I cyber-criminali iniettano il loro codice di skimming nei server che non hanno protezione. Già infettati più di 17.000 siti Internet.
Il furto dei dati delle carte di credito rimane un grande classico della pirateria informatica e i protagonisti assoluti in questo settore sono i gruppi che gli esperti di sicurezza hanno battezzato con il nome di MageCart.
Si tratta di diversi gruppi di cyber-criminali, spesso in competizione tra loro, che prendono di mira i siti Internet che offrono servizi a pagamento (dall’e-commerce ai servizi) per inserire all’interno delle loro pagine un JavaScript che agisce come skimmer, rubando i dati delle carte di credito inseriti dai clienti.
In passato, i MageCart hanno messo a segno colpi clamorosi come quello a British Airways o a Forbes e di solito il loro modus operandi prevede attacchi mirati attentamente pianificati.
Come spiegano in un report i ricercatori di RiskIQ, adesso è comparso un nuovo gruppo che usa una strategia diversa. I pirati, secondo quanto riporta Yonathan Klijnsma, prende di mira i bucket S3 di Amazon che gli amministratori non proteggono adeguatamente per spargere a piene mani il loro script malevolo, modificando tutti i JavaScript che trovano.

Insomma: la nuova tecnica prevede di “sparare nel mucchio” utilizzando dei sistemi automatizzati. Chiaramente il livello di successo di questa tecnica, almeno da un punto di vista statistico, è piuttosto basso. Lo skimmer usato dai MageCart, infatti, funziona solo se i JavaScript infettati contengono un sistema di pagamento.
Dal punto di vista dei risultati complessivi, però, i pirati non si possono lamentare. Secondo i ricercatori di RiskIQ, con questa tecnica sono riusciti a infettare più di 17.000 siti Web.
Questo “successo” si spiega con il tipo di vittime che gli hacker sono riusciti a colpire. Tra queste, infatti, ci sono società come Picreel, Alpaca Forms, AppLixir, RYVIU, OmniKick, eGain e AdMaxim, che forniscono servizi a numerosi siti Internet.
Infettando i file presenti sui loro bucket, i MageCart hanno di conseguenza innescato un “effetto domino” che ha travolto rapidamente migliaia di siti collegati alle vittime principali, attraverso un meccanismo simile a quello della supply chain.
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