Ha fatto rumore l’attacco dell’amministratore delegato di Tim Pietro Labriola contro il parere dell’Antitrust sullo schema di rinnovo delle frequenze in scadenza nel 2029 allo studio dell’Agcom, che ha proposto un rinnovo gratuito in cambio di impegni di investimento in nuove reti 5G standalone. Sulla linea di Labriola si sono schierati l’ad di Wind Tre Gianluca Corti, il Ceo di Fastweb + Vodafone Walter Renna e Asstel, l’associazione che rappresenta il mercato italiano delle Tlc, presieduto dallo stesso Labriola: “L’assegnazione non onerosa è condizione per sostenere gli investimenti nelle reti del futuro”. Anche la tower company Cellnex ha detto la sua, aggiungendo un ulteriore aspetto al dibattito, vale a dire la necessità di premiare non soltanto gli invesitmenti, ma anche la condivisione delle reti.
BEREC: meno operatori non significa in automatico più investimenti
Ma al di là della segnalazione dell’AGCM vale la pena prendere in considerazione anche il punto di vista del BEREC, l’organismo europeo che raccoglie i regolatori della Ue compresa l’AGCOM, che in tema di consolidamento e scala maggiore nel mercato delle TLC è molto prudente, per non dire scettica, non vedendo nesso e un automatismo fra la presenza di meno operatori e maggiori investimenti nella Ue. Una visione molto diversa, espressa in un report appena sfornato ma dal titolo quanto mai azzeccato: Europe’s Telecom Reality Check BEREC Fact finding report on connectivity, competition and regulatory highlights in different jurisdictions. Il mercato delle TLC ha davvero bisogno di un reality check. Di seguito le diverse posizioni emerse.
Labriola su frequenze, parere Antitrust si basa su concorrenza soltanto numerica
“Il recente parere di Agcm sul rinnovo dei diritti d’uso delle frequenze mobili pone una questione che va ben oltre lo spettro. Riconosce la necessità di certezza regolatoria, continuità dei servizi e valorizzazione degli investimenti già effettuati. Ma propone un rinnovo solo parziale delle frequenze, una gara per la parte restante e possibili cap per gli operatori che beneficiano maggiormente del rinnovo.
Alla base sembra esserci ancora un’idea di concorrenza essenzialmente numerica: 4 operatori sono meglio di 3, 5 sono meglio di 4. Un’impostazione che per anni ha orientato le politiche, ma oggi è messa in discussione in Europa e a livello internazionale. Il numero degli operatori, da solo, non dice quanto un mercato sia competitivo né capace di investire”. A intervenire sul tema del rinnovo delle frequenze mobili in scadenza nel 2029 è Pietro Labriola, amministratore delegato di Tim, sul suo profilo Linkedin.
Per il BEREC una maggior concentrazione non garantisce maggiori investimenti
Ma il rapporto del BEREC, pubblicato il 6 ottobre, al capitolo 6 Consolidation trends and implications for telecoms, avverte: “una maggiore concentrazione non garantisce più investimenti, innovazione o competitività. E le fusioni possono tradursi in prezzi più alti per i consumatori”.
Labriola, qual è la nostra politica industriale per le telecomunicazioni?
“La domanda allora diventa: qual è la nostra politica industriale per le telecomunicazioni? La concorrenza è fondamentale, ma non può essere separata dalla sostenibilità economica degli investimenti. E c’è una contraddizione. Questa indicazione arriva proprio mentre l’Europa, per accelerare la digital transformation e recuperare il gap rispetto a Stati Uniti e Cina, indica una direzione diversa: più investimenti, maggiore scala, maggiore prevedibilità regolatoria e orizzonti più lunghi per l’utilizzo dello spettro”.
L’Europa, prosegue Labriola, “chiede agli operatori di accelerare gli investimenti in 5G Stand Alone, edge, cloud, AI e, domani, 6G. Ma gli investimenti richiedono capitale. E il capitale richiede un ritorno. Se la concorrenza viene spinta fino al punto da rendere strutturalmente insufficiente il ritorno sugli investimenti, non stiamo più parlando soltanto di un mercato competitivo, ma trasformando progressivamente un’attività industriale in un servizio universale. E un servizio universale qualcuno deve pagarlo”.
Può pagarlo, dice Labriola, “il consumatore. Lo Stato attraverso la fiscalità generale. Istituzioni pubbliche, fondi europei o altri meccanismi di sostegno. Ma non possiamo pensare che a finanziarlo strutturalmente siano gli operatori. Sono imprese private: raccolgono capitale sul mercato e devono remunerarlo. Se il ritorno non è adeguato, nel tempo il capitale va altrove”.
Questo “è il punto che spesso manca nel dibattito europeo sulle telecomunicazioni. Non possiamo chiedere contemporaneamente più investimenti, reti più performanti, più copertura, più resilienza e più sovranità digitale senza porci la domanda fondamentale: chi remunera il capitale necessario per realizzarli?”
La questione, conclude l’amministratore delegato di Tim, quindi non è scegliere tra concorrenza e investimenti, ma costruire una concorrenza che produca investimenti e attragga capitale, invece di allontanarlo. Se vogliamo recuperare il gap digitale con Stati Uniti e Cina, questa non è più soltanto una questione regolatoria. È una scelta di politica industriale”.
Tlc: Corti, su frequenze bene Labriola, serve sostenibilità economica
Gianluca Corti, amministratore delegato di Wind Tre, condivide il parere di Pietro Labriola, amministratore delegato di Tim, sul nodo del rinnovo frequenze. “Il rinnovo delle frequenze – aggiunge sul suo profilo Linkedin commentando il post di Labriola – è un passaggio decisivo per il futuro delle telecomunicazioni e la digitalizzazione del Paese. È la pietra angolare di una politica industriale strutturale, coerente con il Digital Networks Act, che leghi il rinnovo a investimenti verificabili sulle infrastrutture. Reti più performanti, maggiore copertura, resilienza richiedono capitali. Per attrarli servono sostenibilità economica, certezza e stabilità regolatoria”.
Tlc, Renna: frequenze senza oneri ma con investimenti
Un rinnovo non oneroso delle frequenze, legato però a precisi obblighi di investimento, può diventare uno strumento per rilanciare il settore delle telecomunicazioni e sostenere lo sviluppo di reti più sicure e resilienti. Così Walter Renna, Ceo di Fastweb + Vodafone a Wave by Vento, alle Ogr di Torino.
“Abbiamo una grande occasione per rilanciare il settore che è arrivato a un bivio. Abbiamo bisogno di investimenti per garantire performance e sicurezza delle reti”, ha detto Renna. “Il tema dello spettro diventa quindi uno snodo centrale: un rinnovo non oneroso delle frequenze ma legato a specifici obblighi di investimento è una occasione unica per garantire la sostenibilità dell’industry e innescare un ciclo virtuoso di investimenti e occupazione, garantendo reti sempre più resilienti e affidabili”, ha aggiunto.
Asstel: “L’assegnazione non onerosa è condizione per sostenere gli investimenti nelle reti del futuro”
“Già da luglio dello scorso anno, con il Manifesto per la crescita digitale dell’Italia, l’Associazione ha richiamato l’attenzione sull’esigenza di evitare una ulteriore estrazione di valore dagli Operatori dopo quelle già avvenute in passato, valorizzando invece l’impegno degli operatori ad investire per dotare il Paese di infrastrutture all’avanguardia.
Per questo, a prescindere dalle modalità di assegnazione che verranno scelte, Asstel ritiene che il processo debba essere orientato all’allocazione non onerosa della risorsa frequenziale e a obblighi chiari di investimento, presupposto essenziale per consentire agli operatori di essere in condizione di sostenere il ciclo di investimenti e garantire all’intero Paese la disponibilità di reti più capillari, più avanzate, ad iniziare dal 5G Stand Alone, e a maggiore capacità, a beneficio di imprese cittadini e pubblica amministrazione”. Così Asstel Assotelecomunicazioni in una nota
Cellnex: premiare anche la condivisione delle reti
Essendo il principale operatore indipendente di infrastrutture per le telecomunicazioni nel nostro Paese, Cellnex condivide le preoccupazioni della filiera, ma aggiunge un elemento cruciale al dibattito: la necessità di premiare non solo gli investimenti, ma anche la condivisione delle reti (sia fisiche che spettrali) come vera chiave per l’efficienza.
“Indipendentemente dalle modalità che verranno individuate per l’assegnazione delle frequenze, in Cellnex Italia supportiamo modelli di allocazione non onerosi – o volti a minimizzare gli oneri – che premino impegni concreti di investimento e il rispetto di rigorosi parametri di qualità del servizio. Riteniamo inoltre fondamentale introdurre meccanismi premianti che incentivino l’utilizzo efficiente dello spettro e la condivisione delle risorse, sia fisiche sia spettrali. Al contrario, aste di natura puramente speculativa e basate unicamente sulla leva del prezzo finirebbero per drenare risorse vitali da una filiera che già fatica a sostenere i costi necessari per garantire copertura e innovazione, con il forte rischio di rallentare il percorso di digitalizzazione del Paese”. Così in una nota Federico Protto, CEO di Cellnex Italia.
Il parere (diverso) del BEREC
Interessante nel dibattito la posizione differente del BEREC, secondo cui un consolidamento fuori controllo nel mercato delle TLC potrebbe portare alla nascita di “oligopoli dominati da pochi grandi operatori”, si legge. Una scala maggiore in sé non è sinonimo di una performance migliore delle reti. Non c’è una correlazione automatica fra un maggior consolidamento del mercato e benefici in termini di qualità, prezzo e innovazione.
Pescando dal capitolo 6 sui trend di consolidamento nel mercato europeo delle TLC, il regolatore scrive che “dall’esperienza empirica dei mercati delle TLC non emerge che manchino di efficienza a causa di una carenza di scala” e più importante ancora “la concorrenza o le policy sulla concorrenza non sono un ostacolo al consolidamento”.
La scala maggior finora “non ha portato i benefici attesi”.
Il caso Vodafone e Telefonica
A sostegno della sua tesi il BEREC porta l’esempio di Vodafone, che negli ultimi anni lungi dall’accrescere la sua dimensione ha ceduto varie parti del suo business, e Telefonica, che ha fatto lo stesso soprattutto in America Latina. Due casi che, secondo il BEREC, dimostrano come la scala globale non sia l’unico fattore rilevante per gli operatori nella loro gestione operativa.
Consolidamento già possibile
Un altro aspetto evidenziato nel report del BEREC è che già adesso, nel quadro attuale, il consolidamento nazionale è già ampiamente percorribile. Gli esempi di merger recenti sono quelli di Orange e MasMovil in Spagna nel 2024, quello di United Group e Wind Hellas in Grecia nel 2021 e in Uk quello fra Vodafone e Three del 2025. Senza dimenticare in Italia quello fra Fastweb e Vodafone.
Secondo il BEREC più operatori maggiori investimenti
Un dato particolarmente significativo è lo studio Lear et al. (2024), citato dal BEREC: un operatore mobile in più è associato a una riduzione del 7% dell’ARPU medio e a un incremento del 10% degli investimenti nazionali nelle telecomunicazioni mobili. Si tratta di associazioni empiriche, non di effetti causali garantiti, ma certamente non supportano l’assunto secondo cui meno operatori significhino necessariamente più investimenti.
In sintesi
Il BEREC contesta l’equazione secondo cui meno operatori equivalgono a maggiore scala, la quale a sua volta produrrebbe più investimenti, efficienza e competitività. La dimensione ottimale deve dipendere dalle concrete opportunità di mercato e dalle effettive sinergie conseguibili, non essere perseguita come obiettivo in sé. In assenza di benefici dimostrabili, una maggiore concentrazione rischia invece di tradursi soprattutto in prezzi più elevati e in un indebolimento della pressione concorrenziale, senza miglioramenti comprovati degli investimenti e delle prestazioni delle reti.
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