Dal falso teatro romano ai deepfake: come l’AI sta cambiando il confine tra verità e verosimiglianza

  ICT, Rassegna Stampa
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La colpa del ruspante impresario, più che imprenditore, del Vicentino che ha allestito in pochi mesi un centro archeologico sui Colli Berici, nel comune di Arcugnano, entrando nelle classifiche di Tripadvisor, è stata forse quella di anticipare la stagione dei deepfake e di non qualificarsi come startup di una nuova forma di fant storia.

Dal falso archeologico alla condanna

Come è stato riesumato da alcuni quotidiani in cerca di attualità ferragostane, da qualche anno rimane recluso nelle patrie galere Franco Malosso, che giusto dieci anni fa entrò nelle indagini della magistratura per aver costruito sull’aia di casa, in un possedimento agricolo peraltro sottoposto a rigido vincolo delle Belle Arti, un teatro romano ex novo, spacciato come un ritrovamento archeologico risalente al IV secolo a.C.

Attorno al maestoso monumento era stata costruita una dettagliatissima leggenda storica che vedeva come protagonisti Giulio Cesare, Cleopatra e, in un eccesso di iconicità, anche la casa originaria di Giulietta Capuleti, che in una storia veneta non poteva mancare.

Per qualche anno, attorno al miracoloso ritrovamento si sviluppò un intenso traffico turistico, nonostante il biglietto non certo simbolico che Malosso esigeva: 40 euro.

Poi il successo dell’impresa attirò, nell’ordine, le attenzioni della Soprintendenza alle Belle Arti, dell’amministrazione comunale e infine dei Carabinieri e della Procura di Vicenza. Dopo tre gradi di giudizio, Malosso è arrivato fino in Cassazione per difendere il proprio diritto a costruire a casa sua ciò che voleva. La condanna è diventata definitiva.

Il falso nell’era dell’intelligenza artificiale

Ma oggi quello che fino a qualche anno fa veniva derubricato come una volgare truffa alla Totò, esportata in Veneto, si è arricchito di una nuova aura: la verosimiglianza.

L’esplosione delle applicazioni di intelligenza artificiale ha sdoganato i falsi che, Trump insegna, sono diventati linguaggio simbolico ed evocativo.

Quando il verosimile conta più del vero

Che differenza c’è fra la ricostruzione virtuale della Striscia di Gaza in versione Las Vegas, propagandata dalla Casa Bianca, e l’opera del nostro ambizioso impresario? Basta che la prima sia virtuale, con una minaccia estremamente rilevante di inquinare l’ecosistema informativo, mentre la seconda, nella sua materialità, rimaneva circoscritta a un ambito locale?

In sostanza, quale dei due artefatti è oggi più minaccioso per l’equilibrio sociale?

Certo, Malosso avrebbe potuto limitare la sua eccessiva avidità per i biglietti e forse usare definizioni che oggi chiameremmo più ibride, parlando nella descrizione del suo scenario archeologico di un viaggio nel tempo, a cavallo fra storia e immaginario.

Ma la sostanza non cambia: la capacità di proporre suggestioni verosimili, nella stagione della post-verità, non è più soltanto un reato, ma un modo, certo avventuroso e ambiguo, di raccontare la storia.

La nuova frontiera della post-verità

L’autenticità, che Martin Heidegger utilizzava per identificare le nuove gerarchie sociali cui affidare il governo del mondo, è oggi una dimensione quantistica, dove, come ci spiegherebbero i grandi fisici dell’inizio del Novecento come Niels Bohr, la realtà nasce dalla relazione fra osservatore e oggetto osservato.

Un principio che Albert Einstein non volle mai accettare, denunciando la meccanica quantistica, che si realizza proprio nell’occasionalità dello sguardo dell’osservatore, come una relazione inquietante.

Siamo in un gorgo del tutto inesplorato del rapporto fra vero e verosimile, che sta forzando persino la flessibilità digitale e ci conduce verso uno scenario imprevedibile, nel quale il nostro precoce pioniere della storia auto-da-fé potrebbe improvvisamente diventare un anticipatore della nuova porta spazio-temporale che si intravede sullo sfondo.

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