Ricostruire le filiere produttive per restituire all’Italia sovranità economica

  Economia, News, Rassegna Stampa
image_pdfimage_print

Per oltre trent’anni l’Italia ha inseguito una visione dell’economia fondata sull’idea che la globalizzazione avrebbe reso irrilevanti i confini economici, superflue le produzioni nazionali e non più necessaria la tutela degli asset strategici. In nome di un mercato mondiale considerato efficiente per definizione, interi comparti industriali sono stati progressivamente delocalizzati, ceduti o ridimensionati. Si è diffusa la convinzione che fosse sufficiente progettare, finanziare o commercializzare prodotti, lasciando ad altri Paesi il compito di produrli.

Questa impostazione si è rivelata un grave errore strategico.

Abbiamo venduto imprese, marchi, tecnologie e centri decisionali convinti che il mercato avrebbe sostituito la strategia. Oggi scopriamo che il mercato distribuisce risorse, ma non garantisce la sicurezza nazionale. Nessuna grande potenza economica del mondo ha rinunciato ai propri strumenti di politica industriale; soltanto l’Europa e, in misura ancora maggiore, l’Italia hanno coltivato l’illusione che la sovranità economica fosse un concetto superato dalla globalizzazione.

L’Italia, come gran parte dell’Europa, si trova oggi esposta a vulnerabilità che fino a pochi anni fa sarebbero apparse impensabili. Materie prime critiche, componenti industriali, semiconduttori, terre rare, prodotti energetici, tecnologie avanzate e numerosi beni essenziali dipendono sempre più da fornitori esterni localizzati in aree geopoliticamente instabili o controllate da potenze che perseguono interessi non necessariamente coincidenti con quelli europei.

Negli ultimi decenni si è parlato molto di competitività, ma troppo poco di sicurezza economica. Eppure la storia dimostra che una nazione non è realmente forte se non possiede la capacità di controllare almeno i segmenti strategici delle proprie catene produttive. L’efficienza ottenuta attraverso la delocalizzazione può trasformarsi rapidamente in fragilità quando intervengono crisi internazionali, guerre commerciali, sanzioni, conflitti o semplici interruzioni logistiche.

La globalizzazione non è scomparsa, ma è profondamente cambiata. Stiamo entrando in una fase caratterizzata da una crescente regionalizzazione degli scambi, dalla ricerca di fornitori affidabili e dalla necessità di ridurre le dipendenze strategiche. Per decenni il criterio dominante è stato il costo minimo; oggi il vero parametro è la sicurezza dell’approvvigionamento. Un componente leggermente più economico perde ogni convenienza se la sua indisponibilità è in grado di bloccare intere produzioni nazionali.

La pandemia ha rappresentato una lezione durissima. Per la prima volta, molte economie avanzate hanno compreso quanto fosse pericoloso dipendere da fornitori collocati a migliaia di chilometri di distanza. Porti bloccati, trasporti interrotti e scarsità di componenti hanno dimostrato che la globalizzazione non elimina i rischi: spesso li amplifica.

L’esempio più evidente è stato quello dei semiconduttori. Alcune tra le più importanti case automobilistiche europee si sono ritrovate con migliaia di autovetture praticamente complete ferme nei piazzali perché mancavano pochi microchip indispensabili al funzionamento dei sistemi elettronici di bordo. Il valore economico del componente era minimo rispetto al valore complessivo del veicolo, ma la sua assenza rendeva impossibile la consegna del prodotto finale. Automobili da decine di migliaia di euro non potevano essere vendute per la mancanza di un componente dal costo di poche decine di euro.

Questo episodio deve essere ricordato come una lezione strategica. Una filiera produttiva è forte quanto il suo anello più debole. Non serve controllare il 99% di un processo industriale se l’1% restante è nelle mani di soggetti esterni che possono interrompere o rallentare le forniture. La dipendenza non si misura soltanto sul valore economico di ciò che si importa, ma soprattutto sulla sua indispensabilità.

Lo stesso principio vale per il settore farmaceutico. L’Europa conserva ancora una rilevante capacità produttiva nella realizzazione di medicinali, ma negli ultimi decenni ha progressivamente esternalizzato una parte significativa della produzione dei principi attivi, degli intermedi chimici e di numerose materie prime necessarie alla loro fabbricazione. Ciò significa che, pur disponendo degli stabilimenti che producono il farmaco finale, una crisi negli approvvigionamenti potrebbe compromettere la disponibilità di medicinali essenziali. Anche in questo caso emerge una verità spesso trascurata: la sicurezza sanitaria dipende dal controllo dell’intera filiera e non soltanto dell’ultimo passaggio produttivo.

La vera ricchezza di una nazione non risiede esclusivamente nella finanza o nei servizi, ma nella capacità di trasformare conoscenza, capitale e lavoro in produzione. Chi controlla le filiere controlla l’economia. Chi perde le filiere perde gradualmente la propria autonomia politica e strategica.

Per troppo tempo abbiamo misurato la forza di un sistema economico esclusivamente attraverso indicatori quantitativi come il PIL, trascurando un elemento altrettanto decisivo: la resilienza strategica. Un Paese può crescere economicamente e, al tempo stesso, diventare più vulnerabile se perde il controllo delle produzioni essenziali, delle tecnologie critiche e delle competenze industriali necessarie a sostenerle.

Molti Paesi hanno compreso questa realtà prima di noi. Gli Stati Uniti stanno investendo centinaia di miliardi di dollari per riportare sul proprio territorio produzioni considerate strategiche. La Cina ha costruito una posizione dominante in numerosi comparti industriali fondamentali, dalle terre rare alle tecnologie avanzate. Persino Paesi tradizionalmente fautori del libero scambio stanno adottando politiche volte a ridurre le dipendenze esterne nei settori ritenuti essenziali.

L’Europa, invece, ha spesso confuso l’apertura dei mercati con la rinuncia a qualsiasi politica industriale. L’Italia, in particolare, ha pagato un prezzo ancora più elevato. La privatizzazione di importanti asset strategici, la cessione di imprese nazionali a gruppi esteri, l’assenza di una pianificazione industriale di lungo periodo e una crescente dipendenza dall’estero hanno progressivamente indebolito la struttura produttiva del Paese.

Non si tratta di inseguire illusioni autarchiche o di immaginare un ritorno a economie chiuse. Una moderna nazione industriale deve restare aperta agli scambi internazionali e alla concorrenza globale. Ma apertura non significa dipendenza. Cooperazione non significa subordinazione. Libero mercato non significa rinunciare a difendere interessi nazionali permanenti.

L’obiettivo non deve essere un’impossibile autosufficienza, incompatibile con la complessità delle economie moderne. L’obiettivo deve essere l’autonomia strategica: la capacità di garantire continuità produttiva, sicurezza degli approvvigionamenti e indipendenza decisionale nei settori essenziali per la prosperità e la sicurezza della nazione.

Occorre pertanto avviare una grande strategia nazionale per la ricostruzione delle filiere produttive strategiche. Bisogna individuare con precisione i settori nei quali l’Italia non può permettersi dipendenze eccessive: energia, difesa, infrastrutture critiche, farmaceutica, agroalimentare, chimica, tecnologie digitali, componentistica avanzata, telecomunicazioni e manifattura ad alto valore aggiunto.

Serve favorire il ritorno di produzioni essenziali sul territorio nazionale, incentivare gli investimenti industriali, sostenere la ricerca applicata, rafforzare il legame tra università e imprese e valorizzare il patrimonio delle piccole e medie imprese che costituisce la spina dorsale del sistema produttivo italiano.

Lo Stato deve tornare a svolgere un ruolo di indirizzo strategico. Non per sostituirsi all’impresa privata, ma per agire come architetto delle filiere nazionali, individuando le vulnerabilità, coordinando gli investimenti, sostenendo l’innovazione e garantendo che gli interessi strategici del Paese prevalgano sulle convenienze di breve periodo.

Parallelamente, è necessario rafforzare gli strumenti di tutela degli asset strategici nazionali. Non è accettabile che tecnologie, brevetti, competenze e centri decisionali costruiti in decenni di investimenti possano essere trasferiti all’estero senza una valutazione approfondita delle conseguenze economiche, occupazionali e geopolitiche. Un Paese che perde il controllo dei propri nodi industriali strategici perde inevitabilmente anche una parte della propria sovranità.

I danni accumulati negli ultimi trent’anni non potranno essere cancellati rapidamente. Alcune produzioni sono state definitivamente delocalizzate, molte competenze sono andate disperse e numerosi asset strategici non sono più recuperabili. Tuttavia, proprio la consapevolezza degli errori commessi deve spingerci a cambiare direzione.

La sfida del XXI secolo non sarà soltanto tecnologica o finanziaria. Sarà soprattutto una sfida di resilienza, autonomia e sovranità economica. Le nazioni che conserveranno il controllo delle proprie filiere produttive saranno più forti, più stabili e meno esposte ai ricatti esterni. Quelle che continueranno a dipendere da decisioni assunte altrove vedranno progressivamente ridursi la propria capacità di scelta.

Ricostruire le filiere produttive significa dunque ricostruire la capacità dell’Italia di decidere il proprio futuro. Significa difendere il lavoro, la competitività, la sicurezza nazionale e l’indipendenza economica. Oggi la sovranità industriale vale quanto la sovranità energetica, tecnologica e militare. Senza una base produttiva solida non esiste una vera indipendenza nazionale. Non è soltanto una scelta di politica industriale. È una scelta strategica che riguarda il ruolo dell’Italia nel mondo e la libertà delle future generazioni di determinare autonomamente il proprio destino.

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!

SEGUICI

https://scenarieconomici.it/ricostruire-le-filiere-produttive-per-restituire-allitalia-sovranita-economica/