Per Draghi e Lagarde la transizione green non è un lusso

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Rallentare il green deal dell’Ue aggrava le vulnerabilità energetiche, tecnologiche, geopolitiche e climatiche

L’Europa ha scoperto che la transizione energetica non è una questione ambientale separata dalla politica industriale, dalla sicurezza e dalla stabilità economica. È diventata, al contrario, il punto di intersezione tra tutte le grandi fragilità strategiche del continente: la dipendenza energetica dall’estero, il ritardo tecnologico rispetto a Stati Uniti e Cina, l’esposizione alle crisi geopolitiche e la crescente vulnerabilità climatica. Per questo motivo, nel dibattito europeo sta emergendo una consapevolezza nuova: rallentare il Green Deal non significherebbe proteggere l’economia europea, ma indebolirla ulteriormente.

Gli ultimi mesi hanno accelerato questa presa di coscienza, secondo l’analisi di Antonio Pollio Salimbeni, corrispondente a Bruxelles per Il Sole 24 Ore Radiocor ed esperto di economia internazionale, su La Matinale Européenne. Lo shock geopolitico legato allo Stretto di Hormuz, tornato al centro delle tensioni internazionali dopo i bombardamenti di USA e Israele in Iran, ha ricordato quanto l’Europa resti esposta alle crisi dei combustibili fossili. Negli ultimi anni, una parte significativa del dibattito politico europeo aveva attribuito proprio alla transizione verde l’aumento dei costi energetici e la perdita di competitività industriale.
Molti governi, tra cui il nostro, avevano chiesto apertamente di rallentare o ridimensionare il Green Deal. Ma la nuova instabilità mediorientale ha riportato al centro una realtà spesso rimossa: l’Unione europea (Ue) importa ancora circa il 60% della propria energia e continua a dipendere quasi integralmente da fonti fossili provenienti da aree geopoliticamente instabili.

Per la Presidente della Bce Christine Lagarde il vero costo della transizione è nei suoi ritardi

È in questo contesto che la Banca centrale europea (Bce) ha scelto di intervenire con un messaggio politico ed economico piuttosto orientato inaspettatamente alla transizione green. La presidente della Bce, Christine Lagarde, e il capo economista Philip Lane hanno rilanciato a Francoforte un paradigma strategico europeo caratterizzato non più una contrapposizione tra sostenibilità e crescita, ma dalla convinzione che sicurezza energetica, stabilità dei prezzi, innovazione industriale e autonomia geopolitica siano ormai elementi inseparabili.

Gli ultimi dieci anni hanno messo in luce un paradosso preoccupante – ha affermato Lagarde – ogni nuovo dato sottolinea la necessità di accelerare la transizione verde, eppure questa sta perdendo slancio. L’anno scorso, le emissioni globali di carbonio derivanti dai combustibili fossili hanno raggiunto livelli record e ora stiamo assistendo a un’inversione di tendenza in alcune giurisdizioni”. Il riferimento agli Stati Uniti è evidente, soprattutto dopo il progressivo smantellamento di alcune politiche climatiche federali, ma Lagarde guarda anche alle resistenze interne all’Europa.

La presidente della Bce ha infatti affrontato direttamente il cuore della polemica politica europea: “Negli ultimi anni, abbiamo persino assistito a dibattiti in Europa sull’eventualità che la transizione verde abbia reso il continente più vulnerabile in un mondo geopoliticamente instabile, aumentando le bollette energetiche. Eppure, lo status quo è chiaramente insostenibile, dato che l’Europa importa circa il 60% della sua energia, quasi interamente da combustibili fossili. L’attuale impennata dei prezzi dell’energia ci ricorda il costo di questa dipendenza”.

È un passaggio cruciale perché ribalta completamente la narrativa dominante di una parte del dibattito pubblico europeo. Secondo la Bce, il vero fattore di vulnerabilità non è la transizione energetica, ma il ritardo della transizione stessa. Più l’Europa rimane ancorata ai combustibili fossili, più resta esposta alla volatilità dei prezzi internazionali, alle crisi geopolitiche e alle pressioni strategiche dei grandi esportatori di energia.

Per Mario Draghi le sfide decisive si giocano sulla sicurezza energetica e l’AI

Dal 2020 l’Europa è stata colpita da una pesante sequenza di shock (pandemie, tensioni commerciali, guerre e crisi energetiche) che hanno messo in luce una fragilità strutturale: la dipendenza strategica dall’esterno. Mario Draghi, ospite ieri nel municipio di Aquisgrana, dove è stato insignito del Premio Carlo Magno, di fronte a vari capi di Stato europei, alla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen e la stessa Lagarde, ha spiecato che la crescita economica è oggi la condizione indispensabile per finanziare la transizione energetica, rafforzare la difesa, sostenere l’invecchiamento della popolazione e costruire le industrie digitali del futuro.

Uno dei punti centrali del discorso dell’ex presidente della Banca centrale europea ed ex premier italiano riguarda proprio l’energia. L’Europa continua a dipendere in modo eccessivo dalle importazioni, in particolare dal gas naturale liquefatto americano e dalle catene di approvvigionamento cinesi per le tecnologie verdi. Questa vulnerabilità rende il continente più esposto agli shock geopolitici e all’aumento dei prezzi. Draghi sostiene che un mercato energetico europeo davvero integrato, con reti, interconnessioni e capacità di stoccaggio condivise, permetterebbe una maggiore sicurezza energetica e accelererebbe la decarbonizzazione. I paesi con una quota più alta di energia pulita, osserva, stanno già pagando prezzi dell’elettricità significativamente più bassi.

Il secondo tema è quello dell’indipendenza economica e strategica. Secondo Draghi, l’Europa non ha ancora costruito un sistema capace di trattenere e investire i propri risparmi nell’economia reale europea. Una parte consistente del capitale europeo continua infatti a finanziare innovazione e crescita negli Stati Uniti, dove il mercato dei capitali è più integrato e dinamico. Questa situazione aumenta la dipendenza europea dall’esterno e limita la capacità del continente di reagire rapidamente alle crisi.

La sfida decisiva riguarda però le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale. Draghi sottolinea come il divario di produttività tra Europa e Stati Uniti si stia ampliando, trainato soprattutto dalla maggiore digitalizzazione dell’economia americana. L’AI rappresenta una svolta storica: secondo le stime OCSE, potrebbe generare circa metà della crescita della produttività del prossimo decennio. Ma per competere servono investimenti enormi in energia, semiconduttori, infrastrutture di calcolo e data center.

Qui l’Europa rischia di restare indietro rispetto a Stati Uniti e Cina, che stanno investendo su scala molto più ampia. Draghi avverte che l’intelligenza artificiale non è una tecnologia come le altre: migliora con l’uso e crea vantaggi cumulativi permanenti per chi parte prima. Per questo il ritardo europeo non è solo economico, ma strategico.

Il messaggio finale è chiaro: autonomia tecnologica e energetica sono due facce della stessa sfida. Senza integrazione economica, investimenti comuni e capacità industriale, l’Europa rischia di perdere sovranità, competitività e peso geopolitico nel mondo del prossimo decennio.

Fonti rinnovabili per affrontare crisi energetica e climatica

Lagarde, che nel suo discorso ad Aquisgrana per celebrare Draghi ha rilanciato il dovere dell’Europa di “rimanere padrona del proprio destino”, iniziando proprio da “mercati energetici troppo frammentati”, ha anche sottolineato come i Paesi maggiormente avanzati nella produzione elettrica da fonti non fossili abbiano mostrato una maggiore resilienza agli shock energetici. “I Paesi in cui una quota maggiore di elettricità è generata da fonti non fossili, come Spagna e Portogallo, sono stati meglio protetti dall’aumento dei prezzi del gas”, ha spiegato. Non è solo un argomento ambientale: è una questione di autonomia energetica, competitività economica e stabilità macroeconomica.

Philip Lane ha rafforzato questa analisi con un messaggio altrettanto netto. “Sebbene vi siano costi a breve termine, ad esempio a causa delle tasse sul carbonio, il passaggio alle energie rinnovabili renderà l’area dell’euro più resiliente riducendo la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e dovrebbe anche ridurre la volatilità dell’inflazione”, ha dichiarato il capo economista della BCE. È un cambio di prospettiva importante anche per una banca centrale tradizionalmente concentrata esclusivamente sulla stabilità monetaria. Oggi Francoforte considera il cambiamento climatico e la dipendenza energetica fattori diretti di instabilità inflazionistica.

La questione climatica non viene più interpretata come un rischio futuro, ma come una variabile economica già pienamente operativa. Secondo le stime dell’Organizzazione meteorologica mondiale riportate da Shiv Yucel, Dottoranda in Geografia e Ambiente presso l’Università di Oxford, in un articolo pubblicato su The Conversation, l’ondata di calore dell’estate 2025 ha contribuito a un aumento annuo dei prezzi dei prodotti alimentari non trasformati nell’Eurozona compreso tra lo 0,4% e lo 0,7%. Non solo, si è scoperto che quattro anni dopo una siccità, o un’alluvione, la produzione regionale resta mediamente inferiore di tre punti percentuali rispetto ai livelli precedenti.

L’impatto umano è altrettanto drammatico. Nell’estate del 2025, dieci giorni di caldo estremo hanno provocato 2.300 morti in dodici grandi città europee, di cui 1.500 attribuibili direttamente ai cambiamenti climatici che hanno amplificato le temperature tra uno e quattro gradi. Le ondate di calore, secondo i dati internazionali, sono state responsabili di quasi mezzo milione di morti l’anno nel mondo tra il 2000 e il 2019. A ciò si aggiungono lo scioglimento accelerato dei ghiacciai europei e un’estensione senza precedenti degli incendi boschivi.

Lane ha insistito anche su un elemento spesso sottovalutato nelle dinamiche monetarie: “L’inflazione nel settore alimentare gioca un ruolo significativo nel determinare la percezione delle famiglie sul tasso di inflazione prevalente e le loro aspettative di inflazione a breve termine”. In altre parole, la crisi climatica non colpisce soltanto la produzione agricola, ma influenza direttamente la fiducia sociale e la stabilità delle aspettative economiche.

Come si legge nel bollettino economico pubblicato oggi dalla Bce: l’inflazione dei beni energetici è balzata al 10,9% dopo il 5,1% di marzo, mentre per quanto concerne i beni alimentari, ha registrato un lieve aumento, al 2,5%, “i rischi al rialzo per l’inflazione e quelli al ribasso per la crescita si sono intensificati”.

La transizione green è sempre più una strategia industriale e geopolitica per l’Europa, che qui si gioca un pezzo di sovranità

Il punto centrale, tuttavia, è che la transizione energetica europea non può essere ridotta a una semplice politica climatica. È ormai una strategia industriale e geopolitica. L’Europa si trova stretta tra due modelli di capitalismo industriale aggressivo: quello americano, sostenuto da enormi incentivi pubblici e dal protezionismo tecnologico dell’Inflation Reduction Act, e quello cinese, basato sul controllo delle catene globali delle materie prime critiche, delle batterie, dei pannelli solari e delle tecnologie verdi.

L’Unione europea rischia di trovarsi contemporaneamente dipendente dall’estero per l’energia e subordinata tecnologicamente nelle filiere strategiche della transizione. È questo il vero nodo politico del Green Deal nella sua nuova fase: non solo decarbonizzare, ma costruire una capacità industriale europea autonoma nelle reti elettriche, nell’idrogeno, nelle batterie, nei semiconduttori, nei materiali critici e nelle tecnologie pulite.

Anche per questo la Commissione europea ha progressivamente modificato il proprio approccio. Se nella prima fase del Green Deal il focus era prevalentemente regolatorio, oggi Bruxelles guarda sempre più agli aspetti strutturali del sistema energetico europeo: interconnessione delle reti, accumulo energetico, infrastrutture comuni, diversificazione delle fonti di approvvigionamento e politica industriale continentale. L’obiettivo non è soltanto ridurre le emissioni, ma costruire una vera sovranità energetica europea.

In questo quadro assume particolare rilievo la posizione di Olli Rehn, governatore della banca centrale finlandese ed ex commissario europeo all’Economia. Rehn, in passato associato alle teorie dell’“austerità espansiva”, oggi sostiene che l’Europa debba affrontare simultaneamente tre grandi sfide strategiche: la sicurezza continentale, la transizione energetica e climatica e la crescita economica fondata sugli investimenti.

Il messaggio è chiaro: senza investimenti massicci nella trasformazione energetica e tecnologica, l’Europa rischia di perdere definitivamente peso economico e politico nello scenario globale. La transizione green non è più un capitolo separato delle politiche pubbliche europee. È diventata il terreno decisivo su cui si giocheranno la competitività industriale, la stabilità economica e l’autonomia strategica del continente nei prossimi decenni.

Il ritorno (inevitabile) del green

Oggi Draghi e Lagarde presentano la transizione energetica come la risposta quasi naturale alla fragilità europea: meno dipendenza dai fossili importati, più resilienza agli shock, più autonomia strategica. Ma questa lettura arriva dopo anni in cui le istituzioni europee hanno trattato il clima soprattutto come un dossier tecnico, da integrare con prudenza nei modelli macroeconomici e nei bilanci delle banche centrali, non come una questione di potere, sicurezza e sovranità industriale.

Chi la pensava diversamente finiva spesso per essere etichettato come “complottista”, ingenuo o legato a impostazioni ideologiche dannose per l’Europa.

Il risultato di questo ‘ripensamento’ generale è una narrazione molto più ambiziosa sul piano politico, ma anche più comoda: attribuisce alla transizione green un ruolo risolutivo, proprio mentre l’Europa paga il prezzo di ritardi, scelte sbagliate (queste sì legate a ideologie retrograde), contraddizioni e dipendenze costruite nel tempo.

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