
Dopo i fatti di Minneapolis, la Silicon Valley rompe il silenzio e si divide sul rapporto con l’amministrazione Trump e con le politiche federali sull’immigrazione. Da un lato cresce la pressione interna per un passo indietro netto e per la fine della collaborazione con l’Ice, dall’altro resta una parte del settore che continua a lavorare con il governo. La novità è che la frattura, dopo mesi di prudenza, è diventata pubblica.
I fatti e le contestazioni
A innescare la reazione è stato il caso Pretti, infermiere di terapia intensiva di 37 anni, uno dei cinque episodi avvenuti a gennaio durante operazioni condotte da agenti federali. Le versioni ufficiali sono state contestate da video diffusi online, mentre l’amministrazione ha difeso l’operato delle forze coinvolte. Sullo sfondo pesa un bilancio che ha alimentato le tensioni: almeno sei morti in un solo mese nei centri di detenzione federali.
ICE: la protesta interna al settore delle big tech
Oltre 450 dipendenti di aziende come Google, Meta, Salesforce e OpenAI hanno firmato una lettera aperta chiedendo ai vertici una presa di posizione pubblica contro la violenza, la cancellazione dei contratti con l’Ice e pressioni dirette sulla Casa Bianca per il ritiro delle operazioni dalle città.
La mobilitazione ha preso forma anche nella piattaforma ICEout.tech, che il 24 gennaio 2026 ha diffuso una dichiarazione durissima: “Condanniamo l’uccisione di Alex Pretti da parte della Border Patrol e l’ondata di violenza degli agenti federali nelle nostre città. La brutalità indiscriminata mostrata da ICE ha tolto ogni credibilità all’idea che queste azioni riguardino l’applicazione delle leggi sull’immigrazione. Il loro obiettivo è il terrore, la crudeltà e la repressione del dissenso. Tutto questo deve finire”.
big tech: le richieste ai CEO
Nel testo si richiama apertamente il ruolo dell’industria tecnologica come leva politica. “Sappiamo che i leader del nostro settore hanno influenza: a ottobre hanno convinto Trump a rinunciare a un’operazione ICE prevista a San Francisco. Ora devono fare di più e unirsi a noi nel chiedere che l’ICE lasci tutte le nostre città”.
Il documento si conclude con un appello diretto ai vertici aziendali: chiamare la Casa Bianca per chiedere il ritiro dell’Ice dalle città, annullare tutti i contratti con l’agenzia e prendere posizione pubblicamente contro la violenza. “Vogliamo essere orgogliosi di lavorare nel settore tech e delle aziende per cui lavoriamo. Possiamo e dobbiamo usare il nostro peso per fermare questa violenza”, si legge nell’impegno sottoscritto dai firmatari.
Le prese di posizione dei leader
A incrinare ulteriormente l’equilibrio è stato anche l’intervento di Sam Altman, che ai dipendenti ha parlato di una “grande differenza tra l’espulsione di criminali violenti e ciò che sta accadendo”, auspicando indagini indipendenti. Sulla stessa linea si è espresso Reid Hoffman, fondatore di LinkedIn. Sul fronte opposto resta però una parte del mondo tech che guarda al riavvicinamento con Donald Trump come a una scelta pragmatica per tutelare contratti e accesso ai mercati.
Il ruolo di Palantir
Nel mezzo della frattura si colloca Palantir, diventata simbolo del nuovo asse tra tecnologia e governo. L’azienda fondata da Peter Thiel lavora a ELITE (Enhanced Leads Identification & Targeting for Enforcement), un’applicazione per l’Ice che trasforma grandi volumi di dati in intelligence operativa. Secondo 404 Media, il sistema incrocia database governativi, inclusi dati sanitari, con informazioni commerciali e segnali di geolocalizzazione, producendo mappe dinamiche dei target e assegnando punteggi di probabilità agli indirizzi per pianificare operazioni su larga scala.
La Silicon Valley si trova ora davanti a bivio. Continuare a rafforzare i legami con il governo federale o esporsi sul terreno dei diritti civili.
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