Crisi industriale nera europea: il 44% della metalmeccanica tedesca in crisi profonda

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Il cuore industriale dell’Europa sta smettendo di battere. Costi del lavoro fuori controllo, bollette energetiche stellari e una burocrazia asfissiante spingono le aziende tedesche verso l’abisso.

Il 44% delle imprese metallurgiche è pronto a tagliare gli investimenti e a ridurre le dimensioni, come riporta il quotidiano tedesco Welt. Un disastro imminente che la politica continua, ostinatamente, a ignorare.

Mentre a Berlino la coalizione di governo gioca al rilancio su piccole riforme di facciata, l’economia reale va letteralmente a rotoli. Il tempo delle promesse, per chi fa impresa, è finito da un pezzo.

I datori di lavoro del settore metalmeccanico ed elettrotecnico non usano mezzi termini. Parlano apertamente di “quattro piaghe” bibliche che stanno devastando la produzione:

  • Costo del lavoro: Contributi sociali in continuo aumento.
  • Prezzi dell’energia: Insostenibili per chi deve produrre fisicamente beni.
  • Tasse: Un carico fiscale che strangola i margini operativi.
  • Burocrazia: Regole paralizzanti, come il tracciamento obbligatorio degli orari anche per i dirigenti.

I numeri raccolti da Gesamtmetall su 1000 aziende (con 650.000 dipendenti) sono una sentenza definitiva. Il 42% delle imprese valuta la propria situazione come “pessima”.

Ancora peggio, 4 aziende su 10 prevedono drastici tagli al personale già quest’anno. Non si chiude baracca dall’oggi al domani, semplicemente si spostano capitali e macchinari all’estero.

Indicatore Percentuale
Aziende in crisi nera 42%
Tagli agli investimenti interni 44%
Previsione di calo occupazionale 40%
Ottimisti a breve termine 7%

Le aziende non hanno idea di quando questa situazione di crisi si potràù risolvere: il 65% non prevede una soluzione a breve termine , come potete vedere dal sottostante grafico:

Il dramma? la mancanza di soluzioni

Di fronte a questa emorragia, cosa fa l’establishment? Propone delle soluzioni palliativo, che non portano da nessuna parte. Ad esempio un pacchetto pensioni che, per introdurre una quota a capitalizzazione, rischia di alzare subito i contributi per chi lavora.

Per le aziende significa subire costi immediati maggiori, proprio nel momento peggiore. L’obiettivo minimo di abbassare il cuneo fiscale sotto il 40% diventa un miraggio. Per i lavoratori si riduce il reddito disponibile, e quindi la capacità di consumo. Perdono tutti, non guadagna nessuno.

I sindacati, dal canto loro, vivono su un altro pianeta. Rifiutano qualsiasi compromesso: le pensioni non si toccano, e il conto deve essere pagato con più tasse per le imprese o sui “super ricchi”, che però possono spostarsi altrole.

Qui emerge il vero, tragico paradosso politico di tutta l’Europa. C’è una spinta enorme dal basso, una disperazione aziendale e salariale di cui tutti i partiti dovrebbero tener conto. Una richiesta che accomuna tutti i lavoratori, anche quelli d’origine straniera, che vorrebbe dei redditi sicuri e decenti, non chiacchiere. Una richiesta che non trova una risposta adeguata.

In questa situazione in cui le domande più ovvie non trovano nessuna risposta, né per le aziende, né per i lavoratori, appare ovvio che a guadagnare siano le forze che si oppongono al sistema politico in modo radicale, a destra come a sinistra. In Germania il fatto che AfD viaggi tra il 27% e il 29% e che la Linke, d’estrema sinistra, sia allo stesso livello della SPD non è che la logica risposta a una domanda che non trova risposta.

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