Il 13 ottobre, nella bella sala biblioteca dell’Istituto Treccani, la Fondazione Astrid ha presentato il paper dal titolo “per una riforma del servizio pubblico radiotelevisivo” di cui sono autore assieme ai miei amici Vincenzo Lobianco, Antonio Perrucci e Augusto Preta.
Un merito indiscutibile della Fondazione Astrid, con cui collaboro da oltre venti anni – e, soprattutto, merito precipuo dei suoi tre direttori d’orchestra Franco Bassanini, Giuliano Amato ed Enzo Cheli – è di saper coniugare riflessione accademica e dibattito politico, senza il timore che affligge spesso gli studiosi di “volgarizzare” le proprie riflessioni all’atto di ricondurle entro la cornice del dibattito pubblico.
Il tema RAI si presta particolarmente a questa fruttuosa ibridazione, essendo variamente e al tempo stesso declinabile al più alto livello della riflessione accademica e al più basso livello della polemica politica quotidiana. Trovare la giusta misura per mettere in comunicazione due mondi che spesso non dialogano, mi pare merito non da poco.
Se il documento che abbiamo prodotto avrà conseguito questo obiettivo e soddisfatto manzonianamente i nostri venticinque lettori, il risultato sarà stato, dunque, raggiunto.
Non è questa la sede per riprendere analiticamente i molti temi del paper. Basti qui dire quattro cose a proposito dei suoi contenuti:
- il tema della riforma del servizio pubblico radiotelevisivo è puntualmente inquadrato all’interno del contesto tecnologico e di mercato attuale;
- si sofferma lungamente sulla natura, le caratteristiche e il ruolo che gli sono propri nell’era delle piattaforme digitali globali e dell’intelligenza artificiale;
- descrive analiticamente una serie di concretissime proposte di riforma in tema di offerta editoriale e finanziamento;
- non rinuncia a farne emergere la funzione di baluardo di democrazia, diritti e civiltà nel criticissimo (e denso di pericolose incognite) contesto geopolitico contemporaneo.
Ciò detto è il momento di dare un senso pratico alla premessa.
Com’è noto a novembre il Senato è chiamato ad esaminare un testo unificato di riforma della RAI presentato dal Governo. Il testo, di cui si è discusso per mesi in Commissione, presenta un incoercibile elemento di incostituzionalità per effetto del contrasto – difficilmente eccepibile – con l’articolo 5 dell’EMFA (European Media Freedom Act, di cui va ricordata la natura di Regolamento, dunque immediatamente applicabile negli ordinamenti degli Stati membri) laddove esso
prevede, cito dal paper, “l’obbligo per gli Stati membri di dotarsi di garanzie giuridiche efficaci per il funzionamento indipendente dei fornitori di media di servizio pubblico in tutta l’Unione, senza che siano influenzati da interessi governativi, politici, economici o privati (considerando 31) e impone agli Stati membri di provvedere affinché i fornitori di media di servizio pubblico siano indipendenti dal punto di vista editoriale e funzionale (articolo 5)”.
La vicenda del board RAI da circa due anni incapace di dotarsi di un presidente, e la paralisi della Commissione parlamentare di vigilanza che è al tempo stesso specchio e causa di questa incredibile situazione, costituiscono la prova lampante di cosa voglia dire un servizio pubblico sotto scacco di veti politici incrociati, e spiegano meglio di qualsiasi trattato accademico le ragioni sottostanti alle determinazioni assunte in sede EMFA.
Della “inaccettabilità” di una situazione siffatta si è fatto interprete ad aprile 2026 lo stesso Presidente della Repubblica. E Giuliano Amato, nell’aprire il convegno del 13 ottobre in Treccani, ha opportunamente richiamato lo stesso concetto.
Il cuore del problema è evidentemente la governance.
E allora, se ha ragione il senatore Gasparri nel ricordare, intervenendo nel dibattito, che nessun azionista del servizio pubblico potrà mai avere l’autorevolezza e la forza del Parlamento, espressione della volontà popolare, il che liquiderebbe ogni ipotesi di diversa distribuzione dei poteri di governo del servizio pubblico e di nomina dei suoi vertici a beneficio di disparati soggetti istituzionali pure autorevoli, ma privi di mandato rappresentativo, perché non assumere a riferimento di questo pregevole indirizzo suggerito dal senatore Gasparri, quanto nel paper è già scritto al riguardo? In sede di dibattito si è fatto lucido interprete di questa ipotesi il consigliere RAI Roberto Natale.
Il paper ASTRID, a pag. 31, affronta il tema in questi termini:
“La seconda opzione è quella della integrale parlamentarizzazione della nomina dei singoli membri del board della Fondazione sulla base di due criteri inderogabili: l’elezione a maggioranza ultra-qualificata (tendenzialmente i 2/3 dell’organo elettivo) e una durata del board della Fondazione che, in quanto temporalmente asimmetrica rispetto a quella della legislatura, assicuri una “coincidenza imperfetta” tra la durata dell’uno e dell’altra. Tale seconda opzione è fondata in particolare sul convincimento che, non esistendo figure istituzionali in assoluto aliene da legami con il Parlamento e il sistema dei partiti, tanto vale affidarsi a quello stesso sistema, ma attraverso meccanismi che impongano soluzioni concertate e condivise, sulla base di stringenti criteri di candidabilità ed eleggibilità”.
C’è ancora qualche settimana di tempo per parlarne prima che il Senato congedi il testo di riforma.
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