Il balzo cinese nell’AI
Entro una manciata di anni la Cina e gli Stati Uniti domineranno incontrastati diversi settori tecnologici strategici, in particolare l’intelligenza artificiale (AI), la robotica, l’automazione industriale e non solo. Ma c’è una differenza e non da poco: i modelli americani potrebbero mantenere un certo vantaggio, diciamo, in termini di avanguardia di frontiera, mentre quelli cinesi potrebbero dimostrarsi nel tempo più economici e più facilmente implementabili grazie all’abilità nell’ottimizzazione dei software.
È quanto si attendono gli analisti di Bloomberg Intelligence guidati da Francis Chan, che prospettano un veloce recupero della Cina nella corsa all’AI e un sostanziale pareggio entro il 2030 con gli Stati Uniti: “Raggiungeranno entrambi la leadership in questo settore, come in altri di punta, senza ottenere comunque una supremazia assoluta sull’altra”.
Robert Lea, analista senior di Bloomberg Intelligence, ha affermato all’inizio del mese che i migliori sistemi di intelligenza artificiale cinesi hanno ottenuto punteggi inferiori di circa il 3% rispetto ai loro rivali statunitensi nei test di benchmark.
Secondo quanto riportato da Arabian Post, però, il divario si attestava intorno al 9% a maggio e addirittura al 15% l’anno scorso di questo periodo. Il gap si è ridotto clamorosamente in breve tempo, soprattutto dopo il rilascio del modello V4.1-Flash di DeepSeek a settembre, confermando di fatto la bontà delle stime del Report di Bloomberg.
La fatica a generare profitti con l’AI di frontiera
Pechino dovrebbe dettar legge anche in altri ambiti tecnologici di primaria importanza per i nostri tempi, come le fonti energetiche rinnovabili, la mobilità elettrica, i sistemi di accumulo e le batterie, nonché nella biofarmaceutica.
Gli Stati Uniti raggiungeranno per primi la leadership nella produzione di robot umanoidi e nell’automazione, ma anche qui entro pochi anni la Cina avrà colmato il divario tecnologico, dimostrando elevata competitività e capacità di innovazione, eguagliando i rivali americani in termini di volumi di spesa in ricerca e sviluppo.
Rimane il problema e di non poco conto dei ritorni degli investimenti e della profittabilità di queste tecnologie, in particolare dell’AI. Come negli Stati Uniti e forse in misura maggiore, le aziende cinesi faticano a generare solidi profitti dalla loro innovazione.
“Rimangono intrappolate in una corsa al ribasso, con la redditività destinata a rimanere irraggiungibile finché le aziende non adotteranno un approccio più razionale alla definizione dei prezzi“, è spiegato nel commento al Report.
Per gli analisti, le prossime revisioni degli indici azionari di riferimento, come l’indice Hang Seng Tech, che ha sottoperformato rispetto al settore globale dell’AI, potrebbero migliorare le prospettive di crescita e ampliare le partecipazioni in hardware all’avanguardia, intelligenza artificiale e robotica.
Non c’è da dimenticare che anche le tensioni commerciali rappresentano un ostacolo alla crescita (vedi la guerra dei dazi tra Pechino e Washington), a cui si aggiungono le restrizioni alle esportazioni e la chiusura di alcuni mercati. Protezionismo e tensioni geopolitiche non aiutano mai le aziende a generare profitti e a rafforzarsi sui mercati internazionali.
Situazioni simili determinano impedimenti ad entrare in nuovi mercati, riduzione della competitività e problemi di approvvigionamento di componenti e risorse critiche fondamentali per l’economia digitale.
L’economia cinese rallenta, l’AI non basta da sola
L’economia cinese sta ancora crescendo, ma a un ritmo più moderato rispetto al passato: nel terzo trimestre 2026 il PIL è aumentato del 4,5% su base annua, tornando ad accelerare dopo il 4,3% del secondo trimestre. Nei primi nove mesi del 2026 la crescita cumulata è stata del 4,6%, un livello coerente con l’obiettivo governativo di espansione annua tra il 4,5% e il 5%.
A reggere sono come sempre le esportazioni e la produzione industriale, mentre la domanda interna resta il punto più fragile. Il problema principale non è l’assenza di crescita, ma la sua qualità: l’economia continua a dipendere in misura eccessiva da export e investimenti, mentre consumi delle famiglie, mercato immobiliare e fiducia restano deboli. Il 4,3% del secondo trimestre era stato il ritmo più debole degli ultimi tre anni, segno che la ripresa non è ancora robusta.
Le principali istituzioni internazionali prevedono un rallentamento graduale dell’economia cinese: il FMI indica il 4,5% finale nel 2026 e il 4% nel 2027, mentre la Banca mondiale stima il 4,4% nel 2026, il 4,3% nel 2027 e il 4,2% nel 2028.
Bloomberg Economics stima che la crescita annua del PIL cinese si attesterà in media al 3,6% nel prossimo decennio, rispetto al 5,2% degli ultimi tre anni: “L’intelligenza artificiale e l’automazione possono attenuare la pressione derivante dalla contrazione della forza lavoro e dal rallentamento del mercato immobiliare, ma è improbabile che riescano da sole a invertire la tendenza al rallentamento di lungo periodo”.
Una situazione che vede anche gli Stati Uniti in difficoltà, ma con un trend diverso: il Congressional Budget Office prevede un PIL reale in crescita del 2,2% nel 2026 e poi di circa 1,8% all’anno in media dal 2027 al 2036. Crescita USA bassa, ma regolare.
Per entrambe le economie sono tre le variabili più richiamate dagli studiosi e tutte e tre avranno un peso enorme nelle future economie più sviluppate: intelligenza artificiale, disponibilità e costo dell’energia, invecchiamento della popolazione/forza lavoro.
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