TLC, Zorzoni (AIIP): “Basta assistenzialismo regolatorio. Il rilancio passa da concorrenza, Cloud e reti vere”

  ICT, Rassegna Stampa
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Una parte dell’industria italiana delle telecomunicazioni continua a fare i conti con investimenti difficili, reti da completare, PNRR agli sgoccioli, nuove regole europee e un mercato che rischia di essere raccontato sempre dalla stessa prospettiva: quella dei grandi operatori.

Ne abbiamo parlato con Giovanni Zorzoni, vicepresidente AIIP, per fare il punto su Piano Italia 1 Giga, Fondo Nazionale Connettività, 5G standalone, Digital Networks Act, Cloud, concorrenza e ruolo degli operatori territoriali.

Key4biz. I fondi del PNRR sono agli sgoccioli. Come è andata dal suo punto di vista con Italia 1 Giga e Piano Italia 5G?

Giovanni Zorzoni. L’esito era largamente prevedibile e, purtroppo, su questo siamo stati facili profeti. Il tempo a disposizione era pochissimo, gli obiettivi molto ambiziosi e, in queste condizioni, l’unico soggetto con un vantaggio operativo reale era la società dell’ex rete TIM, oggi FiberCop. Non per superiorità metafisica, ma per una ragione molto concreta: dispone della rete storica di infrastrutture fisiche già presenti sul territorio, compresa una rete capillare di pali in legno o vetroresina nelle aree periferiche, cioè proprio quelle più difficili da coprire.

Key4biz. Perché la rete di pali è così importante?

Giovanni Zorzoni. Il tema dei pali è centrale e troppo spesso viene trattato come un dettaglio tecnico. Non lo è affatto. Portare fibra in case sparse, frazioni, strade secondarie e civici lontani, potendo appendere i cavi su infrastrutture già esistenti, cambia completamente l’economia dell’intervento. Scavare costa, richiede permessi, cantieri, ripristini e coordinamento con gli enti locali. Usare una palificata già esistente costa molto meno e consente tempi più rapidi.

Key4biz. Cambia qualcosa in termini di copertura?

Giovanni Zorzoni. Sì perché questo non significa che la rete aerea sia la soluzione migliore: una rete scavata bene, ordinata e manutenibile è in generale superiore a una rete costruita inseguendo una scadenza. Ma se si impongono tempi quasi impossibili da rispettare, si finisce per premiare chi può riutilizzare infrastrutture storiche e già ammortizzate, non necessariamente chi avrebbe progettato la rete migliore per i prossimi vent’anni. La lezione è semplice: la spesa pubblica deve generare infrastrutture robuste, non soltanto rendicontazioni ordinate.

Key4biz. Avete criticato il bando con i 733 milioni di euro del Fondo Nazionale Connettività per la copertura dei civici rimanenti rimasti fuori da Italia 1 Giga dopo la rinuncia di Open Fiber. Perché?

Giovanni Zorzoni. Perché era formalmente aperto, ma sostanzialmente accessibile solo a chi aveva già un’infrastruttura nazionale capillare. Il risultato non ha sorpreso nessuno: FiberCop è stata l’unico operatore su tutti i lotti. Quando una gara pubblica produce un solo concorrente reale, il problema non è il mercato, ma come è stata costruita la gara.

Key4biz. In che senso?

Giovanni Zorzoni. Il vantaggio decisivo è sempre lo stesso: le infrastrutture storiche dell’ex monopolista. FiberCop usa i suoi pali. Gli altri, per competere, devono scavare ex novo o affittare quelle infrastrutture dal concorrente. Uno parte con la strada pronta, gli altri devono chiedere il permesso di costruirla, pagando il pedaggio. Non è così che si costruisce un mercato plurale.

Key4biz. È necessario un decreto Telecomunicazioni, come richiesto dall’industria?

Giovanni Zorzoni. Dipende da cosa si intende. Se “decreto Telecomunicazioni” significa l’ennesimo pacchetto di vantaggi selettivi per pochi grandi operatori, la risposta è no. Sconti, proroghe, frequenze gratuite, regole più comode e interventi presentati come politica industriale ma pensati per alleggerire singoli bilanci:  sono misure che possono mascherare alcuni problemi nel breve termine, a costo di aggravarli già nel medio. Non rafforzano la competitività, ma distorcono il mercato e sussidiano inefficienze.

Key4biz. Cosa serve invece per l’AIIP?

Giovanni Zorzoni. Altra cosa sono gli strumenti che stimolano davvero la domanda e producono benefici per tutto il comparto. Da tempo attendiamo voucher cloud e cybersecurity, che aiuterebbero le imprese italiane, soprattutto PMI, a svecchiare infrastrutture ICT, sicurezza, gestione dei dati e servizi digitali. Quella è domanda buona: crea mercato, fa crescere competenze, rafforza il tessuto produttivo.

Lo stesso vale per i voucher destinati agli allacci delle famiglie, in particolare quelli onerosi. In molti casi il problema non è la mancanza astratta di tecnologia, ma il costo concreto dell’ultimo tratto. Se poi questo strumento accelera il passaggio dal rame alla fibra, dovrebbe essere una buona notizia, non un disturbo da gestire con prudenza.

C’è poi un settore molto importante per il digitale, l’agricoltura italiana. Masserie, aziende agricole, filiere rurali: lì servono connettività reale, cloud, sensoristica, controllo remoto, sicurezza, gestione affidabile e sicura dei processi già automatizzata. Un euro pubblico messo lì genera valore, molto più che quello destinato a ennesimi interventi “ad hoc” che beneficiano pochi grandi.

Key4biz. Il 5G standalone è indietro in Italia. Come incentivarlo? La richiesta delle telco di un’allocazione non onerosa dello spettro in cambio di impegni di investimento è una soluzione adeguata per accelerare la copertura?

Giovanni Zorzoni. No. Il 5G standalone non si incentiva regalando spettro. È la solita scorciatoia: si prende un bene pubblico scarso, le frequenze, e lo si trasforma in sostegno indiretto ai bilanci degli operatori mobili. Dietro obiettivi nobili quanto generici – innovazione, competitività e transizione digitale – si rischia di invalidare, a vantaggio ancora di pochi grandi attori, consolidati principi di corretta gestione del patrimonio pubblico.

Il 5G standalone è indietro per un motivo semplice: gli operatori radiomobili non hanno voluto investirvi. I casi d’uso sono stati raccontati con troppa enfasi, ma la realtà è che il 5G è stato sovrastimato e oltremodo spinto, anche finanziariamente, dall’UE, con risultati gravemente insoddisfacenti. Prima doveva cambiare tutto, poi è arrivato il standalone, domani sarà il 6G. Intanto il mercato mobile, dopo la telefonia, ha prodotto solo Internet mobile. Utile, ma non è la rivoluzione permanente raccontata nei convegni.

Key4biz. Cosa bisognerebbe fare allora per incentivare il 5G?

Giovanni Zorzoni. Se lo Stato vuole davvero incentivare il 5G, deve permettere a più soggetti di usarlo, non solo agli operatori radiomobili. Parlo del 5G privato su bande gratuite all’interno di sedime privato, come già si fa in Germania. Solo così vedremmo un proliferare di usi reali nei distretti produttivi, nei porti, nella logistica, in agricoltura, nella sanità. Non regalando spettro a chi ha già dimostrato di non saperlo sfruttare.

Quanto agli impegni di investimento in cambio di frequenze non onerose: le promesse costano poco. Se si discutono rinnovi o proroghe, servono obblighi misurabili, verificabili, territorialmente puntuali, con penali vere e decadenza dei diritti in caso di mancato rispetto. Altrimenti non è politica industriale, è credito regolatorio senza garanzie: solo una totale regolamentazione di un pieno servizio bistream wholesale sul 5G potrebbe avere come contropartita equilibrata uno sconto sui rinnovi delle frequenze.


Key4biz. Il Digital Networks Act è in discussione a Bruxelles: quali sono le principali criticità dal punto di vista di AIIP?

Giovanni Zorzoni. La prima è il cambio di filosofia: DNA non è una manutenzione tecnica, è un tentativo di spostare poteri dalle autorità nazionali alla Commissione Europea, un organo non eletto e non sfiduciabile. Si passa da un modello in cui AGCOM analizza i mercati e definisce rimedi, a uno più accentrato, rigido, insensibile alle differenze tra Paesi e territori.

Per noi è un punto enorme. Le reti non sono tutte uguali. L’Italia non è la Germania, la Lombardia non è la Calabria, un operatore territoriale non è un ex monopolista. Governare tutto da Bruxelles con un modello uniforme significa scrivere regole eleganti sulla carta e dannose nella pratica.

Key4biz. Qual è la seconda criticità?

Giovanni Zorzoni. La seconda criticità è il consolidamento: per decenni l’Europa ha messo al centro la concorrenza. Nel DNA emergono parole ambigue: competitività europea, campioni continentali, semplificazione. Tradotto: meno operatori, più grandi, più vicini al potere politico e finanziario. Una prospettiva che ci preoccupa.

Poi ci sono spettro, switch-off del rame, net neutrality. Le frequenze non sono rendite a vita da prorogare. Il rame va spento, ma con tempi realistici, non date calate dirigisticamente da Bruxelles, e compatibilmente con le capacità di assorbimento del sistema paese, del delivery e della realizzazione degli impianti nell’unità di tempo. La sicurezza delle catene di fornitura deve essere pura cybersecurity, non geopolitica contro l’interesse degli Stati Membri: i rapporti internazionali, e ancor più la sicurezza nazionale, sono riconosciuti dagli stessi trattati come ambiti di competenza primaria degli Stati membri! E la neutralità della rete va difesa, senza reintrodurre il “fair share” che è solo una tassa sulle piattaforme per ripianare i bilanci degli ex monopolisti, ma pretendendo che finalmente il GDPR non sia rispettato solo dalle aziende Europee.

Key4biz. Il mercato fisso rischia di restare bloccato tra rame, prezzi wholesale e migrazione alla fibra?

Giovanni Zorzoni. Il mercato non rischia di restare fermo, anzi. La direzione di questo movimento, tuttavia, dipenderà dal senso che daremo a obiettivi in realtà tutt’altro che univoci.

Da sempre, per noi “fibra ottica” significa “vera” fibra ottica, fino a dentro casa, ma altri soggetti vi ricomprendevano invece reti in misto rame. Analogamente, lo “switch-off” per noi significa passaggio alla fibra ottica, ma già abbiamo sentito letture del termine più ambigue, funzionali a far rimanere i clienti sul rame, riducendo i costi, dismettendo solo i POP, le centrali, con un enfatico -65% come si apprende dal memo Fibercop “NetBook”.

Key4biz. Cosa pensate della nuova politica di prezzo di FiberCop per l’accesso alla rete?

Giovanni Zorzoni. E’ un’altra novità dirompente, non soltanto per gli operatori al dettaglio, ma per le imprese e le famiglie italiane. Con i nuovi listini FiberCop, oggetto della Comunicazione AGCOM del 23 aprile 2026 e relativo “avvio della verifica delle proposte di FiberCop per i servizi wholesale dei Mercati 1B e 2B”, ai sensi della delibera 58/26/CONS. Dopo la qualifica di FiberCop come operatore wholesale-only – qualifica che per AIIP è erronea – vediamo proposte di aumento su servizi essenziali: componenti passive, costi di cessazione, kit, colocazione, servizi accessori. Non è una questione marginale. Sono i costi su cui gli operatori costruiscono offerte retail, investimenti e migrazioni dei clienti verso la fibra.

Key4biz. Per FiberCop si tratta della logica conseguenza del passaggio al nuovo status di operatore wholesale only, con l’adeguamento graduale dei prezzi alla media europea.

Giovanni Zorzoni. Il rischio è che il passaggio da prezzi orientati al costo a prezzi “equi e ragionevoli” diventi una deregulation di fatto. Per noi “equo e ragionevole” significa ancora dimostrabile, trasparente, coerente con i costi sottostanti. Ci sono costi di disattivazione (!) che sono aumentati dell’440% sulla vecchia rete in rame… parliamo di 50€ di disattivazione per eseguire uno shutdown di una porta su un cabinet stradale con un prezzo precedente di 10€ già esoso? Se il servizio diventa talmente caro da impedire l’uscita di un contratto o rispettare i costi del contratto già in essere con il cliente finale la libertà di scelta degli operatori diventa solo teorica. Questo si chiama lock-in economico. Punto.

Se le cosiddette fibre primarie diventano più costose perché le centrali vengono accorpate e le tratte si allungano, non siamo davanti a una maggiore prestazione richiesta dagli operatori. Siamo davanti a una scelta di rete di FiberCop scaricata sul mercato. Sono profili fortemente tecnici che difficilmente arrivano nel dibattito pubblico, ma se AGCOM non interverrà in modo deciso, a fine anno si scaricheranno sugli italiani aumenti finora impensabili nelle telecomunicazioni.

A questo si aggiunge il tema CUP (Canone Unico Patrimoniale), che profila rischi esistenziali per moltissimi operatori territoriali: alcune interpretazioni rischiano di produrre richieste sproporzionate verso aziende che non controllano grandi infrastrutture fisiche, ma rivendono o integrano servizi di accesso di terzi. Si stanno producendo esiti manifestamente irragionevoli, e e sono quasi esauriti i margini temporali per un intervento legislativo che riconduca il CUP nei parametri della proporzionalità e della non distorsività. Confidiamo che il Governo possa intervenire con un emendamento entro l’inizio di settembre, prima che si producano conseguenze occupazionali irreparabili.

Insomma, il mercato non è fermo, siamo anzi in una fase di transizione, in cui si prospettano però direzioni non necessariamente positive per il sistema paese.

Key4biz. Nel memo “NetBook” di FiberCop c’è un dato che secondo voi merita particolare attenzione?

Giovanni Zorzoni. Sì, il dato più interessante è quello sul traffico medio per linea attiva. Va letto bene, perché FiberCop precisa che si tratta delle linee che terminano sui propri apparati, escludendo quindi quelle servite da infrastrutture di altri operatori. Non è il traffico complessivo di una regione, ma il traffico che resta dentro il perimetro tecnico di FiberCop. Ed è proprio qui che il dato diventa interessante (tra l’altro questo memo fa capire perché il CUP lo devono pagare gli operatori infrastrutturali e non gli operatori retail: dimostra chi “accende i cavi”, e non ne è solo proprietario).

In diverse regioni del Nord, cioè nelle aree economicamente più forti del Paese, il traffico medio per linea risulta inferiore alla media nazionale: Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Liguria e Valle d’Aosta sono sotto il dato medio italiano. La Lombardia, che è il motore economico dello Stivale, è appena sopra. Al contrario, alcune regioni del Centro-Sud e delle isole, come Lazio, Campania, Calabria e Sicilia, risultano sopra media.

La lettura industriale, a mio avviso, è abbastanza chiara. Dove esiste più concorrenza infrastrutturale, quindi reti territoriali realizzate da operatori di AIIP, oltre a Open Fiber e Fastweb, una parte della clientela più evoluta e più esigente potrebbe essere uscita dal perimetro FiberCop. Dove invece la concorrenza infrastrutturale è più debole, o dove storicamente la rete dell’ex monopolista è rimasta dominante anche grazie a importanti piani pubblici sulla FTTC, il traffico continua a concentrarsi maggiormente su quella rete.

Non è una prova contabile di perdita di clientela, per quello servono altri indicatori: ricavi, abbandoni, ARPU, nuove attivazioni. Ma è un segnale industriale da non sottovalutare. Se nelle aree più ricche e più competitive il traffico medio sulle linee FiberCop non cresce in modo proporzionale, la domanda è inevitabile: FiberCop sta trattenendo davvero la clientela più avanzata, o sta soprattutto conservando quella ancora legata alla sua infrastruttura storica?

Key4biz. TIM e Fastweb + Vodafone hanno avviato un percorso di RAN sharing sul mobile. Che ne pensate?

Giovanni Zorzoni. Dipende dalle condizioni. La condivisione di infrastrutture mobili può avere senso nelle aree meno dense: riduce duplicazioni, accelera coperture, permette di usare meglio energia, siti e apparati. Nessuno qui vuole la religione dello spreco, con tre tralicci accanto soltanto per dimostrare che il mercato esiste. Ma il punto è un altro: quando la condivisione riguarda soggetti molto rilevanti e porzioni importanti del mercato, non può essere trattata come una semplice ottimizzazione tecnica.

Se due grandi blocchi industriali condividono porzioni significative della rete di accesso radio, allora bisogna parlare seriamente di vero wholesale mobile, non quello che abbiamo visto sinora: offerte commerciali complicate, fragili, negoziate caso per caso, che rendono la vita difficile agli operatori mobili virtuali e agli operatori territoriali. Parliamo del bistream dati su rete mobile: rinnovi di frequenze a prezzi calmierati e/o accordi di RAN sharing devono avere come imposizione il vero wholesale bistream dati della rete mobile e non certo su “slicing” a bassa velocità, bensì sulla stessa slice che i grandi operatori mettono i propri clienti.

Altrimenti il rischio è sempre lo stesso: si chiama efficienza ciò che nella pratica diventa consolidamento. Si dice che si vogliono ridurre costi per investire, poi però il mercato a valle resta chiuso o semi-chiuso. AIIP non è contraria alla cooperazione infrastrutturale quando serve. È contraria alle cooperazioni chiuse che privatizzano il controllo del mercato. Se la rete mobile diventa più condivisa, l’accesso deve diventare più aperto. Le due cose devono stare insieme, altrimenti manca metà del ragionamento.

Key4biz. Il tema dei vendor cinesi e della cybersecurity è diventato centrale. Qual è la posizione di AIIP?

Giovanni Zorzoni. La sicurezza è una cosa seria e non va trasformata, come si sta facendo da anni, in propaganda. La cybersecurity deve basarsi su criteri tecnici, oggettivi, verificabili: codice, processi, vulnerabilità, aggiornamenti, gestione delle chiavi, audit, supply chain, risposta agli incidenti. In AIIP sappiamo di cosa parliamo, perché molti di noi nel weekend fanno glitching su CPU di sistemi embedded, invece di andare a farsi una passeggiata. Se invece il criterio principale diventa la provenienza geografica del fornitore, allora siamo in un altro campo: geopolitica e sicurezza nazionale.

Sono temi legittimi, ma vanno chiamati con il loro nome, e sono temi che non possono essere accentrati nella Commissione Europea, dovendosi rispettare il principio di attribuzione sancito dai Trattati. Uno Stato membro potrebbe decidere, per ragioni geopolitiche, che certi fornitori devono essere esclusi o limitati, assumendosene la responsabilità di fronte ai propri cittadini, ma l’Unione Europea non può arrogarsi questo potere, che non le compete. Non si può scaricare tutto sugli operatori, magari piccoli e medi, che hanno comprato apparati legittimamente, li hanno installati, li gestiscono, e poi si trovano davanti a obblighi di sostituzione costosi e spesso poco proporzionati.

Inoltre la filiera tecnologica globale è molto più intrecciata di quanto piaccia raccontare. Un apparato può essere assemblato in Cina, contenere componenti americane, software europeo, chip asiatici e pezzi di supply chain sparsi in mezzo mondo. Fare finta che la sicurezza si risolva con una bandierina sul passaporto del vendor costituisce una drammatica semplificazione. La Cina è la fabbrica del mondo e non è un caso che governo americano, imprenditoria della filiera del complesso militare-tecnologico e il massimo esponente della finanza americana siano andati di persona dal presidente cinese. Noi dovremmo chiudere con l’oriente quando il paese che si suppone più industrializzato va a chiedere aiuto alla Cina? C’è un cortocircuito in termini.

AIIP chiede un approccio oggettivo e responsabile: sicurezza tecnica vera, criteri trasparenti, proporzionalità, tempi sostenibili e, quando la scelta è geopolitica, copertura pubblica dei costi. Altrimenti si usa la cybersecurity come etichetta elegante per fare politica industriale a spese degli operatori.

Key4biz. Che ruolo possono avere gli operatori territoriali e indipendenti nel futuro delle Tlc italiane?

Giovanni Zorzoni. Un ruolo da assoluti protagonisti. E non lo dico per orgoglio associativo, ma perché i numeri raccontano una storia molto più chiara di tante presentazioni patinate.

In un mercato delle telecomunicazioni che da anni fatica a trovare una traiettoria credibile, gli operatori indipendenti rappresentati da AIIP sono una delle poche componenti industriali che continua a crescere, investire, assumere e innovare. Parliamo di circa settanta imprese, attive su tutto il territorio nazionale, con un fatturato aggregato di circa 1,7 miliardi di euro: più del dieci per cento del mercato italiano di riferimento. Non è una nicchia, non è folklore territoriale, non è il “piccolo operatore” da trattare con paternalismo. È un pezzo fondamentale dell’industria digitale italiana.

Gli associati AIIP sono imprese che costruiscono fibra, gestiscono reti, realizzano data center, offrono servizi cloud, cybersecurity, connettività business, soluzioni per pubbliche amministrazioni, distretti industriali, aree artigianali, territori turistici e case sparse. Sono aziende che hanno portato Internet dove i grandi operatori non arrivavano o arrivavano soltanto quando c’erano soldi pubblici, obblighi regolatori o convenienza immediata. Noi abbiamo fatto quello che in Italia viene sempre invocato e quasi mai premiato: investimenti privati, competenze tecniche, presidio del territorio, rischio d’impresa e infrastrutture vere.

Per questo credo che gli operatori AIIP siano oggi il vero Made in Italy digitale. Non perché usiamo una bella etichetta da convegno, ma perché siamo italiani nella proprietà, nelle competenze, negli investimenti, nel personale, nei territori serviti e nella responsabilità verso i clienti. Nel momento in cui tutti parlano di sovranità digitale, cloud nazionale, sicurezza delle infrastrutture e riduzione delle dipendenze da piattaforme extraeuropee, bisognerebbe avere il coraggio di guardare dove queste cose esistono già: nelle imprese indipendenti che da trent’anni fanno rete, fibra, cloud e servizi digitali senza aspettare che qualcuno disegni per loro un grande piano salvifico.

A Bruxelles, purtroppo, si continua spesso a misurare il valore industriale in base alla dimensione del logo, alla presenza di una rete mobile o alla capacità di sedersi ai tavoli giusti. È un errore enorme. Il futuro delle Tlc italiane non sarà salvato da un campione unico, né da tre super-operatori continentali costruiti a tavolino, ma da una pluralità di reti, imprese e competenze capaci di competere, innovare e stare vicino ai clienti. La qualità non nasce dalla concentrazione; nasce dalla concorrenza vera, dalla responsabilità diretta e dalla capacità di rispondere ai territori.

La regolazione europea sembra ancora innamorata dell’economia di scala, ma continua a sottovalutare l’economia di densità, di prossimità e di specializzazione. Gli operatori indipendenti conoscono i territori, conoscono le imprese, sanno dove passa una dorsale, dove serve un collegamento ridondato, dove un distretto produttivo non può permettersi mezza giornata di fermo, dove un data center deve essere raggiungibile con fibra vera e non con promesse in formato PowerPoint, quella grande invenzione umana per trasformare il nulla in slide.

Quindi il nostro ruolo non è difensivo. Non chiediamo di essere protetti perché piccoli. Chiediamo che venga riconosciuto ciò che siamo già: una componente industriale solida, in crescita, italiana, indipendente e strategica. Se l’Italia vuole davvero avere un futuro digitale autonomo, competitivo e meno dipendente da soggetti esteri, deve partire da chi quel futuro lo sta già costruendo. E gli associati AIIP lo stanno facendo da anni, metro dopo metro di fibra, cliente dopo cliente, data center dopo data center.

Con questa intervista Key4Biz vuole continuare il dibattito sul rilancio delle Telecomunicazioni in Italia e in Europa, per cui benvengano altri contributi di autorevoli esperti e stakeholder.

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