Il Regno Unito si trova a un passo da una profonda paralisi finanziaria. Il nuovo Primo Ministro Andy Burnham è appena arrivato a Downing Street con grandi promesse di spesa, ma si è ritrovato subito prigioniero di un debito gigantesco. Con i tassi sui titoli di Stato schizzati sopra il 5%, l’intero bilancio pubblico rischia il collasso sotto il peso degli interessi, e anche i media britannici, come il Telegraph, se ne sono resi conto.
I primi giorni di governo sono stati una vera doccia fredda per il nuovo Premier laburista. Ogni volta che Burnham ha annunciato una misura popolare — dai trasporti locali a basso costo fino al taglio dell’IVA sulle bollette elettriche — i mercati finanziari non hanno applaudito. Al contrario, hanno risposto con una pioggia di interrogativi pesanti sulla copertura finanziaria. I tassi d’interesse sui Gilt, i titoli di stato decennali stanno correndo allegramente verso l’alto…
Il problema è che i conti pubblici britannici sono ormai sull’orlo del precipizio. Il debito nazionale sta per toccare la cifra astronomica di 3.000 miliardi di sterline, arrivando a superare il 95% del Prodotto Interno Lordo. Allo stesso tempo, il deficit annuale continua a correre alla cifra di 115 miliardi. Il 2025 si è chiuso con un deficit al 4,3% del PIL. Per fortuna che non sono nella UE, altrimenti la solerte Commissione avrebbe iniziato la solita procedura d’infrazione.
Ciò che stritola davvero le decisioni economiche di Londra è la spesa annuale per interessi sul debito. Questa voce ha raggiunto la cifra record di 130 miliardi di sterline all’anno. Si tratta di una somma immensa, superiore a quanto lo Stato spenda per la gran parte dei servizi pubblici primari.
I rendimenti dei titoli di Stato decennali inglesi hanno superato nuovamente la soglia critica del 5%. Questa dinamica colloca il Regno Unito come maglia nera per costo del debito tra tutte le grandi economie avanzate del G7, il che è curioso: la BCE ha una politica monetaria perfino più restrittiva della Bank of England, ma i tassi d’interesse pagati dai paesi europei sono più bassi.
Ecco come si confrontano i costi di indebitamento del Regno Unito rispetto agli altri principali Paesi:
| Paese | Rendimento Titolo di Stato a 10 Anni |
| Regno Unito | 5,1% |
| Stati Uniti | 4,7% |
| Italia | 4,0% |
| Francia | 4,0% |
| Germania | 3,2% |
Per provare a finanziare la propria agenda di investimenti, Burnham vorrebbe sfruttare la cosiddetta “flessibilità” delle regole fiscali. Tra i corridoi del Ministero del Tesoro e della City si valutano diverse scorciatoie contabili per racimolare risorse fresche:
- Consumare i margini di sicurezza: Utilizzare il ridotto cuscinetto finanziario rimasto nel bilancio, che tuttavia le recenti tensioni internazionali hanno già assottigliato a soli 10 miliardi di sterline.
- Spostare gli investimenti fuori dal bilancio statale: Usare la banca di investimento pubblica e il National Wealth Fund per attrarre capitali privati senza far figurare le somme come debito diretto.
- Allungare le tempistiche di rientro: Estendere gli orizzonti di previsione della spesa da 5 a 10 anni, promettendo un rigore futuro per spendere di più nel presente.
- Lanciare i “War Bonds”: Emettere titoli di Stato dedicati esclusivamente al finanziamento della spesa militare, isolandoli formalmente dal resto del bilancio.
Tuttavia, queste acrobazie di ingegneria finanziaria non convincono gli investitori. Ogni sterlina aggiuntiva richiesta a prestito dal governo genera un immediato aumento dei rendimenti pretesi dai mercati, trasformando ogni nuova spesa in un boomerang economico.
Sullo sfondo emerge con chiarezza il vero problema di fondo che paralizza non solo il Regno Unito, ma l’intera impostazione economica moderna. In assenza di una seria politica monetaria al servizio del Paese, il costo elevato degli interessi finisce per condizionare e infine cancellare del tutto la politica fiscale dei governi.
Per decenni si è inseguito il dogma della totale “indipendenza” della banca centrale. Un principio che ha separato completamente la gestione della moneta dai governi eletti e dagli obiettivi concreti di piena occupazione, sviluppo e crescita industriale.
Quando una banca centrale opera in un vuoto isolato e mantiene i tassi alti per rispondere unicamente ai propri parametri interni, il risultato per lo Stato è devastante. Gli interessi sul debito schizzano verso l’alto e finiscono per divorare le entrate fiscali prodotte da cittadini e imprese.
Nessun piano politico, per quanto ambizioso o ben intenzionato, può reggere a lungo contro questo meccanismo. La spesa per interessi azzera la sovranità fiscale e trasforma i ministri dell’Economia in semplici esecutori contabili dei mercati obbligazionari.
Andy Burnham vorrebbe rilanciare la produzione nazionale, finanziare la transizione energetica e avviare un piano massiccio di edilizia popolare. Eppure, senza un raccordo concreto tra politica monetaria e bilancio statale, ogni sua promessa elettorale rimarrà pura utopia.
L’esperienza britannica dimostra che i trucchi contabili hanno terminato la loro corsa. Senza rimettere in discussione il ruolo della banca centrale e il suo distacco dalla crescita reale, anche Burnham è destinato al fallimento come chi lo ha preceduto. Prima o poi, anche la classe politica dovrà prenderne atto.
https://scenarieconomici.it/lillusione-di-burnham-si-scontra-con-il-muro-del-debito-perche-londra-e-condannata-allausterita/




