Digital Networks Act, le telco in audizione alla Camera: conciliazione volontaria bocciata. Contrasti su switch off del rame e spettro radio

  ICT, Rassegna Stampa
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Le telco dicono la loro sul Digital Networks Act, e lo fanno in audizione alla Camera sviscerando gli spetti più controversi della proposta di legge europea da parte della Commissione Ue, che tante polemiche ha sollevato dal suo lancio a gennaio. Bocciato senza appello il meccanismo di conciliazione volontaria fra telco e OTT, che lascia troppi spazi di discrezionalità e non risolve il problema delle asimmetrie fra player Tlc e grandi web company. Posizioni diametralmente opposte, ma era prevedibile, anche per quanto riguarda lo switch off del rame: Open Fiber, che detiene una rete full fibre FTTH, favorevole. Contraria invece FiberCop, che con le reti misto rame FTTC fa ancora molti ricavi in Italia. Ma vediamo in sintesi le posizioni delle aziende e delle associazioni audite: Anitec-Assinform, Asstel, Fastweb, Tim, iliad, Wind Tre, Open Fiber e FiberCop.

Il video delle audizioni

Anitec-Assinform: “No a conciliazione volontaria. Rischio ulteriore pressione negoziale”

“Il meccanismo di conciliazione volontaria previsto dall’articolo 191 e seguenti della proposta di Digital networks act per le controversie relative a interconnessione fra reti permetterebbe all’autorità di regolamentazione di conciliare le possibili divergenze tra operatori di rete e altri operatori dell’ecosistema. Questo è un aspetto molto delicato, perché tocca proprio l’architettura economica e tecnica di Internet. Oggi il traffico internet si regge su un insieme di accordi tecnici e commerciali fra reti, operatori, piattaforme, fornitori di contenuti, content delivery networks e altri soggetti dell’ecosistema. È un sistema molto complesso, ma che ha dimostrato negli anni di funzionare in modo efficiente attraverso accordi bilaterali e soluzioni di mercato. La domanda che noi ci poniamo è se esista un fallimento di mercato tale da giustificare un nuovo meccanismo regolatorio. A nostro avviso, non c’è questa esigenza”. Così i rappresentanti di Anitec-Assinform nel corso di un’audizione sulla proposta di Regolamento sulle reti digitali della Commissione europea (Digital networks act, Dna) in commissione Politiche Ue della Camera.

“Il rischio – hanno aggiunto – è che la formalizzazione di una procedura di conciliazione, anche se qualificata come volontaria, introduca un nuovo livello di pressione negoziale. In particolare, potrebbe diventare uno strumento per spingere verso trasferimenti economici dai fornitori di contenuto e applicazioni agli operatori di rete”.

Anitec-Assinform: No a scadenze rigide su dismissione rame. priorità al servizio

 “Riguardo la dismissione dell’infrastruttura in rame, prevista dal Digital networks act entro il 2035, il punto di partenza è sicuramente positivo. Condividiamo l’obiettivo di accelerare la transizione verso reti ad altissima capacità, che sono il veicolo portante per i servizi più innovativi a più alto valore aggiunto. Tuttavia, la transizione deve essere gestita con maggiore realismo”. Così i rappresentanti di Anitec-Assinform nel corso dell’audizione.

“Imporre scadenze rigide o obblighi uniformi di dismissione di specifiche tecnologie rischia di non tenere conto delle differenze tra Stati membri, territori e architetture di rete. Non tutti i territori portano lo stesso livello di copertura, non tutte le aree dispongono delle stesse alternative tecnologiche e non tutti gli utenti — siano essi cittadini, imprese o pubbliche amministrazioni — possono essere migrati con gli stessi tempi e le stesse modalità”.

“La priorità deve essere evitare dei vuoti di servizio. Per questo riteniamo preferibile un approccio fondato su criteri prestazionali e neutralità tecnologica, e non su prescrizioni tecnologiche rigide. L’obiettivo deve essere quello di garantire reti migliori e servizi più avanzati, non imporre una traiettoria uniforme che potrebbe risultare non sostenibile in alcune aree. L’Italia, infatti, a differenza di altri paesi, dispone di una rete in rame più performante delle altre. La transizione dal rame alle reti di altissima capacità va accompagnata con maggiore flessibilità nazionale, attenzione alle specificità territoriali e piena tutela della continuità dei servizi” – hanno aggiunto.

Tlc: Fastweb, Digital Networks Act preservi concorrenza tra infrastrutture

“Il Digital Networks Act deve preservare ciò che ha funzionato: la concorrenza infrastrutturale. In Italia e in Europa, il quadro regolamentare ha spinto per anni gli operatori a costruire reti proprietarie, generando investimenti e benefici concreti per i cittadini. Questo modello va protetto a maggior ragione oggi, in una fase in cui abbiamo bisogno di reti sempre più performanti e resilienti”. Lo ha sottolineato Lisa Di Feliciantonio, a capo di Communication & Sustainability Officer di Fastweb+Vodafone, in audizione in Parlamento. “Un regime regolamentare più leggero può essere accettabile solo nelle aree dove ci sono più infrastrutture ed in cui la dinamica competitiva garantisce prezzi efficienti. Quindi non deve essere esteso al rame, che è per definizione un monopolio. E soprattutto deve mantenere gli incentivi all’infrastrutturazione, quindi continuare a garantire l’accesso alla cosiddetta ‘fibra spenta’, strumento fondamentale per operatori che vogliono non acquistare un servizio chiavi in mano ma input di base per realizzare proprie infrastrutture ed innovare. La deregolamentazione incondizionata consegna il mercato a chi controlla la rete, con la possibilità di applicare aumenti sproporzionati senza che gli operatori, e a cascata i consumatori finali, abbiano alternative. La concorrenza infrastrutturale non è un lusso ideologico: è una leva che ha spinto gli operatori a investire ed innovare”.

Digital Networks Act, Fastweb: Non risolve asimmetria telco-big tech. Meccanismi conciliazione insufficienti

“Riguardo la relazione tra operatori telco e big tech, il Dna affronta il tema con molta timidezza, nonostante esista un’enorme asimmetria certificata anche da un recente studio della Luiss. La prima asimmetria è di tipo regolamentare: noi operatori siamo soggetti a obblighi stringenti di sicurezza informatica, protezione dei dati e tutela degli utenti, mentre le grandi piattaforme offrono servizi analoghi, come WhatsApp per la telefonia, senza essere soggette alle stesse norme, creando una chiara distorsione competitiva”.

Così i rappresentanti di Fastweb, che aggiungono: “La seconda asimmetria è economica: noi sosteniamo costi enormi per adeguare le reti a un traffico che continua a crescere, generato proprio dalle big tech, le quali però non contribuiscono in alcun modo a questi costi. Il valore economico generato dalle nostre reti si concentra così sempre di più nelle mani delle big tech. Il Dna propone solo meccanismi di conciliazione che riteniamo insufficienti dato lo squilibrio di potere in campo. È inoltre opportuno rivedere le norme sull’open internet e sulla net neutrality. In conclusione, serve un cambio di paradigma per evitare di indebolire ulteriormente la capacità di investimento di un settore che è strategico non solo per la competitività, ma per la sicurezza del Paese”.

Tlc: Asstel, Digital Networks Act sostenga investimenti, ridurre asimmetrie

“La proposta di Digital Networks Act rappresenta un passaggio rilevante per il futuro della connettività europea. Valutiamo positivamente l’impostazione generale del provvedimento, che riconosce il ruolo strategico delle reti di comunicazione elettronica per la competitività industriale, la sicurezza, la resilienza e lo sviluppo digitale dell’Europa”. Così Laura Di Raimondo, direttrice generale Asstel nel corso dell’audizione sul regolamento Ue sul Digital Networks Act alla Commissione Politiche Ue della Camera.

“Come settore siamo pronti a dare il nostro contributo affinché lo strumento europeo contribuisca a sviluppare la filiera delle telecomunicazioni, sempre più centrale per il nostro Paese. Le nostre imprese sostengono non solo infrastrutture e servizi digitali attraverso rilevanti investimenti che devono essere sostenuti, ma anche occupazione qualificata, innovazione e competenze indispensabili per la competitività dell’Italia”.

Oggi, aggiunge Di Raimondo, “gli operatori di telecomunicazioni si muovono con vincoli regolamentari significativamente più stringenti rispetto alle grandi piattaforme digitali con effetti diretti sulla capacità di investimento e innovazione” e “in questo scenario è essenziale che le regole evolvano: servono condizioni che permettano alle tlc di sviluppare nuovi servizi e competere alla pari. Ridurre le asimmetrie normative non è solo una questione di equità ma una scelta industriale geopolitica”, conclude Di Raimondo.

Tlc: Rotunno (Open Fiber), Bene spegnimento rame. Transizione a fibra positiva per il Pil

“Il Digital Networks Act rappresenta una leva strategica per la competitività dell’Italia e per attrarre investimenti nelle reti digitali”. Ad affermarlo è Francesco Rotunno, Responsabile Affari europei di Open Fiber. “In un contesto economico e geopolitico complesso, il settore delle telecomunicazioni – sottolinea – ha bisogno di un quadro europeo chiaro, stabile e orientato alla crescita. Riteniamo che la proposta rispetti il principio di sussidiarietà e sia proporzionata, perché interviene su obiettivi europei e transnazionali mantenendo un equilibrio con le specificità nazionali”.

L’Italia, aggiunge, “ha recuperato molto del ritardo infrastrutturale grazie agli investimenti pubblici e al contributo degli operatori alternativi come Open Fiber: oggi il Paese ha una posizione solida su fibra e 5G, ma resta il nodo del basso tasso di adozione della fibra, che rallenta lo sviluppo di servizi digitali avanzati e indebolisce il ritorno sugli investimenti. La transizione dal rame alla fibra produce benefici concreti: secondo recenti studi di Deloitte e del Politecnico di Torino, ogni euro investito in fibra genera oltre tre euro di crescita del Pil e consente un risparmio energetico superiore all’80%. Va chiarito, inoltre, che il regolamento non introduce uno spegnimento immediato della rete in rame, ma un percorso graduale: il 2035 non è la data finale, ma quella in cui il processo si accelera”.

Nell’ipotesi di adozione del regolamento a dicembre 2027, sottolinea Rotunno, “il processo si concluderebbe solo a dicembre 2039 con ampie garanzie per gli utenti finali. Per queste ragioni riteniamo che il Digital Networks Act sia un’occasione da cogliere per attrarre investimenti, consolidare il vantaggio infrastrutturale acquisito dall’Italia e accelerare lo sviluppo di servizi digitali avanzati, dal cloud all’intelligenza artificiale”.

FiberCop: No a obbligo switch-off rame entro il 2035. Tornare a volontarietà processo

 “Non concordiamo sull’obbligo di switch-off che viene previsto nella proposta presentata dalla Commissione con il Digital networks act, in quanto riteniamo che i processi debbano seguire logiche di mercato e le peculiarità dei diversi Stati membri in Europa. Nel caso dello switch-off del rame per il passaggio alla fibra, se spegniamo il rame ma non abbiamo un processo di migrazione verso la fibra, gli utenti sono liberi di migrare anche su tecnologie alternative che potrebbero avere performance inferiori rispetto a quelle oggi offerte dall’Fttc (la fibra misto rame). L’Fttc è incluso nella proposta perché, spegnendo il rame, chiaramente anche questo non potrebbe fornire i servizi che offre oggi, poiché mancherebbe l’ultimo pezzo in rame”. Così i rappresentanti di FiberCop in audizione.

“Spegnendo l’Fttc – hanno proseguito – si priva il consumatore di un servizio che oggi è già più che adeguato per soddisfare i bisogni mass-market. Per questo riteniamo che si debbano considerare le peculiarità dei diversi Stati, anche con riferimento alle architetture presenti, e tornare all’approccio del Codice attuale di volontarietà del processo, in cui l’operatore ha la possibilità di pianificare il decommissioning. L’obiettivo è arrivare al risultato, perché chiaramente l’ambiente fiber e il take-up della fibra interessano anche a FiberCop, dati gli investimenti importanti che si stanno facendo e si faranno nei prossimi anni. Bisogna arrivare a quel punto con un processo che tuteli non solo gli investimenti privati, ma anche il consumatore che, appunto, oggi ha una rete pienamente funzionante”.

 Labriola (Tim): Camera audisca Authority e Mimit su futuro Tlc italiane

 “Rinnovo il mio invito, già fatto in altra occasione, che è il seguente: chiedete un’audizione contestuale ad Agcom, Agcm eMimit e chiedete loro come guardano al futuro del settore telecomunicazioni. Non per il mio stipendio: io posso anche andare via, non è un problema; il problema è che dobbiamo renderci conto che senza un’infrastruttura di telecomunicazioni questo Paese non avrà crescita del Pil, perché tutto passa sulle telecomunicazioni. Anche l’agricoltura”. Così l’amministratore delegato di Tim Pietro Labriola, in audizione alla Camera sul DNA.

“Vogliamo l’auto a guida autonoma? Secondo voi a che rete si agganciano queste auto a guida autonoma? Noi pensiamo che tutte le bellurie della tecnologia ci saranno comunque a prescindere, ma non è così” – ha aggiunto. “È questo il punto che voglio sollevare. Dopodiché, sui temi specifici e sugli emendamenti scriveremo. In buona parte siamo d’accordo: ritengo che il Digital networks act sia un grosso passo avanti, soprattutto perché quando ogni singolo Paese magari ha più timore ad affrontare una discussione con gli hyperscaler, l’unione fa la forza e quindi magari, andando avanti come Europa, diventa più facile”.

Labriola (Tim): “Bene proposta. Corretto avere regole uguali in tutta l’Ue”

“Oggi ci troviamo in un contesto nel quale tutto passa attraverso la digitalizzazione” – ha proseguito Labriola. “Tutti gli Ott, quando guardate Netflix o utilizzate Instagram, TikTok o quant’altro, utilizzano le reti di telecomunicazione nostre. Faccio un esempio banale: quando voi pagate 5 euro in più magari a Netflix per avere il full Hd, questi 5 euro ritenete che in parte passino dagli operatori di telecomunicazioni? La risposta è no. Ma se io dovessi adeguare la mia rete per veicolare tutto in full HD, dovrei tirare fuori uno o due miliardi, e poi come li recupero? Perché da un lato ho Open Fiber e FiberCop che vogliono aumentare i prezzi perché non hanno ritorno sull’investimento; dall’altro, a differenza della situazione nel mercato elettrico dove se aumenta il costo dell’energia in automatico le bollette si adeguano, distinguendo gli operatori tra l’operatore a monte che costruisce le infrastrutture e quello a valle che gestisce i servizi, nelle telecomunicazioni questo non è previsto. Quindi ti trovi schiacciato da sempre più investimenti, soggetti che usufruiscono del passaggio in rete e tu che non puoi ribaltare sul cliente finale la cosa”.

Labriola (Tim): “Settore Tlc italiano è di fatto fallito. Impossibile fare margine e investire”

“La domanda da porsi è: qual è la politica industriale del nostro Paese per le telecomunicazioni? – partendo dal seguente presupposto: il nostro settore è, di fatto, un settore fallito. Lo dicono i numeri. Dopodiché vogliamo la massima competizione? Si può andare avanti con la massima competizione, ma se le aziende non producono reddito non ricevono finanziamenti; se non ricevono finanziamenti dal mercato non riescono a reinvestire. Dopodiché, nel frattempo, noi siamo il Paese al mondo con i prezzi più bassi. Non lo dico io, prendete qualunque statistica: abbiamo i prezzi più bassi sulla fibra e sulla telefonia mobile”. Così l’amministratore delegato di Tim Pietro Labriola.

“Ho sentito qualcuno prima citare che la Francia e la Spagna sono avanti a noi sulla copertura in fibra del Paese. Ma qualcuno, al di là dei claim, si è posto la domanda del perché? Vi do io la risposta: costruire una linea in fibra in Francia costa 400 euro, costruirla in Italia 1400. Il prezzo di un servizio in fibra in Francia costa 35-40 euro, in Italia 20. Fate un calcolo e ditemi se, in questo mercato, un soggetto che opera come operatore economico quotato in borsa possa avere un ritorno dell’investimento e giustificare tutti quanti questi investimenti” – ha aggiunto.

Levi (iliad): “Frequenze in scadenza nel 2029 non devono essere impattate dal DNA”

“Lo spettro radio è una risorsa essenziale per garantire un’equa concorrenza nel mercato. Nel Digital networks act ci sono elementi positivi, come una maggiore prevedibilità e la possibilità di rinnovare ed estendere la durata delle frequenze, fattori fondamentali in un settore che necessita di orizzonti lunghi per pianificare gli investimenti. Tuttavia, la maggiore stabilità non può prescindere da un’allocazione dello spettro che garantisca un’adeguata concorrenza e contendibilità nel mercato”. Così l’amministratore delegato di Iliad Benedetto Levi, durante l’audizione.

“Oggi in Italia abbiamo il più grande squilibrio a livello europeo tra gli operatori: Iliad Italia ha un terzo delle frequenze di ognuno degli altri tre. In questo caso, rinnovi automatici rischierebbero di cristallizzare uno squilibrio, il che non è certamente l’intento del Dna. È fondamentale che i nuovi meccanismi si applichino soltanto allo spettro che scade oltre i sette anni dall’entrata in vigore del Dna, per consentire di sanare gli squilibri esistenti. Di conseguenza, la scadenza del 2029, anno in cui scadrà il 73% delle frequenze oggi allocate in Italia, non deve essere impattata da questo testo” – ha aggiunto.

iliad: Ok proposta, riduce frammentazione normativa

“In generale, valutiamo positivamente l’impostazione del Digital networks act e la scelta di intervenire con un regolamento che, a nostro avviso, è coerente con l’obiettivo di ridurre la frammentazione tra i vari Stati membri. Credo ci sia a livello continentale consenso sul fatto che un consolidamento europeo e la creazione di campioni europei sia qualcosa di auspicabile; armonizzare le regole tra tutti i vari Paesi è un prerequisito importante per andare in questa direzione su vari temi, come lo spettro radio. Il Dna dovrebbe riuscire a mantenere un equilibrio tra regole europee comuni, dove serve ridurre la frammentazione, e margini alle autorità nazionali dove occorrono interventi specifici mercato per mercato”, ha aggiunto Levi.

WindTre: riconferma spettro ma rivedere tempi di entrata in vigore

“Il Digital networks act prevede, da una parte, una durata indefinita dello spettro e, dall’altra, una riconferma dell’assegnazione che ciascun soggetto ha a scadenza. Questo tipo di impostazione è, a nostro avviso, virtuosissimo e consente agli operatori di avere la tranquillità di poter investire in modo continuativo fino all’ultimo giorno di vigenza di un rapporto autorizzatorio in attesa del nuovo. Tuttavia, se non c’è questa certezza, si rischia di bloccare gli investimenti con un rischio di arretratezza del sistema, un servizio peggiore per il cittadino, ma anche un minor livello di occupazione”. Così i rappresentanti di Wind Tre in audizione.

“Vi è però un errore – hanno avvertito – che crediamo sia grossolano, ma anche fatto in buona fede dal legislatore unionale: la disposizione relativa alla riconferma si applica soltanto a quelle frequenze che scadranno 7 anni dopo l’entrata in vigore del Dna, secondo la previsione del Dna stesso. Questo tipo di impostazione è inaccettabile: le frequenze sono frequenze, quindi non è possibile differenziarle rispetto alla scadenza. Se si differenziano rispetto a ragioni oggettive, tecniche, di propagazione, o al numero di clienti che possono servire, ha un senso. Differenziarle rispetto alla data di scadenza significa creare in modo artificiale una differenziazione tra frequenze che sono in molti casi le stesse”.

Wind Tre: “Rischio assegnazione nostre reti a operatori non Ue”

 “L’assegnazione di tutto lo spettro che oggi abbiamo a disposizione in Italia in un’unica data — per il 2029 sarebbe impossibile per ragioni di tempo, mettiamo per il 2037 che è la scadenza successiva — comporterebbe un esborso da parte dei partecipanti superiore al fatturato del settore. Questo significherebbe consegnare le comunicazioni europee a un soggetto non europeo, magari che ha sede dall’altra parte dell’Atlantico; solo gli Ott hanno quel tipo di capacità finanziaria oggi. Quindi, l’esigenza di rivalutare l’attuale testo normativo in consultazione, pur nella sua evoluzione rispetto alla stesura iniziale, è sicuramente ancora presente”. Così i rappresentanti di Wind Tre in audizione.

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