Il modello hyperscale centralizzato, caratterizzato da enormi poli ad altissimo consumo energetico, potrebbe non essere l’unica strada possibile. Alcuni osservatori ritengono che il futuro possa essere più distribuito: strutture più piccole, territorialmente diffuse, integrate vicino ai luoghi di maggiore domanda digitale e magari alimentate direttamente da fonti rinnovabili locali.
La sostenibilità passerà probabilmente da una combinazione di soluzioni tecnologiche, energetiche e regolatorie.
Tra le opzioni più promettenti emergono: sistemi di raffreddamento a liquido più efficienti; recupero del calore disperso per teleriscaldamento urbano; utilizzo diretto di energie rinnovabili; accumuli energetici e microgrid; maggiore efficienza computazionale dei chip AI; obblighi di trasparenza sui consumi energetici e idrici; pianificazione territoriale coordinata; standard ambientali più rigorosi; modelli di partecipazione delle comunità locali.
Anche il consenso sociale diventerà decisivo.
Superare la sindrome Nimby richiederà probabilmente una distribuzione più evidente dei benefici economici sui territori: occupazione qualificata, servizi digitali migliori, investimenti infrastrutturali, fiscalità locale e integrazione con università e ricerca.
Come ben sappiamo, la sfida, in definitiva, non è fermare la trasformazione digitale. È governarla.
Perché i data center sono ormai infrastrutture critiche della sovranità economica e tecnologica contemporanea. Ma proprio per questo non possono essere considerati soltanto come giganteschi edifici pieni di server. Sono nodi energetici, ambientali, industriali e sociali. Il loro sviluppo richiede una nuova idea di politica industriale: capace di tenere insieme innovazione, sostenibilità e coesione sociale.
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