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Lombardia, Veneto e Piemonte concentrano il 56,5% degli interventi censiti
Transizione 5.0 nasceva da un’idea semplice solo in apparenza: aiutare le imprese a innovare, ma legando ogni investimento a un risultato energetico misurabile. Il vecchio piano metteva sul tavolo 6,3 miliardi di euro per il biennio 2024-2025 e si rivolgeva alle aziende che acquistavano beni strumentali, tecnologie digitali, software o impianti per l’autoproduzione da fonti rinnovabili. Per capire la differenza rispetto a un normale bonus, basta pensare a una fabbrica che sostituiva una linea produttiva: non era sufficiente installare un macchinario più moderno, collegarlo ai sistemi aziendali e inserirlo tra gli investimenti 4.0.
Con Transizione 5.0 l’impresa deve dimostrare che quel progetto riduceva anche i consumi energetici. Il credito d’imposta nasceva quindi per premiare non il singolo acquisto, ma l’intervento nel suo insieme: tecnologia, digitalizzazione, efficienza e documentazione tecnica. È una misura costruita per spingere investimenti più qualificati, ma anche più complessa da utilizzare. Per questo la dotazione iniziale raccontava un piano molto ambizioso, mentre i dati finali sull’assorbimento mostrano un risultato più contenuto.
Quanto è arrivato davvero alle imprese
Tra le imprese che chiedono l’incentivo e quelle che arrivano davvero al credito d’imposta passa tutta la complessità di Transizione 5.0. Secondo il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il punto di arrivo del piano è pari a 1,3023 miliardi di euro di agevolazioni confermate alle aziende con istanze tecnicamente ammissibili. È una cifra diversa dalle risorse prenotate, perché la prenotazione apre la procedura e impegna una quota del plafond, ma non garantisce ancora l’utilizzo del beneficio. Per trasformarsi in credito effettivo, il progetto deve superare le verifiche previste e ottenere il riconoscimento finale. Solo allora l’impresa può usare l’agevolazione in compensazione tramite F24, riducendo i versamenti dovuti al fisco. Per questo il numero chiave del piano non è la dotazione disponibile sulla carta, ma la quota che riesce ad arrivare alla fine del percorso e diventa credito maturato.
Quanti fondi sono rimasti inutilizzati
Il ridimensionamento di Transizione 5.0 emerge dal confronto tra le risorse disponibili sulla carta e il credito d’imposta confermato. Il vecchio piano era partito con una dotazione iniziale di 6,3 miliardi di euro per il biennio 2024-2025, ma il 29 aprile 2026 il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha comunicato che alle imprese con istanze tecnicamente ammissibili spettano 1,3023 miliardi di euro di agevolazioni. Rispetto allo stanziamento originario, la differenza è pari a 4,9977 miliardi: in percentuale, il 79,3% delle risorse iniziali non si è trasformato in credito d’imposta confermato. La lettura cambia se si tiene conto della successiva rimodulazione delle risorse. La dotazione iniziale da 6,3 miliardi è stata infatti ridotta e il confronto può essere fatto anche con il plafond rimodulato a 2,5 miliardi: in questo caso l’assorbimento sale al 52,1%, mentre restano fuori 1,1977 miliardi, pari al 47,9% della dotazione ridotta.
Perché non tutte le domande diventano agevolazioni
Il dato del 7 gennaio 2026 aiuta a capire perché le cifre di Transizione 5.0 non vanno lette tutte allo stesso modo. A quella data il fabbisogno potenziale della misura arriva a 4,76 miliardi di euro, ma dentro questo totale finiscono pratiche in stadi molto diversi. Ci sono investimenti già completati, domande accompagnate da un acconto minimo e risorse soltanto prenotate. È una differenza decisiva: la prenotazione segnala l’interesse dell’impresa e blocca una quota del plafond, ma non equivale al credito d’imposta confermato. Per arrivare al beneficio fiscale servono il completamento dell’investimento, le verifiche tecniche e il riconoscimento finale dell’importo spettante. La domanda, quindi, esiste: le imprese si muovono e presentano progetti. Il punto è che solo una parte di quel fabbisogno riesce a superare tutte le fasi e a trasformarsi in credito effettivamente maturato.
Perché il vincolo energetico ha complicato il bonus
La selezione si è giocata sul terreno dell’energia. Con Transizione 4.0 l’impresa poteva accedere all’incentivo acquistando beni tecnologicamente avanzati e interconnessi; con il vecchio Piano Transizione 5.0 questo passaggio non è bastato più. Il progetto doveva garantire una riduzione minima dei consumi: almeno il 3% sulla struttura produttiva nel suo complesso oppure il 5% sul processo interessato dall’investimento. La differenza è stata sostanziale.
Una fabbrica che ha sostituito un vecchio impianto con una linea più digitale non è stata premiata solo perché ha introdotto una tecnologia nuova, ma perché quella tecnologia ha permesso di consumare meno energia. Il credito d’imposta si è quindi spostato dal semplice acquisto al risultato prodotto dall’investimento. Una logica più qualificata, perché ha orientato le risorse verso interventi con un impatto misurabile, ma anche più impegnativa: sono serviti calcoli, certificazioni e verifiche tecniche per dimostrare il risparmio ottenuto.
Lombardia, Veneto e Piemonte con più progetti
La geografia dei progetti mostra una concentrazione molto netta nel Nord produttivo. Nella mappa OpenPNRR risultano 7.646 interventi collegati a Transizione 5.0, ma oltre due terzi si fermano in quattro regioni: Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna raccolgono insieme 5.178 progetti, pari al 67,7% del totale nazionale. La Lombardia guida la classifica con 2.082 interventi, cioè il 27,2% del totale; seguono il Veneto con 1.329 progetti, il Piemonte con 906 e l’Emilia-Romagna con 861. Più staccate arrivano la Provincia autonoma di Bolzano, con 554 interventi, la Toscana con 404 e il Lazio con 356.
Il cambio di scala è evidente scendendo lungo la graduatoria: Campania e Abruzzo si fermano a 155 progetti ciascuna, la Puglia a 101, la Sicilia a 99, mentre Calabria, Molise, Basilicata e Valle d’Aosta restano sotto quota 20. La misura segue quindi la mappa dell’industria italiana: entra con più forza nei territori con maggiore densità manifatturiera e rimane più debole nelle aree dove il tessuto produttivo è meno concentrato su impianti, macchinari e investimenti energetici.
Quali regioni restano ai margini
Alcune Regioni restano quasi fuori dal perimetro operativo di Transizione 5.0. La Valle d’Aosta pesa appena per lo 0,1% dei progetti collegati alla misura, la Basilicata per lo 0,2%, il Molise per lo 0,2% e la Calabria per lo 0,2%. Anche Sardegna e Liguria restano sotto l’1%, mentre Sicilia e Puglia si fermano poco sopra questa soglia, rispettivamente all’1,3%. La graduatoria conferma quindi una forte distanza territoriale: dove il tessuto produttivo è meno concentrato su manifattura, impianti industriali, processi digitalizzati e investimenti energetici, la misura intercetta una quota molto più bassa di domande. Transizione 5.0 ha avuto un radicamento reale, ma non omogeneo: il peso delle Regioni più deboli resta marginale rispetto all’asse industriale del Nord.
Fonti: Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Gestore dei Servizi Energetici, OpenPNRR/Openpolis
Anni di riferimento: 2024-2026
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