Il Manifesto per l’Italia Digitale e la proposta di voucher per le micro, piccole e medie imprese
Presentato alla Camera dei Deputati il Manifesto per l’Italia Digitale, promosso da AIIP, AssoSoftware, Confartigianato, Confcommercio, Confimi Industria e Confprofessioni, con al centrola proposta di introdurre, nella prossima Legge di Bilancio, il voucher digitale.
Un gruppo di associazioni di settore che rappresenta di fatto il Paese reale, un pezzo significativo di economia nazionale che va accompagnato nella trasformazione digitale in corso. A questa fetta di Paese si è rivolto anche il messaggio dell’On. Alessandro Manuel Benvenuto, Questore della Camera dei deputati: “Sono micro e piccole e medie imprese, oltre che gli studi professionali e il terzo settore, che non possono essere tagliati fuori dalla transizione e dal digitale, che abilita crescita economica e posti di lavoro, ma che deve arrivare anche al negozio di quartiere, allo studio professionale, agli enti non-profit”.
La misura, illustrata come “semplice, triennale e verificabile”, nasce per rispondere al ritardo digitale del sistema produttivo italiano, particolarmente evidente nelle realtà meno strutturate: il 94,7% delle imprese italiane ha meno di 10 addetti, ma solo il 29,4% delle microimprese tra 2 e 9 addetti utilizza un software gestionale, contro il 51,4% delle imprese con almeno 10 addetti.
Si tratta di una richiesta che viene dal basso e direttamente dalle micro e piccole imprese, ha spiegato l’On. Laura Cavandoli, Presidente del Consiglio di giurisdizione della Camera dei deputati, “con l’obiettivo di avere una misura proporzionata al proprio business. La digitalizzazione consente di accelerare la crescita e con l’arrivo dell’AI bisogna saper intercettare le nuove opportunità che porta con sé. compito della politica è offrire attenzione e ascolto al mondo delle imprese e sul voucher digitale c’è una grande convergenza, uno strumento che può generare Pil”.
Il Manifesto punta a sostenere investimenti in software gestionali, cloud, piattaforme digitali, intelligenza artificiale, cybersecurity, e-commerce, consulenza, formazione e compliance, legando il beneficio alla reale messa in funzione delle soluzioni “e non al semplice acquisto”.
La proposta prevede una misura rivolta alle imprese tra 2 e 99 addetti, “con intensità di aiuto più alta per le realtà più piccole” e, altra novità importante, una “premialità per le soluzioni Made in UE”. La platea stimata è di circa 578mila beneficiari nel triennio, con un fabbisogno pubblico pari a 3,951 miliardi di euro e investimenti complessivi attivati stimati in 7,05 miliardi.
Il voucher digitale per recuperare il gap con l’Ue in termini di competenze, produttività e adozione di nuove tecnologie
Marina Natalucci, Direttrice Osservatori Tech Company, Quantum, Data Center, C4DE del Politecnico di Milano, ha spiegato perché questa misura è importante, perché serve e qual è il suo potenziale. Oggi, l’Italia soffre un gap rilevante in termini di competenze digitali rispetto agli altri grandi Paesi europei, un 45,8% contro il 55,6% della media dell’Unione europea (Ue). Il 34% delle imprese che presentano tra 10 e 49 addetti non ha investito nel digitale negli ultimi anni e non prevede di farlo nel prossimo futuro.
Una situazione critica che penalizza invece una fetta significativa della nostra economica, considerando che le imprese digitalizzate vedono aumentare la produttività anche dell’8%. Se poi ai software si affiancano anche soluzioni di intelligenza artificiale (AI) questo dato sale o supera il 10%.
“Siamo indietro e questo pesa sulla competitività delle nostre imprese, in un contesto in cui l’AI cambierà tutta l’economia e l’industria. L’AI macina dati e se non c’è la digitalizzazione di base dei processi non ci sarà un’adozione sufficiente tra le Pmi. Mancano le componenti abilitanti di basi. Il PNRR ha dato una mano, ma ora che va esaurendosi bisogna cominciare ad immaginare nuove soluzioni. Più le imprese sono piccole, più aumenta il livello di arretratezza. Uno studio Luiss illustra l’impatto delle software technologies sulla crescita e sul valore. È un moltiplicatore sulla produzione di 1,6 euro ogni euro investito”, ha precisato Natalucci.
Il Manifesto propone infatti uno strumento complementare ai piani 4.0 e 5.0, pensato per intercettare la domanda diffusa di digitalizzazione delle micro e piccole imprese, dei professionisti e degli enti del terzo settore. Ovviamente, ha aggiunto Natalucci, “l’acquisto di software non basta, bisogna rivedere i processi, digitalizzare i flussi di lavoro e costruire competenze, perché alla fine si tratta di un percorso di trasformazione complesso, complessità che cresce al diminuire della dimensione di imprese”.
La proposta si inserisce in un quadro generale di misure simili che già sono state prese in altri Paesi europei, come la Spagna che, con il kit digitale, ha attivato 750 mila buoni digitali per 3 miliardi di euro erogati. Ci sono altri esempi simili in Francia, Germania e Gran Bretagna.
“La trasformazione digitale è una leva strategica per la competitività del Paese che richiede un impegno condiviso tra istituzioni e corpi intermedi. Il Buono Digitale rappresenta uno strumento concreto per sostenere gli investimenti delle imprese in innovazione, competenze e cybersicurezza”, ha affermato Marco Barbieri, Segretario Generale di Confcommercio, sottolineando però un’altra criticità legata all’impatto delle nuove tecnologie sui livelli occupazionali e sui processi lavorativi: “L’AI è l’ultimo tassello del processo di digitalizzazione del mondo del lavoro e delle imprese, bisogna governare l’introduzione di questa tecnologia evitando gli effetti peggiori sui processi aziendali e i posti di lavoro”.
La Tavola delle associazioni
Ad aprire la Tavola rotonda delle associazioni promotrici del Manifesto, moderata da Paolo Poggio, Vicedirettore RaiNews24, è stato Pierfrancesco Angeleri, Presidente di AssoSoftware, che ha dichiarato: “Il voucher digitale è uno strumento necessario per portare software, competenze e processi digitali nelle micro e piccole imprese, dove il ritardo è ancora più evidente. L’obiettivo non è incentivare il semplice acquisto di tecnologia, ma la sua reale adozione: soluzioni gestionali, cloud, cybersecurity, intelligenza artificiale e formazione devono diventare leve concrete di produttività. Investire nel software significa rafforzare la competitività delle imprese e dell’intero sistema Paese. Abbiamo un mondo dei servizi che cresce e che va sostenuto, anche dal punto di vista culturale, riconoscendogli maggiore rilevanza. Rappresenta il 70% del Pil oggi e va ascoltato, anche con misure di sostegno alla trasformazione digitale. Grazie al bonus digitale potremmo aggiungere fino all’1% di crescita al PIL da questo settore chiave. Chiediamo maggiore ascolto alla politica”.
“A mancare sono sempre le competenze e i capitali. Ascoltando le esigenze delle micro, piccole e medie imprese, abbiamo capito quali dovevano essere i punti di forza del buono digitale: tre anni di durata, il minimo per creare una strategia digitale a breve-medio termine; la compliance; consulenza e formazione, fondamentali per l’adozione dell’AI; l’inserimento del noleggio a lungo termine del software, agevolando la spesa. Un’azione da portare avanti inoltre è integrare tutte le iniziative in un’unica misura che abiliti il lavoro di più soggetti, così da avere più risorse finanziarie che mantengono in vita più a lungo un intero ecosistema. Il Paese non può pensare di crescere lasciando indietro le imprese più piccole”, ha sostenuto Paola Generali, Presidente Assintel – EDI Confcommercio.
“Il buono digitale risponde alle esigenze del 94,7% delle imprese italiane, quelle con meno di dieci addetti, che rappresentano il cuore del nostro sistema produttivo. Le imprese artigiane e le micro e piccole imprese sono già da tempo impegnate nella transizione digitale, investendo in innovazione e competenze, ma necessitano di strumenti semplici e accessibili che ne accelerino il percorso. Auspichiamo che questa misura possa trovare spazio nella prossima Legge di Bilancio – ha sottolineato Fabio Mereu, Vicepresidente di Confartigianato – è una misura di politica industriale capace di sostenere l’adozione concreta di software, intelligenza artificiale, cybersecurity e formazione, rafforzando la produttività e la competitività del Paese. Investire nella digitalizzazione delle micro e piccole imprese significa investire nella crescita dell’intero sistema economico italiano”.
“Abbiamo creato un’alleanza per sostenere le nostre imprese. Siamo un grande Paese esportatore. Tra i nostri associati ci sono tantissime Pmi e microimprese. Dobbiamo investire in questo settore, che dà tanto all’economia nazionale. Il Governo ha investito 7 miliardi nella rete in fibra, ma non tutte le aziende le sfruttano ancora. La formazione ha un ruolo chiave nella crescita e il voucher potrebbe colmare un gap al momento rilevante con l’Ue. Una maggiore adozione di soluzioni digitali si tradurrebbe in un aumento del traffico dati a livello nazionale. La nostra proposta va incontro all’esigenza di rafforzare la sovranità tecnologica e il made in EU. Il voucher andrebbe a completare quanto già fatto dal Governo, facendo arrivare l’innovazione in profondità nei territori. Vogliamo in questo modo completare la politica industriale nazionale, integrando gli investimenti fin qui già fatti. C’è una resistenza da parte di chi deve assolvere le pratiche necessarie per richiedere questi supporti, ma noi come associazioni e il Governo stesso abbbiamo il compito di pubblicizzare e comunicare le nuove proposte, proprio per farle incontrare con le esigenze delle realtà imprenditoriali più piccole”, ha affermato Giovanni Cristi, Segretario Generale AIIP.
“Per le nostre PMI manifatturiere, il Buono Digitale è un’opportunità per ridurre il divario con le realtà più grandi e strutturate, trasformare un’idea in un progetto pilota e acquisire consapevolezza del valore dei propri dati e, quindi, della necessità di tutelarli. Per il legislatore, è invece uno strumento per ridurre la burocrazia e partecipare attivamente al processo di innovazione del Paese. Dobbiamo favorire la formazione continua e l’acquisizione di nuove competenze, solo così si potranno salvare posti di lavoro dall’impatto dell’AI, che va governato, ma che necessità anche di altre misure che vadano a sostegno delle organizzazioni più piccole. Il buono digitale accrescerà la consapevolezza sui rischi della dipendenza digitale, sul valore del dato e sulla necessità di aumentare la sicurezza informatica e della proprietà intellettuale”, spiega Domenico Galia, Presidente di Confimi Industria Digitale.
“I dati dell’Osservatorio di Confprofessioni mostrano con chiarezza che il comparto professionale è uno dei protagonisti della trasformazione digitale del Paese, con oltre l’80% degli studi che investe in soluzioni ICT. Per sostenere questo percorso servono strumenti semplici e accessibili anche alle realtà più piccole. Il Buono Digitale va esattamente in questa direzione: una misura concreta, immediatamente fruibile e costruita sulle esigenze di studi professionali e microimprese, in piena coerenza con i principi del nuovo Codice degli incentivi e della legge delega di riforma. Il voucher è uno strumento democratico per implementare le capacità digitali e sviluppare la dimensione professionale.”, ha dichiarato Paola Fiorillo, Componente della Giunta con delega alla digitalizzazione di Confprofessioni.
La tavola della politica
Riguardo ai quasi 4 miliardi di euro di risorse a copertura del voucher digitale, l’On. Laura Cavandoli, Presidente del Consiglio di giurisdizione della Camera dei deputati, ha precisato in apertura della Tavola della politica, che si tratta di “una cifra significativa”, ma che certamente “la richiesta di ampliare la platea è legittima, come lo è la richiesta di accrescere le competenze digitali”. “È necessario aprire un confronto su questo per evitare di continuare a perdere terreno su settori chiave per la crescita del Paese. Recuperiamo risorse, riorganizziamo gli strumenti e sfruttiamole in maniera più efficiente – ha proseguito Cavandoli – il problema in sede di legge di bilancio sarà decidere come muoversi e come affrontare anche il grande problema dei consumi energetici, che peseranno sempre più sul mondo delle imprese”.
“Bisognerebbe pensare ad una misura strutturale a sostegno della digitalizzazione, da inserire sempre all’interno di politiche nazionali. Abbiamo usato un pezzo del PNRR per completare la trasformazione digitale delle reti fisse e mobili. Un passaggio fondamentale anche per poi investire sulla domanda, che attiva il ruolo delle Pmi e delle micro imprese. Una parte residuale del PNRR potrebbe andare in questa direzione, circa un miliardo di euro avanzato dal Piano 1Giga. Si può introdurre inoltre una forma equa di tassazione sulla pubblicità online, da cui generare nuove risorse interne da investire. Abbiamo calcolato circa 500 milioni di euro di entrate annue. Dal punto di vista finanziario si può agire certamente, ma servono meccanismi incentivanti, favorendo l’aggregazione della domanda. Questo farebbe diminuire il costo pro-capite, aumentando la capacità di cooperazione, andando incontro alle micro imprese ad esempio. Si può anche immaginare uno strumento che finanzi la capacità digitale delle imprese ma che poi sia modulato in base alle esigenze che col tempo cambiano. I soldi spesi devono essere considerati investimenti, non costi, così da sottrarli dalla spesa corrente”, ha affermato il Sen. Antonio Nicita, Membro della Commissione Programmazione economica e bilancio del Senato.
“La proposta va incontro ad una diffusa necessità di crescita e formazione. Il problema è controllare certificazioni e adempimenti. Le misure devono sempre fare i conti con il tessuto imprenditoriale nazionale e le cattive pratiche che non mancano mai. Bisogna far comprendere bene quanto una misura del genere sia centrale per il futuro delle micro e piccole e medie imprese, degli studi professionali e per il terzo settore. il meccanismo deve prevedere una profonda preparazione da parte di tutti. Altra criticità è la capacità di aggregazione delle micro imprese, che prevede anche la condivisione di dati e di informazioni”, ha commentato il Sen. Luigi Nave, Membro della Commissione Ambiente, transizione ecologica, energia, lavori pubblici, comunicazioni e innovazione tecnologica del Senato.
“La copertura è rilevante e il Governo ha fatto della stabilità dei conti pubblici il proprio mantra. Parlando però di investimenti bisogna essere attenti a questa proposta. Si deve affrontare la trasformazione tecnologica del mondo del lavoro e servono nuovi strumenti per saper gestire i cambiamenti che stanno arrivando. Abbiamo la responsabilità di governare questa transizione, salvaguardando la dignità di ogni lavoratore. In Italia abbiamo bassi tassi di produttività che portano a bassi tassi retributivi. La questione della digitalizzazione è centrale, gli strumenti fin qui messi in campo non bastano e non arrivano alle micro imprese, che sono il tessuto vivo dell’economia nazionale. Il tema della formazione anche è centrale, qui serve investire, l’infrastrutturazione è una conseguenza. Dobbiamo aumentare il livello di attenzione sul tema formativo. Poi c’è il meccanismo del coinvolgimento delle imprese per rendere più sostenibile l’investimento. Altro punto critico sono i controlli, senza aumentare il carico burocratico, costruendo reti di protezione per evitare sprechi e truffe”, ha dichiarato in conclusione l’On. Lorenzo Malagola, Segretario della Commissione Lavoro della Camera dei deputati.
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