Attacco agli MSP per colpire i loro clienti con un ransomware

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I pirati informatici hanno violato i sistemi di tre Managed Service Provider e hanno usato il controllo in remoto per diffondere il malware.

L’allarme è partito ieri su Reddit, in una sezione dedicata agli MSP. Nonostante la “normale” confusione del sito, la vicenda ricostruita (e tutt’altro che conclusa) ha del clamoroso. Un gruppo di pirati informatici sarebbe infatti riuscito a colpire un numero imprecisato di aziende utilizzando come vettore di attacco tre Managed Service Provider.

I MSP sono soggetti che forniscono servizi di vario genere (tra cui quelli di sicurezza) attraverso un sistema di abbonamento e che utilizzano sistemi di controllo remoto per la gestione delle infrastrutture dei clienti.

Un sistema che permette di centralizzare il controllo di tutti gli aspetti legati all’IT e che (normalmente) garantisce un maggior livello di sicurezza ed efficienza rispetto a una gestione tradizionale. Questa volta, però, le cose sono andate decisamente male e gli stessi MSP sono diventati il “cavallo di troia” che ha permesso gli attacchi.

La segnalazione è arrivata da Kyle Hanslovan, CEO di Huntress Lab. Secondo Hanslovan, i cyber-criminali avrebbero come prima cosa utilizzato dei sistemi di Remote Desktop Endpoints per violare i sistemi di almeno tre MSP.

Dopo aver ottenuto i privilegi di amministratori e aver disattivato i software antivirus, avrebbero rubato le credenziali per gli account di Webroot SecureAnywhere, il software di sicurezza Webroot che sfrutta un sistema di controllo centralizzato con numerose funzioni di controllo remoto. Tra queste, la possibilità di scaricare e installare applicazioni sui computer su cui è in funzione.

Proprio questa funzionalità sarebbe la “testa di ponte” usata in seguito per attaccare i clienti degli MSP, distribuendo sui loro computer un ransomware.

Managed Service Provider

Il malware si chiama Sodinokibi ed è comparso per la prima volta lo scorso aprile. Si tratta di un classico crypto-ransomware, che dopo aver codificato i file presenti sulla macchina infetta, chiede un riscatto in Bitcoin minacciando un aumaneto del denaro richiesto se il pagamento non viene effettuato entro 2 giorni.

Ora la partita si sta giocando su due piani: da una parte l’impegno per sbloccare i computer colpiti dal ransomware, dall’altra gli sforzi per arginare gli attacchi portati attraverso Webroot SecureAnywhere.

Sotto quest’ultimo aspetto, la società di sicurezza ha preso le sue contromisure inviando un’email a tutti i suoi utenti e forzando l’implementazione del sistema di autenticazione a due fattori (2FA) per l’accesso. Il sistema 2FA in Webroot è infatti disponibile, ma non è attivato come impostazione predefinita. Lo stratagemma, si spera, dovrebbe bloccare l’attività dei pirata.

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