Una donna stanca, nel cui sguardo si legge tutta la forza ostinata di chi non può né vuole arrendersi. Poi due, tre, dieci, venti donne come lei. Sono le madri che il fotografo romano Antonio Faccilongo, poco più di quarant’anni, ha incontrato nel corso dei suoi viaggi in Palestina e raccontato nel reportage Habibi, in arabo “amore”, tra speranze, attese e dolore. Lavoro che recentemente gli è valso il prestigioso World Press Photo, come “Story of the Year”, ed il primo premio nella categoria dedicata ai progetti a lungo termine.

Nel corso di quest’intervista, Faccilongo – che nella sua carriera si è occupato di documentare le conseguenze del conflitto tra Israele e Palestina nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania – ci spiega come è nato il suo progetto, dedicato alla vita delle famiglie e delle mogli di detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, che ricorrono alla fecondazione in vitro per dare alla luce i propri figli. Parla anche dei progetti in corso: uno incentrato sull’ambiente e lo sfruttamento delle foreste; un altro, ancora una volta, sul tema della maternità, con la mortalità perinatale che nel periodo della pandemia Covid-19 è tragicamente aumentata in varie parti del mondo.
Quando sei stato in Palestina per la prima volta?
Nel 2008 e mentre atterravo a Tel Aviv è scoppiata la prima guerra dopo la seconda Intifada, chiamata Operation Cast Lead (Operazione Piombo Fuso). Ho passato lì circa un mese: un periodo in cui ho visto scene molto forti, che mi hanno colpito e convinto di quanto fosse importante documentare la sofferenza del popolo palestinese. Sono poi tornato a casa, continuando a seguire ciò che succedeva e, tra le cose varie cose lette, c’era un’informazione che parlava di un largo numero di uomini arrestati in un campo profughi. Mi sono chiesto come sarebbero andate avanti le loro famiglie, sia da un punto di vista economico, dato che solitamente a svolgere lavori retribuiti sono gli uomini, sia da un punto di vista emotivo. Dal 2010 ho quindi iniziato a seguire storie che parlavano del vissuto delle famiglie palestinesi: racconti più piccoli rispetto all’immensità della guerra, ma che fanno capire cosa significhi vivere in quei luoghi. E nel 2014 il collega fotografo Pietro Masturzo mi ha contattato per sottoporre alla mia attenzione una storia, riguardante la modalità grazie alla quale stavano nascendo alcuni bambini.

Come è nata l’idea di Habibi?
Dopo le feste di Natale, a gennaio 2015 sono tornato in Palestina e ho iniziato a raccontare quella storia: bambini che nascevano tramite inseminazione in vitro. Inizialmente non è stato facile, c’era tanta diffidenza dovuta al fatto che ero un uomo occidentale, fisicamente diverso dagli uomini del posto. Le donne temevano, tra l’altro, le opinioni del vicinato. Ho intuito che bisognava conquistare la loro fiducia, facendo capire le buone intenzioni del mio lavoro. In quei posti passano ogni giorno moltissime persone, la gente è abituata a un’interazione più rapida con la stampa locale, di un’ora o al massimo un paio d’ore. Fanno un video, scattano una foto e se ne vanno. Io invece mi recavo da quelle famiglie quotidianamente, per dire che ero interessato alle loro vicende. Un giorno scattavo un ritratto, per rompere il ghiaccio, poi tornavo per chiedere di documentare quello che gli stava accadendo, e per dire che avrei passato del tempo con loro. È stato difficile.
In che modo sei riuscito a ottenere la fiducia delle famiglie?
Dopo aver capito quali erano le donne che erano ricorse all’inseminazione in vitro, rivolgendomi all’associazione Prisoners’ Club che si occupa di assistere le famiglie dei detenuti, economicamente e legalmente, facendo addirittura da tramite per quelli che non hanno diritto alle visite, sono entrato in contatto con le prime. La lista iniziale conteneva una decina di nomi, a cui man mano se ne sono aggiunti altri dieci. Da alcune ho ottenuto subito fiducia, da altre invece no. Allora ho realizzato che era necessario conquistare la fiducia di uno dei membri adulti della famiglia, il fratello del detenuto o quello della moglie. Questo mi ha consentito di diventare confidente della famiglia Rimawi, con cui ho instaurato un rapporto più profondo. La moglie si chiama Lydia, il marito Abdul Karim ed è stato condannato a una pena abbastanza lunga (ndr. per il coinvolgimento nell’omicidio del ministro del turismo israeliano nel 2001). Non ad un ergastolo, perciò tra qualche anno tornerà a casa.
Il primo incontro con Lydia?
L’ho conosciuta condividendo un viaggio, il giorno della visita in carcere, insieme a un gruppo di donne con cui mi aveva messo in contatto la Croce Rossa Internazionale. Si tratta di viaggi lunghissimi che possono arrivare a durare ventiquattro ore, tra andata e ritorno, per fare magari 15 km di strada. Avevo chiesto la possibilità di documentare il tragitto, ma non ho avuto modo di farlo interamente in territorio israeliano. Tuttavia, ho potuto condividere con loro il viaggio tra Ramallah e il confine. Lydia era con suo figlio e ho scattato delle fotografie. Vedere lei da sola con il bambino in braccio, in un territorio così difficile, mentre affrontava un viaggio faticoso, con diversi controlli, per far visita a suo marito… L’immagine che ho scattato voleva dimostrare quanto lei fosse fragile e, allo stesso tempo, forte. Quanto quell’abbraccio fosse protettivo verso il suo bambino. La guardavo e mi sono emozionato, ho sentito nascere un affetto nei suoi confronti. Dopo ho pensato che mi sarebbe piaciuto continuare a documentare la sua vita e quella del bimbo.

È stato semplice interagire con lei?
Probabilmente stanchi di alcune attenzioni che la stampa aveva dato loro e che erano state abbandonate, Lydia e il marito non volevano incontrare più nessun giornalista. Quando gli ho chiesto di vederci per la seconda volta, con l’obiettivo di spiegare meglio il mio progetto, mi ha rifiutato. Le emozioni che avevo sentito e quella scena di dolcezza e protezione a cui avevo assistito mi hanno però spinto a insistere. Ho utilizzato un interprete, un mediatore che conosceva la cultura locale e il limite giusto da non superare. Lei ha continuato a ringraziarmi e a dirmi che non voleva vedere più nessuno. Majd era il secondo bambino nato tramite fecondazione in vitro, oltretutto nella West Bank. Per conquistare la fiducia di Lydia ho cercato di entrare in contatto col fratello Mazen e gli ho fatto capire la bontà di quello che stavo facendo. Stavo investendo soldi miei per realizzare il reportage, non avevo fini di comunicazione o profitto. Dopo tre giorni di caffè e sigarette, è nata un’amicizia. Così ho avuto modo di costruire un rapporto con Lydia, e da quel momento sono diventato un membro della loro famiglia.
In che rapporti siete ora?
Li sento tutti i giorni e li tengo aggiornati sul progetto. Sono state le prime persone che ho contattato per il World Press Photo. Sono riuscito ad essere la voce che ha permesso loro di non sentirsi dimenticati. Questo è molto importante secondo me. Interagendo con le famiglie palestinesi, infatti, ho avuto la sensazione che il loro pensiero sia che il mondo voglia un po’ lavarsene le mani, che lo sguardo della gente sia rivolto verso altri luoghi, dove ci sono più interessi geopolitici ed economici. È di conseguenza fondamentale per loro avere la sensazione di non essere ignorati e mantenere viva la speranza.
In che momento della tua vita hai deciso di diventare un fotografo?
È stata un’idea graduale, anche se la fotografia ha sempre fatto parte della mia vita. Ciò che mi ha più avvicinato a questo lavoro, intorno ai venticinque anni, è stata la consapevolezza che il viaggio e l’avventura, le mie più grandi passioni, potessero coincidere con la fotografia. L’anno successivo ho deciso di iniziare un percorso di studi, essendo fino a quel momento un autodidatta. Volevo di più per me, pur non potendomi permettere i corsi che alcune scuole all’epoca proponevano. Pertanto ho seguito vari corsi di formazione e nel frattempo lavoravo per pagarmi gli studi e le prime attrezzature. Ho fatto l’assistente fotografo ai matrimoni; sapevo che non era quello che volevo davvero e che, in realtà, desideravo fare il fotoreporter, ma era un modo per iniziare. Senza conoscere nessuno, successivamente mi sono buttato nella cronaca locale. Non sapevo come fare, come vendere e a chi mandare le foto che scattavo. Le inviavo a tutte le agenzie italiane e un giorno una di queste mi ha proposto una collaborazione. Ho lavorato poi per il Messaggero, un’esperienza che mi ha insegnato a prevedere cosa sta per succedere, a cogliere l’attimo prima di uno scatto in contesti complicati con molti fotografi, reporter, giornalisti. E alla fine, ho deciso di lanciarmi nei reportage internazionali.

A cosa stai lavorando?
Ho due progetti in corso. Uno è sullo sfruttamento e sulla conservazione delle foreste, un lavoro delicato che non finirò in tempi brevi, poiché vanno individuate le situazioni giuste che permettano di far comprendere al meglio il contenuto. Parallelamente ho ricevuto da National Geographic una sovvenzione per portare avanti un progetto che riguarda in parte la pandemia. Ovvero la mortalità perinatale, quella di bambini durante gli ultimi mesi di gestazione. Creature che le madri devono comunque partorire. L’obiettivo è documentare il problema, cercando di prevenirlo, anche perché con la pandemia è aumentato il numero dei casi. Non per colpa del virus, bensì per via delle conseguenze dovute allo stress. Sto dunque lavorando con psicologi, un’associazione non governativa e alcuni ospedali italiani.
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