
L’obiettivo del gruppo di advocacy Stand with crypto è rafforzare la presenza di legislatori “crypto-friendly” al Congresso
Le criptovalute sono ormai una realtà finanziaria in continua crescita. Spesso occupano le prime pagine dei giornali e dei siti di informazione, soprattutto quando il loro valore cresce a dismisura, o, al contrario, quando crolla. Non a caso, sono considerate tra gli asset più volatili del mercato finanziario: i prezzi possono oscillare molto in poche ore, con guadagni straordinari, ma anche perdite estreme in tempi brevi.
Nonostante ciò, soprattutto negli Stati Uniti, le criptovalute hanno acquistato in questi ultimi anni un peso politico enorme, in particolare dalle ultime presidenziali vinte da Donald Trump, che è un sostenitore accanito delle valute digitale (tanto che ne ha coniata una personale e una per la moglie).
Secondo quanto riportato da Semafor, il gruppo di advocacy creato da Coinbase, Stand with Crypto, ha annunciato la volontà di partecipare alla campagna per le elezioni di medio termine del 2026. Un fatto a dir poco inedito, che segna un salto in avanti significativo nella crescente intersezione tra finanza digitale e politica americana.
L’organizzazione di advocacy, già protagonista nel sostenere candidati favorevoli alle criptovalute nell’ultimo ciclo elettorale, ha annunciato una strategia strutturata per influenzare il voto, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la presenza di legislatori “crypto-friendly” al Congresso.
Nasce il gruppo di voto, ecco i primi candidati sostenuti (e quelli osteggiati)
Al centro dell’offensiva c’è il lancio di un “voter hub”, una piattaforma che consente agli elettori di conoscere le posizioni dei candidati sugli asset digitali e di individuare le circoscrizioni considerate decisive, dove – secondo l’organizzazione – il voto degli utenti crypto potrebbe risultare determinante.
Stand With Crypto ha già individuato una prima lista di candidati da sostenere:
- Zach Nunn (Repubblicano, Iowa)
- Susie Lee (Democratica, Nevada)
- Mike Lawler (Repubblicano, New York)
- Don Davis (Democratico, North Carolina)
- Greg Landsman (Democratico, Ohio)
- Rob Bresnahan (Repubblicano, Pennsylvania)
Parallelamente, il gruppo ha preso posizione contro:
- Scott Perry (Repubblicano, Pennsylvania)
- Marcy Kaptur (Democratica, Ohio)
La selezione segue un criterio esplicito: il grado di impegno dei candidati verso politiche favorevoli alle criptovalute.
Non bisogna dimenticare che le società di criptovalute (le Big Crypto) hanno investito oltre 119 milioni di dollari direttamente per influenzare le elezioni federali del 2024, principalmente in un super PAC apartitico dedicato all’elezione di candidati favorevoli alle criptovalute e alla sconfitta degli scettici nei confronti di queste ultime. Meglio di loro hanno fatto solo le aziende del settore dei combustibili fossili.
Il “voto crypto” come fattore decisivo
Secondo un sondaggio citato dall’organizzazione, quasi sei possessori di criptovalute su dieci non votano stabilmente per lo stesso partito, mentre circa la metà sarebbe disposta a sostenere un candidato con posizioni favorevoli al settore anche in presenza di divergenze su altri temi.
Questo dato suggerisce la possibile formazione di un vero e proprio “blocco elettorale trasversale”, capace di spostare consensi in collegi dove la vittoria si gioca su poche migliaia – o addirittura centinaia – di voti.
È qui che emerge il nodo politico più delicato: in un sistema elettorale altamente competitivo come quello statunitense, una minoranza organizzata e altamente motivata può diventare decisiva.
Una lobby come le altre o una vera e propria crypto-oligarchia?
A prima vista, l’iniziativa di Stand With Crypto si inserisce nella tradizione americana dei gruppi di pressione (da noi chiamati gruppi di lobby). Tuttavia, presenta alcune caratteristiche distintive.
L’organizzazione afferma di poter mobilitare circa 52 milioni di possessori di criptovalute negli Stati Uniti, con una rete attiva di oltre 2,6 milioni di sostenitori.
Ma soprattutto, il settore crypto è caratterizzato da una forte concentrazione di ricchezza e capitale, spesso nelle mani di grandi piattaforme e investitori istituzionali. Questo ha portato alcuni osservatori a parlare di una emergente “crypto-oligarchy”: un sistema in cui pochi attori economicamente dominanti possono esercitare un’influenza sproporzionata sul processo democratico.
Uno degli obiettivi principali dell’organizzazione è promuovere candidati favorevoli a una regolamentazione più permissiva delle criptovalute.
Stand With Crypto intende infatti valutare i candidati con un sistema di rating (da A a F), orientare il voto verso chi sostiene politiche favorevoli al settore e incentivare i legislatori a modificare le proprie posizioni per attrarre consenso e finanziamenti.
Il rischio, secondo diversi analisti, è quello di una “trappola regolatoria”, in cui le politiche pubbliche non vengono più determinate da un bilanciamento tra interessi (consumatori, stabilità finanziaria, sicurezza), ma dagli interessi di un settore specifico che acquista sempre più peso politico.
Effetti sul pluralismo e sulla rappresentanza
Se un numero crescente di seggi al Congresso diventasse sensibile alla pressione del voto crypto, le conseguenze potrebbero essere significative e potremmo assistere ad una sensibile riduzione del pluralismo nel dibattito finanziario, ma anche marginalizzazione di altri attori (banche tradizionali, autorità di vigilanza, consumatori) e maggiore influenza di interessi privati altamente capitalizzati.
In altre parole, si rischia una trasformazione della rappresentanza politica: da espressione dell’interesse generale a mediazione tra lobby settoriali sempre più potenti.
Democrazia a rischio distorsioni?
La domanda di fondo resta aperta: l’attivismo di Stand With Crypto rappresenta una fisiologica evoluzione del lobbying democratico o un segnale di squilibrio? Da un punto di vista giuridico, l’azione del gruppo è pienamente legittima. Tuttavia, inserita nel contesto attuale, contribuisce a una tendenza più ampia: il crescente peso di capitali altamente mobili e concentrati nel determinare le politiche pubbliche.
In un sistema dove spesso si vince “per pochi voti”, la capacità di orientare anche una piccola quota di elettori può diventare decisiva. Se questa capacità è guidata da interessi economici specifici, il rischio è che l’equilibrio democratico si sposti progressivamente verso forme di rappresentanza selettiva, più sensibili alle lobby che all’interesse collettivo.
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