
Urso annuncia 1,5 miliardi di euro su Transizione 5.0
Si sblocca il Tavolo con le imprese sul piano Transizione 5.0, con il ripristino di tutte le risorse previste dalla manovra (1,3 miliardi di euro) e l’aggiunta di altri 200 milioni.
“In queste ore, abbiamo fatto il massimo sforzo possibile. Abbiamo lavorato in piena sintonia tra ministeri per offrirvi una ipotesi di lavoro che, oltre a confermare integralmente gli 1,3 miliardi in più alle imprese che hanno investito in digitalizzazione ed efficientamento energetico con Transizione 5.0, incrementa le risorse a loro disposizione di ulteriori 200 milioni, per un totale di 1,5 miliardi in più“, ha affermato il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso.
“Nel complesso – ha aggiunto il ministro – Transizione 5.0, nella versione appena conclusa col credito d’imposta e in quella nuova con l’iperammortamento, può contare su una dotazione di circa 14 miliardi“.
Il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, secondo fonti Ansa, avrebbe assicurato che presto sarà emanato il decreto di attuazione per l’iperammortamento.
“Non sorpresa ma apprezzamento oggi per il tavolo su Transizione 5.0 e, devo dire, anche per il ministro Urso per la difesa dell’industria“, ha dichiarato all’uscita dal ministero, invece, il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che nei giorni scorsi era stato molto duro con il Governo e in particolare con i ministeri dell’Economia e delle Imprese.
Taglio degli incentivi: numeri e impatti reali
Il decreto fiscale approvato dal Consiglio dei ministri (DL 38/2026) aveva, infatti, aperto un nuovo fronte di tensione tra Governo e sistema produttivo, colpendo duramente uno degli strumenti cardine della politica industriale recente: il piano Transizione 5.0. Le modifiche introdotte, in particolare sul credito d’imposta, rischiano di trasformarsi in un boomerang per migliaia di imprese che avevano già investito confidando in regole che ora cambiano in corsa.
Secondo l’analisi di Confindustria: il credito d’imposta veniva in quel modo drasticamente ridotto. Per le imprese che avevano prenotato gli incentivi tra novembre e dicembre 2025, il beneficio veniva limitato al 35% dell’importo richiesto, con un taglio medio del 65% rispetto alle aspettative iniziali.
I senatori della commissione Finanze chiamati ad esaminare il provvedimento non si sono sbilanciati sugli eventuali correttivi di un provvedimento che oggi è stato appunto al centro del confronto tra il Mimit e le categorie produttive sul piede di guerra per i tagli al Piano Transizione 5.0.
A criticare la scure sulle risorse è stata proprio Confindustria e poi a seguire la gran parte delle confederazioni, preoccupate in primis per il taglio del credito d’imposta che colpisce le imprese ‘esodate’ cioè quelle che avevano regolarmente presentato la comunicazione di oltre 7.400 investimenti ma erano rimaste a bocca asciutta per l’esaurimento delle risorse e quindi messe in lista d’attesa. Il bonus per loro si ferma al 35% dell’investimento in soli beni strumentali; esclusi invece gli investimenti in impianti fotovoltaici ad alta efficienza iscritti nel registro Enea, cioè quelli che che le norme precedenti incentivavano ad acquistare.
Un taglio per far quadrare i conti
Un taglio dovuto all’esigenza dell’Esecutivo di fare quadrare i conti in una fase di aumentata incertezza per la guerra in Medio Oriente e le conseguenti impennate del petrolio.
Tradotto in termini concreti: si passava da aliquote teoriche fino al 45% a un beneficio effettivo compreso tra il 15% e il 35%. Un ridimensionamento che incideva direttamente sui conti aziendali, soprattutto per investimenti già effettuati, spesso di dimensioni rilevanti (fino a 50 milioni di euro per progetto).
A questo si aggiungeva un altro elemento critico: l’esclusione degli investimenti in impianti fotovoltaici ad alta efficienza, proprio quelli incentivati e acquistati dalle imprese negli ultimi mesi. Una scelta che non solo penalizzava economicamente le aziende, ma contraddiceva anche gli obiettivi di transizione energetica.
Il nodo degli “esodati” e le risorse insufficienti
Ancora più delicata era la situazione delle cosiddette imprese “esodate” del 5.0: oltre 7.400 aziende che avevano prenotazioni valide ma che restano senza copertura per esaurimento dei fondi.
A fronte di un fabbisogno ben più ampio, sono stati stanziati 537 milioni di euro su un fondo complessivo da 1,3 miliardi destinato a Industria 4.0. Una copertura parziale che rischia di lasciare molte imprese senza alcun sostegno, costringendole a ripiegare su incentivi meno generosi (tra il 20% e il 40%), con una perdita di 10-20 punti percentuali.
Il risultato era un effetto a catena: peggioramento della liquidità, aumento dell’esposizione finanziaria e, nei casi più critici, rischio di insolvenza, soprattutto per le PMI più energivore.
Le criticità sollevate da Confindustria
“Chiediamo con urgenza l’apertura, già dalla prossima settimana, di un tavolo di confronto con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso e il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti. È indispensabile che venga confermato quanto condiviso lo scorso 27 novembre: le risorse per gli esodati 5.0 devono essere integralmente mantenute. La credibilità degli impegni assunti è un elemento fondamentale. La fiducia tra istituzioni e sistema produttivo non può venire meno. Su questo punto serve una risposta chiara, rapida e coerente con gli impegni presi”, ha dichiarato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini.
“Il decreto fiscale pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale introduce disposizioni molto penalizzanti per le imprese che hanno effettuato la prenotazione del credito d’imposta 5.0 tra il 7 e il 27 novembre 2025”, ha affermato il vicepresidente per le Politiche industriali e il Made in Italy, Marco Nocivelli.
Transizione 5.0 e i principali effetti critici individuati da Confindustria:
1. Violazione del legittimo affidamento
Le imprese hanno pianificato e realizzato investimenti sulla base di norme e rassicurazioni governative. Cambiare le regole a posteriori introduce un effetto retroattivo che mina uno dei principi fondamentali del diritto: la certezza normativa.
2. Credibilità delle istituzioni in discussione
Secondo il presidente Emanuele Orsini, il problema non è solo tecnico ma sistemico: se gli impegni pubblici non vengono rispettati, viene meno la fiducia tra Stato e imprese. E senza fiducia, gli investimenti si fermano.
3. Impatto su liquidità e competitività
Il taglio del 65% degli incentivi si traduce in costi imprevisti per le aziende, in un contesto già complesso segnato da tensioni geopolitiche e rallentamento economico. Le imprese più colpite sono quelle manifatturiere e ad alta intensità energetica.
4. Frenata alla transizione verde e digitale
L’esclusione delle rinnovabili e il ridimensionamento degli incentivi rallentano progetti che avrebbero consentito riduzioni dei consumi tra il 3% e il 15%, con effetti negativi su sostenibilità e competitività internazionale.
5. Effetti sulla filiera industriale
Il calo degli investimenti colpisce anche i fornitori di tecnologie e macchinari (Allegati A e B della legge 232/2016), con possibili ricadute su occupazione e innovazione.
Un segnale negativo per fare impresa in Italia
Il messaggio era chiaro: fare impresa in Italia diventa più incerto e meno conveniente. Non tanto per l’assenza di incentivi, quanto per la loro instabilità.
Quando le regole cambiano dopo che gli investimenti sono stati effettuati, il rischio percepito aumenta drasticamente. E questo incide sulle decisioni future: meno investimenti, meno innovazione, meno crescita.
Tavolo Mimit del 1° aprile: risposte concrete o tentativo di prendere tempo da parte del Governo?
Di fronte alle proteste, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha convocato per mercoledì 1° aprile alle ore 11.00 a Palazzo Piacentini un tavolo di confronto con le associazioni d’impresa, in coordinamento con MEF e Ministero per gli Affari europei.
È un segnale di apertura, ma la domanda resta: sarà sufficiente?
Per le imprese non servono solo confronti, ma decisioni rapide e concrete. Confindustria chiede chiaramente:
- il ripristino delle risorse per gli esodati,
- il rispetto degli impegni presi,
- una correzione del decreto in sede parlamentare.
Senza interventi immediati, il rischio è che il tavolo si trasformi in un esercizio di ascolto senza effetti reali.
Il DL fiscale 38/2026, così com’è, rischia di compromettere uno dei pilastri della politica industriale italiana. Il taglio degli incentivi, l’incertezza normativa e la gestione incompleta delle risorse stanno creando un clima di sfiducia che potrebbe avere effetti duraturi.
Il confronto del 1° aprile rappresenta un passaggio importante, ma non decisivo. La vera partita si giocherà in Parlamento: lì si capirà se il Governo intende davvero correggere la rotta o se il costo di questa scelta ricadrà interamente sulle imprese.
Giorgetti e la guerra: “Uno shock esterno che ci costringe a fare riflessioni su chi aiutare e chi incentivare”
“Come governo, abbiamo deciso di dare un minimo di garanzia per agevolazioni paragonabili alla vecchia 4.0, ma allo stesso tempo metterci in ascolto delle categorie per capire in una situazione di questo tipo quali sono le emergenze e le priorità che vogliono manifestare”, ha dichiarato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, nel suo intervento sabato al Workshop Finanza organizzato da Teha in risposta alle critiche di Confindustria.
Circa le risorse stanziate per Transizione 5.0, ha aggiunto il ministro: “Dobbiamo decidere se le disponibilità devono andare a costoro o a favore delle imprese energivore piuttosto che delle aziende di trasporto o per i tagli alle accise”.
“Avevamo una traiettoria, dei programmi di un certo tipo, ma poi è scoppiata la guerra in Medio Oriente, uno shock esterno che ci costringe a fare riflessioni su chi aiutare e chi incentivare”, ha precisato il ministro, giustificando i tagli al credito d’imposta della Transizione 5.0 nel DL fiscale come risposta necessaria a questa situazione, paragonabile alla crisi ucraina del 2022.
Una guerra che secondo il ministero dell’Economia “ha alterato la traiettoria economica italiana, imponendo una ridistribuzione delle risorse limitate”. Il ministro ha indicato priorità alternative come imprese energivore, trasporti e tagli alle accise, sospendendo circa 750 milioni (2/3 dei fondi per Transizione 5.0) per emergenze immediate. Giorgetti ha poi escluso, per ora, i temuti sforamenti di bilancio, puntando a margini Patto di Stabilità, ma il governo apre a possibili modifiche parlamentari dopo il tavolo Mimit.
Scontro Giorgetti-Urso
Sul taglio dei crediti d’imposta per la Transizione 5.0 nel DL fiscale non c’è solo la reazione dura di Confindustria, ma è andata in scena anche uno scontro istituzionale tra il ministro Giorgetti e il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso.
A quanto pare, Urso si sarebbe opposto fermamente alla riduzione degli incentivi (dal 45% previsto al 35% riconosciuto), difendendo gli impegni presi a novembre 2025 con Confindustria per coprire le imprese “esodate” con prenotazioni valide.
Lo scontro avrebbe poi spinto Palazzo Chigi a mediare. Il comunicato post Consiglio dei ministri ha infatti promesso in tempi rapidi il tavolo con le imprese, ora calendarizzato al 1° aprile, ma anche “risorse aggiuntive” in conversione parlamentare.
“Con il decreto fiscale il governo compie un errore grave e strategico: riduce il credito d’imposta legato a Transizione 5.0 proprio nel momento in cui le imprese italiane avrebbero più bisogno di certezze e di strumenti forti per investire in innovazione, digitalizzazione ed efficienza energetica”, ha sostenuto Vinicio Peluffo, deputato del Pd e vicepresidente della commissione Attività produttive.
“Transizione 5.0 – sottolinea l’esponente dem – non è una misura qualsiasi: è il principale strumento per accompagnare le imprese nella doppia transizione, digitale ed energetica, rafforzando la competitività del nostro sistema industriale rispetto ai Paesi europei, che invece stanno investendo con maggiore decisione su politiche industriali attive. Tagliare queste risorse significa colpire soprattutto le PMI, che hanno meno capacità finanziaria per sostenere autonomamente gli investimenti, e indebolire le filiere strategiche rallentando gli obiettivi di decarbonizzazione“.
Il paradosso: punite le imprese virtuose
Con i costi energetici tra i più elevati d’Europa e una crisi energetica in corso, il Decreto fiscale penalizza proprio le aziende che hanno puntato su efficienza energetica e fonti rinnovabili.
“Nel 2025, le imprese hanno pianificato investimenti basandosi su un quadro normativo certo e sulla fiducia nel Governo. Oggi, la scelta più sostenibile si traduce in una penalizzazione economica inaccettabile. Molte realtà, con il senno di poi, avrebbero optato per strumenti diversi come la Transizione 4.0 o l’Iperammortamento”, ha dichiarato l’EGE Elvis Paja, referente del Tavolo Tecnico 5.0 di AssoEGE.
Da un lato si chiede alle imprese di investire in efficienza energetica, elettrificazione dei consumi, integrazione delle fonti rinnovabili scegliendo tra l’altro le tecnologie più costose. Dall’altro si interviene riducendo la prevedibilità e l’affidabilità degli strumenti che dovrebbero rendere possibili questi investimenti. Questo genera un effetto molto negativo: si indebolisce la credibilità del quadro di supporto alla transizione energetica, proprio in una fase in cui servirebbero stabilità e coerenza.
Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz
https://www.key4biz.it/transizione-5-0-dietrofront-del-governo-risorse-addirittura-aumentate/560927/

