Ricchezza e Cambiamento Climatico: Un Legame Inaspettato

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Un interessante paper affronta il problema su  quale sia la migliore strategia per affrontare gli effetti del  cambiamento climatico. Ondate di calore, inondazioni, siccità, eventi estremi sempre più frequenti: le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Ma c’è una buona notizia, almeno in parte: secondo un recente studio pubblicato sulla rivista Technological Forecasting and Social Change, le società più ricche hanno maggiori possibilità di adattarsi agli effetti del cambiamento climatico, risultando quindi più sicure . La decrescita non è una risposta, adeguata ad affrontare questo problema, anzi.

Lo studio, intitolato “Is wealth a critical driver in shaping climate change impact and adaptation pathways?“, ha analizzato i dati di 118 paesi tra il 1990 e il 2017, mettendo in relazione il loro livello di ricchezza (misurato come Prodotto Interno Lordo pro capite, o PIL) con la loro vulnerabilità e capacità di adattamento al cambiamento climatico. I risultati sono chiari: esiste una forte correlazione tra ricchezza e sicurezza climatica.

Perché la ricchezza aiuta a combattere il cambiamento climatico?

La risposta è semplice: i paesi più ricchi hanno maggiori risorse da investire in misure di adattamento e mitigazione. Possono, ad esempio:

  • Investire in infrastrutture resilienti: costruire dighe più resistenti, sistemi di drenaggio efficienti, edifici progettati per resistere a eventi climatici estremi.
  • Sviluppare tecnologie innovative: finanziare la ricerca per soluzioni energetiche pulite, sistemi di allerta precoce per eventi meteorologici, tecniche agricole più sostenibili.
  • Migliorare la sanità pubblica: investire in sistemi sanitari efficienti, in grado di affrontare l’aumento di malattie legate al clima, come quelle trasmesse da vettori (zanzare, zecche) o causate da ondate di calore.
  • Supportare le popolazioni vulnerabili: fornire assistenza economica e sociale alle comunità più colpite dai disastri naturali, facilitando la ripresa e la ricostruzione.
  • Educare e sensibilizzare: finanziare programmi di educazione e sensibilizzazione sul cambiamento climatico, promuovendo comportamenti più sostenibili.
  • Rafforzare la capacità di risposta agli eventi climatici estremi: prepararsi meglio alle emergenze, con strategie di evacuazione e sistemi sanitari adeguati a gestire un gran numero di persone colpite.

Il risultato di questi investimenti è ben mostrato dal seguente grafico che mostra come, al giorno d’oggi, sia più probabile morire per disastri NON legati al clima (terremoti, eruzioni vulcaniche, tsunami) he per disastri legati al clima

Prendiamo ad esempio le inondazioni. Un paese ricco può investire in sistemi di argini avanzati, in modelli di previsione meteorologica più precisi, e in piani di evacuazione efficienti. Inoltre, può contare su un sistema assicurativo sviluppato, che permette alle persone di recuperare almeno in parte le perdite economiche.

Un paese povero, invece, si troverà spesso impreparato, con infrastrutture inadeguate e risorse limitate per affrontare l’emergenza e aiutare la popolazione colpita. Potremmo aggiungere che un paese in corso di rapido impoverimento, non in grado di manutenere i corsi dei fiumi, farà finta di niente e cercherà di obbligare i cittadini a farsi un’assicurazione.

Non solo ricchezza: l’importanza della buona governance

Lo studio sottolinea anche che la ricchezza, da sola, non basta. È fondamentale che le risorse siano gestite in modo efficiente e trasparente, attraverso una buona governance.

Ciò significa avere istituzioni stabili, governi responsabili e una bassa corruzione. Solo così si può garantire che gli investimenti per l’adattamento al clima siano efficaci e vadano a beneficio di tutta la popolazione, soprattutto delle fasce più vulnerabili.

Inoltre il fatto che la ricchezza equivale a più sicurezza fa si che i paesi più poveri siano anche quelli che maggiormente rischiano dai fenomeni climatici estremi. Questo è l’altro verso della medaglia. Se si volesse veramente sviluppare la capacità di resistere ai fenomeni estremi, bisognerebbe incentivare una crescita economica stabile e ordinata, non imporre strambe politiche “climatiche”.

L’energia da fonti fossili e qui per rimanere

Lo studio rivela anche un paio di informazioni molto utili, sul piano generale. Prima di tutto chi pensa che, come per miracolo, spariranno i combustibili fossili, si sta sbagliando fortemente. Petrolio, gas e perfino carbone sono qui con noi e ci rimarranno per un bel po’:

Tipi di fonti energeriche attuali e future

Le fonti rinnovabili non saranno una parte consistente del mix energetico globale ancora a lungo.

Non solo: l’applicazione degli accordi di Parigi non verrà a eliminare  gran parte delle emissioni aggiuntive di CO2

L’accordo di Parigi non sarà in grado di limitare le emissioni di CO2 per limitare il riscaldamento. A questo punto è più logico puntare al contenimento dell’eventuali conseguenze dell’aumento di eventi climatici. Ma questo richiede una maggiore, non una minore ricchezza. La decrescita non si sa se sia felice, ma sicuramente è insicura

Conclusione

Lo studio ci offre una prospettivarara. interessante e, per certi versi, ottimistica. Se da un lato il cambiamento climatico rappresenta una sfida enorme, dall’altro la crescita economica, se gestita in modo sostenibile e accompagnata da una buona governance, può fornire gli strumenti per affrontarla. Investire nella crescita economica, nella ricerca, e in politiche di adattamento al clima non è solo un’opzione, ma una necessità per garantire un futuro più sicuro per tutti.

La ricchezza, insomma, può essere un’alleata nella lotta contro il cambiamento climatico, ma solo se accompagnata da un impegno globale per la sostenibilità e l’equità. L’economia dovrebbe occuparsi di migliorare, non ridurre, il benessere complessivo. 

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