Il “gemello diverso” del Vaso di Assteas ancora negli USA

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Quella del Cratere del Ratto di Europa, ai più noto come Vaso di Assteas, è una storia i cui tratti ricordano un giallo ricco di misteri, intrighi e avventure; è una storia di contrabbando, ricerche, indagini e diplomazie. Rinvenuto nel 1974 in quel di Dugenta – Sant’Agata de’ Goti, nel beneventano, da Antimo Cacciapuoti, un semplice contadino e operaio, il vaso giunse nelle mani di due ricettatori (di cui uno era un disonesto ex Capitano della Guardia di Finanza) i quali a loro volta lo vendettero a una galleria d’arte svizzera che alla fine lo cedette al prestigioso Paul J. Getty Museum di Malibù. Fu grazie all’intervento del luogotenente Roberto Lai, del magistrato Paolo Giorgio Ferri e del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale se il vaso, detenuto illegalmente dal Getty Museum, fu restituito all’Italia. Oggi il Cratere del Ratto di Europa è custodito all’interno del Museo Archeologico Nazionale del Sannio Caudino, a Montesarchio (BN).

Ma il punto è un altro, e sembra un’indagine da risolvere: sembrerebbe che il Vaso di Assteas abbia un “gemello”. A detenerlo è, ancora una volta, un museo americano: si tratta del Michael C. Carlos Museum di Atlanta, situato all’interno del campus della Emory University. Bastano un paio di click all’interno del sito del museo per scoprire che questi detiene tesori provenienti da tutto il mondo: opere d’arte romane e greche, come il vaso in questione, si contendono lo spazio del polo museale con manufatti egizi, asiatici e addirittura pre-colombiani. Si può facilmente dedurre, come spesso accade per quanto riguarda i musei stranieri, che molti di questi manufatti siano giunti a quel museo attraverso il contrabbando delle opere d’arte, un traffico che negli ultimi decenni ha visto un incremento a dir poco impressionante.

Ma parliamo del vaso: esso è una copia quasi identica del Cratere del Ratto di Europa di Montesarchio e presenta la dicitura Assteas egraphe (Assteas lo ha dipinto), inequivocabile firma che ci permette di attribuire il cratere al ceramista e ceramografo pestano. Anche in questo caso, come nel più celebre cratere montesarchiano, siamo di fronte a un cratere a calice a figure rosse, da datare a un periodo non meglio noto del IV secolo a.C. (presumibilmente la prima metà). I soggetti ritratti sono gli stessi: sul lato principale compare il rapimento della bellissima e giovane Europa da parte del dio Zeus sotto forma di toro; dall’altra parte troviamo invece un tiaso bacchico guidato da Dioniso. Le soluzioni iconografiche adottate dal ceramista sono molto simili a quelle visibili sul suo “gemello” più famoso: al centro della scena principale troviamo Europa seduta sulla groppa del toro bianco, il quale sorvola le acque del mare, accentuate da Scilla, Tritone, alcuni pesci e da diverse creature marine. Sopra i due “amanti” (sebbene quello di Europa è un rapimento e non un corteggiamento) aleggia il dio alato Pothos, personificazione allegorica del desiderio passionale.
Ma parliamo delle significative differenze che intercorrono tra i due vasi; partiamo dalle dimensioni: il vaso montesarchiano è alto 71 cm, il diametro della bocca è di 61 cm; il piede misura 21 cm di altezza e 29 cm di diametro; dal sito del Carlos Museum leggiamo invece che le dimensioni del cratere di Assteas ivi conservato sono di 58.1 x 47 cm: il vaso di Montesarchio è dunque più grande e più lungo, come si può notare anche dalla foto qui sotto.

Anche la disposizione della firma è diversa: sebbene in entrambi i crateri Assteas abbia deciso di collocare la firma sotto la scena principale, nel vaso del Carlos Museum essa è disposta all’interno di una striscia posta subito sotto la scena del rapimento di Europa; nel vaso montesarchiano la firma è invece disposta sotto tale striscia (che qui presenta un motivo “a scacchi”), all’interno di una serie di palmette ornamentali (abrase e poco visibili) che dividono il nome “Assteas” dal verbo “Egraphe“. Andando più in basso, all’altezza del piede, troviamo altre due differenze: la prima è la presenza, nel cratere montesarchiano, di alcuni grifoni che invece non compaiono nella sua “versione americana”; l’altra è la presenza di una sola fila di foglie d’edera nel cratere di Montesarchio laddove nel vaso americano troviamo una doppia serie. Ma veniamo invece alle differenze più lampanti all’interno della decorazione: la differenza che salta subito all’occhio è la presenza di un sole (forse a simboleggiare il clima torrido dell’isola di Creta, verso la quale il toro è diretto? Forse è il dio Helios?) nel vaso conservato ad Atlanta; mentre nel vaso montesarchiano Pothos è di dimensioni esigue e contenute, nel cratere di Atlanta il dio, non più sopra Europa il toro ma poco più in là sulla sinistra, occupa una considerevole porzione della scena, e anche la resa dei dettagli è più approfondita (si vedono molto bene infatti il panneggio del velo e il piumaggio delle ali, a malapena visibili nell’esemplare montesarchiano). La pelle del toro, nel vaso del Carlos Museum, è più giallastra (nel vaso di Montesarchio la pelle del toro presenta invece una tonalità più candida), i muscoli sono tratteggiati in maniera più approfondita ed è ben visibile la coda arricciata (abrasa e visibile solo parzialmente nel vaso montesarchiano). Anche Europa, seppur quasi uguale in entrambi i vasi, presenta delle differenze nella postura e nell’abbigliamento.

Ancor più evidente è la differenza che intercorre tra i due vasi per quanto concerne la presenza divina: mentre nel Cratere di Montesarchio, su degli infissi triangolari, Assteas collocò ben sei divinità, tre a sinistra e tre a destra (a partire da sx: Zeus, Creta, Hermes, Eros, Adone e Afrodite), sull’esemplare di Atlanta troviamo solo tre dèi, disposti in una cornice dalla forma irregolare (forse una nuvola?): da sinistra verso destra vi sono Hermes, Afrodite ed Eros (anche qui raffigurato come una specie di putto dalla pelle candida). Anche la scena secondaria del vaso, sebbene il soggetto sia il medesimo, presenta delle differenze evidenti, la più evidente delle quali è l’assenza di Pan e Sileno all’interno del corteo bacchico.

Insomma i due vasi, salvo alcuni particolari e dettagli minuziosi, sono praticamente simili per forma e apparato decorativo. Il punto che rimane dubbio è: cosa ci fa quel vaso in un museo americano? Come ci è arrivato? Le uniche informazioni reperibili e documentabili nella scheda tecnica riportano che il Carlos Museum ha acquistato il cratere nel 2003 da una certa Acanthus Gallery di New York. Tuttavia, di quest’ultima realtà non si hanno più informazioni, dal momento che risulta essere chiusa da diversi anni. Si decide dunque di chiedere al museo stesso, contattando i curatori delle collezioni. Dopo pochi giorni di attesa, arriva la risposta della dott.ssa Annie Shelley, la quale si occupa proprio di studiare i contesti archeologici dei reperti che giungono al Carlos Museum. Sfortunatamente, la ricercatrice non riesce ad appagare la curiosità: il vaso è sicuramente antico, ci tiene a precisare (dunque non sembrerebbe essere una riproduzione moderna), ma l’ente che ha venduto il vaso al museo non è stato in grado di specificare la provenienza del suddetto. L’unica informazione ricostruibile è che il cratere proviene da una bottega pestana: del resto, fu proprio lì a Poseidonia/Paistom che Assteas, assieme al suo assistente Python, diede vita a capolavori come il Cratere di Montesarchio o il Cratere di Madrid con la Pazzia di Eracle. Ma dove il vaso sia stato rinvenuto rimane un mistero: fu presumibilmente collocato in una tomba come parte di un corredo (come del resto anche il Vaso montesarchiano), ma dove fossero collocati il vaso e la sepoltura non è dato saperlo. In assenza di un contesto archeologico, dunque, bisogna accontentarsi di queste misere e insoddisfacenti congetture.

Ed è così che ancora una volta un capolavoro dell’arte antica è costretto a rimanere lontano dal Paese la cui cultura lo ha prodotto…

P.S. Per chi volesse approfondire la meravigliosa storia del Vaso di Assteas (quello conservato a Montesarchio), dalla sua creazione al suo rientro nel nostro paese, il KIM – International Magazine e ANTICAE VIAE hanno prodotto nel 2019 un documentario dedicato proprio al cratere e al suo formidabile creatore, dal titolo “ASSTEAS – Storia del Vaso più bello del mondo”, attualmente in concorso al Firenze Archeofilm Festival 2020 e al The Archaeology Channel International FilmFestival 2021. Il film è disponibile gratuitamente a questo link.

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