OpenAI prepara la campagna per il nuovo Congresso americano: l’AI e i data center entrano nella sfida elettorale
OpenAI si prepara a lanciare una nuova campagna di comunicazione e proposte politiche subito dopo il voto del 3 novembre, per adeguarsi alla nuova Washington e orientare il confronto sull’intelligenza artificiale (AI). L’azione punterà anche a persuadere i nuovi deputati e senatori, in particolare quelli democratici, che guardano con diffidenza all’AI di frontiera. Tra le mosse annunciate: la proposta di rinominare i data center “campus di calcolo per l’intelligenza artificiale”, presentandoli come motori di sviluppo per le comunità che li ospitano.
Come raccontano Jim VandeHei e Mike Allen su Axios, la strategia arriva mentre le infrastrutture necessarie all’intelligenza artificiale sono diventate un tema centrale della campagna per le elezioni di midterm. Negli Stati Uniti, l’opposizione ai nuovi impianti unisce elettori di orientamento politico diverso: c’è chi teme l’aumento delle bollette, chi denuncia il consumo di acqua ed energia, chi contesta l’inquinamento e l’uso del territorio. In circa 10 Stati, tra cui Ohio, Texas, Pennsylvania e Georgia, il tema è entrato nelle contese elettorali e diverse comunità voteranno su proposte per limitare o fermare nuovi progetti.

Bollette e risorse: l’AI diventa una questione quotidiana
Il malcontento non riguarda solo una tecnologia percepita come difficile da controllare. Riguarda soprattutto i costi e i benefici concreti per chi vive vicino agli impianti. Un sondaggio della Hobby School dell’Università di Houston, condotto a ottobre su 2.000 elettori texani, rileva che il 79% sostiene limiti al numero di data center e il 76% si aspetta un aumento delle bollette nelle comunità che li ospitano.
Il 99% ritiene che le aziende debbano pagare gli ampliamenti della rete elettrica necessari ai loro progetti.
Questi dati descrivono le aspettative degli elettori, non dimostrano che ogni nuovo impianto faccia salire automaticamente le tariffe. L’effetto dipende dalle regole, dagli investimenti e da come vengono ripartiti i costi. Ma la preoccupazione è già politicamente rilevante: le comunità chiedono garanzie prima che le infrastrutture siano costruite.
Anche le promesse di occupazione e crescita sono oggetto di scetticismo. Nel sondaggio texano gli elettori sono divisi sui benefici dei data center per il lavoro e per le entrate fiscali. La questione diventa dunque chi paga, chi incassa e quali vantaggi duraturi restano sul territorio. A questo si aggiungono i timori per il consumo d’acqua, l’inquinamento e gli effetti dell’intelligenza artificiale sulla sicurezza e sull’occupazione.
I “limiti di velocità dell’AI” di OpenAI e il ruolo del Congresso
Nelle proposte riferite da Axios, OpenAI affianca alla campagna sui data center l’idea di introdurre “limiti di velocità” per i sistemi di intelligenza artificiale più potenti: garanzie obbligatorie che dovrebbero lasciare agli esseri umani il controllo della tecnologia. L’azienda vuole inoltre promuovere formazione, opportunità economiche e standard internazionali basati su valori democratici.
Il tentativo di presentare i data center come “campus di calcolo” segnala che le aziende tecnologiche hanno compreso il peso del consenso pubblico. Il cambio di nome, però, non risponde alle domande di fondo: chi verifica che gli impianti paghino davvero le risorse e le infrastrutture che utilizzano? Quali obblighi valgono per l’acqua, l’energia e l’impatto ambientale? E quali poteri hanno le comunità nelle decisioni?
Anche i possibili “limiti di velocità” che potrebbero esser presentati devono diventare regole comprensibili e controllabili: quali sistemi riguardano, chi fissa le soglie e chi verifica il rispetto delle garanzie? La sicurezza dell’AI non può dipendere soltanto da impegni volontari delle aziende che la sviluppano.

Stop alle agevolazioni fiscali per i data center
Tutti temi che sono stati analizzati nel lungo articolo firmato da Timothy Cama, Arianna Skibell, Jeff Tomich, Shelby Webb e Ariel Wittenberg per Politico, in cui si sottolinea come il verdetto delle urne potrebbe determinare il futuro di un settore che è diventato il motore dell’economia statunitense.
Una battaglia anti-AI e anti-data center che si muove da ogni parte, ma che presenta anche caratteristiche di trasversalità politica: la base MAGA dei repubblicani teme la sorveglianza basata sull’AI; gli ambientalisti vedono queste tecnologie come responsabili dell’“incendio” che sta divorando il pianeta; gli agricoltori delle zone rurali del Texas temono che gli impianti prosciugheranno le preziose risorse idriche; i leader delle comunità, da Memphis, nel Tennessee, alla contea di Linn, nell’Iowa, stanno invece demonizzando le Big tech, ritenute colpevoli di fare profitti record inquinando i territori.
Un recente sondaggio della testata ha rilevato che porre fine alle agevolazioni fiscali per il settore tecnologico è una delle principali priorità politiche per gli elettori: quasi la metà degli intervistati (il 47%) ha definito i Repubblicani “il partito delle impopolari agevolazioni fiscali per il settore tecnologico”.
Dopo il voto, più controlli e decisioni locali. I dubbi degli investitori
Se il nuovo Congresso sarà più critico verso le grandi aziende tecnologiche, potrebbero aumentare le audizioni, le indagini e la pressione per nuove regole. Una legge federale che blocchi in modo generalizzato i data center resta però incerta: il loro peso economico e la competizione tecnologica internazionale rendono difficile un accordo su divieti estesi. Gli investitori, secondo Reuters, guardano soprattutto al possibile aumento dei controlli e alle conseguenze sui tempi e sui costi dei progetti.
Nel breve periodo, molte decisioni continueranno a spettare agli Stati e alle autorità locali: autorizzazioni, tariffe, accesso alla rete e consultazione dei residenti. Per OpenAI e le altre aziende, quindi, la crescita dell’intelligenza artificiale dipenderà anche dalla capacità di dimostrare benefici pubblici misurabili.
Tecnologie di frontiera e infrastrutture digitali sono cruciali per la competitività industriale e l’autonomia tecnologica, ma il loro sviluppo non può essere deciso dalle sole aziende che investono in queste tecnologie. Servono legislatori e regolatori pubblici in grado di fissare obblighi, controlli e condizioni, dando alle comunità un ruolo reale nelle scelte che trasformano i loro territori. Dalle urne potrebbe uscire proprio questa richiesta/esigenza legata ai territori e chi li abita.
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