Chi sono le figure professionali del futuro, in grado di sviluppare le soluzioni e i prodotti tecnologici che serviranno alle aziende un domani non troppo lontano. Quali le competenze richieste e le modalità di formare le nuove leve o riskillare quelle vecchie ancora in attività. Questo il tema del panel Chi saranno gli “architetti” dell’innovazione tecnologica dei prossimi 10 anni? In occasione della 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – in corso a Villa Erba, sul lago di Como, dal 14 al 16 ottobresu iniziativa della Fondazione Innovazione Digitale ETS ed organizzata da NOW Italia e da Triumph Group.
A parlarne diversi professori ed esperti a partire da Elena Maria Baralis, Prorettore, Politecnico di Torino: “Noi formiamo ingegneri, sono loro gli architetti del futuro – dice Baralis – Cosa fa il Politecnico? Ha messo insieme diverse iniziative per il lavoro di squadra, dell’imprenditorialità e dell’interdisciplinarità dei nostri studenti”.
Due esempi dal Politecnico di Torino
I team studenteschi, sono formati da gruppi di studenti che si uniscono per una competizione con un supervisore e affrontano lo studio e la progettazione di un prototipo. Si tratta di esperienze che toccano tutti gli ambiti della progettazione industriale, che vanno dal concept alla realizzazione e all’assemblaggio e il testing. C’è poi la fase di ricerca di sponsor e acquisizione di nuovi membri del team e tutta la parte di comunicazione. Questi sono gruppi di 60-80 studenti per un team.
“La realizzazione di un prodotto innovativo è l’obiettivo – dice Baralis – Una competizione ad esempio riguarda la macchina che consuma il meno possibile”.
Un secondo ambito sono le challanges per accompagnare un gruppo di studenti fino alla formazione di una startup. Formazione e mentoring durante il percorso e a volte viene fuori una idea solida. Un esempio di successo è Oris (Orbital Recharge in Space che nel 2027 farà la sua prima, vera prova spaziale) che invia energia a satelliti con un laser a satelliti.
Silvia Conforto, Prorettrice per le politiche relative al trasferimento tecnologico, Università degli Studi Roma Tre: “Roma Tre è una università generalista, si tratta di una cosa diversa rispetto ai politecnici. Nell’idea classica del trasferimento tecnologico, soltanto il 30% dell’università è dedicato alle mateeire STEM e il trasferimento tecnologico è valorizzato. Avere in house delle competenze ad ampio spettro diventa fondamentale per il trasferimento tecnologico. Stiamo cercando di mappare le competenze e i rapporti con le aziende e al PA all’università e sediamoci ad un tavolo”.
Le competenze tecnologiche non bastano
Mario Carpentieri, Professore Ordinario di Elettrotecnica e Prorettore alla Ricerca del Politecnico di Bari: “Chi sarà l’architetto del futuro dovrà avere una professionalità ben chiara, stiamo lavorando sulle competenze tecnologiche. Le competenze tecnologiche non bastano. La firgura professionale che vogliamo creare deve avere creatività e deve saper affrontare problemi complessi. Per questo puntiamo su didattica esperienziale e di laboratorio e sulla creazione di modelli matematici e fisici che richiedono più impegno nella ricerca”.
La distanza fra università e imprese è notevole nel trasferimento tecnologico. Ma se la ricerca resta confinata all’interno dell’università non va bene, dobbiamo avvicinare le imprese al mondo accademico.
Serve una contaminazione
Maria Pierro, Rettrice, Università dell’Insubria: “Domani per la nostra università e per il nostro territorio di Como è un giornata importante, con l’inaugurazione del computer Volta B1, 4400 qubit. Si tratta di una infrastruttura scientifica fondamentale per il trasferimento di competenze chimiche, fisiche, matematiche per risolvere problemi molto complicati. La scelta di collocarla nella città di Como è fondamentale per il rapporto con il territorio economico e sociale, che si sta adeguando sempre di più a questa immissione a sistema delle nuove tecnologie come l’AI”.
L’intento è di favorire la crescita di dottorandi e ricercatori in sinergia con le aziende.
“Noi abbiamo costituito all’interno del nostro centro del Centro Volta, peri individuare nuovi ricercatori e per offrire formazione e creare specialisti a favore del territorio, di nuove tecnologie di imprese e nuove professionalità”, aggiunge.
Il supercomputer Volta B1 servirà alle aziende, ad esempio, nella farmaceutica, per l’individuazione di farmaci ad una velocità esponenziale per rispondere a crisi e problemi.
ITS Academy e forze dell’ordine: formazione a stretto contatto con il mondo del lavoro
La formazione in ambito ICT e cybersecurity richiede un collegamento sempre più diretto tra competenze teoriche, applicazioni pratiche e necessità delle imprese. Un modello che, secondo Euclide Della Vista, Coordinatore nazionale della filiera ICT degli ITS Academy, trova nella collaborazione con le forze dell’ordine e con l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN) un elemento fondamentale.
“Grazie alla Polizia riusciamo a formare subito persone molto competenti”, sottolinea Della Vista, evidenziando l’importanza di accompagnare gli studenti anche nei moduli universitari e di coinvolgere direttamente gli specialisti delle istituzioni nei percorsi didattici.
“Gli specialisti delle forze dell’ordine e dell’ACN coordinano con noi i percorsi formativi ed entrano in aula per la formazione. Grazie agli ITS Academy, gestiscono i laboratori e mettono a disposizione la possibilità di creare subito prototipi”.
Un approccio che punta a ridurre la distanza tra formazione e applicazione concreta delle competenze, rafforzando il trasferimento tecnologico e il rapporto con le aziende. «Abbiamo dei SOC e degli HPC potenti che rendono più intenso il rapporto immediato con le aziende», aggiunge Della Vista, richiamando il ruolo delle infrastrutture tecnologiche nel sostenere attività formative avanzate e sperimentazioni.
Reskilling e intelligenza artificiale: le aziende devono ripartire dalle competenze
La trasformazione del lavoro imposta dall’intelligenza artificiale rende necessario ripensare non soltanto la formazione dei giovani, ma anche quella di chi è già occupato. È la prospettiva indicata da Davide Dattoli, Founder ed Executive Chairman di Talent Garden, che mette al centro il reskilling, ovvero l’acquisizione di nuove competenze per affrontare mansioni e ruoli in evoluzione.
“Il lavoro sta cambiando tantissimo. Oggi anche chi lavora ha bisogno di reimparare a lavorare. In molti casi stiamo inserendo gli agenti AI nelle aziende per creare nuove competenze nei team”.
L’intelligenza artificiale, spiega Dattoli, può accelerare numerose attività professionali, ma il suo utilizzo richiede preparazione e un cambiamento nell’organizzazione del lavoro. “Abbiamo AI per i diversi segmenti di lavoro, dobbiamo insegnare alle aziende come utilizzare l’AI”.
Una sfida che non può essere rimandata in attesa di un intervento del sistema pubblico o delle università. “Questa purtroppo è una sfida di tutte le aziende, non possiamo aspettare il pubblico e le università. Tanti lavori possono essere accelerati con l’AI. Molti lavori non ci saranno più”.
La riqualificazione professionale assume così anche una dimensione sociale, soprattutto per i lavoratori più esposti alle trasformazioni del mercato. “Abbiamo lavorato 500 over 50 negli ultimi anni con il reskilling. Questo è un tema di welfare fondamentale dal lato welfare”, osserva Dattoli, richiamando l’attenzione sulla necessità di accompagnare le persone nei cambiamenti professionali.
Percorsi personalizzati, dalle 60 alle 400 ore
Ma quanto tempo serve per riqualificare un lavoratore? La risposta dipende dalle competenze di partenza e dagli obiettivi del percorso. “Si va dalle 60 alle 400 ore, con tool di assesment preliminare sull’AI e sulla loro propensione al cambiamento, con percorsi formativi personalizzati”, spiega Dattoli.
L’obiettivo è costruire interventi mirati, capaci di rispondere alle esigenze delle singole persone e delle organizzazioni. In questo scenario, Talent Garden lavora anche a stretto contatto con l’ecosistema dell’innovazione e delle startup.
“Abbiamo 1.500 startup. Soluzioni iperverticali sul mondo dell’AI”, afferma Dattoli, sottolineando inoltre l’importanza di una formazione vicina alle applicazioni reali: “Tutti i nostri corsi sono fatti da persone che lavorano con l’AI”.
La rapidità dell’evoluzione tecnologica impone, tuttavia, un aggiornamento continuo anche ai soggetti che si occupano di formazione tecnica. Della Vista conferma che la questione riguarda direttamente gli ITS Academy: “Tante aziende ci stanno interpellando per poter fare reskilling, perché c’è questa velocità di cambiamenti delle esigenze delle aziende. Con l’avvento dell’AI anche noi dobbiamo essere pronti a trasformare i contenuti didattici”.
La capacità di aggiornare rapidamente programmi, laboratori e metodologie didattiche diventa quindi una condizione essenziale per mantenere la formazione allineata alle richieste del mercato.
Ricerca biomedica e intelligenza artificiale: l’importanza di attrarre talenti
Il rapporto tra competenze, innovazione e intelligenza artificiale riguarda anche la ricerca scientifica. Fabio Petroni, Group Leader presso la sede romana dell’European Molecular Biology Laboratory (EMBL), porta l’attenzione sulle condizioni necessarie per sviluppare attività di ricerca di livello internazionale e rafforzare il sistema italiano.
«Io guido un gruppo di ricerca nel mondo di EMBL, finanziato da 30 Stati e con diverse sedi. Sono tornato in Italia perché si fa ricerca al top nel mondo, soprattutto in campo biomedico».
Tra gli elementi che rendono possibile questo livello di attività, Petroni individua l’autonomia scientifica, la stabilità delle risorse e la capacità di attrarre professionisti qualificati da altri Paesi. “Fondamentale: l’autonomia di lavorare su quello che mi interessa, fondi stabili e la capacità di attrarre talenti da tutto il mondo”.
Un aspetto particolarmente rilevante per un settore nel quale le competenze specialistiche sono determinanti. “La maggior parte delle persone vengono da fuori”, osserva Petroni, evidenziando il peso dei talenti internazionali nella composizione dei gruppi di ricerca.
Superare la frammentazione e rafforzare la collaborazione europea
Secondo Petroni, in Italia resta necessario raggiungere una massa critica sufficiente per sviluppare competenze e iniziative strutturate nell’ambito dell’intelligenza artificiale. “In Italia manca la massa critica per parlare di AI, per questo stiamo creando una branca interna EMBL per ampliare”.
La prospettiva è quella di consolidare le attività esistenti e favorire un maggiore coordinamento tra istituzioni, ricercatori e centri di eccellenza, anche su scala europea. «Serve un coordinamento a livello europeo», sottolinea.
Il tema della cosiddetta fuga dei cervelli, in questa prospettiva, può essere affrontato anche attraverso la capacità di attrarre competenze dall’estero e creare flussi di mobilità in entrambe le direzioni. “Si parla spesso di fuga dei cervelli in Italia, però [bisogna] creare un flusso contrario da Germania, India ecc.”.
Formazione continua, riqualificazione professionale, collaborazione tra imprese e istituzioni e attrazione dei talenti emergono così come dimensioni strettamente connesse. In un contesto in cui l’intelligenza artificiale modifica rapidamente processi produttivi e attività scientifiche, la sfida non riguarda soltanto l’adozione delle nuove tecnologie, ma anche la capacità di preparare le persone a utilizzarle, aggiornare le competenze e costruire un ecosistema dell’innovazione competitivo a livello internazionale.
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