Aziende profit e non profit: quali sono le differenze davvero importanti

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Due organizzazioni possono vendere servizi, emettere fatture, sostenere costi e chiudere l’esercizio con un risultato positivo. Eppure, una può essere profit e l’altra non profit. Gli incassi, da soli, non permettono di distinguerle: il criterio decisivo è che cosa l’organizzazione persegue e quale destinazione può dare all’eventuale avanzo.

Ricavi e profitto non sono la stessa cosa

Un’organizzazione non profit può svolgere attività economiche e commerciali. Può quindi ottenere ricavi dalla vendita di beni o servizi e non dipendere esclusivamente da donazioni o contributi. L’assenza di scopo di lucro non coincide con la gratuità delle prestazioni, né impone di spendere entro la fine dell’anno tutto ciò che è stato incassato.

Occorre separare tre elementi. I ricavi indicano da dove arrivano le risorse; il risultato economico mostra se, dopo aver sostenuto i costi, rimane un margine positivo; la destinazione di quel margine rivela invece il vincolo caratteristico dell’organizzazione.

Nel modello profit la finalità lucrativa rende possibile destinare gli utili alla remunerazione di soci o proprietari, nel rispetto della forma giuridica e delle decisioni adottate dall’impresa. Una parte del risultato può anche restare nell’azienda per finanziare investimenti o costituire riserve, ma questa scelta non elimina la natura profit.

Nel non profit può esistere un avanzo di gestione, ma non può essere diviso tra coloro che partecipano all’ente come se fosse il rendimento di un investimento. Può invece finanziare le attività successive, essere accantonato per impieghi futuri oppure confluire in una riserva. La differenza, quindi, non è tra chi guadagna e chi non guadagna, ma tra chi può distribuire il risultato e chi deve mantenerlo al servizio delle proprie finalità.

La missione stabilisce per chi viene creato il valore

La destinazione dell’avanzo dipende dalla finalità prevalente. In un’azienda profit il valore economico prodotto può essere rivolto anche a chi ha conferito il capitale. In un’organizzazione non profit le risorse devono rimanere legate allo scopo istituzionale e alle attività attraverso cui esso viene perseguito.

Questo criterio evita di classificare un ente in base ad aspetti superficiali. Applicare prezzi, avere clienti o realizzare un margine non trasforma automaticamente un’organizzazione non profit in un’impresa lucrativa. Allo stesso modo, presentare una missione di interesse collettivo non basta a provare la natura non profit se le regole consentono di distribuire liberamente gli utili.

Anche le fonti di finanziamento sono un indizio insufficiente. Quote associative, donazioni, contributi e ricavi commerciali possono convivere nello stesso ente. Per capire il modello bisogna osservare il legame tra entrate, missione e impiego del risultato, non cercare una particolare categoria di incasso.

Non profit e Terzo settore non coincidono

Il termine non profit identifica un insieme più ampio di enti privati che non redistribuiscono gli utili. Il Terzo settore è invece un perimetro giuridico specifico, disciplinato dal D.Lgs. 3 luglio 2017, n. 117.

Gli Enti del Terzo settore perseguono finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale attraverso una o più attività di interesse generale. Per assumere la qualifica di ETS è inoltre richiesta l’iscrizione al Registro unico nazionale del Terzo settore, il RUNTS. Non è quindi corretto considerare automaticamente ETS qualsiasi organizzazione che si definisca non profit.

La distinzione ha una conseguenza pratica: l’etichetta usata nella comunicazione non sostituisce il perimetro giuridico. Se un’organizzazione dichiara di essere un ETS, l’iscrizione al RUNTS è un elemento da verificare; se si presenta soltanto come non profit, occorre esaminare la sua forma, lo statuto e le regole sulla destinazione degli avanzi.

La governance rende effettivo il vincolo sugli utili

Il divieto di distribuzione non riguarda soltanto la divisione esplicita di utili, fondi o riserve. Nel perimetro regolato dall’articolo 8 del Codice del Terzo settore comprende anche forme di distribuzione indiretta, come compensi o stipendi che eccedano i limiti previsti. In questo modo il vincolo non può essere aggirato trasferendo valore attraverso operazioni formalmente diverse dalla ripartizione dell’avanzo.

La governance conta perché qualcuno deve deliberare che cosa fare del risultato positivo e controllare che la decisione sia coerente con le regole dell’ente. Nei casi delle associazioni e delle fondazioni, la destinazione dell’avanzo può passare rispettivamente dall’assemblea o dal consiglio di amministrazione. Non è però uno schema universale: organi, competenze e procedure cambiano in base alla forma organizzativa e allo statuto.

Il confronto con un’azienda profit non richiede di cercare organi dai nomi diversi, ma di capire verso quale interesse sono orientate le decisioni. Bisogna domandarsi se il risultato possa essere attribuito ai titolari del capitale oppure debba restare vincolato alla missione; chi approvi tale destinazione; quali documenti la rendano controllabile; verso quali soggetti l’organizzazione sia chiamata a rendere conto delle proprie scelte.

Come verificare la natura di un’organizzazione

Il nome è il punto di partenza meno affidabile. Le indicazioni più utili si trovano nell’atto costitutivo e nello statuto, dove dovrebbero emergere la finalità istituzionale, le regole sugli utili, gli organi competenti e le condizioni applicabili in caso di scioglimento. Bilanci e rendiconti permettono poi di osservare come le risorse e gli avanzi siano stati effettivamente impiegati.

Conviene quindi seguire un ordine preciso: individuare la finalità prevalente, verificare se sia ammessa una distribuzione diretta o indiretta del risultato, identificare chi decide sull’accantonamento o sul reinvestimento e controllare l’eventuale appartenenza a uno specifico perimetro giuridico. La presenza di vendite, prezzi o margini economici non risolve nessuno di questi passaggi.

Dubbi frequenti

Differenza tra aziende pubbliche e private

La distinzione tra pubblico e privato riguarda il soggetto che controlla l’organizzazione e il quadro istituzionale in cui essa opera. La distinzione tra profit e non profit riguarda invece la finalità e la possibilità di distribuire il risultato economico. Sono due classificazioni differenti: un’organizzazione privata può essere profit oppure non profit, mentre la natura pubblica non può essere dedotta dalla semplice assenza di utili distribuiti.

Differenza tra aziende di erogazione e produzione

Questa distinzione descrive soprattutto il modo in cui vengono soddisfatti i bisogni. Un’azienda di produzione combina risorse per realizzare beni o servizi destinati allo scambio; un’azienda di erogazione acquisisce e impiega risorse per soddisfare direttamente i bisogni dei destinatari, senza assumere lo scambio di mercato come meccanismo centrale. Anche questo criterio non coincide automaticamente con quello profit/non profit: un ente non profit può svolgere attività produttive e commerciali senza perdere la propria natura, purché restino validi la finalità istituzionale e il vincolo sulla destinazione degli avanzi.

La qualifica di un’organizzazione va dunque cercata nelle sue regole effettive: la missione dichiarata, il regime dell’avanzo, gli organi che decidono e, quando rilevante, l’iscrizione prevista dalla legge. L’etichetta può orientare la ricerca, ma non sostituisce la verifica.

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