My Number Card su Google Wallet, il Giappone porta l’identità digitale a portata di smartphone
In Giappone la My Number Card (la carta d’identità nazionale) arriva su Google Wallet. Dal 20 ottobre 2026, i titolari della carta d’identità nazionale giapponese possono aggiungerla agli smartphone Android compatibili e usarla per accedere ai servizi digitali e, con la nuova funzione di verifica degli attributi, per identificarsi di persona. L’annuncio della Digital Agency segna un altro passo nell’estensione dell’identità digitale del Paese, dopo il debutto della versione per iPhone nel giugno 2025.
Sul piano pratico, il telefono può sostituire la carta fisica in alcune operazioni: autenticazione ai servizi pubblici, verifica dell’identità, controllo dell’età e conferma della residenza. Tra gli impieghi indicati dalle autorità giapponesi ci sono la registrazione a eventi e servizi, la vendita di alcolici e tabacco e l’accesso a sconti riservati ai residenti. L’utilizzo dipende però dalla compatibilità del servizio o dell’esercente: non basta che la credenziale sia presente nel Wallet, anche chi la verifica deve essere in grado di leggerla.
Da carta amministrativa a credenziale digitale
Il cambiamento va oltre la digitalizzazione di un documento. Il Giappone sta trasformando la My Number Card, nata come strumento per l’identificazione e i servizi amministrativi, in una credenziale riutilizzabile nelle interazioni con soggetti pubblici e privati. In prospettiva, può semplificare operazioni come l’apertura di un conto o la sottoscrizione di un contratto telefonico, purché le aziende adottino le procedure di verifica necessarie.
La funzione più interessante è la verifica dei dati: invece di mostrare la carta e rivelare tutti quelli in essa contenuti, si può chiedere di dimostrare una sola caratteristica specifica, come l’età o la residenza, ad esempio. Per verificare il requisito anagrafico, si legge sui quotidiani giapponesi, può bastare confermare di aver raggiunto una certa età, senza esporre indirizzo e numero identificativo.
È anche un modo per applicare il principio della minimizzazione dei dati: condividere solo ciò che serve per la singola operazione. Le autorità presentano la verifica di età e residenza tra i nuovi casi d’uso, ma l’effettivo livello di informazione rivelata dipenderà anche da come il servizio richiedente sarà configurato.
L’identificazione può avvenire con volto o impronta digitale sul dispositivo. Questo rende l’accesso più semplice e riduce la necessità di consegnare o mostrare la tessera. Non elimina, però, ogni traccia: app, esercenti, rete e sistema operativo possono generare metadati sulla verifica. La selezione dell’attributo limita i dati comunicati, ma non equivale automaticamente all’anonimato.
Il confronto con l’Europa
Il lancio giapponese offre un esempio concreto anche all’Europa, dove il quadro normativo per l’European Digital Identity Wallet è in costruzione. Il regolamento eIDAS 2.0 stabilisce che ogni Stato membro renda disponibile almeno un wallet entro la fine del 2026. I portafogli dovranno basarsi su requisiti comuni e consentire l’uso transfrontaliero di dati identificativi e attestazioni elettroniche. La normativa prevede inoltre l’accettazione da parte delle amministrazioni quando è richiesta l’identificazione elettronica e, in determinati settori regolamentati, da parte di operatori privati, su richiesta volontaria dell’utente.
L’estate scorsa, a dire il vero, è circolata la notizia che in alcuni Paesi dell’Unione (tra cui probabilmente l’Italia) sarebbe partita una sperimentazione proprio per il caricamento del documento di identità sul Wallet di Google.
Il modello europeo punta su interoperabilità, certificazione e regole comuni per la protezione dei dati. È un’ambizione più ampia di quella di un wallet nazionale, ma richiede di coordinare standard, fornitori, sistemi di verifica e processi di certificazione tra Paesi diversi. Il Giappone mostra quanto rapidamente un’identità digitale possa essere portata verso usi quotidiani quando esistono una carta nazionale diffusa e un’integrazione con le piattaforme mobile più utilizzate.
L’Italia parte da una base solida con SPID e Carta d’identità elettronica, ha inoltre già reso disponibili alcuni documenti digitali nell’app IO. Il sistema IT-Wallet, tuttavia, è ancora in fase di sviluppo: nel luglio 2026 il Dipartimento per la trasformazione digitale ha annunciato l’apertura di un ambiente di test per i fornitori privati. Il governo ha riferito che i documenti su IO hanno raggiunto 12 milioni di attivazioni nell’ultimo anno e mezzo; questo dato riguarda l’uso di quei documenti, non il completamento dell’ecosistema IT-Wallet né la diffusione di tutte le sue funzioni.
Il nodo della sovranità digitale
La disponibilità giapponese resta limitata: servono Android 12 o versioni successive, NFC, un dispositivo compatibile con FeliCa e un chip di sicurezza supportato. Anche Google precisa che la carta digitale non sostituisce sempre il documento fisico. L’estensione ad Android amplia la platea potenziale, ma non rende il servizio utilizzabile su qualunque smartphone.
C’è poi la dipendenza da piattaforme statunitensi. Il Giappone mantiene il controllo sull’identità e sull’emissione della credenziale, ma l’esperienza d’uso su Android passa da Google Wallet; su iPhone, dall’ecosistema Apple. I wallet rendono più semplice sfruttare sistemi di sicurezza già integrati nei telefoni, ma affidano a imprese private una parte dell’accesso quotidiano a un’infrastruttura pubblica sensibile.
Il caso giapponese mostra dunque un’accelerazione importante, ma anche il prezzo di una diffusione fondata su infrastrutture private e dispositivi selezionati. Perché un wallet sia davvero affidabile servono procedure robuste per revoca e recupero delle credenziali, alternative per chi non ha uno smartphone compatibile e la garanzia che l’accesso ai servizi non dipenda da un solo ecosistema. La carta digitale può diventare una porta d’ingresso comoda, la sua governance, però, resta una questione di sovranità.
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