Minori, il costo di social e smartphone: “Si perde fino a mezzo anno scolastico”

  ICT, Rassegna Stampa
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Lo studio italiano che riapre il dibattito sui minori online

L’accesso precoce ai social media può avere conseguenze misurabili sul rendimento scolastico degli adolescenti. A indicarlo è uno studio italiano, rilanciato da Adnkronos Demografica, pubblicato su Nature Human Behaviour, realizzato nell’ambito del progetto Eyes Up – Early Exposure to Screens and Unequal Performance.

La ricerca è stata condotta da un gruppo multidisciplinare guidato da Marco Gui e Chiara Respi dell’Università di Milano-Bicocca e da Giovanni Abbiati dell’Università degli Studi di Brescia, con il coinvolgimento del Centro Studi Socialis e di altri ricercatori dei due atenei.

Lo studio ha analizzato 5.227 studenti delle scuole superiori, ricostruendo le loro abitudini digitali e incrociandole con i risultati ottenuti nei test standardizzati INVALSI lungo diversi momenti della carriera scolastica: seconda e quinta primaria, terza media e seconda superiore.

L’obiettivo era capire se aprire molto presto un profilo social producesse un effetto sulle competenze scolastiche successivo e distinto dalle differenze già esistenti tra gli studenti.

Prima si entra sui social, maggiore è il divario

Il risultato più evidente riguarda gli studenti che hanno aperto il primo profilo social già in prima media. In seconda superiore, questi ragazzi mostrano un rendimento inferiore di circa 0,22 deviazioni standard in italiano e 0,27 in matematica rispetto a chi ha aspettato almeno la prima superiore.

La dimensione dell’effetto è rilevante. Nella letteratura educativa, una differenza di 0,2 deviazioni standard viene spesso considerata equivalente, in termini indicativi, a circa sei mesi di apprendimento. Lo svantaggio rappresenta inoltre circa il 30% del divario scolastico che, nel campione analizzato, separa gli studenti con genitori laureati da quelli provenienti da famiglie con livelli di istruzione più bassi.

Il dato diventa ancora più interessante osservando la durata dell’esposizione. Chi comincia in seconda media mostra effetti più contenuti rispetto a chi entra sui social in prima media, mentre per chi inizia in terza media lo svantaggio si riduce ulteriormente. La relazione individuata dagli studiosi è quindi chiara: quanto più precoce è l’ingresso nei social, tanto maggiore tende a essere il ritardo accumulato nelle competenze scolastiche.

Gli effetti non riguardano soltanto i test. L’uso precoce dei social risulta associato anche a una maggiore probabilità di ripetere un anno alle superiori, a livelli più bassi di autoefficacia accademica e a una minore probabilità di ottenere risultati eccellenti al termine della scuola media.

Un’eccezione significativa riguarda invece l’inglese, materia nella quale lo studio non rileva effetti negativi statisticamente significativi. Una possibile spiegazione, avanzata dagli stessi ricercatori, è l’esposizione frequente dei ragazzi a contenuti digitali in lingua inglese, dai video ai videogiochi fino ai post sui social.

Il problema è la pervasività dello smartphone

Uno degli aspetti più rilevanti dello studio riguarda il possibile meccanismo attraverso cui i social interferiscono con l’apprendimento. L’elemento centrale non sembra essere soltanto il contenuto delle piattaforme, quanto piuttosto la pervasività dello smartphone nella giornata degli adolescenti.

I ricercatori hanno misurato quanto frequentemente i ragazzi controllassero il telefono in momenti critici: prima di dormire, appena svegli e durante lo svolgimento dei compiti.

Questa presenza continua del dispositivo spiega una quota importante dell’effetto negativo osservato. Secondo lo studio, la pervasività dello smartphone può mediare tra il 33% e il 47% dell’effetto in matematica e tra il 15% e il 34% in italiano.

Il quadro è coerente con quanto emerge da numerose ricerche sui processi cognitivi: notifiche, messaggi e passaggi continui tra attività diverse frammentano l’attenzione, aumentano il carico cognitivo e rendono più difficile mantenere quella concentrazione prolungata necessaria per comprendere, memorizzare e consolidare nuove informazioni.

A questo si aggiungono altri possibili effetti indiretti: tempo sottratto allo studio, riduzione delle ore di sonno e minore attività fisica. Lo studio non dimostra quindi che lo smartphone provochi direttamente un danno neurologico alla memoria. Mostra però come un utilizzo precoce e pervasivo possa alterare le condizioni necessarie al buon funzionamento dell’apprendimento: attenzione sostenuta, elaborazione profonda delle informazioni e sonno sufficiente per consolidare ciò che si è appreso.

Europa verso limiti più severi per i minori

I risultati arrivano mentre in Europa cresce la pressione politica per limitare l’accesso dei più giovani ai social network. Il Parlamento europeo ha chiesto una soglia minima comune di 16 anni, mentre la Commissione europea sta lavorando, nell’ambito del Digital Services Act, su sistemi di verifica dell’età e su maggiori obblighi per le piattaforme nella protezione dei minori.

I singoli Paesi stanno però procedendo in ordine sparso. La Francia ha compiuto il passo più avanzato, approvando nel luglio 2026 un testo che vieta l’accesso ai social ai minori di 15 anni, anche se restano da risolvere aspetti costituzionali e soprattutto tecnici legati alla verifica dell’età.

La Spagna punta invece a una soglia di 16 anni, mentre Grecia e Danimarca lavorano su limiti intorno ai 15 anni. In Austria il riferimento discusso è quello dei 14 anni. Il problema comune resta l’enforcement: verificare l’età degli utenti senza trasformare l’accesso ai social in una raccolta generalizzata di documenti, dati biometrici o altre informazioni personali.

Italia, il divieto under 15 è ancora una proposta

Anche in Italia il tema è arrivato in Parlamento. Il disegno di legge S.1136, “Disposizioni per la tutela dei minori nella dimensione digitale”, prevede di vietare l’attivazione di account sui social network e sulle piattaforme di condivisione video prima dei 15 anni, insieme a nuovi strumenti di verifica dell’età.
Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha infatti confermato poche settimane fa l’avvio dell’iter parlamentare in Italia per un disegno di legge bipartisan volto a vietare l’iscrizione e l’uso autonomo dei social network ai minori di 15 anni, collegando la misura alla lotta contro il bullismo e la violenza giovanile

Il testo non è però ancora legge. Oggi la normativa italiana consente ai ragazzi di prestare autonomamente il consenso al trattamento dei dati personali per i servizi digitali a partire dai 14 anni; sotto quella soglia è richiesto il consenso dei genitori. Si tratta però di una norma sulla privacy, non di un vero divieto generale di accesso ai social.

Lo studio Eyes Up aggiunge quindi un elemento scientifico a un confronto che fino a oggi è stato soprattutto politico e culturale. Il dato più importante non riguarda soltanto quanto tempo i ragazzi passano davanti allo schermo, ma quando cominciano a farlo in autonomia.

Se anticipare di pochi anni l’ingresso nei social produce differenze che in matematica arrivano a 0,27 deviazioni standard, il tema dell’età di accesso non può più essere considerato soltanto una scelta familiare o una questione di abitudini digitali. Sta diventando a tutti gli effetti un problema di politica educativa, regolazione delle piattaforme e tutela dello sviluppo dei minori.

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