Approvato ddl nucleare, entro Natale i decreti attuativi. Che cosa sono i piccoli reattori?

  ICT, Rassegna Stampa
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Il ritorno del nucleare in Italia: la scommessa del Governo tra sicurezza energetica, decarbonizzazione e molte incognite

Il disegno di legge Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile ottiene il via libera definitivo alla Camera dei Deputati con 155 sì, 86 no e 8 astenuti. Un passo in avanti decisivo per il ritorno dell’Italia all’energia nucleare da fissione. Il testo ora passa al Senato.

Con l’approvazione alla Camera della legge delega sul nucleare sostenibile compiamo un passo importante per il futuro energetico dell’Italia. Oggi abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio”, ha dichiarato il ministro dell’Ambiente e della sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin.

Con il disegno di legge delega sull’energia nucleare sostenibile, il Governo Meloni compie il passo politico più significativo degli ultimi quarant’anni sul fronte energetico: non autorizza ancora la costruzione di centrali, ma affida formalmente a sé stesso il compito di riscrivere l’intera normativa italiana sul nucleare e di creare le condizioni per il ritorno della produzione elettrica da fissione nel Paese.

Che cosa è il nucleare sostenibile?

Con questo ddl, inoltre, entra in gioco il concetto di “nucleare sostenibile”, espressione che compare in tutto il provvedimento. La definizione non nasce in Italia ma deriva dalla Tassonomia europea, il sistema che individua le attività considerate sostenibili ai fini degli investimenti finanziari.

Secondo il Governo, il nucleare può essere considerato sostenibile perché produce emissioni molto basse di anidride carbonica durante il ciclo di vita degli impianti e può garantire una produzione costante di energia senza dipendere dalle condizioni meteorologiche. La sostenibilità viene però interpretata in senso ampio: non solo ambientale, ma anche economica e sociale, cioè capacità di fornire energia sicura e a prezzi accessibili.

nucleare

Superati i referendum del 1987 e del 2011?

È una scelta che segna una direzione industriale ed energetica precisa. Dopo i referendum del 1987 e del 2011, che avevano sancito l’abbandono dell’atomo, l’esecutivo sostiene che il contesto tecnologico, climatico e geopolitico sia radicalmente cambiato e che il nucleare di oggi non sia più quello respinto dagli italiani. Nel testo si afferma esplicitamente che le nuove tecnologie rappresentano una “cesura netta” con gli impianti del passato, destinati alla dismissione definitiva salvo eventuali riconversioni dei siti esistenti.

La legge, tuttavia, non autorizza alcuna centrale né individua localizzazioni. Conferisce invece una delega al Governo per adottare entro dodici mesi uno o più decreti legislativi che definiranno il quadro normativo completo del nuovo nucleare italiano: dalla ricerca alla costruzione degli impianti, dalla gestione del combustibile alla sicurezza, fino allo smantellamento e allo smaltimento dei rifiuti radioattivi (e anche qui si dovranno definire dove i siti di smaltimenti andranno collocati, con conseguente e inevitabile reazione sociale dei territori coinvolti).

Nucleare nel mix energetico nazionale per accelerare la decarbonizzazione e favorire l’elettrificazione

Il nucleare sostenibile significa più sicurezza energetica, più decarbonizzazione, più indipendenza. In un mondo in cui la domanda di energia è destinata a crescere rapidamente, anche per effetto dell’intelligenza artificiale, dei data center, dell’elettrificazione industriale e civile, chi sarà in grado di produrre energia ha spiegato il ministro – sarà più libero, più forte e più sicuro“, ha affermato Pichetto Fratin.

Entro Natale presenteremo al Parlamento i decreti attuativi della legge delega sul nucleare“, ha poi aggiunto il ministro in conferenza stampa alla Camera dopo l’approvazione. “Vogliamo mettere il Paese nella condizione di rispondere alla futura domanda di energia in crescita – ha precisato Fratin – Quindi la nostra è una scelta di libertà, una scelta che deve integrare la nostra produzione di energia da fonti rinnovabili con una nuova fonte neutra, il nucleare. Naturalmente affiancata anche con nuove fonti energetiche come l’idrogeno“.

L’obiettivo dichiarato nel ddl è inserire il nucleare nel mix energetico nazionale per contribuire alla decarbonizzazione, ridurre la dipendenza energetica dall’estero e garantire una produzione elettrica continua a supporto delle fonti rinnovabili. Il Governo parte infatti dalla convinzione che la crescita dei consumi elettrici, alimentata dall’elettrificazione dell’industria, dei trasporti, degli edifici e dall’espansione dei data center e dell’intelligenza artificiale, non possa essere soddisfatta esclusivamente da eolico e fotovoltaico.

Occhi puntati sui piccoli reattori nucleari (SMR) e i reattori di quarta generazione (AMR)

Il cuore della strategia governativa non riguarda le grandi centrali tradizionali, ma soprattutto le nuove tecnologie. Il testo cita espressamente gli Small Modular Reactor (SMR), i piccoli reattori modulari, e gli Advanced Modular Reactor (AMR), sistemi avanzati di quarta generazione che dovrebbero offrire standard di sicurezza superiori rispetto agli impianti convenzionali, tempi di costruzione più contenuti e maggiore flessibilità operativa.

Gli Small Modular Reactor (SMR) sono reattori nucleari compatti di nuova generazione, progettati per avere una potenza fino a 300 MW per unità e per essere costruiti in serie con componenti prefabbricati, così da ridurre tempi e complessità di installazione. Gli Advanced Modular Reactor (AMR) rappresentano invece un’evoluzione ulteriore, di quarta generazione: usano tecnologie più avanzate, spesso refrigeranti o combustibili diversi rispetto ai reattori tradizionali, e puntano a maggiore efficienza, sicurezza, flessibilità d’impiego e minori scorie, con applicazioni che possono andare dalla produzione elettrica al calore industriale e persino all’idrogeno.

Gli SMR rappresentano oggi la principale speranza tecnologica dei sostenitori del ritorno al nucleare. Si tratta di reattori di dimensioni ridotte, costruiti in larga parte in fabbrica e assemblati sul sito finale. Il Governo ritiene che possano essere commercializzati nei primi anni Trenta e cita le iniziative europee già avviate per favorirne lo sviluppo industriale.

Ma è proprio sui tempi che emergono le prime criticità. Nel disegno di legge non compare alcuna data per l’entrata in funzione del primo reattore italiano.

Ci pensa il ministro Pichetto Fratin a dare un minimo di orizzonte temporale: “Se mi si dice quando pensi di vedere l’energia da fonte nucleare, da fissione, vi dico 2034-2035 perché poi diventerà molto più veloce. Quello che voglio dire, se noi seguiamo quella che che è l’evoluzione della scienza nella ricerca e quindi della tecnologia l’accelerazione è notevole ed è sta avvenendo in tutto il mondo”.

I nodi dei decreti attuativi e dei siti dove costruire i reattori

La tabella di marcia presentata dal ddl prevede soltanto l’approvazione dei decreti legislativi entro un anno dall’entrata in vigore della legge e l’avvio di un Programma nazionale sul nucleare. Successivamente dovranno essere individuati i siti, ottenute le autorizzazioni, costruite le strutture di sicurezza e definiti i meccanismi finanziari. Anche ipotizzando procedure rapide, appare in realtà molto difficile immaginare un primo impianto operativo prima della metà o della fine degli anni Trenta. I più critici parlano di primi anni Quaranta. Del resto, gli stessi SMR non sono ancora entrati in produzione commerciale su larga scala in Europa.

L’incertezza è ancora maggiore sul fronte economico. Uno degli aspetti più sorprendenti del provvedimento riguarda infatti le risorse finanziarie. Il Governo stanzia 20 milioni di euro all’anno per il triennio 2027-2029, per un totale di 60 milioni, destinati essenzialmente alle attività preparatorie, di ricerca e di organizzazione del nuovo quadro normativo. A questi si aggiungono 7,5 milioni di euro per campagne informative e di comunicazione tra il 2025 e il 2026.

Impianto nucleare

Il problema dei costi e dei tempi del nucleare

Sono cifre a dir poco esigue, molto lontane dagli investimenti necessari per costruire una centrale nucleare. Lo stesso Governo ammette che i costi effettivi non sono ancora quantificabili e che eventuali incentivi o sostegni pubblici saranno definiti successivamente.

Ed è qui che si concentra una delle principali debolezze del progetto. L’esperienza internazionale dimostra che il nucleare è caratterizzato quasi sempre da ritardi e aumenti di costo rispetto alle stime iniziali. I casi di Flamanville in Francia, Olkiluoto in Finlandia e Hinkley Point nel Regno Unito mostrano come i tempi di realizzazione possano allungarsi di molti anni e i costi finali moltiplicarsi rispetto alle previsioni iniziali.

Solo per riportare l’esempio di Hinkley Point C: il costo è salito a circa 31-35 miliardi di sterline, con stime più recenti fino a 46 miliardi, mentre l’entrata in funzione è slittata dalla metà degli anni 2020 al 2029-2031 (se tutto andrà bene=.

Lo stesso documento governativo ne è consapevole e richiama le criticità evidenziate dalla Corte dei Conti francese sul programma EPR2, segnalando l’esigenza di completare la progettazione e garantire la copertura finanziaria prima di assumere decisioni definitive.

Il Governo sostiene che una quota di nucleare compresa tra l’11% e il 22% della produzione elettrica nazionale, equivalente a una capacità installata tra 8 e 16 gigawatt, potrebbe contribuire al raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050. Tuttavia questa prospettiva presuppone che i nuovi reattori siano disponibili in tempi compatibili con gli obiettivi climatici, che i costi risultino sostenibili e che venga superata la storica opposizione sociale alla localizzazione degli impianti e dei depositi per i rifiuti radioattivi.

L’Italia vuole ricostruire una filiera industriale e scientifica nazionale

In realtà il disegno di legge sembra avere un obiettivo che va oltre la sola produzione di energia. Il Governo punta a ricostruire una filiera industriale e scientifica nazionale che negli ultimi decenni si è progressivamente ridotta. Per questo il provvedimento dedica ampio spazio alla formazione di tecnici, ingegneri e ricercatori, alla collaborazione tra università e imprese e al rilancio della ricerca sulla fissione avanzata e sulla fusione nucleare.

La strategia energetica che emerge è quella di una transizione fondata su un mix di tecnologie. Le fonti rinnovabili restano prioritarie, ma vengono considerate insufficienti da sole a garantire continuità e sicurezza del sistema elettrico. Il nucleare dovrebbe quindi svolgere il ruolo di fonte programmabile e a basse emissioni capace di sostenere l’elettrificazione dell’economia, assicurando energia anche quando sole e vento non sono disponibili.

Resta però una domanda politica fondamentale. Se il nucleare dovrà contribuire alla decarbonizzazione entro il 2050, riuscirà davvero ad arrivare in tempo?

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