L’Europa rischia di comprare il proprio futuro digitale a rate?
Benvenuti nell’era della Pax Silica, dove la parola “pace” non arriva più accompagnata da una colomba, ma da una supply chain certificata, da una lista di partner “affidabili” e, possibilmente, da un contratto pluriennale per acquistare capacità computazionale. Viviamo in un’epoca elegante, bisogna riconoscerlo, non si conquistano più province con le legioni di soldati, ma si integrano ecosistemi, non si impongono sfere d’influenza, ma si costruiscono partnership, non si dice più “dipendenza”, parola ruvida e poco vendibile, ma “trusted network”, che ha il pregio di sembrare insieme tecnico, rassicurante e inevitabile [1].
La Pax Silica è un’iniziativa lanciata dagli Stati Uniti nel dicembre 2025 per coordinare, tra Paesi alleati e partner considerati “fidati”, le filiere strategiche dell’intelligenza artificiale: semiconduttori, minerali critici, capacità di calcolo, data center, energia, manifattura avanzata e infrastrutture tecnologiche.
In poche parole, è il tentativo americano di costruire un blocco tecnologico attorno all’AI e ai chip, riducendo la dipendenza da Paesi considerati rischiosi, in particolare dalla Cina. La notizia che rende oggi il progetto particolarmente rilevante è che, qualche giorno fa, il 23 giugno 2026, hanno perfezionato la propria adesione formale a livello europeo l’Unione Europea, la Germania e la Grecia. Lo stesso giorno hanno firmato anche i Paesi Bassi che, va precisato, dell’iniziativa erano già partner (non firmatari) fin dal primo incontro del dicembre 2025: il 23 giugno ne hanno quindi ufficializzato l’ingresso, più che entrarvi. Un passaggio che segna comunque un ulteriore consolidamento dell’architettura tecnologica promossa da Washington.
Il nome, Pax Silica, è già un piccolo capolavoro di marketing geopolitico. Richiama la Pax Romana, quella lunga stagione di stabilità garantita non tanto da una conversazione paritaria tra popoli, quanto dalla capacità di Roma di stabilire regole, presidiare rotte, governare territori e ricordare con una certa fermezza chi avesse davvero in mano l’ordine del mondo [2].
Allora c’erano legioni, strade consolari, diritto romano e tributi. Oggi ci sono GPU, semiconduttori, cloud, modelli di intelligenza artificiale, standard, controlli export e data center. La tecnologia cambia, la logica resta, la pace è molto più semplice quando qualcuno ne ha già deciso l’architettura.
La Pax Silica, secondo il Dipartimento di Stato americano, nasce attorno a un’idea chiara: il XXI secolo non correrà più soltanto su petrolio e acciaio, ma su minerali critici, chip, energia, infrastrutture digitali e modelli di AI [1].
Il punto è decisivo. Chi controlla il calcolo, le catene di fornitura e le piattaforme dell’intelligenza artificiale non controlla semplicemente un settore industriale, controlla la possibilità stessa che altri settori industriali continuino a esistere in modo competitivo. L’AI, in questa prospettiva, non è un’applicazione, è una nuova infrastruttura generale del potere.
A dare forma teorica e politica a questa visione è Jacob Helberg, Under Secretary of State for Economic Affairs, già senior advisor del CEO di Palantir e figura perfetta per incarnare il cortocircuito contemporaneo tra Silicon Valley, sicurezza nazionale, capitale privato e politica estera americana [3].
Helberg non arriva dal monastero della neutralità istituzionale, arriva da quell’incrocio, tipicamente statunitense, in cui il futuro non viene semplicemente immaginato, viene finanziato, protetto, scalato e poi proposto agli alleati come un inevitabile destino comune.
Il suo messaggio all’Europa è ruvido ma efficace, smettetela di confondere la sovranità digitale con la duplicazione tardiva e mediocre di tecnologie che qualcun altro ha già costruito meglio e più velocemente.
Nel suo articolo “The Digital Sovereignty Trap”, Helberg definisce la sovranità digitale, quando intesa come costruzione di cloud, modelli e piattaforme nazionali chiuse, una trappola che produce “mediocrità sincronizzata” [4]. L’espressione è crudele, ma funziona dannatamente bene, mentre ogni Paese tenta di edificare il proprio piccolo tempio tecnologico, il mondo corre avanti al triplo della velocità, chi clona il passato finisce in un museo, chi innova davvero possiede il futuro.
Bisogna ammetterlo, Helberg colpisce il nervo scoperto. L’idea che ogni Stato europeo possa costruirsi da solo il proprio modello fondazionale, il proprio cloud sovrano, il proprio stack infrastrutturale completo e una filiera indipendente ha qualcosa di teneramente ottocentesco, come se l’AI fosse una manifattura di porcellane e bastasse proteggere il distretto locale per competere con Stati Uniti e Cina. Una certa retorica europea sulla sovranità tecnologica ha prodotto più piani strategici che campioni globali, più documenti di visione che data center, più tavoli di coordinamento che capacità computazionale effettiva [5][9].
Eppure proprio qui comincia il problema. Dire che l’autarchia digitale è inefficiente non significa dimostrare che la dipendenza da Washington sia sovranità. Dire che duplicare tecnologie americane con anni di ritardo è una pessima idea non equivale a provare che aderire allo stack americano sia una forma di emancipazione. È la classica magia retorica della potenza dominante: prima denuncia, spesso a ragione, l’assurdità dell’autosufficienza velleitaria, poi propone, con encomiabile serenità, una soluzione in cui l’efficienza coincide meravigliosamente con i propri interessi industriali, commerciali e geopolitici [1][4].
La Pax Silica parla di alleati, partner fidati, supply chain resilienti, energia, minerali, semiconduttori, manifattura avanzata, software, modelli di frontiera, logistica e infrastrutture AI [1]. È un perimetro talmente ampio che chiamarla “alleanza sui chip” è quasi commovente. Non riguarda solo i semiconduttori, ma l’intero metabolismo dell’economia dell’intelligenza artificiale. Se l’AI è la nuova infrastruttura del potere, Pax Silica è il tentativo americano di organizzarne il sistema circolatorio dentro un perimetro geopolitico amico, o almeno abbastanza amico da non vendere i pezzi più sensibili al rivale strategico sbagliato.
Il rivale, naturalmente, è la Cina. I controlli americani sulle esportazioni di semiconduttori avanzati e tecnologie correlate sono stati pensati esplicitamente per rallentare la capacità cinese di sviluppare AI avanzata e manifattura domestica di semiconduttori di punta [6]. Da questo punto di vista, Pax Silica non è un salotto diplomatico sul futuro della tecnologia, è una strategia di contenimento industriale con un nome da epigrafe latina. La “pace” evocata dal titolo è, in realtà, l’ordine interno di un blocco che si prepara a competere con un altro blocco.
E l’Europa? L’Europa entra in scena con il suo abito migliore: quello della “sovranità tecnologica”. Bruxelles parla da anni di autonomia digitale, resilienza, riduzione delle dipendenze, cloud europeo, AI europea, semiconduttori europei e open source come leva strategica. Nel giugno 2026, la Commissione ha presentato un pacchetto per rafforzare la sovranità tecnologica dell’Unione, concentrandosi su semiconduttori, AI, cloud e software open source [7]. La musica è solenne, l’Europa vuole diventare più autonoma, più resiliente, più capace di governare il proprio destino digitale.
Peccato che, l’Europa si va a collocare dentro un’iniziativa guidata dagli Stati Uniti proprio sulla filiera strategica dell’AI e dei semiconduttori [1][8]. Il paradosso è magnifico, da un lato Bruxelles dichiara di voler ridurre la dipendenza da tecnologie extraeuropee, dall’altro entra in un ordine tecnologico costruito attorno alla leadership americana. Naturalmente, questa scelta può essere razionale. In un mondo segnato dalla competizione USA-Cina, l’Europa può ritenere preferibile allinearsi con Washington piuttosto che esporsi alla dipendenza cinese. Ma allora sarebbe opportuno chiamare la cosa con il suo nome, non sovranità, bensì gestione selettiva della dipendenza.
La differenza non è lessicale, è politica. Un alleato non è un padrone, certo, ma non è nemmeno una divinità tutelare che agisce per puro altruismo. Gli Stati Uniti perseguono il proprio interesse strategico, come fanno tutte le potenze adulte, e lo fanno con una competenza che l’Europa dovrebbe studiare con meno risentimento e più attenzione. Washington non separa innovazione, sicurezza, industria, diplomazia, capitale privato e controllo delle filiere, li integra. L’Europa, invece, spesso li distribuisce tra direzioni generali, regolamenti, fondi, consultazioni e documenti di visione, confidando che dalla somma delle procedure nasca, prima o poi, una potenza [5][7].
Helberg lo dice in modo più brutale. A Bruxelles ha criticato l’Unione europea come una burocrazia “caligolesca”, accusandola di regolare, regolare e ancora regolare, mentre gli Stati Uniti innovano e crescono [10]. È una frase ingenerosa, ma non del tutto falsa; e infatti fa male proprio perché contiene abbastanza verità da non poter essere liquidata come semplice arroganza americana. L’Europa non domina le piattaforme, ma domina le norme. Non possiede lo stack, ma scrive le condizioni d’uso. Non produce i modelli più usati, ma stabilisce quali obblighi debbano rispettare.
L’AI Act e il Digital Markets Act sono i bersagli naturali di questa critica. Per la Commissione europea, l’AI Act è un quadro giuridico basato sul rischio, pensato per promuovere AI affidabile, proteggere sicurezza, salute e diritti fondamentali [11].
Il DMA mira invece a disciplinare i gatekeeper digitali, e ha già portato a sanzioni contro Apple e Meta per violazioni delle sue regole [12]. Per Bruxelles, queste norme servono a governare mercati digitali dominati da piattaforme enormi e a difendere cittadini, imprese e concorrenza. Per molti critici americani, rischiano invece di trasformarsi in un segnale ostile agli investimenti e in una prova del fatto che l’Europa preferisce regolare l’innovazione altrui anziché produrne di propria [10][12].
Entrambe le letture contengono una parte di verità. L’Europa ha ragione a non voler lasciare l’AI e i mercati digitali all’autoregolazione delle piattaforme. L’innovazione senza regole non produce automaticamente libertà, concorrenza e diritti, produce anche concentrazione, lock-in, opacità algoritmica e mercati in cui il consumatore viene celebrato come sovrano mentre firma condizioni d’uso che nessun essere umano sano di mente leggerà mai [11][12]. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno ragione quando ricordano che un continente non diventa leader dell’AI solo perché ha scritto la legge più sofisticata sull’AI.
Si può redigere una normativa eccellente e restare dipendenti dai modelli, dai chip, dai cloud e dagli strumenti di qualcun altro. Si può proteggere con grande nobiltà il cittadino europeo e poi scoprire che la pubblica amministrazione, le imprese strategiche e persino molte infrastrutture critiche girano su stack non europei. Si può diventare il regolatore morale del mondo e, nel frattempo, pagare l’abbonamento mensile a chi il mondo lo “infrastruttura” [5][7][9].
La Commissione europea conosce bene questa contraddizione. Lo State of the Digital Decade 2025 segnala che l’UE è ancora lontana dai propri target su tecnologie fondamentali come AI, semiconduttori, 5G standalone e competenze digitali [9].
Il Rapporto Draghi sulla competitività europea ha aggiunto una diagnosi ancora più severa, la produttività debole, i costi energetici elevati, la pressione demografica, la concorrenza globale e la necessità di investimenti senza precedenti nelle transizioni verde e digitale [5]. In sostanza, l’Europa sa perfettamente di avere un problema. Il punto è che sapere di avere un problema non equivale a risolverlo, altrimenti sarebbe già una superpotenza.
Il caso ASML mostra il paradosso in forma quasi didattica. L’Europa possiede, attraverso i Paesi Bassi, uno dei campioni industriali più importanti al mondo nella catena dei semiconduttori, ASML, azienda indispensabile per la produzione delle macchine litografiche più avanzate. Eppure, anche qui, la sovranità europea si esercita dentro un campo magnetico transatlantico fortissimo. ASML ha comunicato che le restrizioni export statunitensi aggiornate nel 2024 aggiungevano tecnologie, software, metrologia e ulteriori località produttive, soprattutto in Cina, alla lista dei controlli [13]. Poco dopo, il governo olandese ha annunciato un irrigidimento dei controlli nazionali sull’export di apparecchiature avanzate per la produzione di semiconduttori [14].
Formalmente, si tratta di decisioni sovrane. Sostanzialmente, è difficile ignorare che si inseriscano dentro la pressione strategica americana per limitare l’accesso cinese a tecnologie critiche. L’Europa possiede il campione industriale, Washington contribuisce a definire il perimetro geopolitico entro cui quel campione può muoversi. È una forma molto moderna di autonomia: puoi essere indispensabile, purché tu lo sia nel modo giusto.
Il MATCH Act rende questa logica ancora più esplicita. Presentato da senatori statunitensi nel 2026, mira ad allineare i controlli export degli alleati agli standard americani nel settore delle apparecchiature per semiconduttori. Se gli alleati non chiudono le lacune nei propri controlli attraverso la diplomazia, gli Stati Uniti dovrebbero poter agire unilateralmente [15]. È la collaborazione internazionale nella sua forma più affettuosa: prima ti invito ad allinearti, poi ti spiego che, se non lo fai, mi allineo da solo usando la leva della mia giurisdizione.
Qui sta il nodo della cosiddetta “innovation sovereignty”. Helberg propone di superare la vecchia idea di sovranità digitale, legata alla proprietà nazionale dello stack, e di adottare una sovranità dell’innovazione, non conta duplicare ciò che esiste, conta partecipare alle frontiere future [4].
Un’idea indubbiamente intelligente, ma diventa ambigua quando la frontiera futura è organizzata dentro ecosistemi in cui le piattaforme dominanti, il capitale dominante, i modelli dominanti, il cloud dominante e molti strumenti critici sono americani. In quel caso, il consiglio “non costruite tutto da soli” assomiglia al consiglio del proprietario dell’autostrada: “Non perdete tempo a costruire strade, usate pure la mia. Il pedaggio è solo un dettaglio operativo”.
Il punto non è che gli Stati Uniti siano malvagi. Il punto è che sono una potenza. E le potenze, quando funzionano, trasformano il proprio vantaggio industriale in standard, lo standard in alleanza, l’alleanza in architettura e l’architettura in normalità. Quando il sistema è maturo, nessuno deve più imporre nulla, gli altri si muovono spontaneamente dentro il perimetro perché tutte le alternative sono più costose, più lente o più rischiose [1][6][15].
L’Europa si trova quindi davanti a una scelta scomoda. Non può permettersi una dipendenza tecnologica dalla Cina in domini legati a semiconduttori, AI, reti, minerali e infrastrutture critiche. Ma non può nemmeno fingere che sostituire una dipendenza pericolosa con una dipendenza amichevole equivalga automaticamente ad autonomia. La dipendenza amichevole è spesso preferibile, ma resta dipendenza. È come vivere in affitto da un parente gentile, meglio che dormire sotto un ponte, certo; ma non per questo il salotto è tuo.
La risposta non è isolarsi. Un’autarchia digitale europea sarebbe costosa, lenta e probabilmente suicida. La risposta è distinguere tra ciò che si può comprare, ciò che si può condividere e ciò che non si può delegare. La sovranità tecnologica, se vuole uscire dalla retorica, deve diventare selettiva. L’Europa non deve produrre tutto. Deve però sapere quali capacità non può permettersi di perdere, dati sensibili, infrastrutture critiche, cloud per settori strategici, cybersecurity, identità digitale, controllo dei sistemi, capacità di migrazione, open source essenziale, ricerca avanzata, semiconduttori critici e competenze tecniche [7][9].
La sovranità non è possedere ogni bullone, è sapere quali bulloni, se li controlla qualcun altro, ti chiudono la fabbrica. In questo senso, l’open source è una delle poche parole europee che potrebbero davvero diventare sostanza. Il pacchetto europeo sulla sovranità tecnologica lo cita come leva per rafforzare autonomia, sicurezza e capacità digitale [7]. Ma anche qui bisogna evitare la poesia a basso costo. L’open source non è una bacchetta magica, richiede finanziamento, governance, manutenzione, audit, comunità e domanda pubblica. Senza tutto questo, diventa volontariato strategico, tutti lo celebrano, pochi lo pagano, molti lo usano, qualcuno lo mantiene di notte.
Lo stesso vale per il cloud europeo. Parlare di cloud sovrano ha senso solo se si chiarisce cosa debba essere sovrano, la localizzazione dei dati, la giurisdizione, il controllo operativo, la reversibilità, l’interoperabilità, la crittografia, la protezione da accessi extraterritoriali, la continuità del servizio o tutte queste cose insieme. Senza definizioni tecniche, il cloud sovrano è un’etichetta commerciale con l’inno europeo in sottofondo. Con definizioni tecniche, diventa una politica industriale seria, quindi molto più difficile da presentare in una conferenza stampa.
Un discorso adulto sulla Pax Silica dovrebbe partire da tre distinzioni.
- Autonomia non significa autarchia.
- Cooperazione non significa dipendenza cieca.
- Regolamentazione non significa strategia industriale.
L’Europa ha spesso confuso almeno una di queste tre cose, talvolta tutte insieme. Il risultato è un continente che proclama sovranità su infrastrutture non europee, scrive norme avanzatissime su mercati dominati da altri e produce piani industriali che sembrano sempre sul punto di diventare realtà, come quei treni annunciati con “ritardo imprecisato” [5][7][9][11].
Pax Silica dovrebbe quindi essere trattata non come una destinazione, ma come un ambiente negoziale. Può essere utile per ridurre rischi legati alla Cina, restare dentro filiere trusted e collaborare con un alleato tecnologicamente avanzato. Ma deve servire anche a costruire capacità europee, non a sostituirle. L’Europa dovrebbe riuscire a partecipare come attore e non come comparsa, nella definizione delle regole dell’ecosistema, garantirsi un accesso stabile alle tecnologie critiche e spazio politico-industriale per sviluppare alternative proprie, anche quando queste alternative competono con fornitori statunitensi [1][7][15].
Se Pax Silica è davvero una coalizione di partner, deve tollerare partner capaci. Se tollera solo clienti disciplinati, allora almeno abbiamo risolto il problema terminologico. La vera domanda, infatti, non è se Pax Silica sia buona o cattiva. Le cose importanti raramente sono così comode. Pax Silica è insieme utile e pericolosa, razionale e asimmetrica, necessaria e rivelatrice. È utile perché le supply chain strategiche non possono essere lasciate al caso. È pericolosa perché rischia di fissare l’Europa in una posizione subordinata dentro lo stack americano. È razionale perché la dipendenza dalla Cina sarebbe molto più problematica. È rivelatrice perché mostra che l’autonomia europea è ancora più programma che realtà [1][6][7][8][16].
Forse, nel breve periodo, non abbiamo molte alternative. Forse l’Europa dovrà continuare ad acquistare hardware americano, affidarsi a cloud statunitensi, cooperare strettamente con Washington, coordinare controlli export e accettare che l’AI race non aspetti le nostre liturgie procedurali. Ma almeno evitiamo di chiamare tutto questo “sovranità europea” senza arrossire. Chiamiamolo realismo transatlantico. Chiamiamolo assicurazione geopolitica. Chiamiamolo gestione del ritardo. Chiamiamolo autonomia assistita. Sono definizioni meno eroiche, ma più igieniche.
La vera sovranità inizierà quando l’Europa potrà scegliere senza paura, fornitori, tecnologie, regole e alleanze. Quando potrà sedersi al tavolo non solo come mercato da servire, ma come potenza da rispettare. Fino ad allora, la Pax Silica resterà una formula elegante per descrivere una realtà meno nobile: una pace del silicio in cui l’Europa partecipa, ma non decide. È meglio che restare fuori dalla stanza, ma non è ancora potere.
Tra l’autarchia impossibile e la dipendenza mascherata da cooperazione esiste una terza via: costruire capacità, infrastrutture, investimenti e volontà politica. Non una sovranità romantica, ma una sovranità operativa.
La Pax Silica è uno specchio. E gli specchi non mentono. Mostrano ciò che siamo, non ciò che raccontiamo di essere. Il compito dell’Europa non è rompere quello specchio, né imparare a sorridergli davanti. È trasformare la diagnosi in destino, la dipendenza in capacità, la presenza al tavolo nel potere di scrivere il menu. Perché nella storia delle grandi potenze c’è una differenza decisiva tra chi abita il futuro e chi lo prende in affitto. E il tempo per scegliere da che parte stare sta finendo.
Bibliografia
- United States Department of State, “Pax Silica”, 2026.
- Encyclopaedia Britannica, “Pax Romana”, 2026.
- United States Department of State, “Jacob Helberg”, 2026.
- Helberg, Jacob, “The Digital Sovereignty Trap”, StateDept Substack, 23 June 2026.
- European Commission, “The Draghi report on EU competitiveness”, 2024.
- Bureau of Industry and Security, “Commerce Strengthens Export Controls to Restrict China’s Capability to Produce Advanced Semiconductors for Military Applications”, U.S. Department of Commerce, 2024.
- European Commission, “Strengthening Europe’s Tech Sovereignty”, 3 June 2026 (cfr. anche EU Tech Sovereignty).
- “The EU Is Set to Join US-Led Chip Alliance Pax Silica to Counter China’s AI Race”, Euronews, 1 June 2026.
- European Commission, “State of the Digital Decade 2025 report”, Shaping Europe’s Digital Future, 2025.
- United States Department of State, “Remarks by Under Secretary Helberg in Brussels: America Wants a Strong Europe”, 1 Apr. 2026. Cfr. anche Jackson, David, “State Official to EU: Work with Us on Tech Policy or Fall Behind a Generation”, Nextgov/FCW, 2026.
- European Commission, “AI Act Enters into Force”, 1 Aug. 2024.
- European Commission, “Commission Finds Apple and Meta in Breach of the Digital Markets Act”, Digital Markets Act, 23 Apr. 2025.
- ASML, “ASML statement on updated US export restrictions”, 2 Dec. 2024.
- Government of the Netherlands, “Klever: Export Controls on Advanced Semiconductor Manufacturing Equipment to Be Tightened”, Government.nl, 15 Jan. 2025.
- United States Senate Committee on Foreign Relations, “Risch, Ricketts, Kim Introduce MATCH Act; Level the Global Playing Field for U.S. Tech”, 8 Apr. 2026.
- “EU Joining Pax Silica Comes at Cost of AI Independence: Expert”, Global Times, 2026.

Progettista di sistemi esperti, software developer, network e system engineer, con oltre 30 anni di esperienza nell’ambito della sicurezza delle informazioni, Francesco Arruzzoli è il Resp. del Centro Studi Cyber Defense Cerbeyra, dove svolge attività di R&D, analisi delle cyber minacce e progettazione di nuove soluzioni per la cyber security di aziende ed enti governativi. Esperto di Cyber Threat Intelligence e contromisure digitali, autore di libri ed articoli sue riviste del settore, in passato ha lavorato per multinazionali, aziende della sanità italiana, collaborato con enti governativi e militari. In qualità di esperto cyber ha svolto inoltre attività di docenza presso alcune università italiane.
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