WIRED Italia perché chiude?

  ICT, Rassegna Stampa
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L’editore Condé Nast ha annunciato la chiusura di WIRED Italia. La decisione è stata annunciata ieri emerge dal CEO Roger Lynch, in cui il gruppo editoriale annuncia una serie di interventi sul proprio portafoglio globale per sostenere la crescita e riallocare risorse verso attività più redditizie. La notizia è arrivata proprio durante lo sciopero dei giornalisti in Italia per il rinnovo del contratto giornalistico, una doccia fredda per i colleghi italiani.

Wired Italia e l’uscita dal publishing

Nell’annuncio firmato da Lynch si parla esplicitamente di una “transizione fuori dal publishing” per l’edizione italiana di WIRED. Una formulazione che indica l’uscita dal mercato editoriale nel nostro Paese per la testata internazionale.

Secondo quanto comunicato da Lynch, WIRED Italia, insieme ad altri asset come SELF e alcune edizioni internazionali di Glamour, pesa per poco più dell’1% dei ricavi complessivi del gruppo e resta non profittevole. Una condizione che, nelle parole del CEO, limita la capacità di investire in aree considerate strategiche per la crescita futura.

Gli eventi live rimarranno

Per WIRED i risultati migliori si registrano in Paesi come Stati Uniti, Regno Unito, Medio Oriente, Giappone e Messico. L’edizione italiana, invece, “non ha tenuto il passo con questa crescita”, ha scritto il CEO.

Non si tratta però di un’uscita totale del marchio WIRED dall’Europa. Rimarranno attive le attività di WIRED Consulting e gli eventi live, che saranno gestiti principalmente dal team britannico. Un segnale che il valore del brand viene mantenuto, ma spostato su modelli di business diversi dall’editoria tradizionale.

La decisione arriva in una fase di profonda trasformazione per il settore dei media digitali, sempre più influenzato dall’evoluzione dell’AI e dai cambiamenti nei comportamenti delle audience. Lo stesso Lynch, nella nota, evidenzia come l’azienda stia riorganizzando anche la propria struttura tecnologica proprio per accelerare innovazione e sviluppo di nuovi prodotti.

Nel Regno Unito anche la BBC licenzierà 2mila persone a fronte di spese sempre più elevate per la produzione dei contenuti, diminuiscono le entrate pubblicitarie e soprattutto quelle derivanti dal canone televisivo che copre solo il 65% dei costi.

Citynews licenzia 21 giornalisti

In Italia anche il Gruppo Citynews, uno dei principali editori nativi online con 57 edizioni locali e testate nazionali come Today.it, ha licenziato 21 giornalisti. Lo scorso 23 marzo il Comitato di Redazione e il sindacato Figec-Cisal hanno proclamato 48 ore di astensione dal lavoro dopo la decisione dell’azienda di procedere a licenziamenti e rimodulazioni di rapporti di lavoro, contestate dai lavoratori anche per l’assenza di un confronto preventivo previsto dal contratto.

Dal canto suo, l’azienda ha motivato gli interventi con la necessità di garantire la sostenibilità economica, indicando una crescita dei ricavi pubblicitari non sufficiente a compensare l’aumento dei costi, in particolare quelli legati al personale giornalistico, raddoppiati negli ultimi quattro anni.

In Italia il web diventa la prima fonte di informazione, ma i giornali online non vivono di sole notizie

Eppure, proprio mentre gli editori riducono o ripensano la loro presenza, l’informazione in Italia passa sempre più dal web. I dati dell’Osservatorio Agcom lo certificano: nel primo semestre del 2025 internet è diventato il primo canale informativo per il 55,8% degli italiani, superando la televisione, ferma al 43,2%.

All’interno di questo ecosistema, social network e motori di ricerca giocano un ruolo determinante nell’accesso alle notizie, mentre resta significativa la quota di utenti che si informa attraverso siti e app di brand editoriali.

Appello al Governo per l’editoria online

Se l’informazione oggi passa in larga parte dal web, come certificano i dati Agcom, allora diventa inevitabile aprire una riflessione seria anche sul piano delle politiche pubbliche.

Il Governo non può continuare a sostenere un sistema di incentivi costruito su un modello editoriale tradizionale, mentre le testate digitali – che intercettano la maggioranza dell’audience – restano esposte a una crisi strutturale di sostenibilità.

Non si tratta solo di risorse, ma di riconoscere che il presidio informativo si è spostato online e che lì va sostenuto il livello occupazionale. Senza un intervento mirato, il rischio è quello di assistere a un progressivo impoverimento dell’informazione proprio nel luogo in cui oggi si forma l’opinione pubblica.

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